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HO VISTO

I miei angeli custodi





STO ASCOLTANDO

Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...



.. senza dimenticare Grace Papaia.


ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



********************


Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor




***********************

C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.

***********************




"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".



Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.




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lunedì 21 maggio 2007 - ore 20:18


Mammismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Dice sempre che le è andata parecchio bene con me e Marco: una mamma fortunata. Sì, è vero, abbiamo avuto i nostri problemi, le nostre incomprensioni, i nostri diverbi, anche litigate da 5 giorni di furore a ferro e fuoco. Ma in tutto questo non ha avuto grandi preoccupazioni. Ha trascorso i primi anni di madre relativamente serena.
Forse per questo sta iniziando a diventare apprensiva ADESSO.

Ho trascorso un’adolescenza un po’ sottotono, con divieti e limiti che mi impedivano di evadere come si deve, cioè come la maggior parte dei miei amici, e come ogni adolescente dovrebbe fare. I miei genitori si ostinavano a controllarmi, a impormi orari e luoghi a loro favorevoli per mantenere un serrato controllo su di me. Niente motorizzazione fino ai 18 anni compiuti, quindi ti porto e ti vengo a prelevare. Controllo nazista su tutti i fronti, imparare a mentire e trovare scappatoie è stato un duro lavoro. C’è da dire che mio fratello, essendo il secondogenito, ha lucrato sulle mie battaglie e tutt’ora lo fa. Con ciò non intendo vanificare i suoi slanci liberatori e le sue tre fughe da casa, ma il grosso, in tutta onestà, l’ho fatto io.
Le mie lotte adolescenti erano per lo più lotte per una libertà intellettuale, non fisica. Ho tolto alla mamma il gravoso onere di passare notti insonni in attesa di un mio rientro mattiniero, l’ho sollevata dal chiamarmi alle 4 di mattina a un cellulare che suona perennemente a vuoto (e che non avevo), non ho mai voluto andare in discoteca, mi ero rassegnata a non possedere il motorino, non ho avuto il “fidanzato” fino all’età della ragione, non mi ha mai vista fumare né bere (anche se tutto questo non le ha impedito di leggere i miei diari con lucchetto e chiave nella fessura del parquet fino al mio 22esimo anno). Le mie battaglie le ho fatte per poter pensare quello che volevo, per avere voce nella scelta della scuola, per poter fare l’università, per scegliermi gli amici, per decidere chi frequentare. Non ho mai interpellato mia madre sulla birra migliore, o su cosa pensava dei tatuaggi del ragazzo con cui avevo iniziato ad uscire. Quella santa donna non sospetta minimamente che io a 16 anni passassi i sabati pomeriggio con le mie irreprensibili amiche a bere Tennent’s Super in un’osteria del centro. Tornavo a casa per cena, andavo a lavarmi i denti, e il mio segreto rimaneva con me. In uno stomaco in subbuglio. Da ragazza matura e responsabile, diligente ed ottima studentessa, cercavo di non dare troppi problemi ai miei genitori, che già se li creavano da soli; sono sempre stata ostinatamente brava in queste cose, e mia madre non sospettava le mie serate alcoliche, le sigarette in borsa nella taschina con cerniera, amici che mi riportavano a casa in condizioni deprecabili.
Dicevo, mia madre sa che è stata fortunata, perché io e Marco abbiamo sempre odiato i locali costosi, modaioli e affollati, non abbiamo mai fatto richieste di paghette extra, non abbiamo mai avuto interesse nelle marche di abbigliamento, avevamo la compagnia di amici in paese, e i miei conoscevano i genitori degli altri ragazzi da generazioni. Il paese è piccolo. L’evoluzione ovvia di queste amicizie è stata per me (e parlo solo per me) di incontrare amici sempre e comunque raccomandabili, seri, affidabili: mai mia madre ha temuto per la sua bambina, e si è convinta di aver fatto un ottimo lavoro. Anche quando lasciati gli amici d’infanzia ho incontrato ragazzi che mi hanno accolta nel loro gruppo con affetto. E un’iniziazione etilica degna di Animal House.
Non sono stata una figlia modello, ma lo sono sembrata, e questo bastava. Ora non più.

Credo di averle messo io la prima pulce nell’orecchio, quando le ho detto che una maglia che mi aveva regalato lei non mi piaceva più, e non volevo più metterla: avevo 18 anni e una maglietta bianca di cotone grezzo con un fiocchetto al collo.
“Ti sta tanto bene! Perché non la vuoi più mettere?”
“Perché dai, col fiocchetto, così… fa tanto brava ragazza…”
“Ah… E tu non sei una brava ragazza!?!?”

