Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...
.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.
so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...
e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...
... oppure faccio porcherie come questa...
... o quest’altra...
Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol Stea dell’universo Dime che no a ga perso a strada Dime che in scarsea ga sempre Un toco del me cuor Un toco del me amor
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C’è un attimo da fermare: chi lo riconosce è felice.
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"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".
Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi. Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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domenica 6 maggio 2012 - ore 14:10
Modellismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Permettete a una povera donna di tirarsela. Un pochino, dai, per favore. Una volta sola.
Allora, antefatto. Un giorno una mia amica fotografa aveva bisogno di una persona per fare dei test di foto, da mostrare a una stilista per la quale doveva fare un servizio di moda. La signora non si fidava del tutto del lavoro, quindi voleva farle vedere come sarebbe uscito... Per farla breve, lei mette un annuncio su Facebook e io mi candido, io unica. Ci mettiamo daccordo, durerà poco, dovrò fare da modella. Mi lancio in questa avventura. Per ridere, per fare un po la vamp, per fare una cosa diversa dal solito. Andiamo in questo posto, un edificio con negozi vari, ci mettiamo dieci minuti, di corsa, mettiti lì, sorridi, no non così tanto, un po meno. Stai morbida, sei tesa. Sì, sei tesa. Sta più morbida. Sorridi. No, non così, meno. Di più. E avanti. Io mi lascio trasportare. Mi pareva di essere davvero su un set. E mi dice, te le mando appena le rielaboro per la stilista. Bon, passano due, tre giorni, le mando una mail. Niente. Allora smetto di pensarci, che tanto, chissene. Beh, ieri mi ha mandato alcuni scatti. Oh, gente, che figata. Lunica cosa che mi dispiace è che ho imparato tardi a mettermi in posa, e adesso che sarei preparata non se ne fa più niente.
Ma se vi capita fatelo anche voi un servizio di foto, per gioco. È divertentissimo.
Pensate che carina, si è pure giustificata che non erano le condizioni migliori, e che di solito ci mette almeno unora a fare un servizio e noi ci abbiamo messo dieci minuti... Ma cosa le dovevo dire? È riuscita a rendermi quasi figa. Spettacolo.
Avete visto? E’ tornata la stagione dei pelucchi. Lo dico con serenità perché non sono allergica. C’ho solo una piccola allergia alla parietaria (mi pare si chiami così, pensate un po’, non mi ricordo neanche come si chiama la mia unica allergia). Che poi non mi ricordo neanche quando viene fuori e non mi crea nemmeno tanti disagi, tipo fazzoletti starnuti e robe del genere. Poi vabbeh, sono allergica all’amoxicillina, ma ormai il mio medico l’ha imparato. Se l’è scritto sull’agenda sotto la casellina col mio nomecognome, in stampatello rosso, e non rischio più di morire ogni volta che mi dà un antibiotico.
Ma stavamo parlando d’altro. La primavera quest’anno ci ha messo un po’ di più a venir fuori ma adesso è completa. Lo si capisce da piccoli ma importanti dettagli.
Le sciarpe ce le hanno addosso solo le donne perché è un accessorio fondamentale - e gli uomini delicati di salute o i dandy modaioli. La sera c’è un sacco di gente che fa aperitivo. Le borse diventano più piccole. La roba in frigo scade molto prima. Ci sono profumi bellissimi in giro per la città e la campagna, quando passi davanti a certi campi o certi archi di fiori. Si beve meno vino rosso, più birra e spritzetti. Una persona su dieci che incontri per strada è in dieta. I commercianti si lamentano che sarà una stagione breve.
