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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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Il mio romanzo:

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venerdì 5 maggio 2006 - ore 00:12
Se mi volete bene, uccidetemi.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Deve esserci tanta gente che mi lovva (come direbbe la choppa) là fuori.
Mai vista così tanta allergia messa insieme. E alcuni esami dicono che ho mancato di tanto così qualcosa di ben più grave. Apocalypse Neo (come direbbe qualcun altro).
Ma mi sento un po’ Mick Jagger ora... niente satisfaction. Festeggerò (forse) un giorno.
E non deve esserci per forza qualcosa di bello. 
P.S. Tanto per rinfoltire i post "tanto per"
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PERMALINK
lunedì 1 maggio 2006 - ore 21:44
16.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Venendo dal mare, volando a bassa quota, il promontorio del monte Athos, nella Grecia orientale, allungava la sua lunga e opulenta pancia scura verso il Mediterraneo. Come una lenta balena nera, la sua figura si percepiva a tratti, pigra e schiacciata com’era tra il buio di quella notte di Natale e la fredda tavola scura del mare. Tuttavia, dava l’impressione di sapere esattamente perché si trovasse lì. Come un antico animale, la sua presenza tradiva una sicurezza e una saggezza secolare che sembrava oltrepassare le circostanze dell’attimo presente, come se obbedisse ai soli comandi di un tempo di lunga durata, estraneo da tutte quelle piccolezze che, al resto del mondo, tanto sembravano importare.
L’aria del mare, tutto attorno a me, mi aiutava a rimanere sveglio. Lo stress e la fatica delle ultime ore stavano cominciando a farsi sentire. Mi passai una mano sugli occhi e, al tatto, sentii la pelle sciolta e stanca delle occhiaie stendersi languidamente sotto il contorno delle palpebre, ultimo segno rivelatore della spossatezza che, evidentemente, da lì a poco era destinata a cogliermi. Strizzai forte gli occhi e li tenni chiusi qualche momento, sperando di resistere a quel torpore. In quegli attimi mi accorsi, tuttavia, che una certa qual sensazione di pace aveva cominciato a pervadermi. L’odore penetrante e insistente della caccia, il gusto salato della preda in fondo al palato sembravano sciogliersi sotto l’assalto dello sciabordio quieto del mare greco e del pigolare delle stelle. Per un attimo me ne preoccupai: rischiavo di abbassare la guardia.
La penisola scura oramai si stendeva a poche centinaia di metri davanti a noi. “Ricapitolando… – pensai tra me e me, cercando di mantenermi sveglio -. L’apocalisse ci sarà; Shaytan non stava bluffando. Quel matto di profeta l’ha vista nelle sue visioni, con tanto di trombe del giudizio e cieli color sangue. Dunque è sempre più probabile che tutto ciò avverrà. Eva sarà, sempre secondo Shaytan e Zarathustra, l’ago della bilancia di questa epocale battaglia. Per far sì che riesca a mettersi a capo dell’umanità, per cercare di fermare il giorno del giudizio, essa deve imparare, in una sola notte, l’essenza della vita umana. Per fare ciò devo andare a caccia, in giro per il mondo, di una serie di assurde entità che, in qualche modo, dovrebbero avere più o meno capito la verità – o parte di verità – sulla mente e la natura umana. Ovviamente, i piani alti sanno già tutto o sospettano di molto, e mi hanno messo un paio di scagnozzi alle calcagna; arcangeli il cui compito è di farci fuori entrambi per spedirci al creatore senza passare dal via. E nonostante lo stesso Zarathustra mi abbia preavvisato che oramai posso fare ben poco per cambiare il corso degli eventi; nonostante il fatto che le mie probabilità di successo siano più o meno quelle di una seicento ad una corsa di formula uno; nonostante abbia un mal di testa formato famiglia e che mi tenga in piedi dal sonno per miracolo… nonostante questo, per qualche strana ragione, sono ancora qui, a combattere”.
C’era certamente di cui rifletterci. E pur tuttavia, non ne avevo la minima intenzione né, tantomeno, la forza.
Adocchiai una piccola radura nella folta vegetazione, e vi atterrai. Eva stava dormendo a fianco a me. La svegliai e le feci cenno di seguirmi. Dall’alto avevo cercato di individuare uno dei numerosi monasteri ortodossi che si sparpagliavano nella penisola, e che costituivano l’unica presenza umana in quel lembo di terra dal profumo antico. Ovviamente, non vi era alcuna luce, né naturale né - tantomeno - artificiale, che potesse condurci verso uno di quei conventi. E così cominciammo a vagare per la boscaglia, tra il mirto e i cespugli bassi del Mediterraneo, che emettevano dei forti odori di menta e rosmarino. Il vento percuoteva energico il profilo della penisola, scuotendo con determinazione i rami degli alberi bassi e rugosi che affollavano al terra. Passammo dieci minuti nell’oscurità più totale in quella macchia bassa senza luna, alla ricerca di un qualche tipo di via o sentiero.
