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GIULIA BLASI
NUDO D’UOMO CON CALZINO
2009 Einaudi.




HO VISTO

ANPLAGGHED AL CINEMA,
di Rinaldo Gaspari con Aldo, Giovanni e Giacomo; regia
teatrale di Arturo Brachetti
;

I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN, con Heath Ledger
e Jake Gyllenhaal, di Ang Lee
;

IL DIAVOLO VESTE PRADA,
di David Frankel, con Meryl
Streep ed Anne Hathaway
;

IL 7 E L’8, di Giambattista
Avellino, Ficarra & Picone;
nel cast, Salvatore Ficarra,
Valentino Picone, Remo
Girone e Arnoldo Foà
;

MATCH POINT, di Woody Allen;

MEMORIE DI UNA GEISHA,
un film di Rob Marshall;

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI,
regia di Fausto Brizzi;

"PIRATI DEI CARAIBI" - LA
MALEDIZIONE DEL FORZIERE
FANTASMA, un film di Gore
Verbinski, con Johnny Depp
;

QUANDO L’AMORE BRUCIA L’ANIMA (WALK THE LINE), di James Mangold - con Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon;

SATURNO CONTRO, regia di
Ferzan Ozpetek; con Luca
Argentero, Pierfrancesco
Favino, Margherita Buy
.


STO ASCOLTANDO



ABBIGLIAMENTO del GIORNO

adeguato

ORA VORREI TANTO...

stabilità

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leggendo, più che altro

OGGI IL MIO UMORE E'...

potrebbe andare meglio.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Quelli che si appendono un Cd allo specchietto retrovisore dell'auto....
2) Quando arrivi a fidarti solo di te stesso...
3) essere ammalati quando in realtà hai un sacco di cose divertenti in programma
4) non aver avuto il coraggio di dire in tempo ad una persona quanto importante fosse per te e scoprire che ora non puoi più farlo...
5) Pensare di essersi dimenticati la macchina aperta con il portafoglio dentro
6) Sapere che il tempo passa inesorabile e aver paura un giorno di dimenticare tutto,la vita,gli amici,gli affetti,le persone....e aver paura di tutto questo!
7) svegliarmi e scoprire che mi piace la musica di dj Francesco..potrei morire..sul serio eh

MERAVIGLIE


1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero
2) suonare col proprio gruppo a San Siro con milioni di persone
3) Sarebbe una meraviglia se riuscissimo a essere onesti con noi stessi e con gli altri allo stesso tempo sempre...
4) Lo stupore di sentire che ogni giorno ti vuoi bene sempre di più e in modo diverso
5) ...vivere senza illusioni...
6) mio padre che viene da me e mi dice di essere orgoglioso di me...
7) Spiegare a qualcuno il nostro punto di vista, e sentire che anche se non è d'accordo con noi l'abbiamo colpito, e abbiamo lasciato qualcosa, anche di piccolo, nella sua vita.


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martedì 1 novembre 2005 - ore 23:29


The day it rained forever
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Lungo weekend all’insegna del maltempo, ma tutt’altro che noioso: la festa Spritz a Grisignano di Zocco è decisamente riuscita, tantissima gente (anche se molti erano estranei al sito) e una cornice meno ingessata delle ‘solite’ discoteche. Le presentazioni della serata: Bender e il redivivo El Juan di cui seguivo spesso il blog l’anno scorso; ho trascorso la serata con Chiara@, Sabry8 (tornate incolumi a casa), il neodottor Zeit e Snap, ma ho anche rivisto Leonida, Blondy, Elisewin29 ed Alberto (Narra), persino due ex compagni del liceo Fermi che non mi pare siano iscritti a questa community. Una critica: molto meglio il gruppo che suonava l’altra volta.





Dopo un po’ di assenza dalle sale cinematografiche, valeva la pena passare il grigio pomeriggio di oggi con mio fratello al Porto Astra per il nuovo film di animazione stopmotion di Tim Burton La Sposa Cadavere. Gotico, romantico, poetico, non fa affatto rimpiangere il Nightmare Before Christmas di dodici anni fa - il rischio di una delusione era dietro l’angolo.

Victor è figlio di due borghesi arricchiti, Victoria proviene da una famiglia nobile decaduta, e sono promessi sposi con un accordo tra i genitori. Mentre il ragazzo prova ad imparare a memoria il discorso della cerimonia nuziale, mette l’anello in un ramo che in realtà si rivelerà il dito della sposa cadavere (espediente vicino ad alcune fiabe russe). Victor si ritroverà sospeso tra il mondo dei vivi, opprimente, dominato dal triste colore blu, ed un mondo dei morti che è esattamente agli antipodi, ricco di colori, musica (citazione disneyana l’esibizione musicale degli scheletri) e magia.






Ieri in Inghilterra è uscito un nuovo singolo di Echo and the Bunnymen, In The Margins, tratto dal loro decimo album in studio, Siberia, che qui sta passando alquanto inosservato (sarà oggetto della recensione di domani). Un saluto a tutti coloro che sono andati al DNA ieri sera...a venerdì!

