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shaula, 32 anni
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STO LEGGENDO








HO VISTO

I miei angeli custodi





STO ASCOLTANDO

Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...



.. senza dimenticare Grace Papaia.


ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



********************


Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor




***********************

C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.

***********************




"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".



Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.




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martedì 27 febbraio 2007 - ore 08:45


Compleannismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Purtroppo non possiedo documenti probatori della mini vacanza a Firenze terminata ieri e organizzata in tutto e per tutto dal mio amore per festeggiare in modo originale il mio ventiseiesimo compleanno. La sveglia mattutina a seguito della festa di sabato sera ha fatto si che una percentuale molto alta della mia materia cerebrale rimanesse confinata tra le mura trevigiane della mia cameretta, assopita nel caldo piumino che ancora culla i miei sogni domestici. Insomma, ho dimenticato di mettere in valigia, oltre a biancheria di ricambio, pettine, spazzola, borsa da sera e calzini, anche la macchina fotografica. Maledetta me. Passi per il primo giorno che “piove governo ladro” ed era difficile pure camminare, ma lunedì era una meraviglia di cielo azzurro e nuvole rapide. E poi Firenze è sempre Firenze, incantevole Firenze, anche per soli due giorni. Peccato essere una tale testa di cazzo. Ergo, non portando testimonianza della nostra amorosa trasferta, inserisco alcune delle poche foto che sono state scattate sabato a casa mia, quando con un gruppo di amici attendevamo la mezzanotte per cantare quella canzoncina che tanto mi mette in imbarazzo.

No, non ho passato due giorni con la stessa biancheria. La prima tappa del nostro soggiorno è stata Calzedonia, la seconda Intimissimi. E sono stata piacevolmente sconvolta nel trovare slip semplici e comodi a un prezzo onesto e intelligente, non come quei perizomi da 9 euro grandi come bottoni. E siccome ho ritrovato il piacere di amare me stessa e di coccolarmi, e siccome sono stanca di rimuginare su acquisti rimasti semplicemente ipotetici per la mia smania di risparmiare, mi sono comprata due paia di scarpe bellissime. Era tanto che non facevo qualcosa per me. Maury mi ha accompagnata in questo tour gastronomico massacrante (non credo possiate immaginare cosa abbiamo ingerito in 36 ore toscane). Ho riscoperto me stessa, mi amo. E amo le mie scarpe nuove.

Alcune foto mal riuscite



Alcuni regali




Alcune facce di cazzo


Alcune persone




Alcune donnine mie


Alcuni amanti di Maury






Alcuni ospiti squilibrati



Cioè. Io secondo loro ho 26 anni. Ma chi lo direbbe mai? Ma fatemi un piacere. Che fino a ieri me ne davano 22 e io dicevo no, 3 di più. Adesso dico no, 4 di più.
Ma chi me li da 26 anni? Ma li dimostro? Zero, meno di zero. Una ragazzina, una cara giovane ragazzina. Dai, non li dimostro. Dentro o fuori sono sempre un’adorabile piccola Silvia.


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venerdì 23 febbraio 2007 - ore 21:04


Macchinismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non me n’è mai fregato niente di macchine. Meno di zero, sottozero. Un freddo poeare poeare*. Non mi è mai passato per la testa di leggere un Quattroruote, non ho mai guardato il motore di un’auto. Non mi sono mai messa ad ascoltare i motori che passano fuori casa per vedere se riconosco la cilindrata.

Ma da quando lavoro lì in mezzo, alla concessionaria Fiat intendo, inizio a parlare come un uomo, diesel cavalli plancia cambio automatico ma no dai e dove lo metti il piacere della guida? La mia femminilità sta giocando a nascondino. I primi giorni andavo in gonna e stivali per far bella figura. Adesso mi manca la barba incolta per essere un venditore di automobili che si rispetti. Scarpe da ginnastica, maglioncino e camicia, jeans, sportivetta, con l’aria di chi sa tutto e ti vuole spiegare. Intorto la gente, faccio la simpaticona, la piaciona, e poi dai, sono fatta per vendere, perché ho il viso pulito e dolce di una che non potrebbe mai mettertela in culo, dai.
E poi grazie a una collega ho scoperto un sito, che è www.fiat500.com e ho creato la mia 500. E’ bellissima. Le ho dato pure il nome, come a un cucciolo. Ma le ho dato il mio. Come Piersilvio, ma senza Pier. Pensate che ridere Piershaula. Dai, è veramente inquietante. Ed effettivamente orribile. Ma mi fa un sacco ridere. Quasi quasi ci ripenso e cambio nome alla macchina.


* Poeare poeare è una barzelletta, che adesso vi racconto.

