Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...
.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.
so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...
e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...
... oppure faccio porcherie come questa...
... o quest’altra...
Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol Stea dell’universo Dime che no a ga perso a strada Dime che in scarsea ga sempre Un toco del me cuor Un toco del me amor
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C’è un attimo da fermare: chi lo riconosce è felice.
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"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".
Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi. Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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martedì 21 luglio 2009 - ore 08:42
Ricordati di me questa sera che non hai da fare
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Giovanni se ne va L’hanno comprato, si dice così. Non “l’hanno assunto”, o “gli hanno fatto un contratto”. Non è neanche un co.co.co. o un co.co.pro. No, hanno comprato mio fratello – impersonale, hanno comprato, plurale. Le persone, nel mondo del calcio, si comprano. Anche mio fratello Giovanni, neo 18enne, che studia per farsi la patente, da piccolo non voleva mai lavarsi i denti e porta i capelli lunghi sulla fronte. L’hanno comprato un giovedì di luglio, e gli hanno detto “lunedì cominciano gli allenamenti”. Neanche il tempo di organizzarsi. Tre giorni per salutare gli amici, la morosa, la nonna e alcuni zii. Il mio fratellino non più -ino diventa grande. Andrà anche in ritiro, per il precampionato, in queste settimane estive farà due sedute al giorno dal lunedì al sabato, poi torna per un giorno e riparte il lunedì seguente. E così tutta l’estate. Poi, da inizio campionato, tornerà forse dopo la partita domenicale. Forse, eh. Va a vivere da solo, chi glielo fa fare di tornare ogni settimana. Che poi, alcune trasferte sono parecchio lunghe. Domenica sera arriva, saluta tutti, va a mangiare con amici e morosa, torna a casa a notte fonda che io sono già a letto, e riparte il martedì mattina, o il lunedì sera, dipende da che ora gli mettono il primo allenamento. Non so se andrà proprio così, ma questa è l’immagine che mi sono fatta, e non credo si discosti molto dal vero. Si trasferisce a Ferrara, a Masi San Giacomo. Va ad abitare in un appartamento con altri due ragazzi, che hanno due e tre anni più di lui, uno di Pordenone e uno di Conegliano, mi pare. Uno ha un tatuaggio, dalle descrizioni sembra brutto (il tatuaggio). Si stanno già giocando le camere, ci sono una doppia e una desideratissima singola.
Eccolo, Giovanni.
Qui sembra proprio sbaeoner, capelli insulsi, camicia bianca, abbronzato, con una bellissima ragazza sulle ginocchia (sua morosa è di una bellezza che incanta)
Si sente che è cambiato qualcosa. È nell’aria, si percepisce in ogni stanza della casa. Giovanni, il più piccolo della famiglia, a 18 anni va per la sua strada. Ammetto, con malsano egoismo, di essere particolarmente triste nel prendere atto che se ne va, perché con lui stavo bene, mi piaceva parlare con il mio Bacarospo, guardare Csi e House, i programmi dementi per ridere, lasciarci bigliettini in giro per la casa per il “Puzzi”. Ma mi scopro anche felice per lui, perché potrebbe essere il primo passo per realizzare il suo sogno, il professionismo e le serie maggiori, grazie all’esperienza di una C2 che come scuola non è niente male. Meglio di una primavera, comunque. Impari a tenere testa agli uomini, uomini veri, che giocano da vent’anni, da prima che nascesse lui. E poi, sotto, guardando bene, c’è quel residuo di invidia che non riesco a far sparire. Lui, a 18 anni, fa quello che io