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martedì 25 ottobre 2005 - ore 18:13


I’m coming back
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Salve a tutti! Torno ad aggiornare il blog dopo un silenzio di otto giorni; nel frattempo, il 20 ho consegnato in presidenza la mia tesi di laurea e spero di sapere entro una settimana il giorno esatto della discussione. Continua il labor limae, non vorrei ci fossero errori; sto inserendo le note a pie’ pagina e sto sistemando la bibliografia.. La tesi è in Teorie e Tecniche del Linguaggio Radiotelevisivo, un’analisi sulla musica in TV dal 1980 ad oggi con più attenzione verso le reti generaliste anche se, ovviamente, non si può trascurare del tutto MTV. Discoring, Mister Fantasy (trasmissione pionieristica RAI che ha portato il videoclip sugli schermi italiani), Superclassifica Show, Dee Jay Television, Be Bop A Lula (e tutti i successivi programmi di Red Ronnie tra nostalgia e innovazione), DOC, ma anche i grandi eventi live, i media events (il tanto amato e odiato Festival Di Sanremo ma anche la musica dell’estate del Festivalbar, arrivando fino al Primo Maggio e al Pavarotti and Friends), i revival ciclici (gli anni Ottanta riprendevano i Sessanta, gli anni Novanta, con Anima Mia, hanno mostrato la nostalgia verso le sigle, i telefilm e la musica dei Settanta e il Duemila ha rivisto il boom degli anni Ottanta), fenomeni di costume come il famigerato Karaoke e Non è la RAI arrivando fino ai tanti, troppi reality show che provano a lanciare nuove leve (Amici, Saranno famosi) e recuperare cantanti a volte ingiustamente dimenticati.





Il contributo di due artisti che ho intervistato, Ivan Cattaneo e Sergio Cossu (ex tastierista dei Matia Bazar), arricchisce il lavoro con riflessioni sul trattamento della musica di ieri e di oggi e avrò presto modo di dedicare loro dei post: del primo è appena uscito un album nuovo dopo tredici anni, dei Matia è stata da poco riproposta la doppia Studio Collection (EMI). La scorsa settimana ho rivisto i Soul Blade al Greenwich e si sono riconfermati una cover band decisamente interessante (che funziona al meglio con i classici dei Deep Purple). Meno entusiasmanti gli Effetto Placebo visti al DNA venerdì... Oggi si torna al Banale invernale come ai vecchi tempi, e domani mattina mi attendono le lauree di due colleghi (uno è Zeit!). Grazie per i commenti alle recensioni che ho pubblicato: le prossime riguarderanno Editors, Echo And The Bunnymen, i Rolling Stones, Franz Ferdinand, Stevie Wonder (dopo dieci anni di attesa), gli Starsailor, Barbra Streisand, Simply Red, Kate Bush, Rick Astley e qualche antologia particolarmente meritevole. Ci sarà spazio anche per alcune letture: Angeli da un’ala soltanto del giornalista freelance romano Sciltian Gastaldi, Lunar Park di Bret Easton Ellis (quello di American Psycho...), Moni Ovadia e L’impero dei draghi di Valerio Massimo Manfredi.






BRYAN ADAMS - BACK TO YOU
I’ve been down - I’ve been beat
I’ve been so tired - that I could not speak
I’ve been so lost that I could not see
I wanted things that were out of reach
Then I found you and you helped me through
And ya showed me what to do
And that’s why I’m comin’ back to you...

Like a star that guides a ship across the ocean
That’s how your love will take me home back to you
And if I wish upon that star
Someday I’ll be where you are
I know that day is coming soon
ya, I’m coming back to you.

You’ve been alone, but ya did not show it
You’ve been in pain, but did not know it
Let me do what I needed to
You were there when I needed you
Mighta let you down, mighta messed you round
But ya never changed your point of view
And that’s why I’m comin’ back to you...

I’m coming back to you
I’m coming back to you
I’m coming back to you
That day is coming soon


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lunedì 17 ottobre 2005 - ore 21:06


A pain I’m not used to
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Quindici anni fa scoprivo la musica dei Depeche Mode; tutto merito di mio padre, che un giorno arrivò a casa con il vinile di Violator, primo loro album a raggiungere la Top5 in Italia. Manco a dirlo, il disco non piacque ai miei; eppure da quella volta gli ex ragazzi di Basildon mi hanno progressivamente influenzato con la loro musica. Dopo ci sono stati Songs Of Faith And Devotion, Ultra, The Singles 86>98. Ed Exciter nel 2001.

La pausa di quattro anni e mezzo è stata interrotta da lavori solisti di Dave Gahan e Martin Gore (curiosamente Martin ha inciso un album di cover, e il cantante, che prima non aveva mai contribuito alla scrittura dei pezzi dei Depeche, debutta come cantautore in Paper Monsters) e da Remixes 81 04, in tre formati diversi (uno, due o tre CD). Comprensibile quindi l’attesa dei fan, che finalmente hanno avuto modo di sentire Precious alla fine del mese di agosto: un singolo che faceva ben sperare, un ritorno agli anni Ottanta. Già hanno scritto tantissime recensioni entusiastiche su questo nuovo album (che già circolava nei circuiti P2P prima della pubblicazione).





Playing The Angel è sicuramente meglio di Exciter, tuttavia si avverte sempre di più l’assenza di Alan Wilder, che aveva contribuito non poco al sound del gruppo per dieci anni. Le dodici tracce sono cupe come ai tempi di Violator, e stavolta a produrre c’è Ben Hillier, già con i Blur (Think Tank), Doves (Some Cities) e collaboratore degli U2 (Pop). Proprio come il disco appena citato, Playing The Angel sembra incompiuto e frustrante: ci sono molte autocitazioni, molti cliché nei testi.

