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La Biografia del mio portinaio. Un napoletano che in 70 anni non ha lavorato due giorni di seguito.

HO VISTO

Ho visto tante cose. Molte ne ho dimenticate, altre purtroppo no.

STO ASCOLTANDO

Musica impegnata : inni sacri yemeniti, canzoni dei cugini di campagna e i discorsi politici di Giovanni Leone ( soprattutto quello nel quale faceva le corna dall`automobile)

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Quasi nudo. Quasi, per vostra fortuna.

ORA VORREI TANTO...

Non dovervi chiedere cosa ne pensate di cio` che scrivero`. Purtroppo pero` non ne posso fare a meno e percio` vi chiedo : cosa ne pensate ?

STO STUDIANDO...

Solfeggio, esercitandomi con lo scheletro di un velociraptor.

OGGI IL MIO UMORE E'...

Normale, cioe` moderatamente tendente all`idea che sono a mezza strada fra dio e nicola di bari. E non conoscendoli entrambi, non so a chi sparerei addosso per primo.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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Destinato a volare, non riesco a decollare.


mercoledì 1 ottobre 2008 - ore 19:20


LA CACCIA 2/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


C

La lingua d’asfalto sotto l’auto si dipana con grande regolarità. La città nella quale mi devo recare, è grande ma lo scopo della mia ricerca è quellodi trovare la preda. Conosco le sue abitudini, conosco i locali dove a volte bazzica, si tratta di sporchi bar dei bassifondi. Si tratta di una preda furba, poiché ha deciso di occultarsi nell’ambiente nel quale verrebbe spontaneo cacciarlo: i bassifondi. E questo ambiente così degradato gli permette di occultarsi meglio. Sa che il cacciatore è sulle sue tracce, l’unica sua speranza è quello di depistarlo, comportandosi in modo prevedibile. Non c’è nulla di più imprevedibile che una mossa perfettamente prevedibile.

Un altro uomo a letto, sta lentamente cincischiando con le coperte del suo letto. I suoi gesti sono impacciati, lenti, eppure basta un piccolo cigolio di una scala di emergenza perché l’uomo abbia subito un sussulto, apprestandosi alla fuga. I suoi muscoli, improvvisamente, appaiono molto più vigorosi rispetto a qualche attimo prima. I suoi gesti dopo il piccolo episodio della scala, peraltro assolutamente casuale e di nessun nocumento per la sua sicurezza, appaiono come quelli di tutte le prede di tutte le latitudini: permeate cioè apparentemente da una letargica domesticità, animate però da una tensione perenne, continua, sfibrante.

P

Sta in guardia, è questo che non devo dimenticare. Sta in guardia ti cercano, non devi scordarlo. Il mondo sembra sempre immerso nei suoi soliti problemi, insolubili e insulsi, ma nel silenzio o nel caos, nulla rimane nascosto a lungo e al sicuro, se la preda per prima non si preoccupa della propria sicurezza. Il tuo cacciatore, il carnefice delle tue speranze di sopravvivenza, potrebbe essere lì al buio, ed in un momento qualsiasi potrebbe colpirti a morte. Tu in fondo sei da solo, questo è un vantaggio. Ti puoi occultare facilmente senza problemi, lui però ha gente che gli lavora fianco, che gli fornisce informazioni dettagliate. Gente che da alla tua vita una metodicità ed una lettura razionale che tu stesso non ti aspetteresti.

I loro destini oramai distano meno di cento chilometri. L’auto del Cacciatore infatti si avvia sempre più velocemente verso la città nella quale vive la Preda. Questi nello stesso tempo ha ultimato le operazioni mattutine ed è uscito in strada, confondendosi con la folla.

C

Una segnalazione mi porta in questa città. I bassifondi saranno sicuramente il luogo dove finirò per trovarlo. Eppure non devo sottovalutarlo. La sua identità oramai per me non è un segreto. Non ho il suo identikit, ma so già che quando lo guarderò in faccia comprenderò che si tratta di lui.