Siamo al polo. Distese di neve e ghiaccio. C’è un orso bianco piccolo che va da suo papà orso bianco grande e gli chiede: "ma papà, noialtri semo orsi poeari poeari?" Il papà lo guarda un po’ stranito, ma con l’amore paterno negli occhi, e poi gli dice: "certo, siamo proprio orsi polari, bianchi e polari."
"Ma semo poeari de generassion?" chiede ancora il piccolo orsetto, e il papà, nonostante la domanda insensata, gli risponde di nuovo: "ma certo!"
Allora il cucciolo gli chiede: "ma el nonno, iereo orso poeare poeare? E a nonna?" Il papà sorride bonario, e gli dice: "ma certo, erano entrambi polari, orsi polari, e di generazione."
"E el bisnonno? Iereo orso poeare poeare de generassion?" Il papà orso inizia a spazientirsi. "Certo, erano tutti orsi polari di generazione. I nonni e anche i bisnonni, le nonne e le bisnonne."
L’orsetto non è soddisfatto... "E a mamma? Sea orsa poeare?" Il papà è nervoso. "Sì, è orsa polare." "Ma poeare poeare? De generassion anca ea?"
Il papà non ne può più. "Sì! I bisnonni sono orsi polari, i nonni sono orsi polari! Io sono orso polare e la mamma è orsa polare! Ma perché tutte ste domande? Cosa succede?"
"No... Domandavo... Perché mi gavaria un fià de fredo."


A parte che il cucciolo parla dialetto trevigiano. Questa fa ridere punto e basta. Mi fa sbarellare.

PS: il mio fratellino sta bene, è tornato dall’ospedale, è a casa con me, e oggi è di nuovo una bella giornata.


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giovedì 22 febbraio 2007 - ore 13:46



(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ho bisogno di staccare. Ma non posso, non ho il tempo di staccare. Ci sono troppe cose da fare, e non posso far scivolare niente in secondo piano. Sembra tutto più importante di tutto. Inizi e finisci di corsa, col fiatone, ogni giornata. Correndo, ansimando, perdendoti attimi, momenti. Non cogliendo le emozioni, evitando di pensare o pensando troppo.
Ho bisogno di staccare. Ho le spalle piccole, non vedete? Sono fragile, sono debole, sono delicata. Sono triste, sono stanca, sono piena di turbini e temporali dentro la testa. Un uragano di repressione, di mutilazioni, di mancanze. E quello che manca è il mio tempo, il mio preziosissimo tempo, i miei minuti ritagliati. Voglio qualcosa che sia mio, qualcosa che venga prima degli altri. Qualcosa che sia mio e mi faccia sentire la prima cosa importante del mio mondo. E’ chiedere troppo? O è il chiedere, che è troppo...
Febbraio sta terminando e non mi sono accorta del suo arrivo. È stata una continua successione di problemi, di imprevisti, di sorprese, di tutto. Come posso aver perso un mese? Come posso aver dimenticato un mese del calendario?
Lavoro di qua, lavoro di la, lavoro dall’altra parte. No, non posso avere 4 lavori contemporaneamente. Per quanto siano dei part time non posso. Ho bisogno di soldi. Ma ho bisogno di spazi, di tempi, di ritmi che siano ritmi, che sia una sveglia che porti delle certezze che seguano delle cause e degli effetti certi, sicuri, quotidiani. Ho bisogno di capirmi, e non mi capisco più. Ho bisogno di studiare, dopo l’esame a inizio mese non ho più aperto il libro, e la volontà c’era. Eppure sembra impossibile. Ora che Giovanni è in ospedale ho perso anche l’entusiasmo, la grinta, il cervello. Il tempo passa velocissimo e sembra non passare mai. Com’è assurda questa cosa. Minuti che volano perché non bastano mai. E non passano perché sono cupi, neri, scuri e tristi come mai sono stati. Non ho niente dentro. Mi sono svuotata, mi sono strappata la pelle, mi sono strappata la carne. Sono un soffio d’aria. Sono una goccia di sudore. Sono niente.
Ho bisogno di smettere, di fuggire. Si, di scappare, da codarda, da vigliacca che non sono altro. Voglio del tempo per me. Voglio pensare alla mattina e sapere che posso fare qualcosa, che nulla turberà la mia giornata. Voglio poter volere qualcosa, e cercar di prendermelo. Voglio decidere di quel che mi succede, di quel che mi merito, di quel che mi guadagno. Sono stanca di sopravvivere aspettando che qualcuno modifichi i miei piani, di accontentare gli altri e non essere mai soddisfatta di quello che faccio. E mai soddisfatti loro, e mai un grazie. Ho bisogno di un grazie, uno solo, piccolo, sussurrato grazie, per sentire che ci sei, che non mi hai lasciata così sola.
E domenica, che dovremmo partire. Domenica che è il mio compleanno e andiamo a Firenze, una sola notte per staccare davvero. Domenica non so se arrivo a domenica. Non ho voglia di fare niente, ho troppo da fare. Non ho la testa per partire, non ho le gambe, non ho gli occhi per vedere le meraviglie che amo. Non posso partire, non ne ho il tempo. Non posso lasciare tutto qui, ci vuole tempo. E non ho tempo. Vorrei dormire, ma non riesco a dormire. Ho troppo da fare e non riesco a fare tutto.
Mi manca Giovanni, mi manca il tempo, mi manca un mese dal calendario. Mi manca tutto. Mi manco io. Ho trascurato le mie amiche, i miei hobby, il mio tempo, il mio amore, il mio studio, i miei familiari. Ho trascurato, ho dimenticato. E ricordo solo che il tempo passava e correva più forte di me. E non riuscivo a fermare una corsa che non portava da nessuna parte.