ancora non sono riuscita a fare. Se ne va. E io sono fiera di lui. Mi lascia qui, ad aspettarlo tutti i week end, anche se so che con me scambierà al massimo due parole. Prima ci sarà Tiziano che lo assale con i suoi assurdi e patetici consigli da calciatore fallito che riflette sul figlio sogni mai realizzati. Poi arriva la mamma, cosa mangi, ti trattano bene, hai roba da lavare, guarda come sei patito, la mangi la carne ogni tanto vero? E poi, dietro, ci sono io, che aspetto il mio turno. E quando tocca a me, mi guarda sorridendo e dice ciao Sorella, e io ciao Ciccio. Che ridere, mi dirà, raccontando un aneddoto che ai nostri genitori verrebbe un colpo. E poi ciao, vado dalla Sara, viene a salutarmi anche Besse e poi ci raggiungono gli altri. Certo, vai. Come una mamma apprensiva, mi fermerò a pensare a quando, da ragazzina, me lo portavo in giro sul seggiolino della bici, con le amiche. O quando accompagnavo lui e i suoi amici al Mc Donalds, quando io e lui ci prendevamo due pomeriggi all’anno per andare al cinema, uno d’estate e uno d’inverno, o le sere davanti alla televisione, come quella volta dei Guinnes. Era lui il primo, a casa, a cui dicevo che uscivo con qualcuno. E lui con me. Ci facevamo da mangiare, quando i miei erano via: è un mio estimatore, gli piace come cucino. Quando festeggiava il suo compleanno, o faceva delle feste, ero l’addetta alla sicurezza. Ma non l’ho mai fatto davvero. Io lì a pensare a quando gli ho fatto da madrina, alla cresima, e a quella volta del pasticcino. E lui lontano. Mi lascia sola, qui, a sopportare il silenzio che si crea e distrugge. Distruggere cosa, poi.
Pensavate di esservi liberati di me?
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sì, sono stata in ferie. E me la sono spassata. Alla grandissima, anche. Sole, mare, pesce, cibo, relax. Tre giorni a Rovigno, quattro a Eraclea, un giorno di viaggio in mezzo con pause varie. In croazia il Maxibon lo fanno con linterno di vaniglia, non di panna. Fantastico. E hanno il cono gelato al Kitkat, con la barretta di cioccolato infilata in mezzo. Spettacolare. Otto giorni di riposo, gli unici della mia lunga estate calda. E adesso sto qui a domandarmi dove cavolo sono finite le mie ferie. Eppure ce le avevo qua un attimo fa.
Ho distrutto gli occhiali da vista del me omo sedendomici sopra con la grazia e l’eleganza di un ippopotamo ubriaco, ma questo ci ha dato lo spunto per cambiare occhiali entrambi, che era ora. A mia discolpa posso dire che erano troppo trasparenti, senza montatura, e con due misere stanghette mingherline che neanche si vedevano. Appunto. Ma che figura di merda, lasciatemelo dire. Si sono appiattiti, erano praticamente un segnalibro. E a proposito di segnalibri. Durante i miei ottogiorniotto di vacanza ho dato sfogo alla smania di lettura. E quindi vi consiglio vivamente:
Ritenete possibile che i peli crescano più velocemente su una gamba che sullaltra? Depilate lo stesso giorno, comè ovvio che sia, ma ieri a destra era ancora un bel vedere, mentre la sinistra pullulava di liane. Sono sbagliata io e i miei arti inferiori hanno un metabolismo diverso? Non mi ero accorta di un trattamento insufficiente e inadeguato? Ho fatto un errore nella taratura della vista e non mi sono accorta che sullo stinco sinistro i peli superflui non erano stati rimossi? Il dubbio mi assale. Credo che mangerò una fetta di tiramisù.
Un po’ di egoismo, alla fine, è sano. Bisogna pensare un po’ a sé stessi, mettersi al primo posto. Non lo dico solo perché è il mio caso – anche se questa giustificazione mi rende colpevole come Pierino con le mani sporche di marmellata - lo dico perché credo che tutti abbiamo la necessità, palese o meno, maggiore o minore dipende dal soggetto, di stare sul primo gradino di un ipotetico podio. Una volta ogni tanto.