Ogni tanto chiamavo il nome di Eva, per controllare che mi stesse ancora seguendo. Lei allora si faceva sentire con qualche mugugno; semplici segnali per farmi saper che era ancora lì. Per un secondo, nel buio, ne ebbi stupidamente paura. Era una bimba così strana, incredibilmente diversa non solo – come era d’altronde lecito immaginarsi, data la sua natura – dai parametri classici di ragazzina normale, ma sembrava anche lontana da anni luce da quella bambina che, alla presenza del padre aveva pianto prima di disperazione per averlo perso e poi di gioia per averlo ritrovato. Ogni emozione in lei sembrava scomparsa. Pareva un guscio vuoto pronto a riempirsi; un silenzioso fantoccio parlante. Avrei potuto anche pensare che fosse davvero così: che non si trattasse in realtà della vera Eva. Che qualcuno avesse provveduto ad ingannarmi con una specie di specchietto, mentre la vera Eva, l’unica speranza per l’umanità già era stata presa e portata da tutta altra parte. Dato i giocatori e la posta in gioco al tavolo verde, non era poi così stupida come ipotesi. Tuttavia sapevo che, se la si guardava bene negli occhi, si vedeva una fiamma particolare, intensissima… un’energia potenziale enorme che non poteva essere confusa con nessun altra. No; quella era Eva: una micidiale bomba ad orologeria che si stava caricando. E mi faceva paura.
Finalmente, trovammo un piccolo sentiero nella vegetazione e incominciammo a seguirlo. Proseguimmo per altri dieci minuti in mezzo alla macchia, dovendoci spesso chinare per evitare i rami più bassi e i cespugli che, esuberanti, cercavano di reimpadronirsi con la furia del tempo del terreno che era loro stato tolto. La stanchezza si faceva sempre più sentire. Le mie gambe dolevano di continuo, e le tempie sembravano esplodere sotto i colpid el sangue che, insistente, martellava le vene. La serata era più che fresca, ma lo stesso sudavo copiosamente, sotto i vestiti e lungo la barba e le sopracciglia, cosicché presto anche la mia vista fu offuscata dalle lacrime. Poi, finalmente, una debole luce si fece largo tra il fogliame. Cominciai ad accelerare il passo, proseguendo speranzoso.
Dopo qualche minuto arrivammo di fronte al convento. Un grande arco in pietra con, alla sommità, una piccola lanterna, ci accolse. Non vi erano porte. Il monte Athos è una penisola di mare della Calcidica, completamente dedicata al culto cristiano ortodosso. I suoi confini sono chiusi; non vi può entrare la polizia né nessun altra istituzione né, tantomeno, alcun essere femminile, sia esso animale o donna. Gli unici abitanti sono i monaci, che affollano i conventi: unica testimonianza umana immersa in una natura secolare e selvaggia. Non vi era dunque necessità di costruire porte o altre misure di sicurezza; anche nel caso che qualcuno avesse tentato di rubare qualcosa o di compiere qualcosa di illecito, il colpevole sarebbe stato immediatamente individuato e punito.
Varcammo dunque la soglia del convento, sotto il cigolio tiepido della lanterna, mossa dal vento. Subito passato l’arco, ripiombammo nella penombra. A quel che pareva ai miei occhi, eravamo in un piccolo chiostro circondato da colonne, al centro del quale un piccolo orto ben curato attorniava un pozzo, le cui catene cigolavano anch’esse spinte dal vento. Mi guardai attorno, ma non scorsi nulla: nessun segno di vita né alcuna luce. Davanti a noi il monastero si ergeva massiccio e silenzioso, dalle linee forti e nette. Nessun fronzolo alle pareti né particolare armonia nelle proporzioni architettoniche: solo severi mattoni su mattoni. Con la mano, dunque, cercai il muro alla mia sinistra, per orientarmi. Controllai Eva: era ancora dietro di me, silenziosa. Proseguii dunque timidamente lungo il chiostro. Poco dopo, sentii al tatto un altro varco: un arco in pietra che sembrava condurre all’interno. Dubbioso, lo varcai.