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mercoledì 21 febbraio 2007 - ore 10:03


Giova(N)nisimi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ieri mio fratello minore è stato ricoverato in ospedale per un sospetto ascesso tonsillare. Povero stella mia. Sono andata a trovarlo appena ho potuto, ho monopolizzato gli orari di visita (solo due, 15-16 e 19-20), ho adempiuto perfettamente alla parte della sorella amica rompicoglioni, ho scarrozzato in giro i suoi amici che erano venuti a trovarlo, gli ho comprato riviste cruciverba e gli ho prestato un libro carinissimo, che tanto so non leggerà mai. Meglio, così non me lo rovina. Tiè.
Ieri, insomma, cercavo di spiegare a quei ragazzi, dei quindicenni instabili ormonicamente e psicologicamente, quanto è bella la lingua italiana, com’è dolce, elegante, sfumata, lirica e delicata rispetto al cacofonico tedesco o il rocambolesco eccessivo virtuosismo che risulta dalla pronuncia francese… Le infinite meraviglie della lingua di Dante! L’evoluzione dei vocaboli, i neologismi tecnici e informatici che camminano a braccetto con il computer e gli esterismi inseriti giorno dopo giorno in un vocabolario sempre più ricco di parole straniere, come anche una lingua che si emancipa culturalmente e socialmente, una lingua sempre più duttile ma dilettevole. Una delle cose che mi divertono di più sono le parole ambigue, quelle con due o anche più significati. Una cosa che mi intrippa tantissimo è cercare altri contesti o ambiti in cui una parola può essere inserita modificandone il senso, facendola divenire simbolo di qualcos’altro... Un continuo stimolo cerebrale...

Ovviamente i quindicenni dei miei discorsi hanno seguito solo il primo minuto e mezzo. Si sono risvegliati dal torpore in cui erano scivolati sul sedile posteriore della mia macchina (avevo dimenticato l’aria calda a manetta) solo quando ho iniziato con gli aneddoti delle superiori.
Perché è così importante dire “ho fatto casino”? Ho raccontato la cosa simpaticissima della prof di matematica in 5° che voleva trovare l’errore nel libro, perché il mio risultato dopo l’esercizio alla lavagna corrispondeva con quello del testo, e non ci voleva credere, e soprattutto doveva darmi un voto sufficiente, cosa che non succedeva da svariati mesi. Invece era giusto, e mi ha messo 7 sulla fiducia. Luca e Michele, i miei passeggeri, hanno preferito sentire le storielle dei golpe di classe, delle nostre sospensioni, degli 8 in condotta e le rivoluzioni armate contro il corpo docente, delle assemblee di istituto, delle fighe, sicuramente più donne ma non tirate quanto quelle che girano per le scuole ora. Mi hanno ascoltata come un santone, come il capo di una setta.
La mia perorazione in favore dello studio dell’italiano non ha sortito alcun effetto, ed è prontamente caduta nell’oblio delle loro menti annebbiate dallo spritz. E questi ragazzini studiano al classico, non leggono libri, parlano solo di “fare casino”, “far ridere”, “fare battute bellissime” e offendere i professori quando sventuratamente danno le spalle agli alunni. Giovani d’oggi. E mio fratello è uguale, Giovanni d’oggi.
Ci tenevo a dire comunque che mio fratello sta meglio. Ho cercato di sdrammatizzare perché ero un po’ preoccupata, ma sembra vada tutto bene. Fa il figo, non si mette il pigiama per mantenere tono, ha dato astuti nomi in codice ai suoi compagni di stanza, e se la tira perché tutti gli stiamo addosso come a un bambino ed esaudiamo ogni suo desiderio. E ne approfitta, perché sa che io per lui farei di tutto. Ieri sera siamo stati in costante contatto telefonico per gli aggiornamenti di coppa dei campioni. Pensa. Mi è mancato stanotte, sentivo che non era a casa, il mio cuccioletto è in ospedale. Ma oggi me lo rimandano, perché è con la sua sorellina bella che deve stare!! Con la sua sorellina grande!! Che gli fa sempre regali e gli fa domande imbarazzanti sulle ragazze!! (A me però risponde, non lo dite ai miei, è un segreto…)

Ah, questo è Giovanni, 16 anni a giugno, foto dell’estate scorsa. Caro el me ben.