Quando, al Volo del Mattino, mettevano su questa canzone, uno degli ascoltatori in linea cantava fortissimo il ritornello. Inutile dire che tutti stonavano, è la prassi. A cantare sta canzone ci riesce solo la Oxa, al massimo Mina (perché Mina canta tutto a meraviglia ed la regina della canzone) o Viola Valentino (che è il mio idolo canoro, non tanto per le doti vocali ma per “Comprami”). E io grido. E canto. Non è il testo che mi piace, è proprio il fatto di gridare. Come mi fa bene, gridare…
È tutto un attimo – Anna Oxa
Io che scambio l’alba col tramonto e mi sveglio tardi nei motel sbadiglio sopra un cappuccino e pago il conto al mio destino è tutto un attimo. Io che firmo il nome come viene dormo spesso accanto al finestrino mi trucco il viso che ho deciso e vivo il tempo più vicino è tutto un attimo. La mia vita è questa qua che un’altra dentro non ci sta questa vita siete voi questo cuore immenso che solo se ci penso già sento tesa l’anima la mia vita siete solo voi siete voi...solo voi... Io che scambio amore fino in fondo solo nei momenti miei con te immaginando anche un bambino chiedo il resto al mio destino è tutto un attimo. La mia vita è questa qua che un’altra dentro non ci sta questa vita siete voi questo cuore immenso che solo se ci penso già sento tesa l’anima la mia vita siete solo voi siete voi...solo voi... io vivo in mezzo tra due cuori io vivo dentro e vivo fuori è tutto un attimo voi...solo voi...
Ricordo, ai miei tempi, quando si chiedeva la bicicletta come regalo per la comunione. Erano soldi, mamma e papà dicevano sempre te la prendiamo, te la prendiamo, e invece aspettavano sempre l’evento comunione per renderti proprietario di una bicicletta. Avevano ragione, per carità, anche se i confronti erano sempre con quelli che gliela compravano al solo domandarla. Per fortuna che io la facevo in terza elementare, c’era chi la faceva anche dopo. C’era pure chi la faceva in seconda, ma io ero soddisfatta della mia via di mezzo. O forse era in prima, che me l’hanno comprata, e la seconda mi è arrivata per la comunione. Quella grandezza umana di un colore adulto, intendo, non quella che non è più della tua taglia dopo sei mesi, ma quella che ci arrivano le persone normali. Forse sì, ma fare mente locale adesso mi è vagamente difficile. (Sono un po’ stanchina che ho appena finito di lavorare, e non mi hanno ancora detto se i pezzi vanno bene.) E così, coi compagni di classe che erano gli amici di quegli anni, si parlava di biciclette. E c’erano la bicicletta, la Bmx e labiciclettacolcestino, così, tutto attaccato. La graziella era ormai superata, anche se ritengo che sia la miglior bici di sempre, e la mountain bike era ancora lungi a venire, per lo meno a Fontane. Mi ricordo la prima volta che ne ho vista una, aveva i cambi. Io non sapevo neanche cosa fossero. Il mio compagno arrogante Davide S., che fu il primo ad averne una, diceva che la sua bici aveva il cambio scimano, e io credevo fosse una cosa da sci, che la mano la usava per cambiare e restava lo sci. Non mi intendevo di queste cose tecniche, più che altro non mi interessava e non mi ponevo nessuna domanda. A me piaceva leggere, guardare la tv, giocare con le mie amiche Vania S., Sara C. e Cristina F.. (Che meraviglia, alle elementari l’ordine alfabetico sul registro era per nome, non per cognome.) Quando ho ricevuto la mia piccola bicicletta azzurra col cestino bianco erano lontani i tempi in cui i ragazzi potevano dire ho la mountain bike col cambio, nel mio paesello di campagna era una rarità per pochi eletti, già erano poche le bmx, figuriamoci quelle diavolerie straniere. Noi si andava da Pinarello i ricchi e da Cicli San Marco o Bianchi i medio poverelli. I miei andavano dai Cicli San Marco, e mio fratello era felicissimo perché lui si chiama Marco. Quando ero piccola io i casi erano sostanzialmente due: i bambini avevano la bici col ferro, le bambine quella col cestino, da lì non ci si schiodava; poi c’era l’incognita bmx ma erano casi isolati,. Poi ce le scambiavamo per provare una bici nuova, ma si tornava a casa sempre con quella di proprietà. C’erano anche le bambine che volevano fare le personaggie, e volevano la bmx, per sentirsi maschie. Io non volevo la bmx, io volevo quella col ferro per caricarci su le amiche, mi piacevano le immagini delle attrici degli anni ’60 caricate sul ferro della bici, mia nonna mi portava in giro così, io sul ferro e mia cugina piccola sul portapacchi e mio fratello sul manubrio. (Mio fratello minore, lo stesso anno che io ricevetti quella azzurra, ebbe una bmx. Non era carino che io ricevessi una bici e lui no. Ha sempre vissuto di rendita.) Ricordo gli anni con la mia principessa fontanese, quella bicicletta azzurro metallizzato, piccola e scomoda. Quando ho imparato ad andarci ero talmente felice che mi sono smarcata dai miei, che mi stavano dietro, e sono andata avanti, avanti, fino alla fine della via, che si chiudeva in un vicolo cieco. Ma non avevo imparato a frenare, ed ero troppo veloce per sterzare, e ci sono sbattuta addosso. Mi sono fatta male un po’ ovunque. E com’ero felice, felicissima. Avevo imparato ad andare in bici, anche se avevo le ginocchia maciullate. Sono cose che bisognerebbe tenere a mente per i momenti bui, come questo. Quando tutto era bello, anche se non lo era.