P

Sento che la mia fuga sta per volgere alla fine. La caccia non credo che durerà ancora a lungo. Non credo che chi mi cerca attenderà ancora tanto per colpire. Ho eluso i loro colpi, a lungo, ma non oso credere che si arrenderanno. Al contrario temo che mi colpiranno, e lo faranno anche immediatamente. Eppure è strana la esistenza: come i destini di persone fino a qualche giorno prima completamente distanti, lontani, possano incrociarsi, in modo inestricabile. Come vi sia una forza che in qualche modo lentamente ci attrae l’uno verso l’altro, senza che nessuno di noi possa riuscire a controllarla, e ad eluderla.




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domenica 28 settembre 2008 - ore 19:16


LA CACCIA
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Due uomini che si fronteggiano. Che vivono un incubo, ed in questo incubo a loro è riservata una parte speculare e necessaria. Uno fugge dall’altro. L’altro insegue, fuggendo anch’egli però da qualcosa di meno definito, e forse anche più insidioso.
Due vite appese ad un filo. Una partita unica, lunga, a volte, quanto una vita. Due esistenze sospese.

C
La caccia, contrariamente a quello che si pensa non è un’arte per gente istintiva. La caccia è innanzitutto razionalità, capacità di prevedere le mosse della preda. Conoscere la sua cultura, le sue abitudini è indispensabile. Si può, certo, istintivamente percepire la preda, ma per colpirla a morte è utile innanzitutto conoscere le abitudini della preda per poter poi eventualmente prevederne le mosse.

P
Studiare i propri movimenti. Conoscere soprattutto l’ambiente nel quale si vive. E’ vitale per la propria sopravvivenza. La preda fatalmente possiede meno mezzi rispetto al cacciatore. Conoscere, quindi, le vie di fuga, le possibili variabili del cacciatore. A volte solo per aver perso il controllo una preda può perdere la vita.


Un uomo che viaggia su un’auto. La sua identità è inessenziale. I suoi tratti somatici sono addirittura superflui da descrivere. Forse troppo marcati, denunciano una natura decisa e volitiva. Solo un minuscolo, ma tenace bagliore, si nota nei suoi occhi. Egli è il Cacciatore. Un uomo che ha fatto della ricerca della preda, dell’atto sistematico della caccia e della soppressione delle proprie prede il suo comportamento naturale.
Adesso in auto a velocità sostenuta si sta recando alla ricerca dell’ultima sua preda, che gli è stata segnalata in questa città. Del suo obiettivo egli conosce tutto, eppure non ha neppure una foto. Non ha mai avuto una foto delle sue prede, poiché ogni volta la paura ha permesso che queste si svelassero da sole.



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venerdì 19 settembre 2008 - ore 18:51


QUATTRO MORTI
(categoria: " Poesia ")


Quattro morti. Padre anni settanta, madre sessantacinque
Figlio ( minorato) trentacinque, figlia ( adorabile) undici.
Quattro morti, poveri nell’oblio.
Quattro morti. Ieri vivi, oggi morti, domani dimenticati.
Quattro morti. Tutti uguali, tutti invisibili.
La piccola (adorabile) undici anni.
Un fiore nel fango, credo l’abbia scritto Stephen Crane.
Almeno lei, questo fiore, riuscirà a resistere all’oblio?
E che vita avrebbe fatto con genitori poveri vecchi ed alcolizzati?
Lo ignori. Oggi cordoglio, domani sollievo.
Tu sai che la loro vita sarebbe stata solo
Un accumulo illogico di sofferenze.
La piccola ( adorabile) undici anni. E se fosse stata felice?
Impossibile, il fato non sgarra in periferia.
Nasci segnato, peggio di Gesù Bambino.
Quattro morti, eppure tra poco riprende la giostra.
Quattro morti, dispaccio della tivvu’.
Quattro morti, fuori piove.
Quattro morti, e uffa!, cambi canale.


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sabato 13 settembre 2008 - ore 11:03


SEMPLICE PEDAGGIO
(categoria: " Poesia ")


Ci sono sere
Nelle quali
La stanchezza mi afferra
Senza spiegazioni e senza
Soluzione,
mi prostro vinto
da una sconfitta che
non so spiegare,
inerme e pronto
dopo poco
a dimenticare
tutto,
a far finta
dal mattino seguente
che tutto quanto sia
stato semplicemente
un sogno scialbo,
la sconfitta un brutto
ricordo passato,
la tristezza dello sconfitto
il semplice pedaggio
da pagare ad una
vita
sempre uguale.