E da ieri odio i carri mascherati. Già mi stavano sul cazzo, non mi sono mai piaciuti, non li ho mai sopportati, i miei credevano di farmi un favore a portarmici ogni carnevale, ma io li odiavo. Mi facevano davvero pena, tutte quelle persone lì sopra che mi sporcavano, ed io ero teoricamente lì per dir loro quanto erano stati bravi a fare quel cazzodicarrodicarnevale. Mio padre recuperava la sua posizione di padre solo il martedì grasso, portandoci in centro, quando nè io nè l’altro fratello amavamo il carnevale. Cose che hanno preso senso qualche anno dopo. Sono diventate spiegazioni di fatti più recenti. Va beh, chiudo qua.
Comunque metterci 50 minuti per arrivare in ospedale, quando di solito me ne bastavano dai 10 ai 12, per colpa di questi stronzi che invadono le strade e occupano due corsie con faccioni in cartapesta di Berlusconi e Prodo, mi sembra davvero il massimo. Città bloccata, traffico in tilt dalle 3 alle 8. Pazzesco. 5 ore di panico, di code lungo ogni maledetta strada del centro e dei dintorni, inconcepibile. Che poi, chi cazzo se ne frega dei carri di Treviso, vorrei dire, fanno schifo. Vergogna.
Una cosa davvero schifosa.

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lunedì 12 febbraio 2007 - ore 10:26


Figurismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Intendo dire. Le figure, dai è una cosa meravigliosa. Non è che le fai apposta, se no non sono figure. Ma sono belle. Voglio un mondo di figure. Le vendo. Le presto. Apro un businnes di figure. Un negozio di figure, divise in reparti, per categorie. Quelle con l’autorità, quelle in pubblico, quelle con persone che ti sono simpatiche, quelle con gli sconosciuti. Le figure velate e quelle palesi. Un negozio di figure. Assumo solo personale qualificato. Che figura vuole? Ne ho messa una piccola in più, che faccio, lascio? Al massimo la tiene per la cresima di suo nipote, in occasioni del genere sono utilissime per sdrammatizzare o levarsi dalle palle la prozia con l’amplifon. Venga, prego, la accompagno nella sezione figure da un matrimonio.
Voglio un negozio di figure…
Dopotutto ho una forte vocazione per il commerciale.
Poi ci sono quelle figure che non sono esattamente figure, ma ci si avvicinano per la sensazione di caldo che ti assale dopo.
S sta per Silvia, che sono io. C sta per cliente del sabato pomeriggio che viene a vedere la nuova Bravo ed acconsente a rispondere alle mie domande, un lungo questionario di 60 fra crocette e risposte aperte, un C giovane e con tanto tempo libero, dall’aria apparentemente simpatica ed innocua. Apparentemente.

S: la prossima domanda secondo me è proprio sciocca, ma la devo fare…
C: dimmi…
S: allora, leggo testuali parole, “se Fiat Bravo non fosse esistita, che vettura avrebbe preso in considerazione?”. Dai, come fanno a farmi fare una domanda del genere… se la Bravo non fosse esistita io non sarei qui, non ti starei facendo le domande, e forse tu non saresti qui!!

S ride come una ragazzina. Che sagace considerazione! Che logica ferrea! Che sorprendente rapidità nel cogliere il giusto momento per commentare tale espressione! S alza gli occhi dal foglio, sospirando, soddisfatta del suo acuto e arguto senso dell’umorismo. Quel sorriso bellissimo che so avere io quando faccio una battuta che mi piace, quando il risparmio economico del divertimento e della regressione infantile consente al mio corpo di rilassarsi e mi concedo due minuti d’aria al cervello…

S: guarda che domande mi fanno fare…
C: e quindi? Cosa ti devo rispondere?