Le prime tracce ricordano molto spesso trovate del passato della band (nel bene e nel male). A Pain That I’m Used To è un’ottima apertura, con suoni sporchi. La canzone potrebbe appartenere a ‘Music For The Masses’ (ricorda Strangelove), e ha qualcosa in comune anche con The Dead Of Nights e il tema di Blade Runner di Vangelis. John The Revelator è uno strano finto-gospel dal testo blasfemo ed intrigante (seven lies multiplied by seven) tra religione e fanatismo; sul piano strettamente musicale richiama invece Master and Servant.





Suffer Well comincia con dei bleep anni 80 già usati in dischi come Welcome to the Monkeyhouse dei Dandy Warhols (o il coetaneo Body Language di Kylie Minogue; in ogni caso non una sensazione piacevole), ma la melodia è robusta. Gahan è coautore della canzone, che potrebbe benissimo diventare un successo; qui la pietra di paragone è A Question of Time. The Sinner In Me è a dir poco tediosa, uno strano miscuglio tra Comatose e Barrel Of A Gun; si risolleva con Precious, il primo singolo radiofonico (un po’ ripetitivo ma affascinante).

Macro, cantata da Martin, chiude la prima parte del disco. I Want It All è firmata da Dave, e non sarebbe fuori posto nel suo Paper Monsters di due anni fa; lenta e troppo lunga, un po’ fatica a decollare. Nothing’s Impossible, sempre di Dave, è invece un gioiellino che potrebbe far accendere il pubblico in concerto; la voce carezzevole di Gahan viene utilizzata al meglio nel suo basso registro. Ha senso inserire in scaletta inutili pezzi strumentali (come è successo anche in Ultra ed Exciter)? Introspectre garantisce due minuti di noia gratuita.





Il compact non si conclude nel migliore dei modi: solo Lilian (canzone non certo eclatante, cantata con voce filtrata, che qui riesce persino ad emergere) può trattenere lo sbadiglio. Damaged People è riempitivo allo stato puro (plagia I Don’t Know How To Love Him di Jesus Christ Superstar, i ritornelli sembrano praticamente identici); The Darkest Star vorrebbe essere la Waiting For The Night della situazione ma, proprio perché troppo forzata, non riesce a convincere pienamente.

In conclusione, Playing The Angel non è un capolavoro come alcuni recensori lo definiscono (stiamo a vedere se tra pochi mesi si rimangeranno tutto!): a tratti è molto noioso, manca qualche idea davvero originale, non vedo grandi classici da greatest hits come del resto non ne vedevo in Exciter (fatta eccezione per Freelove); sono sicuro che, se anziché essere dei Depeche quest’album fosse degli Human League o degli Alphaville, pochi sprecherebbero così tanti complimenti. Nel 2006 Speak And Spell compirà 25 anni, e si prevede che per l’occasione tutti i dischi precedenti saranno opportunamente rimasterizzati, magari anche in SuperAudioCD; il fan casuale può scegliere ben altri capisaldi della band come Some Great Reward, Black Celebration, Violator e il bellissimo Songs Of Faith And Devotion. Playing The Angel: delusione dell’anno.






DEPECHE MODE - A PAIN THAT I’M USED TO
I’m not sure what I’m looking for anymore
I just know that I’m harder to console
I don’t see who I’m trying to be instead of me
But the key is a question of control

Can you say what you’re trying to play anyway
I just pay while you’re breaking all the rules
All the signs that I find have been underlined
Devils thrive on the drive that is fueled

All this running around, well it’s getting me down
Just give me a pain that I’m used to
I don’t need to believe all the dreams you conceive
You just need to achieve something that rings true

There’s a hole in your soul like an animal
With no conscience, repentance, oh no
Close your eyes, pay the price for your paradise
Devils feed on the seeds of the soul

I can’t conceal what I feel, what I know is real
No mistaking the faking, I care
With a prayer in the air I will leave it there
On a note full of hope not despair

All this running around, well it’s getting me down
Just give me a pain that I’m used to
I don’t need to believe all the dreams you conceive
You just need to achieve something that rings true




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domenica 9 ottobre 2005 - ore 21:37


Here to stay
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Come si fa a unire il rock e la musica dance senza svendersi e restando rilevanti per un quarto di secolo? Nessuno meglio dei New Order, band nata dalle ceneri dei Joy Division, può rispondere al quesito. Singles è il titolo del nuovo doppio CD che la Warner Bros ha pubblicato il 30 settembre, con trenta singoli rimasterizzati e un nuovo edit di Turn, da Waiting For The Sirens’ Call, uscito pochi mesi fa. E’ la sesta raccolta dei New Order in diciotto anni, e ci si chiede se Singles faccia la differenza. Substance del 1987 raccoglie i dodici pollici con i lati B, e qualche stranezza: Ceremony non è nella versione originale, ma in una seconda reincisione con la tastierista Gillian Gilbert, da poco sostituita. Non è tutto: Temptation e Confusion sono state ricantate e risuonate per l’occasione. (the best of) New Order del 1994, con scalette diverse per il mercato europeo e statunitense, è un’altra occasione persa: classici come True Faith, 1963 e Bizarre Love Triangle sono remixati, e nulla aggiungono alle versioni già note. Il peggio arriva nel 1995 con (the rest of) New Order, maldestro tentativo di adattare i vecchi classici alle sonorità dance anni Novanta. Retro è un cofanetto con quattro CD, ma la tracklist lascia parecchio a desiderare; le incisioni dal vivo sembrano prese da scarsi bootleg, troppe le canzoni ripetute (ma Thieves Like Us è assente!). Inutile il CD International di 3 anni fa, che include Here To Stay, unico inedito.