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domenica 7 settembre 2008 - ore 23:46


PER UNA VOLTA ...........
(categoria: " Vita Quotidiana ")


..... non lascero’ nulla scritto da me ma un piccolo omaggio ad un amico che troppo presto ci ha lasciato.......

Ciao Carlo.


"Com’è strana la vita
che confonde i miei orizzonti
prima sembra una cosa infinita
poi mi fermo a fare due conti
compro dove conviene
un po’ di stima, un paio di scarpe
cerco di volermi più bene
ma da solo il cuore non parte
dentro questo maglione
io mi sento un poco più forte
branchi di occhi a navigare
in una rete di gitani
ma non si può digitare
l’indirizzo del domani


SONO IO………… FINO A IERI

SONO IO CHE TI CHIAMO
DALL’AMERICA DELLA MIA STANZA
SONO IO CHE TI AMO
DAMMI GLI OCCHI DELLA SPERANZA"

(tratto da "Sono io" - 2007 - Singolo)

Canzone scritta da Carlo Martini

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giovedì 21 agosto 2008 - ore 21:49


AVVISO AI NAVIGANTI
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Questo blog riprendera’ dopo il 7 settembre.

Ciao

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giovedì 21 agosto 2008 - ore 21:45


CONFESSIONI DI UNA SPIA 6/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Eppure gli ultimi anni della mia carriera spionistica furono in qualche modo vivacizzati da una caccia che intrapresi. Ho già accennato in precedenza al fatto che un famigerato agente della Organizzazione all’estero avesse svelato il fatto che l’Organizzazione in un punto nevralgico aveva una spia, la famigerata Farfalla d’oro. Ebbene questa famigerata spia continuò a svelare oscuri retroscena sulla mia carriera spionistica. Svelò l’affare del Golem, e poi la storia dei codici rubati. Sembrava abbastanza dentro le procedure del nostro controspionaggio. Presi una decisione. L’identità di questa famigerata spia era ovviamente segreta. Solo il primo ministro e quello della difesa, la conoscevano. Era in pratica il mio omologo. Decisi quindi che come lui aveva dato la caccia a me, io l’avrei data a lui. Scoprii che viveva proprio nel mio paese. Allertai tutti gli agenti a mia disposizione. Inviai al primo ministro del mio paese, una nota nella quale segnalavo questo fatto. Negli organigrammi del nostro contro spionaggio c’era un elemento che metteva a repentaglio la mia sicurezza e quella dell’intero paese. Il ministro per mezzo di comunicazioni cifrate mi rispose che avrebbe provveduto. Io dal canto mio cercai in tutte le maniere di scoprire dall’interno della Organizzazione la sua identità.
Le ricerche andarono avanti per alcuni mesi, ma l’identità di quell’uomo rimase sconosciuta. Ora sapevo dopo tanto tempo che anche nella Organizzazione c’era uomo che aveva per anni finto, spiato, e tradito come me. La solitudine, l’estraneità che avevo provato nei confronti del genere umano per tanto tempo, furono in qualche modo lenite.