Attraversammo un corridoio poi, alla mia destra, di nuovo una luce. La seguii. Ci trovammo in una piccola cappella, lunga appena qualche metro. Su di un piccolo altare di pietra bianca, due candele emanavano una fioca luce, proiettando ombre cangianti tutto intorno. Un tappeto rosso logoro si stendeva dall’altare alla chiesa, e alcune rozze panche di legno scuro lo fiancheggiavano. Ma la cosa che impressionava di più era il soffitto: su di un fondo dorato, tutta la volta era circondata dai volti severi e piatti di santi e angeli. Erano ritratti in maniera dettagliata e austera, al tipico stile bizantino, sempre con la mano sinistra alzata e due dita sollevate. Come una lunga schiera, fiancheggiavano la chiesa fino all’abside, che coronava la processione in un cristo fiero e intenso sulla sua croce, con la testa lievemente reclinata ma lo sguardo che sembrava ancora presente e attento, quasi inquisitorio. Alla luce tremula delle candele, quella misteriosa teoria di figure sembrava animarsi nella loro aurea staticità, incombendo verticalmente su di noi come degli esseri potenti e invincibili. Data la situazione, per un secondo mi colse un leggero terrore: mi sentivo circondato.
“Ci hanno presi”, pensai. E proprio in quel momento, sentii dei passi leggeri avvicinarsi.
Rapidamente, sollevai Eva e la trascinai dietro un tendaggio rosso scuro che scendeva sul lato della cappella: il confessionale. Aspettai col cuore in gola e il respiro mozzato, nella speranza di non farmi scoprire. I passi crescevano di intensità. Sulla soglia apparve una figura alta e scura, che si fermo un momento sulla soglia, arrestando il suo cammino. Dato quel gesto, per un attimo pensai che fossimo stati scoperti. Invece la figura prosegui lentamente a camminare lungo il tappeto rosso, a passi lenti verso l’altare. Era una figura magra e alta, circondata da una saio di lana rozza e scura. Il viso era irriconoscibile: aveva il cappuccio calato sulla fronte. Si avvicinò all’altare e si inginocchio. Con voce gutturale, pronunciò una preghiera che, al ritmo della luce delle candele, sembrò rimbalzare per tutte le pareti della stanza, amplificandosi tanto che sembrò che non una sola persona, ma tutti i santi e gli angeli raffigurati nelle pareti stessero rispondendo all’appello dell’accolito. La situazione era davvero inquietante.
Dopo qualche minuto, il frate concluse la sua nenia e si rialzò. Ripulì le candele dalla cera colata, e asperse un po’ di incenso sull’altare. Finita questa operazione, si rigirò verso l’abside e il Cristo, si chinò di nuovo facendosi il segno della croce, e infine procedette verso l’uscita. Dopo qualche secondo, sparì nel buio dei corridoi.
All’inizio tirai un sospiro di sollievo al fatto che l’inquietante figura se ne fosse andata, ma subito realizzai che egli era l’unica nostra possibilità per orientarci in quel cupo monastero. Seguendolo con circospezione, avremmo potuto scoprire in fretta i dormitori e le celle dei monaci, senza perciò dover vagare ore alla cieca per i corridoi bui dell’edificio. Mi girai verso Eva facendole segno di fare silenzio, e poi mi diressi verso l’uscita. Arrivato all’entrata della cappella, guardai alla mia sinistra. Nel tenue chiarore proveniente dall’esterno, vidi la figura del monaco svoltare verso il chiostro. Lo seguii fino a lì e poi lungo due lati del porticato. La precauzione di fare meno rumore possibile fece ancora sforzare le mie membra, e le gambe e i piedi tornarono a duolermi ferocemente. I miei movimenti cominciavano a frasi goffi per la stanchezza, ma fortunatamente il rumore del vento e delle catene del pozzo potevano coprire eventuali piccoli errori causati dalla mia maldestrezza.
Il frate arrivò dall’altro capo del chiostro, e svoltò all’interno di un altro portale. Lo seguii e, arrivato al portale, vi girai all’interno la testa, come a sbirciare. Vidi solo un buio profondo, e subito dopo un colpo fortissimo alla nuca. Caddi nel vuoto e feci appena a tempo a sentire il freddo pavimento di pietra sotto la guancia prima di perdere i sensi e precipitare nell’incoscienza.
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PERMALINK
giovedì 27 aprile 2006 - ore 13:32
La linea e il cerchio
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ovvero: Forme discontinue nello spazio-tempo.
Fin da piccolo, silenziosamente, hanno sempre cercato di insegnarmi che tutto è riconducibile a piccoli schemi logici, semplificabile. Hanno cercato di farmi capire - a me, piccolo bimbo sognatore disilluso - che di ogni cosa, anche la più grande, potevo farne un piccolo pugno, stringerne l’essenza e metterla in tasca. Così come i pianeti si affannavano dietro una linea curva, e gli oggetti in picchiata seguivano linee e accelerazioni precise, alla stessa maniera ogni cosa poteva essere ridotta all’osso, ad uno schema di numeri e linee. I fiori diventavano frattali, l’acqua ossigeno e idrogeno e la procreazione dei conigli una progressione aritmetica logaritmica.