Singles è dunque la miglior raccolta mai pubblicata e credo che soppianterà del tutto i precedenti CD. Scaletta in ordine cronologico, un’ottima qualità sonora e un’intelligente scelta di inserire le versioni sette pollici di quasi tutti i pezzi (poche le eccezioni: Blue Monday e True Faith sono i lunghi mix 12 pollici di Substance, semplicemente perché i più noti, e The Perfect Kiss e Bizarre Love Triangle sono tratte dagli album) rendono il best of imperdibile anche per i fan di lungo corso.

I singoli successivi al 1987 mai inclusi negli album, Touched By The Hand Of God, in classifica anche in Italia, e World In Motion, numero uno in Inghilterra, brano inciso in occasione dei mondiali di calcio del 1990, sono qui presenti, insieme a Ceremony, Temptation e Confusion, in versione originale. E non manca neanche Here To Stay, con i Chemical Brothers (il cantante aveva già lavorato con loro per Out Of Control, da Surrender).





I brani degli esordi hanno ancora l’ombra di Ian Curtis, ma è con Blue Monday che i New Order trovano una loro identità; influenzato da alcune produzioni di Giorgio Moroder, il brano ha un fascino rimasto finora immutato. A volte non si riesce ad interpretare gli ambigui testi di Bernard Sumner (restano in dubbio quelli di The Perfect Kiss e 1963 – pare che faccia riferimento all’omicidio di Kennedy); lo stile di Peter Hook è unico, suona il basso come una chitarra. Molte sono state le avventure parallele: gli Electronic (Bernard Sumner, Johnny Marr degli Smiths e, occasionalmente, Neil Tennant dei Pet Shop Boys; hanno inciso tre album, è in arrivo un’antologia), gli Other Two, i Monaco di Peter Hook.

Da qualcuno accostati ai Depeche Mode, i New Order hanno in realtà un sound che miscela i Cure (a proposito, nessuno si è mai accorto della somiglianza tra Blue Monday e la loro The Walk? E che dire di All The Way, vicinissima a Just Like Heaven del gruppo di Robert Smith?) e i Pet Shop Boys dei tempi migliori. Oltre a Singles, è uscito anche A Collection, doppio DVD che raccoglie tutti i video realizzati fino ad oggi.






NEW ORDER – THE PERFECT KISS
I stood there beside myself,
Thinking hard about the weather
Then came by a friend of mine
Suggested we go out together
Then I knew it from the start:
This friend of mine would fall apart
Pretending not to see his gun,
I said "let’s go out and have some fun"
I know, you know, you believe in a land of love
I know, you know, we believe in a land of love

I have always thought about
Staying here and going out
Tonight I should have stayed at home,
Playing with my pleasure zone
He has always been so strange,
I’d often thought he was deranged
Pretending not to see his gun,
I said "let’s go out and have some fun"
I know, you know, we believe in a land of love
I know, you know, we believe in a land of love

When you are alone at night
You search yourself for all the things
That you believe are right
If you give it all away
You throw away your only chance to be here today
Then a fight breaks out on your street
You lose another broken heart in a land of meat
My friend, he took his final breath
Now I know the perfect kiss is the kiss of death




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martedì 4 ottobre 2005 - ore 13:08


With the lights out
(categoria: " Riflessioni ")


A chi non è mai capitato di leggere, in qualche sito o rivista, liste come ‘i migliori album rock della storia della musica’, o ‘le canzoni che hanno cambiato la tua vita’ e così via? BBC6 (ovvero l’emittente radiofonica più seguita nel Regno Unito) ha creato una singolare lista sui dischi più sopravvalutati di tutti i tempi; non dei dischi più brutti, sia chiaro, ma di quei lavori che non meritano forse di essere tanto osannati. Un duro colpo per il presentatore Andrew Collins e per i molti fan dei Nirvana, la presenza al primo posto di questa Chart di Nevermind, un album considerato una pietra miliare del grunge che al tempo decretò la fine dell’era del pop di MTV (Michael Jackson, al tempo davvero imbattibile, si ritrova a cedere la vetta delle classifiche a Kurt Cobain e compagni).





Ecco la lista completa dei “most overrated albums ever”:

NIRVANA Nevermind
I Nirvana sono i Backstreet Boys del 1991, decreta uno dei più stizzosi utenti di Amazon.com in una review; senz’altro esagerata, l’opinione mostra palesemente come Nevermind sia al tempo stesso un disco amato e odiato. Il riff di Smells Like Teen Spirit ha acquistato un posto d’onore nella storia del rock, ma Come As You Are saccheggia i Killing Joke, ed altre canzoni sono in debito con i Pixies. Si potrà discutere all’infinito sulla qualità dei testi di Kurt Cobain, indecifrabili, sicuramente lo specchio della sua inquietudine. Avremo un nuovo CD tra un mese, ‘Silver – the best of the box’; come ha fatto Springsteen con 18 Tracks, Courtney Love, vedova arrapata dal denaro (tiene testa a Yoko Ono), ha tenuto tre inediti per questa pubblicazione che include selezioni tratte dal box set dell’anno scorso, With The Lights Out. In fondo dovrà passare Babbo Natale anche per Frances Bean, no?

COLDPLAY X&Y
Ma come...pochi mesi fa si diceva che fosse l’album perfetto e ora compare al secondo posto della overrated list? Forse a mente sgombra dai condizionamenti pubblicitari, è giunto il verdetto: X&Y è un disco che piace al primo ascolto, per poi stancare sempre più. E’ un buon album, vero, ma non osa...