Un altro delirio, quasi onirico. Una tempesta di ricordi, uno dietro l’altro. Se non fossi sicura che mi fa male, smetterei.
È un brivido. La senti sulla mano, sensibilità eccessiva, pensi a un’allucinazione tattile. Allora ti chiedi se per caso non sia un avvertimento, e allora è meglio prendere precauzioni, accelerare la pedalata. La prima goccia è anche uno scongiuro, non pioverà mica adesso che sono appena partita, vero, non può piovere, non ora, fa che non piova. Invece arriva la seconda, quella sicurezza che non volevi avere. La senti sul braccio, in alto, dove la sensibilità non è la stessa del dorso della mano. E allora ci credi, sta per piovere, devo sbrigarmi. Ma già alla prima goccia di pioggia, in realtà, avevi disegnato mentalmente l’intero tragitto lavoro-casa, i portici, i viali alberati, le scorciatoie. Neanche fossi Anassimandro, neanche ti fossi costruito pezzo per pezzo la mappa geografica di Treviso e dintorni, in due secondi hai elaborato un percorso perfetto, calcolando stop e precedenze. La terza, la quarta, la decima. Eppure nessuna è come la prima, come il brivido della prima goccia di pioggia, l’ammonimento. O come la certezza della seconda, la presa di coscienza. E allora corri, schivando passanti e zigzagando fra le auto, approfittando dei passaggi fra un parcheggio vuoto e uno pieno. Hai però dimenticato la cosa più snervante, l’imprevisto nell’imprevisto, il semaforo. L’attesa, il rosso, quello stop imposto che non ci voleva. E prima di arrivare sai già che dovrai prendere una decisione rapida e definitiva, a seconda del verde: dritto o a destra, per evitare un ulteriore attraversamento dopo. Ogni semaforo è un boicottaggio, un rallentamento del tuo giro veloce, come in formula uno, ma lo studio è minuzioso, preciso e calibrato, comprende diversivi e possibilità. La dodicesima, tredicesima, ventesima goccia, è fatta, sta piovendo. Sorridi, non puoi fare altro. Poi la musica ci mette del suo. All’improvviso, pochi minuti fa, mentre slittavo sulla pista ciclabile che porta a casa mia, il mio mini lettore ha suonato Thunder Road, di Bruce. E il testo non parla mica di temporali. Ma c’erano lampi e tuoni, e le nuvole diventavano sempre più piene, grandi e grigie. Si gonfiavano, si muovevano, sopra la mia testa e intorno a me, veloci e arrabbiate. Le gocce aumentavano, dalla prima ne saranno passate altre cento, mille. La mia maglia macchiata di piccole perle d’acqua, i miei capelli umidi, gli occhiali maculati, gli automobilisti coi finestrini chiusi nonostante l’afa che mi guardavano. Poverina, leggevo nei loro occhi. Poverina io? No, voi non avete capito la bellezza.