Eppur le ricerche sembravano non poter avere successo. Ogni volta che l’identità della persona sembrava essere a portata di mano, succedeva qualcosa che mi impediva di poter stringere il cerchio. Sfuggiva ad ogni tipo di trappola, e mentre compivo questa ricerca dovevo anche stare attento a salvaguardare la mia posizione.
Eppure parlare di odio in una situazione come questa potrebbe apparire del tutto inutile. Non lo odiavo assolutamente. Anzi sembravo provare per quell’uomo così valido, e subdolo, una oscura sensazione di affetto. Non avevo mai nutrito un odio formidabile per i miei nemici. Era questo in fondo che mi era sempre piaciuto della nostra professione. La capacità di poter infliggere dolore, di poter essere spietati, senza che però vi fosse alcuna forma di animosità. Quanto primordiali ed inutili consideravo le guerre a confronto invece con le nostre segrete ed agghiaccianti esecuzioni. Quelle cacce implacabili dalle quali era così difficile, se non impossibile, sfuggire. Quanto da ragazzo avevo sempre di più apprezzato gli oscuri maneggi di corte, rispetto alle grandi rumorose, ed in fondo, inutili, battaglie! Ora con la nostra caccia reciproca il mondo dello spionaggio era daccapo vivacizzato da qualcosa di notevole. Era divenuto il nostro, a confronto con la sonnacchiosa e complice atmosfera che si era instaurata tra i nostri due paesi, l’unico duello oramai che potesse in qualche modo renderci ancora tutti quanti vivi, necessari.
Né tantomeno questa caccia aveva nulla a che fare con la presunta fedeltà al mio paese. Ero troppo lontano e troppo diverso per essere ancora cittadino di un paese che oramai non riconoscevo più.
Ed ora si giunge all’aspetto più interessante della vicenda.
I nostri due paesi, finalmente, dopo un lungo e ponderato itinerario sulla strada della “comprensione reciproca” hanno deciso di accantonare le loro pluridecennali diatribe, e stringere un patto di lunga amicizia. La tensione continua però ha esagitato i cuori, li ha resi aridi, senza sollievo alcuno. Tutto l’apparato creato dai due paesi in questi anni per la reciproca distruzione si è rivelato del tutto inutile. Solo una vittoria assoluta da parte di una delle parti in causa poteva giustificare un tale dispendio di energie. Ma la vittoria non c’è stata, né, e questo è stato un merito dei capi averlo capito, ci sarebbe mai stata. E’ quindi scoppiata la pace. Tutti in nome della famigerata “comprensione reciproca” hanno deciso di riporre l’ascia di guerra. Siamo in pace, finalmente.
Anche l’Organizzazione, della quale sono diventato capo nel frattempo, ha avuto ordini di prendere accordi con il servizio segreto nemico, per uno scambio di utili informazioni. Nessuno svelerà nulla a nessuno, ovviamente. Ma ai politici piace credere che basti un pezzo di carta per fermare l’ostilità fra due popoli.
Ora, io capo della Organizzazione, mi trovo in una suite di un albergo della mia vecchia capitale, della mia vecchia patria. Devo incontrare il mio collega.
Dopo essere ritornato nella mia patria da estraneo ora ci ritorno da nemico. Sarebbe potuta essere una faccenda divertente se uno dei miei vecchi capi fosse diventato il capo del mio segreto, poiché in fondo avrei oggi la possibilità di riabbracciare dopo trent’anni un vecchio conoscente.
Dovrebbe, dovrebbe esserlo, ma non lo è. Lui, il mio collega, il capo del mio servizio segreto, infatti è l’uomo al quale io ho dato la caccia per tanti anni. Conosco la sua identità, come lui del resto conosce la mia. E’ lui. L’infiltrato che per tanto tempo ha fatto fallire i miei disegni, è diventato il capo del mio servizio segreto, come del resto io sono diventato capo del suo.
Quell’uomo che entrerà tra poco in questa stanza e che calorosamente mi darà una pacca sulla spalla è il mio nemico tenacissimo. L’unico che io non sia riuscito a sconfiggere. Siamo avversari dunque, ma in modo del tutto inverso rispetto a quello che la gente crede. Dovremmo uscire da questa stanza e prendere alloggio con le delegazioni invertite, ma non possiamo, non possiamo ancora svelarci, o perlomeno, non possiamo più svelarci. Siamo rimasti impelagati in un gioco di menzogne e di impostura al quale non possiamo più sottrarci. Non possiamo fare altro che continuare a fingere in un gioco assurdo, in un gioco che ci accompagnerà fino alla tomba.
Sono qui fermo. Attendo con pazienza che tra poco la maniglia si giri ed un vecchio agente dell’Organizzazione apra la porta e lo faccia entrare. Lui mi guarderà sorridente, farà qualche passo nella mia direzione, e poi mi stringerà con calore la mano.
Io farò altrettanto.