In particolare, per quanto riguarda me, l’arrivo della primavera determina ed è determinato da alcuni fattori:
Metto vestiti a fiori e calzini con le ciliegie. Metto magliette con disegnati davanti i cartoni animati o le favole. Le mie gambe hanno assunto una forma prevalentemente estiva. Non ho ancora messo fiori in testa perché per quello è ancora prestino, ma stanno arrivando, giuro. Ho un sacco di voglia di shopping. Ho soprattutto perso il colore verdemorte dal viso e mi sto dilettando nello scoprire ogni giorno un segno diverso di sole sul mio corpo.
Ma soprattutto, in generale, sono tornati i pelucchi. Pelucchi è una parola bellissima.
Oggi va così, perché ho poco tempo e volevo scrivere qualcosa per farmi passare questa cosa dalla testa. Invece non passa. Vabbeh, signori miei, volemosebbene.
Alla fine, io volevo solo scrivere dei pelucchi, il resto è venuto da solo. Brainstorming.
Per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo Cirano
Cirano Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.
Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l’ ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L’arrivismo? All’ amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!
Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese. Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato; coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!
Ma quando sono solo con questo naso al piede che almeno di mezz’ ora da sempre mi precede si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore che a me è quasi proibito il sogno di un amore; non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute e quando sento il peso d’ essere sempre solo mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo, ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo, ma sono triste perchè Rossana è bella, siamo così diversi, a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...
Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’ altra vita; se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito, guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!
Io tocco i miei nemici col naso e con la spada, ma in questa vita oggi non trovo più la strada. Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo: dev’ esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto. Non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono solo un’ ombra e tu, Rossana, il sole, ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora ed io non mi nascondo sotto la tua dimora perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano
praticamente una continuazione del post precedente (a modo suo)
Cose spiacevoli degli ultimi giorni
Ho sbagliato a comprarmi il profumo. La scatola era uguale, il prezzo uguale, il nome uguale. Ma c’era un sottotitolo che non avevo notato e ho comprato la “deviazione sul tema” più primaverile, ha detto la signora della profumeria quando sono tornata lamentandomi. E mi ha detto, sostanzialmente, che sono cazzi miei (ma come lo direbbe una signora che lavora in profumeria). Sono molto contrariata. Mi sta pure abbastanza bene ma non è il mio. E me lo dovrò ricomprare e sono proprio scema. E pagobancomat, again.
Mi si è sciolto un cioccolatino in borsa e ho crema di cioccolato su telefono, lucido, matite, penne, specchietto (avevo perfino lo specchio, sono diventata donna da pochi mesi, con uno specchio in borsa, ed è tutto marrone). E sulla borsa, ovviamente. Lavo o non lavo? Non lavo. Il profumo di cioccolato non è malissimo.
Inoltre la Nutella è prepotentemente tornata a far parte della mia vita. La solitudine fa strani scherzi.
Tener fermi pezzi e notizie finisce che o escono da altre parti, o non escono più.
Per lavoro sono stata in giro un’intera giornata all’aperto, al sole che c’era sabato, girando in bici con gli “Amici della bicicletta” che manifestavano. Mi sono abbronzata in viso, e uno dice, bene. Ma ho il segno della scollatura della camicia sul petto. Giudacane.
Cose piacevoli degli ultimi giorni
Ci ho messo un’ora a scegliere lo spazzolino al supermercato. Non capivo quale spazzolino normale costasse di meno. E mi sono incantata davanti alla parete degli espositori. Fuori da qui ci sono così tante meraviglie che è difficile perfino scegliere uno spazzolino. Ne ho preso uno diverso.
In un attacco di shopping compulsivo mi sono comprata due paia di pantaloni, uno senape ma non proprio senape, e uno blu. La commessa avvicinandosi mi fa, che taglia ti do, una 38 o vuoi provare intanto una 40? Sono soddisfazioni. Ho preso una 42, e mi sta larga, ma non so per quanto ancora rimarrò magra.
La biciclettata di sabato mi ha portata in Restera, ed è uno spettacolo.
E ho pranzato con la Betta, Jenny ti amo e una Treviso meravigliosa riflessa sugli occhiali.