Touche. Lì il palco ha cominciato a cadere, sempre più spesso puzzavo di fumo, e la mamma per gentilezza o per insicurezza personale ha deciso di non svelare la mia vera identità a mio padre. Gli anni sono trascorsi, ma la mamma non ha mai, sono sicura, mai sospettato che io beva. Me l’avrebbe chiesto. Come sta facendo da alcuni mesi a questa parte.
Siccome io e mio fratello Marco siamo stati adolescenti relativamente calmi e discretamente savi, mia madre diventa intollerabile adesso. Apprensiva, insistente, una giornalista di costume e società. Ogni 4 giorni mi riempie la testa di statistiche, tabelle, percentuali, analisi del sangue, servizi tv in cui dicono quanto male faccia l’alcol ai giovani. Specialmente a quelli intorno ai 16 anni. Lo sapevate che i consumatori di alcol in Veneto sono per la maggior parte nella fascia tra i 16 e i 26 anni di età? Guarda caso, io ho 26 anni, Marco quasi 25 e Giovanni, mio fratello minore, 16. Mia madre come spia del KGB a volte farebbe veramente cagare.
Fattostà, ora che ho raggiunto la veneranda età di 26 anni, settimanalmente mia madre arriva con l’espressione tra lo sconsolato e lo stravolto in camera mia, mentre mi faccio emeriti cazzi miei che niente hanno a che fare con l’argomento, e mi chiede se bevo, se Giovanni beve, se Marco beve, se il mondo beve, se a Treviso si beve. Settimanalmente, se non si era capito.
Salvavo Marco dalla Sacra Inquisizione già anni or sono, e ripeto le stesse frasi ad effetto ora per salvare entrambi i miei poveri fratellini. Che vivono la loro esperienza di alcolizzati nell’innocenza, convinti di non venire beccati mai. E invece sono io che li tutelo da sempre, che li aiuto, che li proteggo da una madre improvvisamente isterica. Ha le sue ragioni, lo devo ammettere, ma sta esagerando, e io mi sento in trappola. Scavo vie di fuga per gli altri e muoio in una gabbia di dolore.
Ma Giovanni mi ha giurato di aver smesso. Un sedicenne che mi dice “ho smesso te lo giuro” ed io costretta ad ammonirlo “se ti becco a bere dico alla mamma che hai la morosa” suona come vagamente ridicolo, se non paradossale.
Ora cerco di controllarlo, perché lui a me confida tutto, e posso ancora fare qualcosa per salvarlo da un tunnel in cui sono finita troppo presto. Ma i giovani d’oggi, e non solo i giovani dell’età di mio fratello, sono diversi da noi, che eravamo ancora figli degli anni ’80. Sono giovani diversi. E si fanno sgamare. Io, in altri tempi e altri modi, mi sono costruita una fama di bevitrice della quale il mio paese natale è completamente all’oscuro. Ho vinto una gara contro la mia gemella cattiva, e la cattiva sono diventata io. Cattiva per chi, poi.

Sto facendo discorsi che una madre non farebbe. Ma appunto, io non sono una madre, tanto meno la mia dolce, cara madre.
Che d’altronde è convinta che rimarrò casta fino al matrimonio. E non so se mi fa più ridere casta o matrimonio.
Vale.


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sabato 19 maggio 2007 - ore 13:51


Librismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Tanto tempo fa, se non sbaglio nel lontano (cristo è lontanissimo…) 2001, avevo deciso di informarmi su conversazioni possibili ed eventuali. Così avevo iniziato a leggere saggi storici, enciclopedie, vocabolari. E un libro sulla reincarnazione.

Cosa c’è di più affascinante, incredibile ed effettivamente assurdo delle teorie sulla reincarnazione? Nulla. Sono vicoli ciechi, non hanno fondamenta, non hanno basi, non hanno prove, e seppur da letterata sono costretta ad ammettere che non hanno scientificità. Però sono affascinanti, e in quanto prodotti della mente non dimostrabili, in quanto attuali, in quanto un sacco di cose, non sono credibili. Ma è un argomento straordinario per tappare buchi in una conversazione quando la dialettica e la retorica non servono più.
“Sai, ho letto un interessantissimo libro sulla reincarnazione… tanto prolisso quanto sciocco! Pensa che sostengono che…”. È una conversazione leggera, che permette agli interlocutori di esprimere giudizi di stampo non politico, non religioso, non razziale. Solo credo, non credo, crederei, mi fa schifo, a me piacciono le fragole con la panna.
Oppure, cosa ancora più divertente, si interpreta il libro e si esordisce con “ma sai che ho letto tempo fa un testo che trattava la reincarnazione? Forse nella vita precedente eri un panda…”
Tantra chackra reiki quante se ne sono inventate. Tutte con la R, se vogliamo trovare un filo conduttore. E vuoi che almeno di una non posso sapere qualcosa, tanto da inserirlo in un colloquio amichevole e senza pretese di insegnare e diffondere il verbo? Ho scelto la reincarnazione, la sopravvivenza delle anime.
Ricordo ancora il giorno che sono andata a comprare il libro. Il signor Canova mi ha indicato lo scaffale, semplicemente, con il dito. Era implicito il messaggio “arrangiati per ste porcherie”. Ce n’erano vari, e ho scelto questo. Era il più piccolo, non come quantità di pagine, ma come dimensioni di copertina. Simpatico, ho pensato. E poi avevo un periodo azzurro, e quindi acquisto.
Manuela Pompas “Reincarnazione – alla scoperta delle vite passate”.
Già il fatto che fosse un orribile edizione BUR doveva farmi riflettere, ma ci sono giorni in cui l’istinto prevale e la ragione scompare. E così il mio istinto di shopping idiota si è manifestato nel peggiore dei modi. Insegna come tornare indietro nel tempo, con la memoria. A distinguere sogno e ricordo. Ad accettare che noi, sì noi, decenni e decenni fa eravamo qualcun altro, che è morto in un modo terribile.
Parla di cose tipo bambini indiani che si reincarnano in altri perché sono morti e il loro corpo non è stato trovato, e il bambino in cui si sono reincarnati dopo 15 anni trova il corpo. O uomini che si innamorano di diverse donne, che in realtà sono la stessa donna (mi ricorda un po’ Poe, ma è una mia digressione personale, che mi è venuta adesso, quindi non approfondisco). Il libro parla anche di persone che soffrono di claustrofobia perché nella vita precedente erano state murate vive. O che hanno paura degli aghi perché sono morte durante un’operazione. O che hanno paura dei cani perché erano gatti, tipo. Cose del genere.
Mia madre mi ha impedito di comprarne altri sullo stesso tema, perché ha detto che mi faceva male. E invece no, perché serviva solamente da stimolo alla mia fantasia, alla mia bramosia di inventare, di fingere, di creare. È come una fiaba alla fine, e non è certo meno credibile di una che si addormenta per 100 anni e rimane bella e giovane e con i capelli perfetti per un secolo. A me quando vado dalla parrucchiera non durano una notte.
A parte questo. Io posso sostenere una conversazione sulla reincarnazione. Ciò mi fa onore.
Quante donne sane di mente possono farlo? Dai. Io posso serenamente sostenere un dialogo con finto interesse, e le mie doti recitative mi permettono anche di assumere un’espressione competente e seriosa. Sono davvero una persona speciale.