THE LIBERTINES The Libertines
Pete Doherty è, da pochi anni, il tossicodipendente preferito dalla stampa scandalistica (non che la sua compagna, Kate Moss, sia da meno!); anche di questo secondo capitolo si è detto un gran bene quando è uscito ma già Up The Bracket faceva intuire che, a parte le citazioni dei Clash (strano che siano assenti dalla lista London Calling e Sandinista), molto fumo e poco arrosto sarebbe arrivato ai nostri altoparlanti.





Al quarto posto (udite udite) si piazza Definitely Maybe degli Oasis, uno tra gli album storici del brit pop insieme a Suede, Parklife dei Blur (ancora non si parla, al tempo, di rivalità) e Different Class dei Pulp. Sono in disaccordo sia con la quinta posizione, The Joshua Tree, degli U2 (se consideriamo che dopo tanti anni costa ancora 15 euro - e non è ripubblicato con un opportuno remastering digitale - qualche motivo per lamentarsi c’è), che con la sesta, quella di OK Computer dei Radiohead – nonostante io preferisca il più elettronico Kid A.

Quattro dischi intoccabili occupano le ultime quattro tacche: Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band dei Beatles (sarebbe contento Piero Scaruffi, ma è Let It Be il disco che lascia sul serio l’amaro in bocca), Pet Sounds dei Beach Boys, un flop al momento della sua pubblicazione ma rivalutato in seguito (potrebbe essere altrimenti per un disco con un capolavoro come God Only Knows?), Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols, che riesce a fotografare un’era ma che forse non è invecchiato benissimo, e The Queen Is Dead, degli Smiths.





Quali sono i dischi che la stampa ha incensato e che non vi hanno in realtà mai convinto fino in fondo? Confesso che ho sempre trovato mediocre Jeff Buckley e il suo album Grace, così come reputo quasi inascoltabile Psychocandy dei Jesus And Mary Chain (provate a sentirlo in cuffia e poi mi dite) e non comprendo l’entusiasmo per Back To Bedlam di James Blunt, bestseller dell’anno, e per i dischi di Robbie Williams.

Trovo indigesto ogni album di Bjork dopo ’Homogenic’, così come Origin Of Symmetry dei Muse, a tratti fastidioso. De gustibus non disputandum est, quindi tutte le liste fatte, e tutte quelle che ci saranno, non decreteranno alcunché, ma a volte è interessante analizzare meglio certi dischi usando la propria testa e non quella di chi scrive recensioni. Votate!


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lunedì 3 ottobre 2005 - ore 18:12


Life in slow motion
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Il 9 settembre è uscito il nuovo album di David Gray, Life In Slow Motion, che in Inghilterra ha debuttato direttamente al primo posto delle classifiche. Nativo di Manchester e gallese di adozione, Gray ha iniziato la scalata verso il successo con White Ladder, dove chitarre ed elettronica lo-fi si sposano e danno vita a canzoni come Babylon, Please Forgive Me, Sail Away e This Year’s Love, che fanno gridare molti al miracolo (guadagnandosi la stima di colleghi come Bonnie Raitt, che ha inciso la sua Silver Lining, Joan Baez, e qui in Italia Ron). In realtà la carriera di David Gray è iniziata nel 1992 con un singolo (Birds Without Wings), ma la miope etichetta Hut lo ha scaricato presto. Durante lo scorso decennio ha aperto i live set per Radiohead, Dave Matthews Band, Shawn Colvin.

Nonostante la produzione scarna (è stato registrato in casa a Londra), White Ladder riesce a spopolare nel Regno Unito (è quattro volte disco di platino); Matthews si occupa della distribuzione dei suoi album negli States. Oltre a nove brani scritti di proprio pugno, una cover del successo dei Soft Cell Say Hello Wave Goodbye (il cui testo narra di una liaison di una prostituta e un suo cliente) conclude la scaletta del CD. La nascita del suo primo figlio e la morte di suo padre sono gli eventi che ispirano il successivo A New Day At Midnight.





L’abito sontuoso delle dieci canzoni del nuovo Life In Slow Motion non ha nulla a che vedere con l’elettronica di White Ladder. Già all’opera come tastierista nei Blow Monkeys, e in seguito produttore per U2, Madonna e Rufus Wainwright (senza dimenticare il suo lavoro per Moulin Rouge), Marius De Vries (come un novello Phil Spector) ha creato un disco ben riuscito, più che mai autunnale, con tanto di orchestra.

Non ci sono cadute di tono, anche se è inevitabile che delle canzoni colpiscano più di altre... il primo singolo, The One I Love, richiama più i R.E.M. di Aftermath e alcune canzoni di Bruce Springsteen (come se a cantarle fosse Van Morrison) che il solito stile di Gray; gli ultimi pensieri di un uomo che è stato sparato ricorrono nelle liriche, con immagini delle notti estive senza vento, di dichiarazioni d’amore e vecchie piste da ballo. Sono sicuro che Nos Da Cariad (Goodnight Sweet Heart in gallese) avrà un’ottima resa dal vivo, e ammicca ai successi dei Coldplay benché il testo citi invece i Waterboys.





David è molto orgoglioso di From Here You Can Almost See The Sea, canzone contenuta nel film A Way Of Life di Amma Assante dell’anno scorso seppure in una differente versione; Ain’t No Love, forse il brano più toccante della collezione, è stato invece escluso dalla colonna sonora. Ipotetico singolo è Hospital Food, brano-invettiva sulla spazzatura che la tv ci offre ogni giorno. Strizzano invece l’occhio a David Bowie gli espedienti di De Vries per il finale di Disappearing World.