Ma la cosa più bella di tutte è successa oggi. Che all’improvviso è sbucato Novecento, in tivù, non erano ancora le due. Ho sentito le voci mentre scrivevo questo post, mi sono girata, era lui. Non ero preparata, sono arrivata che Novecento era ricomparso dal nulla dopo giorni di silenzio suonando il pianoforte, e in culo il regolamento. Sono rimasta incollata a lui. Ho avuto i brividi per tutto il tempo, e mi conosco, lo so cosa vuol dire. La scena di Novecento che suona ondeggiando con la nave sulla nave, una danza con l’oceano, e poi la gara di jazz e la sigaretta accesa sulle corde. È una delle storie più belle mai raccontate. Ho pensato a te.
“E lì, a quel punto, cadde il quadro. A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c’è una ragione. Perché proprio in quell’istante? Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto? Prende delle decisioni? Ne ha discusso a lungo col quadro, erano incerti sul da farsi, ne parlavano tutte le sere, da anni, poi hanno deciso una data, un’ora, un minuto, in istante, è quello, fran. O lo sapevano già dall’inizio, i due, era già tutto combinato, guarda io mollo tutto fra sette anni, per me va bene, okay allora intesi per il 13 maggio, okay, verso le sei, facciamo sei meno un quarto, d’accordo, allora buonanotte, notte. Sette anni dopo, il 13 maggio alle sei meno un quarto: fran. Non si capisce. È una di quelle cose che è meglio se non ci pensi se no ne esci matto. Quando cade un quadro. Quando ti svegli, un mattino, e non la ami più. Quando apri il giornale e leggi che è scoppiata la guerra. Quando vedi un treno e pensi io devo andarmene di qui. Quando ti guardi allo specchio e ti accorgi che sei vecchio. Quando, in mezzo all’Oceano, Novecento alzò lo sguardo dal piatto e mi disse: “A New York, fra tre settimane, io scenderò da questa nave. Ci rimasi secco”. Fran.
Fa parte delle cose belle, sì. E ho pianto tantissimo. Mi ha fatto bene. Mi sono liberata, ne avevo proprio bisogno. No, non ho pianto quando si sono salutati, né quando è esplosa la nave. Ho pianto quando suonava. E quando la gente ballava.
“Suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio. E suonavamo il regtime, perché è la musica su cui Dio balla quando nessuno lo vede. Su cui Dio ballava, se solo era negro”.
E quella canzone dei Negramaro (anzi di Modugno, per essere precisi). Meraviglioso Ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso Meraviglioso Perfino il tuo dolore potrà guarire poi Meraviglioso
Devo solo tenere duro fino al 2 maggio. E poi chissà quante altre volte. Ma intanto 2 maggio.
Prometto musica allegra da qui a martedì, tanti sorrisi, leggerezza e beatutine. Che se no non ne usciamo vivi. E’ una promessa, ricordatelo, e io mantengo sempre le mie promesse.
E allora, per stare bene, vi racconto una storia.
Mi è venuta in mente quella volta che ero a Parigi. Camminavo sempre col naso all’insù per assaporare tutto quel blu di cielo e i profumi che arrivavano dalle finestre, fissavo all’orizzonte quello spettacolo umano, ero piena di Parigi, mi gonfiavo di bellezza ogni volta che riconoscevo qualcosa che era stato su uno dei miei libri d’arte. Avevo perfino paura di sbattere gli occhi perché mi sarei potuta perdere qualche frammento di meraviglia. Ma a un certo punto, e succede sempre a un certo punto, invece di sgranarli verso le facciate e la Senna, gli occhi sono finiti per terra. Una cosa arancione, piccola, rettangolare, sottile. Ci ero inizialmente passata sopra con noncuranza, ma sono tornata indietro di due passi incuriosita da quell’immagine sbiadita. Era una fototessera, calpestata e umidiccia di pioggia appena finita. Era un ragazzo con il viso magro, secco. Un tipo normalissimo, di quelli che ti attraversano la strada ascoltando l’iPod, o quelli che ti aprono la porta del bar, mentre escono, con un sorriso. Aveva una maglia a righe, mi pare, e i capelli stropicciati. Lo sguardo però era vivo, aveva voglia di parlare. Non era una bella foto, se l’avessi dovuta descrivere lì per lì avrei detto che non era la sua foto migliore, forse era addirittura brutta. Ma aveva una sua personalità. Era piena di arancione. L’ho raccolta, l’ho infilata in tasca. Maury mi ha chiesto che pensavo di farci, non mi sembrava convinto, mi guardava fra l’incuriosito e il preoccupato, e a dire il vero io all’inizio non lo sapevo proprio cosa farci. Poi ho deciso.