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Cercando un’immagine del libro da inserire nel blog, ho scoperto con orrore che Manuela Pompas esiste davvero.



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giovedì 17 maggio 2007 - ore 20:26


Abitismi - Ebetismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


E così anche ieri ho trovato modo di rendermi ridicola.
Passando mezz’ora a scegliere cosa mettermi per uscire con la Dany, di mercoledì sera - come una figa, pur non essendo una figa. Il che mi ha trasformata automaticamente in un pagliaccio. Certo anche la Dany ci ha messo la sua bella eternità, ma bisogna guardare le proprie disgrazie, non quelle degli altri.

[Diapositiva di me e la Dany al concerto dei Radiofiera - coming soon]

Mezz’ora, trentaminutitrenta, non mi capitava dai tempi d’oro, ma ora il mio armadio propone solo abiti troppo stretti per la mia taglia attuale, o troppo larghi perchè rimembranza di tempi in cui pesavo come una porchetta. Stretto largo stretto largo stretto stretto stretto stretto.
La dieta non fa per me, riesco a mangiare insalatona a pranzo, ma nella mezz’ora prima di cena rovino tutto con pane e salame.
Stretto stretto stretto largo stretto stretto stretto.
Trentaminutitrenta di scelte, prove, camerino, sorrisi allo specchio, compiacendomi e denigrandomi. Tirando in dentro la pancia, e ammiccando alla mia stessa immagine. Convincendomi sempre meno di ciò che indossavo.
Meno male che non mi trucco se no uscivo alle 11.

Il risultato è stato un abbigliamento ibrido tra una segretaria maliziosa e un controllore ACTT.

Io puntavo di più sulla donna in carriera appena uscita dall’ufficio che si toglie i tacchi ed esce con delle scarpe ignobili. Nicola ha detto che ero sexy e che bere birra mi dava un tono ancora più intrigante.
Maury, che doveva stare a casa e invece è uscito, mi ha detto non ho fatto il biglietto non mi metta la multa.



No, il risultato non era esattamente così. Primo perchè le mie tette sono naturali, secondo perchè i miei capelli sono naturali e soprattutto non biondi, terzo perchè non avevo una tastiera nella borsetta, e poi perchè avevo degli enormi pantaloni neri taglio maschile, una camicia azzurra con collo alto e rigido (ma sbottonata fin dove serve per non sembrare un ragioniere), gillet e giacca nera. E le mie scarpette a fiori rosa e beige, che tanto amo e tanto mi rendono orgogliosa. Mi sentivo particolarmente a mio agio, come ogni volta che tento l’abbigliamento maschile. Dovrebbe suggerirmi qualcosa, tutto ciò.

Quindi non ero come nella foto. Ma mi sto beccando troppo spesso della segretaria sexy o maestrina sexy.
E non mi preoccupa tanto per la segretaria, o maestrina.

Quanto per il sexy.

Il Maglia amava dirmi "sei sexy come un secchio".
Sto disperatamente cercando un secchio sexy per mostrarglielo e ridere di lui.



So essere ancora donna piacente, se voglio.
Quasi quanto un sensualissimo secchio.

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mercoledì 16 maggio 2007 - ore 12:46


Gongolismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


I sabati spesso riservano sorprese. Credo sia perché per anni non ho vissuto da sveglia il sabato mattina, ed inizio ad apprezzarlo come si deve solo ultimamente. Il sabato mattina, che sta addirittura diventando il mio giorno preferito, si rivela mese dopo mese sempre più succoso, dolce amaro sabato mattina al mercato.
Il sabato mattina prendo la mia bicicletta – unico movimento aerobico che faccio durante la settimana – e parto presto per fare colazione in centro e un giretto tra le bancarelle. Poco importa se il mio uomo mi rimprovera che mi vesto al mercato, perché dice che propone roba scadente. Forse si, ma non peggio che altrove. Per me l’unico problema del mercato, oltre a una confusione colossale e odore di formaggi stagionati che rende irrespirabile l’aria, è che non posso indossare subito i capi che acquisto, perché ci mettono le mani tutti, e devo aspettare la Premiata Stireria Mamma.



Il sabato mattina è diventato il mio giorno preferito, dicevo, ma non solo per il mercato. Il sabato mattina propone personaggi alternativi, quelli che non girano all’orario dell’aperitivo o della birra dopo cena. Quelli che non si vedono quando si gira di solito, intendo. I personaggi alternativi escono di casa alla luce del sole, che illumini come si deve la loro personalità eccentrica, eclettica, misteriosa. I personaggi che intendo io frequentano quelle osterie che la gente normale frequenta dopo le 18 – loro prima delle 11. Si mescolano tra la folla, ma non fanno parte della folla, loro sono fuori dalla massa. Bisogna però essere buoni osservatori e propensi al dialogo, perché generalmente i personaggi strani sono ottimi parlatori, e scarsi ascoltatori. Sono protagonisti, sono tante primedonne, sono egocentrici, esibizionisti, e si divertono a raccontare storie. Sì, su di loro. Se non sapete ascoltare, non conoscerete mai il più strano che ho incontrato ultimamente, che si chiama Francesco. Lui vive di storie, racconta storie tutto il giorno, le crea su misura per lui, le confeziona adattandole tra realtà e sogno.
Vorrei parlarvi di Francesco, per renderlo immortale mio blog. Per donare ai posteri un’immagine di questo piccolo grande uomo. Che mi fa morire dal ridere.