Non c’è altro giorno della settimana come il settimo, quello del riposo. Che però, in talune situazioni e condizioni professionali, non è propriamente la giornata del relax e dell’ozio perpetuo, ma piuttosto un prolungamento della settimana lavorativa. E non mi soffermo oltre su questa considerazione. Chi ha orecchie per intendere ha già inteso. Buona parte delle persone che conosco terminano il loro servizio alla comunità, all’azienda o al capo il venerdì sera. Quelli che possono preparano una mezza valigia, quelli che non possono alle 19 sono già ubriachi, condizione perenne fino alle 5 di sabato mattina, e hanno due giorni di lunga ripresa. Chi invece è di corvee anche il sabato trae giovamento dalla piacevole inedia domenicale, sfidando la sorte che propone grigliate, gite fuoriporta o scalate in montagna, e giocandola a dadi con un comodo e fresco divano fornito di tv, libri e giornali. Ma, e c’è sempre un ma, qualcuno non ama bivaccare e rovinarsi nel nulla cosmico e, pur non amando le attività troppo fisiche e faticose, non riesce a scoprire il piacere della domenica silenziosa. E fra questi qualcuno c’è una Silvia a caso, tipo me. Io sono una che di “non fare niente” proprio non è capace. Per questo mi sono almeno messa a scrivere, che non è qualcosa, ma insomma, almeno non è niente.
Domenica 21 giugno 2009. Se non fosse che mio fratello da oggi è maggiorenne sarebbe una comune domenica estiva (la prima). Ieri ho lavorato fino a tardi, non ho potuto approfittare del sabato sera: un amaro con gli amici, un giretto per le piazze, poco altro. Fresca come una rosa, stamattina alle 9 e mezza mi sono svegliata. Chiacchierata con il mio amico Michele fra una pedalata e l’altra, tappa finale la pasticceria Adriana che mi ha regalato una strepitosa colazione con due meraviglie di eccellente fattura e un cappuccino (il mio stomaco intollerante ringrazia).
Ritorno lento fra le mura domestiche dove, dopo aver lanciato un’occhiata fugace alla merda lasciata sul tavolo da mio fratello ieri sera (scusate la volgarità ma quando ci vuole va detto), mi sono dedicata all’affannosa ricerca dei miei pezzi sul giornale odierno, scoprendo che il maggior lavoro di ieri si è volatilizzato. Fa nulla, amen, non prendiamocela troppo. Anche perché non voglio rovinare questo sole, e non ho intenzione di alzare una paglia per sistemare il terremoto che ha scosso il pianterreno di casa mia. Ormai è diventata una questione personale, non posso fare la schiava a due adulti che si rifiutano di viere in una cucina normale. Per cui ho deciso che il mio pranzo sarà un vasetto di jogurt, il cui vuoto verrà colmato da una delle pastine della Adriana che ho portato meco stamattina. E non ci saranno piatti da lavare, in questo modo, solo un misero cucchiaino. Mi sento già soddisfatta della prima parte del mio programma. Ora, resta da organizzare il pomeriggio, che non intendo passare col telecomando in mano. Dopo aver letto seriamente e pacificamente il giornale, cosa che credo di fare a breve, penso che andrò a farmi una doccia, profumandomi e imbellettandomi come una dama. Forse metterò anche lo smalto sulle unghie, quello trasparente ovvio. Così, per sentirmi un po’ femmina. Dopo essermi presa cura del mio corpo per la prima volta nell’ultimo semestre, dedicherò il tempo restante a trasformare una domenica nata insulsa. Ho scelto di contattare per questa delicata operazione i miei angeli custodi, uno dei quali (quello buono, ovviamente) ha già dato la sua risposta.
I miei angeli custodi, quello buono e quello cattivo – un anno fa…
Affollamento marittimo uguale svuotamento cittadino, da cui inedia neuronale. Bisogna correre ai ripari. Gelato, passeggiata all’ombra degli alberi e al fresco del fiume, chiacchiere, libri, spritz, fritto, birra, fritto. Niente male, sulla carta. Devo farmi una tabella di marcia, da buona veneta che sono, decidere quale mezzo di trasporto utilizzare (ma la scelta avverrà solo a tabella pronta) e quale abbigliamento adottare. Indecisa fra l’etnochic e il comodo casual, stabilirò l’abbinamento finale a seconda delle variazioni meteorologiche. Bello non avere altro a cui pensare.