Gloria ai matematici! (o meglio, agli aritmetici). "Vedi bimbo - sembravano dirmi, accarezzandomi la testa -, il mondo è meno complicato e pauroso di così".
Non che mi sia mai piaciuta quest’idea. Nè, penso, al tempo mi convinceva appieno. Facevo - lo confesso - un po’ fatica a trovare una formula precisa al prurito, alla voglia di giocare o alle mie cotte giovanili. In effetti, penso che al tempo avrei preferito vivere in un enorme campo senza sapere quasi nulla delle cose, svolazzando qua e là e incappando in fenomeni ogni volte diversi e sconosciuti, piuttosto che passare la mia vita in un piccolo giardino di cui detenevo le chiavi, e in cui neanche la più piccola foglia cresceva ribelle sul roseto senza che io lo sapessi.

Tuttavia, come molti altri insieme a me, finii per dargliela per buona con una certa accondiscenza, alla tipica maniera con cui i bambini sembrano accontentare i grandi quando questi puntano i piedi.
C’era però qualcosa che era passato, silenziosamente, oltre le mia difese d’accondiscenza. Un qualcosa, di cui mi accorsi solo molto più tardi, che si era profondamente radicato in me; qualcosa che non avevo potuto fare a meno di ridurre ad una semplice linea: il tempo e lo spazio. Anche a sforzarmi, il primo mi sembrava sempre e irrimediabilmente una linea, e il secondo sempre e irrimediabilmente un cerchio.
Voi riuscite a pensarli diversamente? Eppure, non è affatto detto che sia così. Una volta, almeno, le cose erano diverse. Anzi: erano esattamente l’opposto: il tempo era un cerchio e lo spazio una linea!
Pensate ad un viaggiatore ai tempi di Ciro il Grande. Se egli si spostava dalla Persia all’India o al Catai (la Cina), probabilmente senza l’ausilio di mappe e solo seguendo le strade già battute da altri prima di lui, egli non aveva certo modo di rendersi conto di muoversi, in definitiva, su di una superficie curva. Di più: non aveva nemmeno idea di quanta parte dello spazio stesse attraversando. Non aveva nessun riferminento sul totale. Spostarsi dall’attuale Iraq all’attuale Hong Kong probabilemnte voleva dire arrivare fino ai limiti conosciuti della terra e oltre. Senza una raffronto generale con cui misurarsi, lo spazio era indefinito: non si poteva sapere esattamente cosa c’era oltre le montagne. Era una sorta di linea continua, che si poteva percorrere all’infinito, vedendo sempre cose nuove e senza mai tornare indietro.

Pensate ad un contadino nelle campagne cinesi del ’500. Coltivava i suoi campi per sè e per i suoi figli, così come li aveva coltivate per lui suo padre, suo nonno e il nonno del nonno. L’imperatore c’era sempre, e il capo era sempre il prefetto imperiale. Mogli e figli morivano sempre delle stesse malattie, e il fiume si ingrossava sempre nello stesso periodo dell’anno. La vita si alternava al ritmo delle stagioni: i campi andavano coltivati in primavera, curati d’estate, raccolti d’autunno e lasciati ghiacciare d’inverno. Nulla era cambiato nel modo e nella quantità del lavoro della vita rispetto alle generazioni precedenti. Il villaggio era sempre lo stesso, il lavoro sempre lo stesso, il capo sempre lo stesso. Il tempo era una ruota circolare, che tornava e tornava, inesorabile, sopra le vite degli uomini, fino alla loro morte.