Per i tre giorni che sono rimasti del mio viaggio ho continuato a cercare altre foto sui marciapiedi francesi, ma soprattutto cercavo il ragazzo della fototessera nella gente che incrociavo. Era praticamente impossibile, quanti milioni di abitanti farà Parigi, eppure continuavo a coltivare dentro di me la speranza di trovarlo e dirgli “hey ti è caduta questa”. Avrei tanto voluto vedere la sua faccia. Poi magari ci saremmo messi a parlare. Avrei voluto sapere se era venuto male, o se gli era caduta per sbaglio. Se gliel’avevano rubata o se l’aveva lasciata lì per un motivo, e come quella ce n’erano altre decine che segnavano il suo percorso come le bricioline di pane nel bosco. Avevo un sacco di domande da fargli.
Alla fine me la sono portata a casa perché non l’ho mica incontrato. L’ho tenuta un po’ nel portafogli, sai mai che viene a Treviso, e allora immagina la faccia che farà quando gliela ridarò. Invece niente.
Non ce l’ho più, la foto. Credo di averla persa, che disgrazia. Se qualcuno la ritrova me la dà per favore?
Se digitate Fototessera su Google Immagini escono un sacco di facce tipo queste. E non ci sono solo quelle simpatiche e con le espressioni buffe, ce ne sono anche di serie, quelle da passaporto. E fanno sorridere più delle altre. Ho passato del tempo a guardarle, mi sono incantata. Mi incanto troppo spesso. Maury diceva che ho lo Stupore delle cose.
Improvvisaaaaaascioooooon. Una che esce da un bunker in cui si è appena svolta una prova di resistenza fisica e mentale gridando improvvisaaaaasciooooon e muovendo le mani come metti la cera togli la cera. Ecco, una così. Sono io. Provate a immaginarmi. Tutta spettinata, cadaverica. Sotto la pioggia (molto melodrammatico, figata) e sola. Sembravo the last woman on earth. Ve la racconto a numeri. Entrati alle 8.15. Seduti alle 8.40. Alle 11.30 inizia la prova (dopo tre ore di angoscia e tensione). Alle 12.20 salta la corrente, salone al buio. Alle 12.50 riprende. Alle 16.55 ho firmato l’uscita.
Questo è cronaca. Il resto è storia. E chi vivrà vedrà.
Però sono sopravvissuta e non è poco - solo il giorno prima non ci speravo nemmeno. Di duecentosessantacinque disperati che eravamo ieri almeno la metà sicuramente starà pensando "ma chi me l’ha fatto fare". Esattamente come me.
Dopotutto io volevo fare l’usciere.
Ho fatto questo gesto per due giorni tentando di sdrammatizzare. Però adesso spiegatemi. Questa cosa rossa, che vedete qui, voi la cliccate? Intendo dire, quando vi metto i link, voi poi ve li guardate? O stanno lì per niente? Se no faccio pure a meno.
Io ve ne faccio dono perché davvero il video merita. Vi fate due risate alla faccia mia, non è male come prospettiva.