In Italia Life in Slow Motion si è fermato alla posizione n.30. David Gray è una star fuori dal comune, non è un ’belloccio’ né ha trovate pubblicitarie per catturare l’attenzione (non è un ex soldato come il sopravvalutato James Blunt). Signori, qui è la musica a parlare. Al giorno d’oggi non è mica poco. Purtroppo al momento non sono previsti concerti qui da noi.






DAVID GRAY - NOS DA CARIAD
One lifetime is long enough
Is long enough to wait
The rain like silver in my ears
Fat nothing on my plate
A bucketful of Babylon
A belly full of hate
Go to sleep my one true love
And may your dreams be sweet

Then we’ll be running

See its face beneath the glass
It murmurs on the breeze
Like a long black Cadillac
It passes ‘neath the trees
What is it you’re waiting for?
Sweet love is on its knees
Go to sleep my one true love
And find your heart’s release

Then we’ll be running
Afraid of nothing
Yeah we’ll be running

Silence is golden
Here I am
I ain’t afraid of nothing
Silence is golden
Here I am

The sun above the cotton grass
Is sinking down like lead
The seagulls know the truth of it
And scream it overhead
Hold on to St. Christopher
The sky is murderous red
Go to sleep my one true love
Our glory lies ahead

Then we’ll be running
Afraid of nothing
Then we’ll be running

All wired up in a dawning ray




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mercoledì 28 settembre 2005 - ore 13:59


Tougher than the rest
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non aggiorno il blog, ma vi assicuro che sono ancora vivo! E tra la lentezza del sito (attendo con ansia il nuovo server) e il poco tempo a disposizione – in teoria ho la consegna della tesi tra meno di un mese, escludendo ripensamenti da parte del mio relatore, da cui ricevo solamente conferme di lettura delle e-mail con le interviste e i capitoli della tesi (mica male eh?) – avviso i miei lettori che nelle prossime tre settimane scriverò molto poco, a intervalli anche di tre/quattro giorni.

Per uno studente che finisce ce n’è uno che inizia; Lyriannos ha iniziato lunedì mattina i corsi di Lingue e Culture dell’Asia Orientale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. A parte i soliti disagi tra treni e orari balordi, mi sembra molto entusiasta.




Siamo reduci da un weekend a Firenze, città che ancora non avevamo mai visitato (finalmente un sabato senza pioggia); non sono riuscito a visitare gli Uffizi per via di una coda che non finiva più, ma abbiamo visto Palazzo Pitti e fatto un bel giro per il centro cittadino. Attenzione ai ristoratori fiorentini perché sono ladri patentati (non ai livelli di Venezia, però...)

Il Bar Nuovo si è rivelata un’ottima cornice per il live ’intimo’ dei Lucenera; ho anche rivalutato alcune canzoni che al DNA erano passate alquanto inosservate. Da ricordare le versioni acustiche dei pezzi più forti, la presentazione di Pego, ed un batterista/cabarettista che strappa spesso risate al pubblico.




Forse sarò presente alla festa di Spritz, il primo ottobre. Nel frattempo segnalo un paio di cd di cui mi piacerebbe parlare al più presto: Life In Slow Motion di David Gray, cantautore che mi stupisce ad ogni sua uscita (e l’ho scoperto per caso ascoltando brani di White Ladder in un negozio) e The Back Room degli Editors, disco uscito a luglio nel Regno Unito ma solo poche settimane fa qui in Italia. Niente male nemmeno Siberia degli Echo and the Bunnymen; ascolterò presto You Could Have It So Much Better, il nuovo dei Franz Ferdinand.

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mercoledì 21 settembre 2005 - ore 23:46


A life shot in black and white
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Sono state rese pubbliche le nuove classifiche di vendita sul sito della FIMI; i Rolling Stones resistono in vetta, e ci sono moltissime nuove entrate nella zona più alta, la Top Ten; la Bertè debutta al secondo posto, Paul McCartney al terzo e i Sigur Ros al quarto. Dopo la non brillante performance nelle classifiche inglesi (un debole trentasettesimo posto), ’Black And White 050505’ dei Simple Minds è in settima posizione.

E così, dopo How To Dismantle An Atomic Bomb degli U2 ed Astronaut dei Duran Duran un altro sicuro ’return to form’: la stampa parla di un ritorno alla grande, il Record Collector ha assegnato cinque stelle al cd. Dopo Street Fighting Years le Menti Semplici hanno perso la capacità di sfornare hit che fossero al livello di Sparkle In The Rain, o il capolavoro New Gold Dream. Il recente remake di (Don’t You) Forget About Me, commissionato dalla Vodafone (che poi ci ha ripensato) ha spinto molti a pensare che la band fosse senza più idee.





I dischi dal 1991 ad oggi non sono del tutto convincenti; sì, Real Life contiene un paio di buoni singoli (See The Lights è stato riproposto in italiano da Paola Turci), così come Good News From The Next World, ma dopo Neapolis, il gruppo di Jim Kerr ha concluso il contratto con la EMI. Alla più piccola Eagle Records hanno consegnato uno sciatto disco di cover (Neon Lights) e a distanza di meno di un anno un album di nuovo materiale, Cry, che ha poche canzoni davvero buone (One Step Closer incisa con i Planet Funk) immerse però in un mare di riempitivo. I Simple Minds sono ora accasati alla Sanctuary Records, etichetta già responsabile del rilancio di grandi artisti rimasti senza contratto (Morrissey e Billy Idol, Alison Moyet, Steve Winwood) spesso con risultati notevoli.