Oggi conosciamo perfettamente il globo terrestre: chiunque ha un’idea anche solo approssimativa di cosa sia e come sia fatto il mondo. Sappiamo benissimo cosa c’è oltre le montagne e quanto lontano andiamo quando ci spostiamo. Conosciamo le coordinate, le culture, i popoli, e lo facciamo principalmente senza spostarci da casa. Lo spazio è chiuso: conosciuto. Persino dell’universo, che pure rimane così al di là della nostra percezione, abbiamo scovato i limiti, e lo immaginiamo come un’enorme palla piena di niente (nonostante le più recenti teorie parlino di un universo piatto).

Il tempo, invece, è oggi una linea. Anzi: una curva crescente. Persino lo ieri ci sembra profondamente diverso dall’oggi. I nostri nonni sembrano aver vissuto in un altro pianeta, e solo i fatti dell’altro ieri sembrano fuori da ogni contesto o possibilità nello scenario attuale (si pensi alle guerremondiali; a nazismo e comunismo). Il progresso sempre più accelerato ci trascina su di un iperbole sempre più scoscesa, esplorando con le nuove teconologie i limiti dell’umano e anche oltre (cosmologia, nanotecnologie). Il problema è che il progresso corre anche troppo in fretta per la nostra conoscenza. Mentre la comprensione della tecnologia viaggia su una linea sì crescente ma retta, il progresso accelera su scala logaritmica, e il distacco tra la tecnologia e la sua effettiva manovrabilità si allarga sempre più. Miliardi di persone usano il computer, ma solo qualche migliaio sa esattamente come funzionano. Le nanotecnologie potranno fare moltissimo per noi, ma quanti sapranno governarle e correggerle?

Insomma: lo spazio e il tempo rischiano di sfuggirici di mano. Forse avevano ragione gli antichi. In fondo, a pensare allo spazio come ad una palla si rischia di rimanerci intrappolati, e al tempo come una linea si rischia di scivolarci sopra.

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PERMALINK
venerdì 21 aprile 2006 - ore 20:01
Bastasse un professionista...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ma porco demonio! 
Ieri è uscito il mio articolo su "Nova", inserto del sole24ore, quello che avevo "presentato" qualche post fa (anche se, alla fine, la forma è completamente diversa). Beh... dovrei essere contento, no? E invece ci pensano quei pirla della redazione a rovinare tutto scegliendo questo argutissimo titolo.
"Bastasse il thé verde per curare il cancro"

No ora... scusate.... lo sfogo... ma... proprio... proprio non ce la faccio.
COME CAZZO SI FA??? PORC*/@/(#!!!
Così il contenuto dell’articolo sembra una barzelletta, una cosetta per bimbi quando la ricerca è molto seria e svolta da uno dei massimi esperti mondiali nel settore! Danno la stessa rilevanza scientifica alla cosa di una pagina di Topolino! Ma come cavolo possono dei "professionisti" fare delle stronzate simili???
Mio Dio... che vergogna...
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PERMALINK
sabato 15 aprile 2006 - ore 21:11
Despues 6 dies in Barcelona
(categoria: " Vita Quotidiana ")
"Theres some people who yes, and people who simply no"
La luce mi fu mostrata da uno studente messicano in erasmus, dallinglese molto incerto ma dalle idee molto chiare, dopo che avevamo fatto lennesimo giro a vuoto tra le chicas discotecare della capitale catalana.
Molto bene. Mi sa che dovrò ricominciare la mia strada verso latarassia da qualche gradino più in basso.
Bella cinque giorni comunque.
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PERMALINK
domenica 9 aprile 2006 - ore 23:41
Hasta Luego
(categoria: " Vita Quotidiana ")