Oddio, questo post è delirante e sconclusionato. Ci sono concetti che non ho spiegato, perché a me sembrano banalissimi, ma che un lettore potrebbe capire molto poco. Evabbeh, oggi va così. Fra l’altro, ho messo un sacco di parentesi. Avrei potuto evitarle, certo, ma non l’ho fatto. E questa cosa l’ho scritta io, non voi. Per cui, cari amici, stay cool.
Cicciottelle si nasce, è una scelta di vita. È una scelta imposta, ma con la quale noi donne in carne conviviamo pacificamente (più o meno pacificamente). C’è chi ci soffre, c’è chi punta tutto sulla nuova dieta di Monica Sport, e c’è chi trova il modo di vestire più adatto alle proprie forme. E poi ci sono io, Silvia l’informe, che cambio taglia stagionalmente e passo dal “mi piacciono quelle come te, in carne” detto da un collega dell’ippodromo qualche tempo fa al “ma come sei dimagrita una volta eri proprio grassa cosa ti è successo?”. Son soddisfazioni, a modo loro. Eppure, anche adesso che ho smaltito quei due tre chili superflui grazie alla calura estiva, posso scoprire sul mio corpo i residui del mio essere cicciottella, che si paleserà nuovamente a settembre, ottobre se riesco a tenermi. Quando scegli uno stile di vita, te lo devi portare appresso, con i pro e i contro. Vi faccio un esempio di come le giornate di una magra e di una persona normale possano essere diversissime. Passo le mie mattine in giro in bicicletta, a scorrazzare come Bartali fra vicoli e piste ciclabili. Il caldo sembra sopportabile, stimo che potrebbero esserci 26 gradi a terra, ma l’aria che mi sbarluccica in faccia e la brezza che mi accarezza i capelli sono colpevoli di una terribile mistificazione. Scendo e la temperatura è di almeno 86. E, sorpresa delle sorprese, riprendere la posizione eretta rende nota la mia difettosa pancetta: ho le piaghe da sudore. Le maglie si infilano negli anfratti della mia mollità e si inzuppano. Cosicché il mio sobrio top senza spalle tinta unita grigio diventa un’attillata mise umida e zebrata. Io che ho la fortuna di una sudorazione ascellare poco evidente, sono costretta ad antiestetici fazzolettini di carta sotto le maglie per non sembrare Bombolo uscito dalla sauna. Oltretutto sono in una fase della mia vita in cui non riesco a capire che taglia ho: una fase che dura da una decina d’anni, a dire il vero, ma trovo modo di lamentarmene solo ora. Perché io sono una donna dal peso incostante, che sale e scende come sull’altalena, perde e acquista con la rapidità di Flash e basta che mangi una fetta di salame al cioccolato per esplodere di gioia e di lipidi. Ci sarebbe poi la delicata questione dei pantaloni bianchi, che da tempo sogno di comprare ma che addosso proprio mi sono impossibili, per due validissime ragioni. La prima è che i pantaloni bianchi sono fatti per un certo tipo di donne, con il fisico costante, con le gambe dritte e magre, e se i fianchi son segnati basta che siano fatti bene (e io non rientro in questa categoria). Ma soprattutto, i pantaloni bianchi sono per le signorine. Io mi sporco. Io sono maldestra. Ne ho presi un paio beige, li ho messi al pranzo di pasqua e mi sono macchiata. Li ho smacchiati, sono uscita la sera e li ho rimacchiati. Sono stati messi a lavare, la mamma li ha disinfestati, li ho rimessi e rimacchiati sulla base. Io proprio per la roba chiara non son fatta. Fosse per il mio stile di vita dovrei andare in giro vestita solo come Mortisia.
I pantaloni bianchi sono un’iniezione di autostima. Un giorno supererò la mia paura delle punture e azzarderò un pantalone a sigaretta candido come la neve. Costretta a bruciarlo la sera stessa, lo ricorderò con infinito affetto. E poi ci sono i dialoghi surreali. “Scusi, non si chiude davanti”. “Ma va portata così, è di moda”. “Signora, è una camicia, secondo lei devo tenerla aperta?”. E ancora: “Scusi, di questa mi fa provare una taglia in più?”. “No, non la facciamo più grande”. Ecco, queste sono le cose che una donna non dovrebbe mai sentirsi dire.