Capitemi, era una situazione di panico totale. Le genti mi guardavano stranite, e io tiravo dritto fumando sigarette e girando sotto la pioggia, da sola. Tre borse in spalla, china come un vecchio calzolaio. L’immagine della delusione. E poi, ogni tanto, sprazzi di pazzia e le mani che volano in aria e la voce esplode in un liberatorio Improvvisaaaaaasciooooooonnnn!!!
Non è stato facile, bisogna ammetterlo, abbiamo trovato un sacco di ostacoli materiali e morali alla realizzazione del piano, ma tutto sommato abbiamo concluso l’operazione. Come si sia conclusa, beh, quello non si sa. Ma l’abbiamo portata a termine con orgoglio e disperazione. Inseguendo ragionieri con le tracce, pedinando napoletani, con ripassi collettivi nella hall dellalbergo, fra albicocche liofilizzate e mandorle ricoperte di cioccolato.
E adesso vi metto quattro foto, quelle estrapolate da Twitter per chi di voi non mi segue di là. Ve le metto perché sono solo quattro così non sono troppo invasiva, e perché rendono in parte l’idea di come stavo e come stavamo.
Lunedì 23 aprile.
Questa è l’unica immagine che abbiamo del pre. Ed è un’immagine di me che in mezzo a via Aurelia grido "Datemi un cazzo di accendinooooo!!". E gli amici cosa fanno? Invece di darti un accendino ti fanno una foto.
Martedì 24 aprile
Questa invece è l’unica foto che abbiamo fatto di Roma (io l’ho fatta, in realtà). Dal taxi, mentre l’autista ci invitava a fare la rivoluzione, "voi che siete giovani e che ancora fate i concorsi". Guardi che non era un concorso. "Ah, e quindi che concorso era?". Ottimo.
Però questa follia collettiva mi ha regalato tre persone meravigliose. Vada come vada, posso dire di aver fatto bingo.
Una è lei, la mia anima gemella femminile.
Queste siamo noi, verdi, in treno al ritorno. Ci è costato una fortuna, sto viaggio. E adesso Alice, dammi un grandissimo cinque. Tu hai fatto la traccia di moda, io ho fatto sport. Siamo due grossissimi personaggi.
Uno è lui, Andrea, fuori come un cavallo.
Poi manca Tommy, che durante il viaggio si è addormentato in un’altra carrozza e quindi non abbiamo la foto insieme. Ma gliela farò, un giorno.
Grazie a voi, ragazzi, questa trasferta, questa angoscia e questa follia sono stati due giorni di spasso e delirio. Non ci ritroveremo la prossima volta, ma abbiamo condiviso una cosa meravigliosa.
Con un solo rammarico: l’Armageddon dovevamo farlo.
Pensavo di farcela, invece niente. Anche stanotte incubi. Anche stanotte quel vago senso di angoscia e tristezza, di solitudine e abbandono. Anche stanotte pensieri di dramma fallimento morte dolore e stelline (non sono una squilibrata, è un aneddoto veneziano di cui prossimamente vi farò dono). Anche stanotte la mente ha scelto che strada prendere indipendentemente da come io, in dormiveglia, avevo ingenuamente cercato di indirizzarla. Che poi, a dire il vero, in parte ci sono riuscita ad indirizzarla, ma quel che doveva essere sogno è diventato incubo. Non era esattamente così che me l’ero immaginato. Tanto i sogni non si avverano mai, mi dicono. E gli incubi? Eh, non abbiamo mai parlato di incubi, come la mettiamo? I sogni sono belli, è giusto che non si avverino mai. Ma gli incubi? Secondo me quelli sì.
Insomma, un’altra notte con gli occhi spalancati. Un’altra mattina di quelle da buttare via la faccia e comprarne direttamente una nuova, guardabile. E ora che ho fatto colazione si comincia. Se non muoio prima...
La canzone di oggi è Nightswimming, dei Rem. E’ bellissima.