Olè!
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PERMALINK
giovedì 6 aprile 2006 - ore 13:17
Libertà di non-scelta.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Qualcosa di veramente antidemocratico cè. E non parlo, ovviamente, delle trite e ritrite leggi "ad personam" o delle presunte "prove generali di dittatura" della sinistra. Parlo di un problema molto più profondo, insito nel nostro sistema elettorale.
"Democrazia" vuol dire, quasi sempre, "libertà di scelta". Su questo, daccordo tutti. Ma, mi chiedo, la "libertà di non-scelta"? Perchè non dovrebbe essere concesso agli elettori di dire "no"? Perchè essi devono essere costretti a scegliere comunque qualcosa se, in ragionata coscienza, non trovano di che rallegrarsi in nessuna delle proposte in campo?
Qualcuno mi dirà: ci si può astenere, o annullare la scheda. Ma questa non è la stessa cosa. Una scelta ragionata e interessata di non esprimersi è assolutamente legittima - anche se la democrazia sembra non volerla tutelare - e non merita di essere confusa con il semplice disinteresse o con il gesto di rifiuto di tutto un sistema, invece che delle singole parti in causa.
Ecco perchè vorrei che, su ogni scheda, ci fosse una casella che dicesse "non mi esprimo perchè non mi sento rappresentato". E qualora questa casella raggiungesse la maggioranza relativa, vorrei si indicessero nuove elezioni.
Ciò esprimerebbe davvero il sentimento politico di un paese, e assesterebbe un duro colpo al "voto negativo" o di protesta, che da troppo funesta il nostro sistema paese e alimenta il disinteresse e lastio verso la politica italiana.
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PERMALINK
mercoledì 5 aprile 2006 - ore 02:19
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mi viene da piangere...