Francesco importuna ragazze e giovani donne, ma senza importunarle. Parla male delle altre, quando parla con una tutte le altre sono troie. O lo sono state, e per lui è lo stesso. Importuna le altre, così nessuna ci resta male, e tutte sono le sue preferite, nel momento in cui lui dona le sue attenzioni a una femmina. La prima volta che mi ha contattata (è lui che ti sceglie, non tu che scegli lui) ero con la Dany in un’osteria del centro, ovviamente un sabato mattina. Lui era cliente abituale, noi no, e quindi forse per la nostra aria spaesata ha ben pensato di introdurci nell’ambiente. Battutine, ammiccamenti, un brindisi. Questo è il suo modo di entrare in confidenza, ma essendo noi poco abituate ad interagire con svariati litri di rosso prima di pranzo, ci siamo limitate a sorridere. L’osteria si chiama “Farmacia Dei Sani”, perchè sta accanto a una farmacia per malati, ma da quel giorno per me e la mia amichetta è diventata la “Farmacia dei Nani”. Francesco quel giorno ci ha aperto un universo di meraviglie, per questo la seconda occasione non ce la siamo fatta scappare.
Lo zio Ciccio si fa chiamare zio e dice di avere un sacco di nipoti (gira fra le 30 e le 50 nipotine). Da ciò che ho dedotto, grazie alle mie spiccate doti intuitive, tali nipoti sono nulla più che fittizie: trattasi di ragazze come noi, con le quali ha fatto conoscenza una volta, e che sono entrate automaticamente a far parte della sua famiglia allargata. Quando una nipote avanza troppo con l’età e supera i 40, diventa sua cugina. Lo zio Ciccio vuole solo nipoti giovani, fresche e alcolizzate. Io e le mie amiche eravamo il suo pane quotidiano. Ha trovato in noi le nipoti ideali. Nipoti, attenzione. Non cugine. Lo zio Ciccio perde un po’ di stima nelle nipoti quando diventano cugine. Spesso fanno il colossale errore di sposarsi.
Lo zio Ciccio è un po’ nano, ma non un nano come gli altri. E’ un nano con gli occhi azzurri, e non ha neanche le sembianze di nano, non ha la faccia da umpalumpa, né gli occhi incassati. È solo molto, molto basso. Starà sul metro e trenta, dico io. Ha le mani grandi, le gambe corte, il collo grosso. E parla, parla, parla. Fa domande, ma non perché gli interessino le risposte, tanto le anticipa lui. Fa domande per dare al suo interlocutore l’impressione di poter interagire, ma il gioco lo comanda lui solo.



Lo zio Ciccio ha 65 anni, è paffuto e fischia quando fa una battuta che fa ridere, come quando passa il cartello APPLAUSI nei programmi tv. Il padre si sentiva in colpa di averlo fatto piccoletto, ama raccontare agli avventori di “Arman”, e gli ha lasciato una grande eredità. Case, soldi, terreni. Che lui ha ben pensato di dimezzare a brasiliane. Lo confessa con candore, ma con un pizzico di malizia. E ora spende il resto offrendo da bere alle giovani trevigiane che dimostrano di apprezzare la sua presenza e il vino. Noi, ad esempio. Come fai a dirgli di no, o a non dargli retta. Innanzitutto attacca bottone senza presentarsi, e se perdi il filo se ne accorge, e ti ammonisce. E poi ha quell’aria simpatica e furba della non-altezza, sembra uno gnomo, è divertente, autoironico, un po’ arrogante (è la parte che recita che lo rende così presuntuoso) e sta bene con se stesso, però crede che la gente parli con lui solo se lui offre da bere, perché non è bello. Ma chi è bello? Lo zio Ciccio nel suo piccolo è bello.

Dire che nel suo piccolo è bello equivale a una gaffe?

Lo zio Ciccio due sabati fa mi ha fatta tornare a casa ubriaca. Alle 3 di pomeriggio.


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lunedì 14 maggio 2007 - ore 21:40


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


- Dopo tredici mesi di gestazione, la dolce iena Ilary ha messo al mondo la sua bimba. Il giorno della festa della mamma, che cosa carinissima, è nata la seconda creatura di casa Totti.
Per avere la coscienza pulita, mamma e papà hanno comunicato alla stampa che il nome della pargoletta l’ha scelto il primogenito. Certo, un bambino di 2 anni sceglie come nome Chanel. Come no. Ci crediamo tutti.
Se ne sono voluti lavare le mani, ecco cosa, e quel frugoletto porterà in eterno sulle spalle il fardello di una sorella che si chiama Chanel.
Era meglio Roma.
Chissà come lo pronunceranno i trasteverini.

- Credo di aver scoperto che il mio panico pre esame può iniziare a caso, fra i 3 e i 20 giorni prima dell’esame, e propagarsi fino a sconvolgere completamente il mio sistema nervoso. Stavolta ad esempio 20.
Se non mi passa mi potete direttamente rinchiudere.

- Ho sempre voglia di birra, ci farei anche colazione. E’ normale?

- I Radiofiera sono tornati, e io sono tornata. Ed è sempre bello come una volta. E canto muovendo la testa che sembro una matta. Ho preso tutto dal mio cane.

- Sto ascoltando a repeat Sola, dei Manà. Devo preoccuparmi?

- Dopo anni di studi, di cambi di opinione, di variazioni del gusto, dopo anni di ore di televisione, cinema e avanspettacolo, ho capito com’è il mio uomo ideale. Esteticamente, dico.
Cioè, l’uomo Uomo. Non ragazzo, proprio Uomo.
Dustin Hoffman è un po’ troppo bassetto, Jack Nicholson ha sempre quell’espressione da simpatico squilibrato, Sean Connery ormai c’ha i suoi anni, Bob De Niro ha fatto il suo tempo, e Andy Garcia si è intarchiato.