Al giorno d’oggi nove canzoni in un album sembrano poche; eppure il nuovo materiale cattura l’attenzione ascolto dopo ascolto, grazie all’attenta produzione di Bob Clearmountain e soprattutto ad una ritrovata ispirazione. Il brano che apre la scaletta, Stay Visible, ci riporta ai tempi di Once Upon A Time; la scelta di proporre Home alle radio è un po’ strana, visto che non si tratta del brano più accattivante del disco.





Stranger è un pezzo ’sui generis’, ma è con Different World (Taormina.Me) che i nostri iniziano a fare sul serio: chitarre e sintetizzatori qui si sposano a meraviglia. Underneath The Ice è un lento brano d’atmosfera; The Jeweller Part 2 è una rivisitazione di un pezzo di Our Secret Are The Same, album del 1999 inizialmente bloccato dalla EMI che ora è reperibile per intero nel Silver Box del 2004 (con molte rarità dal vivo, tra cui una versione di New Gold Dream cantata con Bono). Il disco si conclude con Kiss The Ground, potenziale singolo radiofonico, e Dolphins (che a me ricorda David Sylvian...).

I Simple Minds sono riusciti a risalire la china con un grande album, dopo maldestri tentativi di riassestamento (gli ultimi anni sono stati pieni di infelici cadute, compresi i duetti con artisti italiani – chi ricorda Senza Peccato di Pino Daniele? e Running Against The Grain con Battiato?). Si attende il tour per testare i nuovi pezzi nella dimensione in cui il gruppo ha sempre dato il meglio di sè... Welcome back, Simple Minds!





SIMPLE MINDS - BLACK AND WHITE
A life shot in black and white,
Lays me down,
Takes to me where,
Words still fail me, yes!
A life shot in black and white,
Shames me now, as it takes us there,
Where nothing can break this.
Toiling back, I am still ashen,
I keep falling back,
On what I believe still matters.
I’m slamming on the brakes,
And like a haunted child, I was born to break.

A life shot in black and white,
Throws me down, then raises me,
With colours still bleeding... yes.
It’s all there in black and white,
We’ve seen it now, seen it there,
And the moment’s not leaving.

A life shot in black and white,
Stares me down, take me where,
And like doves we won’t leave never.
We’re still here in black and white,
Changes now, changes there
but the spirit can’t leave us!




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lunedì 19 settembre 2005 - ore 23:41


Deep and wide and tall
(categoria: " Musica e Canzoni ")


Non molto tempo fa ho preso in esame, in questo blog, due serie antologiche di due multinazionali del disco (Sound and Vision Deluxe di Universal e The Essential di Sony BMG). Da pochi giorni, in alcuni negozi di dischi, sono reperibili i primi titoli della serie Warner Platinum, che offre raccolte a prezzi molto bassi; a volte sono dedicate a realtà musicali celebri (Pogues, Aretha Franklin, Otis Redding, The Drifters) e altre offrono invece l’opportunità di riscoprire artisti e gruppi che da anni sono stati, talvolta ingiustamente, dimenticati dalle radio e da MTV. Seven Seas (Echo and the Bunnymen) è un buon compendio... nonostante manchino The Killing Moon e hit recenti come Nothing Lasts Forever e Rust (che peccato!)

Gravi le sviste: anziché The Disease in realtà c’è Heaven Up Here, Villiers Terrace non è nella rara versione da sei minuti indicata in copertina, e il cognome del cantante è storpiato. Essendo una raccolta comunque non autorizzata e fatta per sfruttare il ritorno di Ian McCulloch e Will Sergeant, poteva essere più curata (un doppio CD magari, un ampio libretto), oppure si poteva puntare su un DVD con tutti i video. Seven Seas offende la band e l’acquirente, meglio passare avanti.





La raccolta Platinum oggetto di questo post, Deep and Wide and Tall, è dedicata ad una one man band, gli Aztec Camera di Roddy Frame, i cui sei dischi sono fuori catalogo da molto tempo (con un po’ di fortuna li potete reperire su Ebay o tra le rese di magazzino). Pochi conoscono la loro musica, ed è per questo che il CD appena uscito è forse il più interessante.

Quattordici pezzi rimasterizzati e posti in ordine cronologico per circa sessantun minuti di musica: sette le selezioni dagli album anni Ottanta (il debutto High Land Hard Rain, Knife e Love), sette quelle del decennio successivo. Niente rarità né cover: Frame ha interpretato un pezzo di Cole Porter in Red Hot and Blue (Do I Love You); nel precedente best c’è una bizzarra versione di Jump dei Van Halen, e nella compilation benefica del New Musical Express dal titolo Ruby Trax (triplo cd con cover inedite cantate da Jesus And Mary Chain, Marc Almond, Tori Amos, Suede, Blur, i Manic Street Preachers...) c’è una rilettura di If Paradise Is Half As Nice, in origine Il Paradiso (di Patty Pravo, scritta per lei da Mogol e Battisti).





Ci sono solo composizioni di Roddy Frame, dunque. Si parte con il primo singolo di successo, Oblivious (pop frizzante e quasi latineggiante, come fosse un Joe Jackson spensierato) e le chitarre di Walk Out To Winter si avvicinano allo stile di Johnny Marr. Pillar To Post potrebbe essere un pezzo di Nick Heyward, o degli Orange Juice, conterranei di Roddy Frame.