Stanotte nuotavo in ricordi che ancora non ho.
Nightswimming deserves a quiet night. The photograph on the dashboard, taken years ago, Turned around backwards so the windshield shows. Every streetlight reveals the picture in reverse. Still, it’s so much clearer. I forgot my shirt at the water’s edge. The moon is low tonight.
Nightswimming deserves a quiet night. I’m not sure all these people understand. It’s not like years ago, The fear of getting caught, Of recklessness and water. They cannot see me naked. These things, they go away, Replaced by everyday.
Nightswimming, remembering that night. September’s coming soon. I’m pining for the moon. And what if there were two Side by side in orbit Around the fairest sun? That bright, tight forever drum Could not describe nightswimming.
You, I thought I knew you. You I cannot judge. You, I thought you knew me, this one laughing quietly underneath my breath. Nightswimming.
The photograph reflects, Every streetlight a reminder. Nightswimming deserves a quiet night, deserves a quiet night
Ormai faccio una cosa nuova a settimana, così, per tenermi un po’ viva. Questa settimana la cosa nuova della settimana è: NON DORMIRE LA NOTTE
Mi sono svegliata alle quattro (come se fosse normale, no) cantando Luna di Gianni Togni. Canticchiavo proprio. Devo aggiungere alla lista delle cose belle del vivere da soli "svegliarsi in piena notte e poter accendere la luce in camera invece di sbattere sugli spigoli". Bella la parola spigoli, la devo aggiungere alla mia lista delle parole preferite - quando lavrò ritrovata, ultimamente perdo tutto.
E guardo il mondo da un oblò mi annoio un po’
Ascoltatevela, vi metto le canzoni sotto apposta.
No, non sono una persona ansiosa. No, non sono una persona nevrotica. No, non sono tesa, sono un fiorellino di campo.
Oggi ho gli occhi di Gad Lerner e le labbra di Alba Parietti. Quando dormo poco prendo le sembianze dei miei vip preferiti, come avrete intuito. La mancanza di sonno ha su di me effetti molto strani, in linea con altre qualità che mi caratterizzano.
Occhiaie profonde come solchi su un campo e palpebre gonfie come avessi appena fatto a pugni, bocca canotto che paio tornata cinque minuti fa dal chirurgo plastico - ma un chirurgo che ha appena iniziato, non uno bravo . Sto aspettando che si raffreddi un attimo la camomilla per farmi gli impacchi, non potrò tenere su gli occhiali da sole in eterno.
La mia amica Sabina (la Ceres per gli spritz-frequentatori, il mio editore) mi ha sottoposto un video bellissimo l’altro giorno, e io mi sono sentita tantissimo ispirata. Che qualche sera fa si chiacchierava di quanto bello era vivere da sole. Ci sono un sacco di pregi che cominci a rivalutare solo dopo, quando è tutto finito. Invece un giorno ti svegli e perfino ruttare liberamente sul divano con birra e patatine ti sembra lontano due secoli (buongiorno principessa Silvia, evviva l’eleganza). Oh, quando va detto, va detto. Sono una creatura spontanea e schietta, e mi pigliate così come sono. Pensateci, anche i gesti più liberatori diventano, in potenza, irrispettosi o incongrui alla vita allargata. Naturali, perché natura chiama, ma non goduti appieno, la sincera espressione di sé stessi ci rimette eccome. Che poi, ci sono i contro e i pro. Ma i contro sono più simpatici.
Il video in questione lo trovate a questo divertentissimo LINK da schiacciare che vi consiglio se volete fare due risate (e lei, l’attrice, è bravissima).
Insomma, la Sabi mi ha sfidata e mi ha detto, facci un post, così, come se fosse una cosa semplice. E allora io raccolgo il guanto e lo faccio. Le cose che sembrano normali quando vivi da sola o anche del meraviglioso di vivere da soli
Girare per casa in mutande, grandi o piccole che siano, fiorellini o farfalline o scacchi rosa.