Il mio Uomo è lui.



Certo anche lui ha un posticino in classifica



E poi ci sarebbe lui, ma è tutta un’altra storia.



Sì, sì, Maury lo sa. E’ stato il primo a cui l’ho comunicato.
Come al solito non gliene frega niente.

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domenica 13 maggio 2007 - ore 12:19


Kevin
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Io ho un cane. Che non è un cane, è un incrocio fra un cane un gatto e un toporagno.
Cos’era, 8 o 9 anni fa, ricordo solo che era appena iniziata la primavera e c’erano fiori in ogni giardino. Mio padre aveva fatto un lavoro a casa di un contadino che aveva orto e animali, e una cagna incinta. E non voleva i cuccioli, non era riuscito a darli via in quei primi mesi, ci aveva provato ma niente. E li voleva annegare, capite? Si fa così, quando le bocche da sfamare diventano troppe. Non avrei mai sperato in tanta umanità da parte di mio padre, e non abbiamo mai capito quello slancio, ma meno male. “Uno lo prendo io - disse Tiziano all’uomo cattivo - lo porto a casa ai miei figli”. Come nelle favole, i padri che dicono “questo lo porto alle mie bambine”, e salvano qualcuno, a volte il mondo, e vice il bene. Mio padre arrivò a casa, era ora di pranzo, e sentimmo abbaiare. Cazzo, ricordo di aver pensato, è scappato di nuovo il cane dei vicini. E invece era il mio cane. Il mio.





Così Kevin è entrato a far parte della famiglia. Impossibile non affezionarcisi dall’inizio. Quel musetto piccolo e dolce, le zampe corte, la coda vivace. E quegli occhi grandi e buoni, buonissimi. Avevamo fatto scegliere il nome a Giovanni, mio fratello minore, che aveva 7 o 8 anni all’epoca. Kevin, come il bambino di Mamma ho perso l’aereo. Va beh, il nome del gatto che avevamo prima l’avevo scelto io. Pelè. Era scappato la vigilia di Natale. Neanche fosse stato un coniglio, un cappone, un tacchino, un musetto con purè.
Ci sto pensando solo ora… il contadino aveva detto a mio padre che Kevin era nato il giorno della vigilia di Natale, l’anno prima. Forse era tutto destino. Forse doveva stare con noi, forse Pelè sapeva che lui era un gatto e non sarebbe stato messo in forno, ma è scappato perché quel giorno è nato Kevin. E Kevin era nel nostro destino.

Chi già conosce il mio cane sa che sto commettendo un errore in queste frasi, ma è volontario, per acuire la suspance. Ora vi spiego.
Tre giorni dopo io e la mamma portiamo il nostro già adoratissimo cagnolino alla sua prima visita medica per i controlli preventivi e per informarci su vaccini, pulci e zecche. Kevin si sdraia sul lettino del veterinario, lui lo guarda con gli occhi dell’amore e dice “ciao bella cagnetta!!”. Io e la mamma ci sorridiamo, “no, guardi che è un maschietto” fa la mamma. Il veterinario, con l’espressione di uno che ha studiato veterinaria e sa riconoscere un cane maschio da un cane femmina ci dice che il nostro cagnolino è una cagnolina. Molto bella, per giunta. Ci eravamo erroneamente, ingenuamente fidati del contadino, non avevamo controllato, e non avevamo mai guardato. Come puoi fidarti di uno che vuole annegare 4 cuccioli? Insomma, ci eravamo fidati del mostro, e avevamo dato alla nostra creatura il nome sbagliato.
Dire a mio fratello che il suo nuovo migliore amico era una femminuccia fu relativamente facile, non se la prese, per lui cambiava veramente poco. Ora però dovevamo pensare a quel nome. Il mio suggerimento fu di modificare il Kevin in Kevy, che forse suona un po’ più femminile. Ma a nessuno è mai importato che il nome fosse quello di un bambino biondo che a 15 anni ha iniziato a drogarsi. Kevin è diventata il nostro cane, e il suo nome è Kevin. E a chi ci chiedeva perché una cagnolina avesse un nome maschile beh, era così bello raccontare la storia del veterinario…

Kevin abbaia sempre. È una troietta, perché fa le fusa agli estranei e sporca i pantaloni ai parenti. Ha sempre voglia di coccole, e si stende a pancia in su in attesa che la si accarezzi. Non ha paura di nessuno, neanche delle macchine che passano, e le sfida a chi si ferma prima. Rincorre i topi e ce li porta sullo zerbino di casa. Cerca di mordersi la coda e corre per il giardino inseguendo farfalle, anche se la sua specialità sono le mosche. Ci vuole un sacco di bene, e quando qualcuno torna dopo dei giorni di lontananza fa la matta e saltella dappertutto. E’ inizialmente diffidente con chi gira per casa, ma quando ti inquadra basta una mano sulla testa e diventi suo amico. Ha una forte vocazione di cane pastore, e quando passano le pecore si inalbera tutta, e vorrebbe partecipare a quella processione, anzi precederla e dirigere, perché le strade di Fontane nessuno le conosce quanto lei. Odia le sigarette, e se qualcuno sta fumando se ne va stizzita. Ha imparato da sola a non defecare sul nostro prato, ma la pipì quando scappa scappa, e ci sono chiazze di erba gialla un po’ ovunque. Starnutisce e tossisce. Ha una strana fissazione, le piacciono le carezze coi piedi, o forse l’ho abituata io, ma ci divertiamo un sacco.
Quando sta male, o è sporca, capisce subito che la vogliamo sistemare e si allontana sculettando. È tutta sbilenca, e quando corre tende a sinistra, e incrocia le zampe come un cavallo al galoppo. A volte mi sembra di vederla ridere. A volte mi sembra di sentirla piangere.