Ma me l’ha detto con una faccia. Ma con una faccia. Allora: non ho minacciato di morte la tua famiglia, non ti ho messo una bomba in macchina, non ho sacrificato il tuo cane a Gozer il Gozeriano, non ti ho detto che tua morosa è una troia. Ho fatto una battuta, era pure semplice. Perché non ridi? Perché non mi dai soddisfazione? Perché prima facevi il ganzo, facevi il personaggio con me, ti pavoneggiavi con la tua crestina passata di moda da almeno 5 anni, e adesso ti permetti di non ridere alla mia coinvolgente stravolgente simpatia? Allora sei uno stronzo. A me faceva un sacco ridere, ad esempio. Questa non può essere considerata una vera figura, perché sfigura in confronto alle altre. Questo può essere inserito nella categoria fraintendimenti. Ecco, si, circa. Può essere inserito nella categoria imbarazzo con figura, e non figura con imbarazzo. Anche se non è una figura. Ma ci va vicino vicino.

È che non avete visto la faccia di lui… stronzaccio.


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venerdì 9 febbraio 2007 - ore 09:23


Intervistismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Queste sono alcune. Ma ci vorrebbe la videocamera, sul serio. E’ un lavoro stimolante creativamente. Come un massaggio shiatzu, come se mi avessero aperto tutti i chackra, è rigenerativo. Appena ne ho di nuove le metto, perchè vi giuro è da morire dal ridere. Sempre.
Spesso.
A volte.
Raramente.
Sparatemi voglio farla finita.

S = Silvia
C X = Cliente, dove X sta per in numero progressivo dei clienti in ordine casuale e irrazionale


S: buongiorno! Posso farle qualche domanda?
C1: in realtà no, ho da fare, io.

S: buonasera, avrebbe 5 minuti per me? Le faccio solo qualche breve domandina…
C5: no, poi mi arriva a casa un’enciclopedia
S: ma no! Glielo prometto! Sono qui solo per testare il gradimento della nuova Bravo.
C5: anche quello dell’enciclopedia inizia sempre così.

S: buongiorno, le rubo solo pochi minuti per una breve indagine sulla nuova Bravo.
C8: mi son vegnù qua pa a Panda. Dove sea?

S: buongiorno!
C14: non è un buongiorno, mi scusi. Arrivederci.

S: buongiorno. Le rubo solo un paio di minuti, sono qui per int…
C15: cosa sono tutti quei brufoletti? Ha la fronte piena.
S: lo so, quando sono sotto esami lo stress si manifesta anche in questo modo…
C15: ah si? Che esame ha fatto?
S: storia dell’arte contemporanea.
C15: e cosa studia lei?
S: lettere moderne.
C15: siete troppi. E dovrebbe fare qualcosa per quei brufoli.

C26: lei è ancora giovanissima
S: si beh, sono giovane, ma non più una ragazzina
C26: glielo dico io, è giovanissima
S: lo prendo come un complimento… faccio 26 anni tra due settimane
C26: non lo dica a nessuno, non le crederebbero mai. Complimenti.

S ingenua: buongiorno, sta guardando la macchina?
C31: si, la sto guardando ora, mi sembra interessante, la Fiat finalmente .... [seguono 5 minuti di monologo interessante quanto un documentario sulle gravidanze bovine]
S ingenua: allora posso farle qualche domanda sulla macchina?
C31: certo! Io sono stato camionista per vent’anni, di macchine ne ho viste, poi … [seguono non scherzo 15 minuti di monologo su incidenti in autostrada, pass per disabili, macchine tedesche, negri e immigrati]
Collega in versione salvataggio estremo: Silvia, c’era una ragazza che ti cercava, lì in fondo, è meglio se vai subito…
S si sveglia: mi scusi, devo proprio andare, mi cercano tutti…
C31: va bene, tanto sono qui tutto il pomeriggio, la trovo io dopo per finire.

Capo area: mi dica signorina, com’è andata oggi?
S: abbastanza bene. Procede tutto secondo programma [gli faccio un breve sunto dei risultati ottenuti, gli mostro un foglio in cui gli ho segnato cosa emerge dalle interviste, diretto, semplice e chiaro, per punti]
Capo area: bravissima. Ottime doti di sintesi, intraprendenza, organizzazione, puntualità e l’ho sentita parlare, prima, lei sarebbe un’ottima venditrice.
S: la ringrazio, davvero…
Addetto: Alessandro, hai un momento per me?
Capo area: aspetta, prima accompagno questa signorina con una forte vocazione per il commerciale

Se non sono complimenti questi…

Integrazione odierna

S: la ringrazio per il tempo che mi ha dedicato... buona giornata...
C100: ah, lo sa che io ho il numero di telefono di Montezemolo?