La cicca in cucina con le amiche e aprire domani, domani.
I piatti sul lavello per quattro giorni e trovarsi senza pentole.
Nessuno che se ne lamenta.
La pipì con la porta aperta.
Cantare canzoni tristi piangendo sul divano.
Cenare a un orario variabile fra le cinque e mezza e le undici, totalmente a caso.
La doccia con la porta aperta per sentire la musica alla tv.
Parlare con le foto sul comodino.
Dire a tutti: vivo da sola. E vedere che ti invidiano un sacco.
Andare a letto alle 9 o alle due, a seconda dei casi.
Non dover aprire l’acqua del rubinetto quando sei in bagno.
Mangiare di nascosto i cibi scaduti perché non c’è altro in frigo.
Vergognarsi intimamente di come vivi da sola.
Scoprire da dove viene lo strano odore nel frigo.
Bere con lo stesso bicchiere per dieci giorni.
“Torno da Mogliano, mi fermo da te per l’aperitivo” “Vieni quando vuoi, tanto sono a casa da sola”.
Il cesto della biancheria che si autoriempie e non si autosvuota.
Mettermi vestiti strani solo per vedere l’effetto che fa.
La colazione in silenzio.
Fazzoletti che rimangono in giro come fossero oggetti d’arredamento.
Far scoppiare un vasetto di pomodoro e nascondere il tutto con la consueta eleganza.
Lo spritz mentre prepari la cena. O il pranzo. O la colazione.
Guardare film insulsi e ignoranti, e nessuno può vedere il livello bassissimo a cui si arriva.
Quattro paia di scarpe sotto il mobile della tv.
Le pulizie con lo stereo a palla.
“Sei ubriaca, dai, fermati a dormire qui, stai nel letto con me”.
I vestiti che colonizzano la casa.
Pashmine e giacche sul divano prendono la forma dei cuscini.
Essere ammalati e non poter chiamare nessuno, e arrangiarsi.
Questa è lunica foto di me nella mia casetta di Fiera che ho trovato. Coi capelli cortissimi.
E mi sono pentita da morire di non aver mai scongelato il pollo facendo la doccia (si vede nel video, non sono matta). È bellissimo. Cosa mi sono persa. Che poi, non potrei farlo lo stesso? Ho fermato una macchina alle dieci di notte per farmi ricaricare la batteria, ho tirato su un autostoppista di Milano che tornava dalla Slovenia, ho comprato delle scarpe senza provarle, cosa vuoi che sia scongelare il pollo mentre faccio la doccia. Così canto, ballo, provo l’aria della Regina della Notte, mi lavo, mi profumo e scongelo il pollo. Quante cose insieme e quanto tempo risparmiato.
E l’unica canzone a cui riesco a pensare, per svariati motivi e incroci mentali, è All By Myself.
Quanto manca a settembre? Arriva, settembre, cazzo. Arriva. Fai passare tutta l’estate. Tutta, ti prego. Non mi piace quest’estate, già la odio. Che brutta parola, odio. E io la odio.
Christmas with the yours, Easter what you want. Anche se non è proprio what you want. Avrei un’altra idea di what you want.
Ieri sera, improvvisamente, sono uscita. Sembravo destinata all’inedia e alla noia sul divano divorando biscotti spalmati di marmellata, invece ne son venuti fuori un rapido giretto in città e un amico che non vedevo da mesi. Una volta ci si trovava tutti i giorni a Ca’ Sugana, ed era una tensione costante, amici e rivali “col coltello fra i denti” dice lui. Adesso invece ci vediamo da Muscoli’s, ed è tutta un’altra cosa, e possiamo ridere di quello che facciamo e raccontarci un sacco di cose. E ieri sera ero felice.