Non sono sempre affettuosa con lei, lo ammetto. Spesso mi fa arrabbiare, come quando torno tardi e abbaia allegra per salutarmi, e sveglia tutti e mi beccano. O come quando snobba la pasta in bianco avanzata dal pranzo, e si piazza davanti alla cucina perché pretende qualcosa di più succulento, che non le vogliamo dare. O quando mi mette le zampe sulle ginocchia, e mi pizzica le calze. O come quando esco in bici e dopo un km scopro che c’è questa bestiola che mi rincorre per le vie di Fontane. Con le sue zampe storte, tutta spostata sull’asse centrale, in equilibrio precario ma velocissima. Con la lingua fuori, e gli occhi che ridono e sussurrano “te l’ho fatta anche stavolta!”. E allora mi arrabbio, e la carico sul cestino per riportarla indietro. E mi viene da ridere, perché è folle, è tutta matta. Forse ha preso da me.
E la adoro quando si struscia sulle mie gambe col suo pelo lungo e morbido, color panna e miele, quando mi sale in braccio, quando fa le feste a Maury, quando la Dany mi dice che è l’unico cane che non le fa paura. Sono orgogliosa di lei. Kevin è buonissima. È soprattutto buonissima. Non c’è nessuno come lei. Kevin è sciocca, un po’ stupidina, Kevin prende il sole, Kevin beve dalla fontanella, Kevin si fa amici ovunque. Kevin parla con quegli occhi neri enormi.



Kevin sta male. E quando l’altro giorno ho pensato che potevo perderla, mi sono messa a piangere. Ho pianto un sacco. E il giorno dopo l’ho detto alla Dany, e mi sono venuti gli occhi lucidi. E quando l’ho detto a Maury al telefono lui non mi vedeva, ma piangevo.
La mia Kevin.



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giovedì 10 maggio 2007 - ore 20:42


Bolognismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Avevo un po’ di cose da fare in facoltà ieri, e così me ne sono andata a zonzo per Bologna, come una matta, con una enorme pesantissima borsa blu a tracolla e tanta voglia repressa di shopping. Che è rimasta repressa perché manca sempre la cosa fondamentale, ossia le fondamenta.

Prima però visita alla Pinacoteca. Per il prossimo esame è necessario aver presenziato alla pantomima della Pinacoteca. Sono rimasta un po’ di sasso, non me l’aspettavo, anche se mi hanno poi confermato che questo stratagemma assurdo viene usato spesso. Pazzesco.
Vi do una dritta sulla Pinacoteca: entrate quando scocca l’ora in punto. Perché così potete fare un’ora per un’area, e un’ora per l’altra, finché ve le chiudono. Perché la Pinacoteca apre Rinascimento e Barocco a ore alterne. Eh sì, mica si può tenere aperto tutto quanto, diamine. Carenza di personale, mi hanno comunicato appena varcato la soglia. Se vuoi andare a mangiare qualcosa e poi torni quando apriamo il Rinascimento… No signora, tranquilla, riesco a stare un’ora in un museo, sa? Vado a mangiare dopo.
Lo so che da letterata e studentessa d’arte non dovrei pronunciare simili parole, anzi dovrei spremere elogi del Reni, dei Carracci, della Santa Cecilia di Raffaello. Ma appena entrata, proprio lì nell’ingresso manierista, mi sono trovata la strada sbarrata da una classe delle elementari in gita. I bambini erano seduti a terra, di fronte ed attorno a un busto scolpito e una maestra in età avanzata che poneva domande. “Chi può essere quest’uomo secondo voi?”.

Vi giuro, sono rimasta lì 10 minuti ad ascoltarli, e loro, uno alla volta e alzando la mano - Un marinaio! Un prete! Un imperatore! Uno che si credeva chissachì! Uno che ha pagato! Un suo amico! Suo papà! e altre che non ricordo, perché non potevo mettermi là a segnare, dovevo ascoltare, e godermi lo spettacolo. Ma quel uno che si credeva chissachì è stato il massimo.
Bellissimi, spontanei, allegri, vitali. Bambini di 10, forse 9 anni, con le giacche colorate e le scarpe non di marca. Con i capelli tagliati di fresco, con le merendine nello zainetto con gli unicorni.
Era il Frangipane, come facevano a saperlo? A momenti non me lo ricordavo neanch’io… e poi non era questo che volevo sottolineare. Ma la loro vivacità intellettuale, la curiosità, la fantasia, la creatività. Che perderanno non appena entrati in pubertà.
E sempre alla Pinacoteca, una coppia di ottantenni con una Guida Pratica dell’Italia settentrionale, con la copertina rossa, che non vorrei esagerare ma aveva più o meno la loro età, e secondo me segnalava anche le attrazioni di Istria e Dalmazia. Passeggiavano in mezzo a quei pezzi di storia come due liceali, ogni tanto si davano la mano, si aspettavano prima uno poi l’altra perché camminare era difficile, in quelle stanze enormi. E lei si è incantata davanti a un Tiziano, e non si muoveva più. E parlava, e diceva è bellissimo, è bellissimo! e lui la guardava più incantato ancora.