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martedì 6 febbraio 2007 - ore 10:06


Circolismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


[anche se dovrei smetterla con gli ismi dopo la traumatica esperienza degli ismi in storia dell’arte contemporanea]

Avete mai riflettuto su questa cosa della circolarità della vita? Andata, ritorno. Partenze, arrivi. Ogni partenza determina un arrivo, ogni arrivo presuppone una partenza. Azione e rivoluzione, alla quale corrisponde una reazione. Ma anche nelle cose spicciole, è tutto rotondo, tutto circolare. Quando non hai niente da fare non c’è niente di bello in tv. Hai un compleanno nella foresta nera e contemporaneamente su tutti i canali trasmettono i tuoi 5 telefilm preferiti e un’intervista a Dio. Poi la sera dopo aspetti le repliche, e mandano in onda la De Filippi. È la ruota della fortuna – che è cieca ma rotonda. I soldi sono rotondi. La Terra è rotonda. La vita è un cerchio. Casca tutto là. Ma io, che sono un’irrimediabile romantica, mi tuffo a capofitto anche sui cerchi. In pittura, soprattutto in epoca moderna e contemporanea, la linea curva, la spirale e il cerchio venivano considerati simboli biomorfi, portatori del significato organico del mondo della vita. La linea curva, in numerosi scritti teorici sul disegno e sull’arte figurativa (tra i quali porto ad esempio quelli di Henry) è ricondotta al calore, alla gioia, alla serenità.
A me invece sto circolo vizioso invece mi sta esaurendo.

Dovrei andare a Padova a trovare i miei amici un giorno di questi, o possibilmente in varie rate e/o giornate per fare tutto quello che mi sono proposta. Ma devo anche studiare. Per studiare ho bisogno di tempo, che però devo anche dividere col lavoro. Se non lavoro non ho i soldi per andare a Padova. Se vado a Padova non ho tempo per lavorare. Inoltre se vado a Padova non studio, e se non studio non mi laureo, e siccome faccio lavoretti in cui si guadagna poco perché sono studentessa, non mi laureo, continuo a guadagnare poco e devo lavorare di più perché guadagno poco e sono ancora studentessa. E non vado a Padova. Ma vorrei andare a Padova perché per colpa dello studio e del lavoro non ho mai modo di muovermi fuori Treviso e mi sento soffocare. Devo decidere cosa fare del tempo che mi avanza, contando che dormire mi è diventato indispensabile. Devo fare una selezione di priorità. Possibile che siano tutte priorità?
Oggi e domani sono libera, se e solo se non devo iniziare il volantinaggio per la mostra dei gatti. Giovedì mattina lavoro all’ippodromo. Giovedì pomeriggio e venerdì e sabato all day long continuo il lavoro che ho iniziato questi passati sabato e domenica, e cioè ricerche di mercato e interviste con sopralluogo in un concessionario Fiat per il lancio della Nuova Bravo. Con tanto di exit pol cubitali. Domenica lavoro di nuovo lì perché Maury ha ceduto a me il lavoro visto che ha un inizio di influenza e non ce la fa a completarlo come era nei nostri piani. Ok che l’esame l’ho appena passato, ma ce ne sarebbero altri da fare, adesso. Tipo che avrei bisogno di studiare, ma ho anche bisogno di soldi, e vorrei andare a Padova. Allora o lavoro o vado a Padova. Studiare ancora per pochi giorni non mi ci metto. Ma se vado a Padova non lavoro, e non ho i soldi per andare a Padova.

E si torna al ragionamento di due capoversi fa. Tutti dicono, studia che poi quando inizi a lavorare è peggio. Ne sono consapevole. Ma fate voi gli studenti con 4 lavori sulla schiena, 4 capi col fiato puntato sul collo, gli ultimi 3 esami nella testa, e tante altre cose che par di no, ma impegnano.
O impegnano me, non so, magari sono diversa, no ghe rivo. Tutti dicono da studente non hai niente da fare, puoi occupartene tu. Regali, compere, spese, pulizie, bollette, banca posta farmacia. Invece è proprio perché sono studente che non ho tempo, perché i minuti che uso per andare in giro sono tolti allo studio, e siccome non li sfrutto neanche per lavorare perdo soldi e pagine. E finisce che faccio la studente finché non mettono il prepensionamento studentesco a chi ci ha provato a fare l’università, ma mica ci è riuscito.