Sono ripetitiva? Lo sapevate, non tirate fuori questa storia ora. Sono sei anni che scrivo su questo blog e scrivo sempre le stesse cose. Dopotutto, Buzzati diceva che “Spesso mi dicono: ma perché lei scrive sempre cose così allucinanti e angosciose? Ma perché non prova a cambiare? Perché non racconta qualcosa di allegro? Alla fine si ha l’impressione che lei scriva sempre le stesse cose. Vorrei rispondere: tutti gli scrittori ed artisti, nella loro vita, per lunga che sia, dicono ciascuno una cosa sola. Altrimenti non sarebbero sinceri”. Lungi dal paragonarmi a Buzzati, ma sono sincera e a tratti superficiale, e le cose serie le racconto solo quando sono in vena. Se no vi parlo del mio grasso superfluo e della mia voglia di pizza. Che, considerato il sentimento di superiorità che parte dei miei lettori nutre nei miei confronti, è più che sufficiente a suffragio di una teoria inconsistente, ma alla quale voglio dare la soddisfazione che merita. Se non altro per lo sforzo intellettuale.
Sono uscita indenne da questa tornata elettorale: direbbe Momo “Alive”. Non commenterò politicamente nulla, prima di tutto per questioni professionali, e poi perché la mia disamina sui comuni al voto si è conclusa solo ieri e non ho intenzione di rituffarmici di nuovo. Un dato posso però comunicarvelo: sono almeno una decina le ore di sonno da recuperare. Non tanto di sonno, in effetti, quanto di riposo. Tuttavia ho l’entusiasmo necessario a ringiovanire i miei neuroni, e torno per qualche giorno brillante e arzilla come quando avevo vent’anni e facevo le 5 di mattina come niente. Adesso faccio le 7 di mattina come niente, nel senso che a quell’ora mi sveglio. E vado a letto alle 10. E se non vengo contattata almeno entro le 9 chi mi chiede di uscire mi trova già in pigiama. Piccolo particolare: nessuno mi chiede di uscire. Ma di questa mia drammatica vicissitudine sociale parleremo in separata sede, o quando deciderò di sfogarmi in pubblica piazza. Che da approfondire ce ne sarebbe, ve lo assicuro. Lo spoiler è: sono deprimentemente sola. A voi le speculazioni su quale possa essere la reale situazione con cui mio malgrado mi trovo a convivere, poi magari tratteremo l’argomento. Ma oggi non è di questo che desideravo narrarvi.
Nelle scorse settimane ho avuto modo di intervistare (intervistare per modo di dire, diciamo farci due chiacchiere serie) due “personaggi famosi”. Lo metto tra virgolette perché il primo può essere descritto come un vip, ma il secondo è noto per ben altri meriti. Ma noto, e quindi mi diventa personaggio. Con tutta la stima e il rispetto che nutro per lui, sia chiaro.
Di uno incantano gli occhi magnetici e l’abbigliamento eclettico, e poco altro. Dell’altro incantano gli occhi che ti guardano fissa, i capelli arruffati nel vento, il modo elegante e moderato di parlare, l’abbigliamento sobrio con un paio di sneackers comode e datate, l’espressione naturale del volto. Incanta la maniera che ha di spiegare le cose semplicemente, senza eccessi. Di lui incantano la simpatia e l’ironia, la vivacità, l’intelligenza, la serenità con cui si avvicina a una ragazza che di giornalismo non ha ancora capito molto, che ci è appena entrata, e che tanto ci tiene e tanto ci si impegna, ma è ancora lunga la strada da fare. E le regala i suoi appunti per il discorso. E la chiama collega. Sorridendo. E la invita a cena. E lei sviene. Così, per terra. Sviene.
No dai, l’ho buttata così, ho esagerato. Ma venerdì sera sono stata una persona felice.
Aggiornamento dell’11 giugno, ore 10.28
Colgo l’occasione per segnalarvi anche questo.. L’ironia di Severgnini rende meno drammatica anche la più cupa delle riflessioni.