Trovandomi appunto a Bologna sono andata in facoltà, dato che alle mail i segretari non mi avevano mai risposto. Volevo solo sapere perché il mio nick e la mia password non funzionavano più sul sito della facoltà, e non riuscivo ad entrare da nessuna parte. Volevo una risposta, un consiglio, un suggerimento. E il ragazzo in segreteria che fa? Mi dice seguimi. Io lo seguo, perché se sto sola faccio danni. E lui mi porta direttamente dal responsabile dell’ufficio didattico. Che con una flemma invidiabile mi ha spiegato che hanno deciso di cambiare sistema di registrazione. Io imbarazzatissima, lui che legge i miei dati e mi aiuta a registrarmi col nuovo ipermoderno sistema.
Simpatia. Cambiano sistema di registrazione, annullano i miei dati precedenti, ma non mandano comunicazioni per avvisare noi poveri studenti che non possiamo più entrare con il solito numero del badge. Bisogna andare per esclusione, o a estro, o a fantasia. È tutto meraviglioso. Mi sono quasi sentita a Trieste. Ma mai come a Trieste.

La tragedia, come prevedibile, si è manifestata al ritorno, quando contemporaneamente ho assistito a una mezza zuffa fra due manichini di Gucci e a un ritrovo di vecchi compagni di scuola.
I manichini di Gucci erano due ragazze arroganti, stronze e un po’ presuntuose, una soprattutto, che si beccavano giù dal binario per non so quale ragione. Litigavano come furie, parlando di uno che si comportava come un bambino. E io ho pensato, Dio li fa e poi li accoppia. E poi sempre io, che non so farmi gli affari miei, fingevo di fare parole crociate come un’investigatrice privata. Con un occhio al giornale e uno alle ragazze. E ascoltavo tutto. Perché con una vita relativamente piatta come la mia queste cose sono pane e nutella.
Gli 8 compagni di scuola invece erano seduti dietro di me, ed erano accompagnati da 3 cestini da pranzo MacDonald. Se c’è una cosa che non tollero in treno è l’odore di Mac. Divento pazza. Mi fa vomitare.
E qui scatta il pregiudizio, perché io sento odore di Mac e penso ai cinesi. E invece non erano cinesi. La ragazza cinese accanto a me gridava al cellulare in uno sparuto italiano che aveva finito l’elettricità. Su consiglio di un viaggiatore adiacente alla sua postazione ha comunicato alla sua amica Monica che aveva finito la batteria. Tutti contenti. Soprattutto quella marmaglia di ragazzotti muscolosi e caciaroni.
Se non fosse stato che fra quei ragazzotti c’era una delle creature più meravigliose dell’universo conosciuto, adesso non starei qui a ripetere a voi le mie disavventure. Carino, silenzioso, i riccioloni arruffati sulla testa, gli occhi dolci, quella pelle nera e liscia, pulita, come una perla nera, i denti perfetti, le mani delicate. E non posso aggiungere il resto, perché tengo l’uomo.


E allora foto.

Di Bologna



Della strada che faccio all’andata.



Della strada che faccio al ritorno.



Della sosta obbligata che faccio al ritorno.



E di me al ritorno. Con una borsetta di felice shopping bolognese.



E quella speciale brezza che scompiglia i capelli che è uno spettacolo.


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mercoledì 9 maggio 2007 - ore 21:08


Telefonismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sì, lo so che ho rotto co sto cellulare. Ma c’ho preso il vizio. Il titolo non c’entra niente, ma mi piaceva.
Inizio a ricevere numeri di telefono. Siete ancora in tempo per far parte della mia prestigiosa rubrica. Devo fare i nomi? Volete proprio essere palesati?

E poi, però, volevo dirvi che è figo darsi appuntamento il giorno dopo, tipo ci vediamo domani alle 15.30 davanti alla biblio, senza mandarsi il messaggino sono in ritardo, no. Tutto come stabilito.
E corri anche, perchè ti aspetto.
Era bello, una volta.
La nostra generazione nata senza cellulare.
Mi è piaciuto, lo rifarò. Ma se poi il cellulare ce l’hanno tutti gli altri resto fregata. Fuori dal giro. Esclusa. Estromessa. Fuori dal mondo della postmodernità.

E oggi mi sono comprata una camicia a righe. Verdi.

H&M da sempre un sacco di soddisfazione. Se entri con 100 euro puoi rifarti il guardaroba. Dal cappello alle mutande. A vestitini carinissimi, e camicie a righe verdi, per esempio.

Se solo avessi 100 euro.



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lunedì 7 maggio 2007 - ore 20:43


Telefonismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ciao.
Sono la nuova, moderna, tecnologica, costosa, capiente e totalmente inutile scheda sim da 128 K.

128 K di nulla.



Vuota, inesorabilmente vuota.


Andrò in giro a chiedere numeri di telefono, una collezionista di numeri di telefono. Come uno che non ha amici e va in giro a chiedere numeri, solo per avere una rubrica, e quando la mamma gli chiede con chi esce spara nomi a caso. E telefona a caso, perchè ha un sacco di numeri. E io no. Ho perso tutti i miei numeri.

Scrivetemi il vostro numero di telefono, grazie. Chiunque voi siate, per favore. Ho perso veramente tutto. E non ci sono paginegialle per certi numeri...
Via speedy o via sms, perchè da qualche ora ho di nuovo un contatto con l’esterno. Che mi è costato 8 euro.

Maledetta tecnologia. Ho sempre odiato queste cose.
E odio ancora di più tutti quelli che mi dicono "ma non ti è arrivato il messaggio che ti cambiavano gratis la sim con quella da 128?"... No, non mi è arrivato messaggio che mi cambiavano gratis la sim con quella da 128, non mi è mai arrivato.
E nessuno mi aveva detto che la mia sim aveva una scadenza.
Il latte ha una scadenza, lo jogurt, le bistecche, anche i surgelati e le patatine in sacchetto hanno una scadenza.

Ho di nuovo il mio numero di telefono, ma non so che cazzo farmene perchè non ho nessuno da chiamare o da messaggiare, perchè non ho più i miei numeri di telefono.