Inoltre rilevo che la conversazione fra noi dopo la terza birra ha preso una piega molto divertente. Per questo motivo la trascriverò qui, e non tanto per raccontarvelo (fa ridere solo i giornalisti e forse neanche tutti) ma per tenerla in un posto in cui rimanga a disposizione dei posteri e delle generazioni a venire. Affinché sappiano cosa vuol dire passare per quel posto d’inferno e solitudine, di gobbi e genti, di delibere e ordinanze. In attesa di Occupy Ca’ Sugana. Fdw: domani sera ci troviamo a festeggiare la morte di Gesù? S.Ma. : guarda che domani risorge. Fdw: ma scusa, non è il giorno della morte domani? S.Ma.: Tu credevi che risorgesse a Pasquetta? Fdw: eh... forse quel giorno ero assente a catechismo... Mmg: dopo tre giorni è resuscitato, venerdì, sabato, domenica... S.Ma.: Fede è convinto che risorgesse il lunedì, giusto per andare alla grigliata sul Piave. Fdw: guardate, è arrivato anche Cristo – mettetemi su una coscia di pollo!!
S.Ma.: Gesù, quante costicine vuoi?
Fdw: ma allora se risorge domani quando è morto? S.Ma.: venerdì... Fdw: non è possibile. S.Ma.: sì, dai, il venerdì santo, la via crucis... Fdw: mah... S.Ma.: ti sei preso il buco di nera della morte di Cristo venerdì? Fdw: no, cazzo!! S.Ma.: Fede, è grossissimo questo. Passero lo sa? Fdw: l’anno prossimo non me lo perdo. Ci apriamo il giornale. Tragedia sul Golgota, Gesù trovato morto. È giallo.
Lo so che non fa ridere, ma bevete tre birre, pensate di essere sotto la pioggia senza ombrello e senza rendervi conto che avete i capelli bagnati, immaginatevi davanti a una persona che vi è mancata e non pensavate così tanto. Pensate di uscire dopo una settimana difficile, in cui avete finito di lavorare a straore ogni sera. Immaginate di aver perso qualcosa (ma poi l’avete ritrovato), e immaginate di aver passato il sabato immerso in pasticci politici di ogni sorta.
Ecco, adesso fa ridere un sabato sera così.
Buona Pasqua.
Ps: non è un post blasfemo, è un post allegro. Che la Pasqua di Nostro Signore sia con tutti voi.
E per stare in tema con la mia settimana lavorativa, vi regalo quest’immagine pasquale che mi fa riderissimo.
(dalla prima pagina di La Padania di oggi, 8 aprile 2012)
Se piove non posso andare in giro in bici. Ma potrei farlo lo stesso, tanto. Al limite faccio come quella volta che l’ombrello mi faceva la vela in mezzo alle Stiore e a momenti morivo sotto un tir, ma può anche andare meglio.
"Senti le gocce che battono sul tetto, senti il rumore girandoti nel letto"
Se piove non posso andare in giro in bici e non posso cantare mentre pedalo. E questo non va bene. Se piove non posso andare in bici e devo muovermi in macchina, trovare e pagare parcheggio, e poi muovermi a piedi in città, e io detesto questa cosa. Ho fretta, ho delle cose da fare, io. Bah.
E se facessi qui quello che faccio ogni mattina su Facebook? La canzone del giorno. Mannò, dai, il mio radicchioblog ha quasi dieci anni, trattarlo come un Facebook qualsiasi sarebbe limitativo.
"E’ la primavera che bussa alla tua porta e piove, senti come piove, madonna come piove, senti come viene giù"
E la canzone del giorno è Piove, di Jovanotti (ero davvero ragazzina quando è uscita). Piove oggi, pioveva ieri sera. Preferivo ieri sera.
"Che ormai non ti saresti mai più innamorata e adesso guardati sei tutta bagnata"
Ah, citazione estemporanea
Apprezzatemi adesso, eviterete la coda. Ashleigh Brilliant