Quanta rabbia dentro di me. E la delusione che monta. Ma perchè? Perchè deve finire sempre così? E possibile che non ci sia mai un piccola soddisfazione? Come è possibile che tutto vada SEMPRE a finir male?
E buffo non cambiare squadra per orgoglio, e poi domandarsi se, dopo tutti questi anni, lorgoglio te lo hanno lasciato ancora.
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PERMALINK
martedì 4 aprile 2006 - ore 00:27
Accidenti.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Oggi ho intervistato, per "Nova", inserto scientifico de "Il sole24ore", il prof Saverio Bettuzzi. Quest’uomo ha praticamente scoperto come debellare il cancro alla prostata e fuori d’Italia è ritenuto quasi una celebrità, ma qui da noi non lo fila nessuno. Secondo me, tra un po’ di anni rischia pure il nobel. Comunque, ecco qua quello che sarà il mio pezzo. Vale la pena di dargli un’occhiata, secondo me. 
---o---
Era il 26 aprile 2005, quasi un anno fa, quando una scritta scorrevole fece la sua apparizione tra le “breaking news” del più importante canale informativo del mondo: la Cnn. “Gruppo italiano di ricerca scopre cura efficace nel 90% dei casi nella prevenzione del cancro alla prostata”: così recitava la notizia che continuò per tutto il giorno a scorrere sugli schermi del canale americano. Il professor Saverio Bettuzzi, quel giorno, lesse quella scritta dall’Università di Parma, dove oggi lavora e insegna, e forse pensò che, finalmente, il suo lavoro di tanti anni fosse stato premiato. Forse, da lì in avanti le cose sarebbero state più facili: avrebbe avuto più fondi per le sue ricerche, migliori mezzi a disposizione, e dunque più tempo da dedicare alla sua famiglia e alle due figlie. Forse.
Erano oramai passati vent’anni da quando, nel 1987 al “Ben May Institute of Cancer Research” di Chicago, il professor Bettuzzi aveva cominciato a lavorare sulla “clusterina”, un gene che si rivelò presto essere un importante tumor-soppressore del cancro prostatico. Vent’anni di ricerche svolte soprattutto in Italia da quando, nel 1989, nonostante le lusinghe di vari istituti di ricerca statunitensi, aveva deciso di tornare a lavorare nel paese natio. Vent’anni di difficoltà e di scontri con la dura realtà della ricerca italiana per giungere, infine, ad un grande risultato: la dimostrazione scientifica che la somministrazione di un estratto di tè verde cinese può bloccare lo sviluppo del cancro prostatico nel 90% dei soggetti ad alto rischio di sviluppo della malattia. In pratica, il professor Bettuzzi aveva scoperto come combattere efficacemente il cancro più diffuso al mondo e, forse, quel 26 aprile 2005, era giunto il momento di riscuoterne il giusto merito.
E invece, professor Bettuzzi?
E invece nulla. Silenzio assoluto. Almeno in Italia. All’estero questa ricerca ha avuto un’enorme risonanza, ma qui da noi non ne ha parlato ancora quasi nessuno.
Eppure, il cancro alla prostata è una delle patologie più diffuse a livello globale…
Infatti. É già oggi la neoplasia più comune al mondo, e ben presto potrebbe diventare anche la più mortale, considerando che la sua incidenza sta crescendo in maniera esponenziale con l’invecchiamento della popolazione. In pratica, nel prossimo futuro potrebbe diventare il primo killer per la popolazione maschile occidentale.
Potrebbe. Ma forse, grazie alle sue ricerche, lo scenario oggi può cambiare.
Nell’arco di quasi vent’anni di ricerca io e il mio team abbiamo raggiunto risultati che non esiterei a definire eccezionali. Anzitutto siamo riusciti ad identificare e clonare la “clusterina”, un gene tumor-soppressivo la cui quantità cresce nelle cavie di laboratorio sottoposte all’inibizione chimica degli ormoni, e dunque all’atrofia della prostata. Essendo riusciti ad isolare questo gene – che è presente anche nell’uomo - oggi siamo in grado di controllarlo e sapere se è presente o meno una patologia prostatica nel paziente.
Dunque si tratta di una specie di campanello d’allarme?
Esatto. Ma questo è solo il primo punto. Nel 2000 siamo stati in grado di identificare un gruppo di geni la cui espressione dipende dalla malignità del cancro prostatico. Questi geni possono essere una vera e propria “telemetria” per il corpo umano e, tramite il loro studio, abbiamo dimostrato di essere in grado di predire nel 95% dei casi se il tumore prostatico sia di tipo indolente o aggressivo. Si tratta del risultato prognostico più alto mai riconosciuto in questo ambito.
Insomma: con la clusterina possiamo sapere se il cancro c’è, e con questi geni possiamo anche sapere di che tipo sia.
Infatti. Ma non è finita qui. Quest’anno abbiamo dimostrato che, tramite la somministrazione di un estratto di tè verde, possiamo bloccare lo sviluppo del cancro nel 90% degli individui a rischio. E senza rilevanti effetti collaterali. Inoltre, combinando questa tecnica con i geni “telemetrici” di cui abbiamo parlato, siamo anche in grado di sapere in anticipo se il trattamento “al tè verde” sta funzionando per il paziente oppure no.
Un risultato davvero incredibile.
Già. Soprattutto se si pensa che è stato realizzato interamente in Italia, con pochi soldi e battendo la concorrenza dei più agguerriti gruppi internazionali. Consideri che: nessuno sapeva quali erano i determinanti molecolari della progressione del cancro e noi li abbiamo trovati; si pensava che nessun anti-oncogene fosse implicato e noi lo abbiamo trovato; non c’era modo di prevedere il comportamento del male e noi ci siamo riusciti; non esisteva una terapia efficace e noi oggi siamo in grado di arrestare la progressione della malattia nel 90% dei casi…
E il prossimo passo?
Proprio in questi giorni dagli Usa mi hanno offerto di diventare coordinatore di un progetto costruito per verificare le possibilità delle nostre recenti scoperte su un largo numero di pazienti in diversi paesi. Si tratta dell’ultimo atto prima dell’effettiva applicazione del nostro metodo nella pratica ospedaliera.
Ovviamente tutto all’estero.
Ovviamente. Guardi: non ha idea delle enormi difficoltà che sono stato costretto ad affrontare da quando lavoro in Italia. La verità è che il nostro paese fa la fortuna degli altri stati, costringendo i propri numerosi e talentuosi giovani a cercare possibilità all’estero e obbligando i propri ricercatori affermati a svolgere attività che non competono loro. E va sempre peggio. Stiamo rendendo il nostro fertile territorio un deserto della ricerca, alimentando la vecchia generazione che, come le capre, disbosca il nostro paesaggio mangiando le gemme di quelle piante che in futuro potrebbero crescere e portare nuova vita al nostro paesaggio.
E non si tratta nemmeno di un processo invertibile in poco tempo.
Infatti. Spero solo che, un giorno, non accada come in “Miseria e nobiltà”, in cui Totò, che si atteggia da gran signore senza averne i mezzi, quando entra il servo annunciando: “Padrone, padrone! Il cavallo è morto” risponde, piccato: “Ma come è morto il cavallo? Proprio adesso che si era imparato a non mangiare!”.

P.S. Why does it hurts when I pee?

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PERMALINK
sabato 1 aprile 2006 - ore 00:17
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Porco *é=%£$%!
Mi sta venendo il mal di gola...
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PERMALINK
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