Ho perso il numero di Diego da Pesaro, con il quale a Bologna avevo fatto una gara perchè gli avevano detto che i veneti bevono tanto e lui diceva che bevevano di più i pesaresi, e ho vinto io.
Ho perso il numero di Michele, il mio primo amore.
Ho perso il numero di quella signora che mi chiamava una volta alla settimana chiedendomi se ero Stefany, e io le dicevo di no, ogni settimana.
Ho perso il numero di Cristina, la mia Cris.
Ho perso il numero di Rosanna, la mia compagna di stanza pornostar che per farlo strano col moroso usava il mio letto di nascosto, e per ricompensa mi diceva che potevo fumare in camera.
Ho perso il numero di Monica, con la quale avevamo fotografato la fuga dei pomodorini dal frigo la sera prima del mio esame di storia.
E chissà quanti altri numeri ho perso.

Ci penserò un po’ alla volta, mi ricorderò che ce l’avevo, e invece non ce l’ho più. E avrò voglia di sentire qualcuno, e non potrò farlo.
Perchè la mia merda di sim si è smagnetizzata, stronza.
E anche il tipo del servizio clienti di oggi, fottiti stronzo.
E non chiamarmi mai più signora.



Dillo adesso. Dai.



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domenica 6 maggio 2007 - ore 12:25


Telefonismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Credevo di dover recitare un requiem per il mio vecchio Nokia, che sta lentamente perdendo tutte le sue funzioni vitali. Mi ero già preparata psicologicamente all’addio, al funerale del mio adorato piccolo, comodo, leggero, simpatico Nokia. Il mio vecchio, malandato, responsabile, cauto, adorato compagno di viaggi - il mio contatto con il mondo esterno. Il mio cellulare senza fotocamera, senza bluetooth, senza infrarossi, senza porcherie, che mi ha seguita a New York, Parigi, Berlino, Roma, Venezia, Firenze. Ha girato il mondo, il mio piccino.
Con i suoi numerini cancellati, e il tasto di accensione eroso dall’utilizzo. Che se non ho le unghie non posso accenderlo.



Telefono che attualmente ha un costo di mercato di 45 € nuovo.

E invece sono costretta a dare l’addio alla mia sim.
La signorina del 190 ha detto che si è smagnetizzata. Sono stata poco fine quando le ho chiesto "e come cazzo ha fatto a smagnetizzarsi??", e lei cortesemente, capendo il mio stato mentale, ha detto che capita, se la scheda è molto vecchia. E la mia a quanto pare è molto vecchia. Allora con la stessa eleganza ho sussurrato "e io adesso cosa dovrei fare?", e lei mi ha detto di andare in un centro Vodafone, a chiedere che mi rifacciano la scheda.
Che mi salvano la tariffa, il traffico, le promozioni. Ma che ho perso tutto perchè mi devono dare una nuova scheda.
Perchè la mia si è smagnetizzata. Così, per niente. A casaccio.

Siccome sfiga vuole che si sia smagnetizzata di domenica, devo andare al centro Vodafone domani, e oggi sono senza contatti con l’universo umano.

Questo significa che da martedì, chiunque voi siate, se avete il mio numero di telefono e volete che io abbia il vostro, mi dovrete mandare un SMS che mi ricordi il vostro numero di telefono.
Fimatevi e scrivete: SVEJA BAUCHI.
Capirò, e salverò il vostro numero.

Perchè ho perso TUTTO.

Perchè siccome il mio telefono stava per morire, avevo trasferito tutti i numeri più importanti sulla sim card, quelli difficili da reperire, quelli di amici che non vedo molto, di gente lontana. Con orgoglio, intuito l’imminente dramma, avevo trasportato tutto sulla sim.
La volta che sono previdente, la volta che faccio la persona matura, la volta che invece che lasciarmi trascinare dagli eventi tento di sconfiggere la sfiga che mi perseguita, e salvo tutto dove sono sicura che nessuno me lo possa portare via.

Imparate dai miei errori. Sì, potete ridere, ma poi imparate dai miei errori. Le rubriche con la copertina in ecopelle e le letterine a lato sono molto, molto più comode. E non si smagnetizzano.


Ho perso tutto.

Torno indietro nel tempo.



E per restare in tema col post precedente, meno male che non ero in PMS se no la povera signorina del 190 sarebbe stata aggredita con ingiurie irripetibili, probabilmente annegato il mio dispiacere nell’alcol.
Ah no, l’ho fatto ieri. Come son previdente. Ero contenta, ma sapevo che avrei avuto qualcosa da annegare. Sono sempre la numero uno.


American Hi-Fi - Flavor Of The Weak

She paints her nails and she don’t know,
He’s got her best friend on the phone.
She’ll wash her hair, his dirty clothes,
Or all he gives to her.
And he’s got posters on the wall
Of all the girls he wished she was.
And he means everything to her.

Her boyfriend,
He don’t know
Anything
About her.
He’s too stoned,
Nintendo.
I wish that I could make her see,
She’s just the flavor of the weak.

It’s Friday night and she’s all alone,
He’s a million miles away.
She’s dressed to kill, but the TV’s on,
He’s connected to the sound.
And he’s got pictures on the wall
Of all the girls he’s loved before,
And she knows all his favorite songs.

Her boyfriend,
He don’t know
Anything
About her.
He’s too stoned,
Nintendo.
I wish that I could make her see,
She’s just the flavor of the weak.
Yeah.

Her boyfriend,
He don’t know
Anything
About her.
He’s too stoned,
He’s too stoned,
He’s too stoned,
He’s too stoned.

Her boyfriend,
He don’t know
Anything
About her.
He’s too stoned,
Nintendo.
I wish that I could make her see,
She’s just the flavor of the weak.
Yeah she’s the flavor of the weak.
She makes me weak.


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