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domenica 4 febbraio 2007 - ore 14:12


Bussismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Siccome ho solo l’esame di storia dell’arte contemporanea prossimamente, e siccome sono solo presa di merda, e siccome sono solo molto indietro con la preparazione, mi metto a fare ragionamenti sconclusionati - nel senso che non hanno conclusione perchè è meglio lasciar stare, potrebbero essere conclusioni paradossali, cioè non conclusioni, e quindi la negazione della conclusione è la non-conclusione o s-conclusione. Appunto sconclusionata. Come questa frase.
Dicevo. Pensavo. Quando si esce da un negozio, uno qualsiasi, il barbiere la farmacia la tabaccheria la boutique si ringrazia e si saluta. Commessi commesse e lavoratori co.co.co. prestano un servizio, e quindi si saluta e si ringrazia, per pura educazione, come insegnano le mamme.
Io quando salgo in autobus, se salgo davanti, saluto sempre. Sempre il mio simpatico solare sorridente educato cortese modesto buongiorno. O buonasera, ma è ovvio, dipende dai casi, dipende dall’ora in cui prendo il bus. Saluto quando salgo. E quando scendo? Nessuno saluta l’autista e lo ringrazia per il servizio. Nessuno, neanch’io. Si ringrazia il postino, il concessionario, il pescivendolo, e non si ringrazia il conducente di bus. E’ un servizio anche quello, non è che stanno su quel sedile a molle per niente. Eh. Che poi sono per lo più simpaticissimi, sono come i bikers e i runners (infatti sono drivers) e si salutano con un cenno di mano o di testa ogni volta che si vedono, che si incrociano per strada. A parte qualche cattivo esempio i conducenti di autobus sono belle persone, le pecore nere ci sono anche nelle migliori famiglie, dice mia mamma. Ma nessuno li saluta, nessuno ringrazia. Io lo faccio sempre quando salgo, cosa che non è da tutti.
Pensate, come sarebbe se la gente salutasse l’autista? Tutti in coro, ciao grazie!! Pensa che minestrone di voci!! Pensa che macedonia di saluti!! Mi riferisco per esempio agli studenti che tornano da scuola, che scendono in massa con i loro zaini pesanti, e tutti insieme ciao grazie!! Come al bar, come in cartoleria. Sarebbe carino, per lo meno educato. E’ solo un saluto dopotutto. Ma chi ci pensa. Poveri autisti di autobus.
Non è che da domani li vado a salutare quando scendo, perchè suppongo che il loro interesse in merito sia minimo. Ma mi dispiace per loro, perchè sono una persona socialmente utile e che riflette su tutto ciò che le sta intorno, anche quando non ha senso farlo - e soprattutto che si illude che queste siano riflessioni. Tutto qui.
L’avevo detto che era sconclusionato.



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venerdì 26 gennaio 2007 - ore 11:11


Bloggismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


26 gennaio 2032

Sono andata a trovare la Ceres in libreria oggi. Quando si è liberata di alcuni finti intenditori illetterati (e lascio a voi immaginare in quale modo si è liberata di loro e delle loro ovvietà), siamo andate nel suo studio di sopra. Le ho detto un sacco di volte che dovrebbe prenderne uno più grande, ma risponde sempre che ormai ci è affezionata, e che abbiamo cominciato tutto lì. Ha detto che il mio libro si vende bene, ma non è buono come i primi, che erano tutta un’altra cosa. Voleva rimproverarmi lo so, quindi ho cambiato discorso con una repentina presa di parola. Non intendevo assolutamente parlare di lavoro.
Le ho detto che arrivando da lei, in auto, stavo ascoltando il programma radio di Momo, e ho scoperto che Don Marco è uno fra i nomi proposti per la prossima elezione papale! È papabile, quindi. È vero che negli ultimi anni il ruolo del pontefice si è notevolmente ridotto, ma Don Marco! Volevo chiamare, ma me lo immaginavo già Momo che sorrideva compiaciuto davanti a mille luci accese con telefonate in attesa di poter commentare l’evento, e ho pensato che avrei dovuto fare la coda per poter dire la mia. Era stato divertente intervenire come ospite in trasmissione, ci ero stata anni fa per presentare il mio secondo romanzo. Tant’è.
La Ceres allora mi ha chiesto quando le porterò il prossimo manoscritto, che gli ultimi non erano esattamente ciò che si aspettava da me, che aveva bisogno di un’opera nuova. Le ho detto che di soldi ne abbiamo già fatti a palate, che ora sto sperimentando nuove tecniche di scrittura, nuovi livelli di comunicazione letteraria. Ha riso, sostenendo che sono tutte scuse. Affermazione tendenziosa e falsa, visto che le cose stanno proprio così. Solo che la prima volta che le dico qualcosa non mi crede mai.
Ha detto che ormai su spritz ci scrivo solo io. E che sono vecchia per avere ancora un blog. Ho sentito Enrico, il Webmaster, perché da alcuni anni ha mollato, e si vede poco. Non vorrà mica lasciarmi senza blog, vero? Ho una certa età ormai, certe sorprese potrebbero uccidermi. Non si varia la routine di una cinquantenne in crisi creativa.