Due le selezioni da Knife, prodotto da Mark Knopfler (leader dei Dire Straits), che aggiunge colore e sintetizzatori al pop degli inizi senza però snaturarlo. Still On Fire ha sfumature Motown (il riff è preso in prestito dai Jackson 5), All I Need Is Everything è qui presente non nella versione del singolo ma in quella dell’album, più lunga. Ci si potrebbe lamentare dell’assenza di Somewhere In My Heart (loro massimo hit) e di How Men Are, invece i brani di Love, il loro terzo album, sono quelli che suonano più datati. Deep And Wide And Tall e Paradise, prodotti da Tommy LiPuma, strizzano l’occhio al soul americano che per tutta la seconda metà del decennio ha influenzato anche artisti inglesi (The Cost Of Loving degli Style Council, Provision degli Scritti Politti, la collaborazione degli Human League con i produttori di Janet Jackson), con alterne fortune. Per Stray ci sarà un nuovo cambio di rotta.





Dopo Mark Knopfler, un’altra collaborazione illustre di Roddy è con Mick Jones dei Clash per il brano Good Morning Britain (dall’ottimo Stray), che da solo vale l’acquisto della raccolta. The Gentle Kind è un blue-eyed soul vicino ai Simply Red. Il disco prodotto da Ryuichi Sakamoto, Dreamland, è uno tra i più eleganti dischi pop mai realizzati, ed è rappresentato da Spanish Horses (inusuale l’arrangiamento), Belle Of The Ball e la lenta beguine di Let Your Love Decide, in cui il tocco del musicista giapponese arricchisce i brani, senza appesantirli.

I due brani conclusivi provengono da Frestonia. Sunset è un po’ somigliante nel ritornello a Le Monde Est Stone di Michel Berger e Luc Plamondon – potrebbe essere una coincidenza. Roddy Frame è da aggiungere alla lunga lista di talenti pop tenuti nascosti dalle radio e da una casa discografica che ci propina ad esempio la musica di plastica di una certa Syria (Frame oggi è un artista indipendente e ha ancora un forum di discussione attivo). 5,90 euro nei migliori negozi di dischi.





AZTEC CAMERA – STILL ON FIRE
I’m in love with everything
That breaks the grip of caution
On our getting up and leaving
For a bigger day, still some say
That all you need is money
To be free from what is poor
Well that’s the lie of looking up
From somewhere down.

Because the sun will show to testify
That all the time between belongs to you and I,
To be still on fire,
And when the strongest words have all been used
And all the new ones sound confused,
To be still on fire.

Somewhere in the middle
We could see through all the people
And be playing second fiddle
And be feeling sore,
Shown the door.
To chase out all the child in you
Is throwing out the baby for the
Chance to make it easy to be more.




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sabato 17 settembre 2005 - ore 23:15


A new generation calling
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il blog si risveglia oggi dopo una settimana di letargo, sarà complice il maltempo del sabato sera che mi spinge a stare a casa, o semplicemente il desiderio di scrivere riguardo al DNA e alla serata di ieri, andata meglio di ogni aspettativa. Come già molti sanno, la riapertura è stata inaugurata con un doppio concerto – prima i Lucenera, poi i Pornopilots. E la serata è andata avanti con i DJ Mist e Madeinpop, nuova conoscenza (ragazzo simpaticissimo e musicofilo di razza).

I Lucenera sono una conoscenza recente, risalente ai tempi dell’Emergenza Rock al Banale di Padova – e ne ero rimasto piacevolmente colpito per le loro intriganti sonorità, in bilico tra il rock italiano convenzionale e radiofonico e suggestioni elettroniche di più ampio respiro. Piacevolissimi i singoli che avevano già presentato mesi fa, sempre convincente la cura dei dettagli, non c’è un solo suono fuori posto; gli altri pezzi tentennano, mancano talvolta di audacia nelle introduzioni, che tendono ad assomigliarsi, non c’è molta finezza in certi passaggi (il sottoscritto è ’allergico’ ai fiati synth). Si tratta comunque di ingenuità del tutto comprensibili e superabili; i ragazzi hanno tutte le potenzialità per esprimersi al meglio.





Le canzoni dei Pornopilots hanno meno orpelli, un rock and roll citazionista, ma allo stesso tempo genuino e diretto. Il repertorio funziona e ho notato più ragazzi nel pubblico che conoscevano i testi (a dire il vero ho capito ben poco; Ivan non scandisce molto bene le parole, ed era salito sul palco già ubriaco). Bravi anche i nuovi elementi della formazione.

Le ultime parole famose: ’beh, visto che Sabrina è a Oslo, non manderà messaggi stasera’. E così, mentre parte della compagnia è evasa dal locale per raggiungere lo Spaccone, sono rimasto a sentire il DJ Set. In scaletta anche il nuovo singolo dei Franz Ferdinand (molto in stile Edwyn Collins). Dulcis in fundo, la mitica (e ormai d’obbligo) Tobor Cam.

Buon weekend a tutti






PLAYLIST OF THE WEEK
Aztec Camera – Deep and wide and tall
Chris Rea – Heartbeats: Greatest hits
David Gray – Life in slow motion
Echo and the Bunnymen – Ocean Rain
Editors – The Back Room
Garbo – Fotografie (rimasterizzato)
Rolling Stones – A Bigger Bang
Simple Minds – Black and white 050505


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