Siccome non scrivo per niente, e siccome sono scrittrice artista e quindi narcisista e bisognosa di attenzione, e scrivo non solo per me ma anche per essere letta, e siccome non ricevo più le visite di una volta, e siccome non sopporterei il dolore di essere "chiusa" insieme ad un sito, forse mollerò il blog anch’io. Sono rimasta l’ultima affezionata di spritz, ci scrivo sempre con passione, con amore, è il mio radicchio blog dopotutto e non ce n’è uno solo di più bello in tutto il mondo. Ma ormai è vero, ci sono solo io, e non sono più giovane ed entusiasta come una volta. Ho una certa età, ho bisogno di riposo, non riesco più a passare molto tempo davanti al computer perchè gli occhi non hanno la stessa resistenza di quando avevo vent’anni.

Mi mancherai, spritz.it, compagno di così tanti anni di scrittura e non-scrittura. Mi mancherai perchè una volta era davvero bello.




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giovedì 25 gennaio 2007 - ore 13:05


Pioggismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Nei giorni di pioggia assumo un ambiguo atteggiamento dogmatico: nonostante i reumatismi e i dolori articolari dovuti all’umidità e nonostante le paranoie che mi assalgono quando devo portarmi l’ombrello, trovo il tempo per risolvere i problemi della galassia con il solo potere della mente, muoio e resuscito il terzo giorno e, quel che è peggio, mi lancio in edificanti monologhi che hanno come unica spiegazione la canzone che mi gira per la testa. Fino ai 10 anni se pioveva si cantava che piove, piove la gatta non si muove si accende la candela e si dice buonasera. Era una nenia rassicurante, la piacevolezza e il calore della candela esorcizzavano la pioggia e la forzata reclusione in casa. E poi diciamolo, era quello che passava il convento, eravamo succubi di maestre dalla fantasia costipata. Ma dopo l’adolescenziale scoperta di Jovanotti il mondo non è stato più lo stesso, e ogni giorno che senti le gocce che cadono sul tetto… credevi che oramai le tue piantine, si eran seccate non sarebbero cresciute più, piove senti come piove madonna come piove senti come viene giù. U!. Jovanotti apre il mondo della pioggia all’adolescente, ai baci con i capelli bagnati e il bomber stonfo marcio. E come mi conferma la mia amica Dany, ogni italiano dai 24 anni in su sa che piove senti come piove madonna come piove è l’inno dei nostri anni a una pioggia che prima di allora ricordava solo gatti e candele.
Ho un amico (Luca, per la precisione), che per ogni parola trova una canzone. Con pioggia o piove ne troverebbe a migliaia, ne sono sicura. È un pozzo di conoscenza per queste cose, non so come faccia. Se gli dici giardino di chiodi arrapati lui ti trova una canzone. Se gli dici bicicletta sadica contro un palo dondolante lui ti trova un’altra canzone. Esistente, ovvio. Se gli dai una parola comune, banale, ti trova l’unica canzone a cui non avevi pensato, che però fatalità c’azzecca meglio. Le sa tutte. Parte dai Sanremo di Nilla Pizzi per arrivare a Gattomatto, perché lui dice che per odiare bisogna conoscere. Quindi suppongo che lui avrebbe molte più opzioni da offrire alla Dany, mentre io le canto solamente che non eri tu che ormai ti eri rassegnata e che dicevi che non ti saresti più innamorata la terra a volte va annaffiata con il pianto ma poi vedrai la pioggia tornerà U!. A dire il vero ieri ho tentato con la strada scende la pioggia ma che fa crolla il mondo addosso a me per amore sto morendo, ma non ho avuto un gran successo.
Purtroppo, avendo sofferto a periodi alterni della sindrome esterofila, ho scarsa conoscenza delle nuove leve musicali italiane, oltre che di quelle straniere, e vengo sorpassata vergognosamente sul traguardo. Ad esempio, adesso ascolto Fausto Leali, che non ha senso, ma per dire cosa ascolto quando ho esaurito Elio. E mi ha esaurita Vasco con l’ultima pubblicità della Vodafone, perché è una canzone da pubblicità della Vodafone, diamogli una settimana in più.

Ecco, non dovevo parlare di questo. L’argomento doveva essere la mia gioventù, avevo deciso di parlare del mio rapporto con le discoteche e con la gioventù, appunto. Se non la smetto con queste digressioni un giorno rimarrò da sola e qualcuno si stancherà di leggere il mio blog, rimarrà solo la Ceres che aspetta una buona idea per sto cazzo di libro che non arriva, perché anche a lei servono soldi e vuole farli con me, o sfruttando me, o pubblicando me.
Sta già succedendo. Ho già varcato la soglia della sopportazione.



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