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lunedì 18 agosto 2008 - ore 23:27


CONFESSIONI DI UNA SPIA 5/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Passarono alcuni mesi di apparente calma. Tutta la mia vita non poteva in nessuna maniera prescindere dalla mia carriera di spia. Non avevo mai fatto amicizie, non avevo mia avuto neanche storie con donne. L’unica persona con la quale avevo avuto un apparente rapporto di amicizia, anzi no di complicità, era stato il Capo. Dalla sua morte, la mia solitudine, se possibile, era diventata ancora più assoluta. Questo però per me poteva essere solo un vantaggio. Conoscendo meno persone possibile avevo meno occasioni di sbagliare o di tradirmi. Quel senso di angoscia però che mi perseguitava si mischiava oramai ad una crescente amarezza. L’unica cosa nella quale trovavo sollievo era quella fotografia che avevo nel cassetto della mia scrivania. La fotografia di una bambina bruttina, di dieci anni, morta investita da un’auto.
Dopo qualche mese di schermaglie, nelle quali però tutto sommato non successe nulla di significativo sul fronte spionistico, si diffuse all’interno della Organizzazione una notizia formidabile. Da delle informative giunte da un famigerato agente all’estero, si affermava che l’Organizzazione era minata all’interno dalla presenza di una spia nemica. Il nome in codice di questa spia era Farfalla d’Oro. Avevo quasi dimenticato il nome in codice con il quale avevo cominciato la mia carriera spionistica. La cosa all’inizio anziché impaurirmi per qualche verso mi divertì. La storia dei nomi in codici è uno degli affari meno chiari di una professione per vocazione poco chiara come quella della spia.
Il solito ministro mi telefonò avvisandomi che la notizia giunta da un nostro agente all’estero era assolutamente fondata, e che a me, capo del Controspionaggio spettava il compito di compiere le ricerche. Ostentai un moderato scetticismo, poi però davanti alle sue emotive reazioni da politico, assentii. Lo feci con fare protettivo, come è tradizione delle spie che manovrando nell’ombra, possono permettersi di proteggere, e contemporaneamente ricattare, coloro che sono più esposti. Dopo aver sentito le sue querule suppliche, e ricevuto il suo ordine di ricercare questa famigerata spia, riattaccai. Dopo qualche attimo, con l’interfono chiamai la mia segretaria e redassi insieme a lei una nota operativa nella quale ordinavo la mia cattura.
La caccia dopo mesi di estenuanti indagini, ed un paio di morti misteriose diede, come ampiamente prevedibile, esito negativo.

E’ difficile per una spia riuscire a mettere a fuoco una intera esistenza. Eppure nelle annotazioni a piè di pagine che mi sovvengono a volte, su quella che è stata la mia vita, ci sono avvenimenti che non riesco proprio a dimenticare. Uno di questi ad esempio è stato il mio ultimo viaggio in patria. Nel mio paese. Lo feci di nascosto, nelle vesti dimesse di un oscuro uomo d’affari, e restai per sole sette ore nella capitale. Non avevo avvisato nessuno, neanche i miei agenti, o i miei superiori. Volevo solo rivedere la mia terra. Lo so che avrei già dovuto prepararmi ai cambiamenti che il tempo inevitabilmente apporta al nostro mondo. Lo so che quello che dirò sembrerà ingenuo, ma quella terra che visitai quel giorno, non era più quella terra che io conoscevo.
Dopo tutto quello che mi era capitato all’estero e tutti i rischi che avevo corso, c’era nei miei occhi una muta preghiera perché riuscissi a trovare un mondo uguale rispetto a quello che avevo lasciato vent’anni prima. Ma Farfalla d’Oro oramai non aveva più nulla a che spartire con quei palazzoni, con quella gente, che frettolosamente procedeva con strafottenza verso la propria vita, del tutto ignara, e soprattutto disinteressata per le nostre guerre sorde, silenziose, inutili. Vagai per un paio di ore in un paio di parchi pubblici, ma davanti ad uno sguardo sospettoso di un poliziotto che mi aveva scambiato per un pedofilo in cerca di fortuna, tornai in albergo.

Passarono poi ancora degli anni che nella mia memoria finiscono per confondersi l’uno con l’altro. Furono anni fumosi, futili che sembravano permeati da una certa atmosfera di inutilità. Vedevo i due paesi che cambiavano velocemente. Vedevo i figli dei miei subordinati nella Organizzazione farsi crescere i capelli, fumare droghe, fare all’amore liberamente. Quella che era stata la nostra vita, una vita fatta di tensione, di sacrifici, di vita grama che pur rimanendo una presenza nascosta, ma essenziale in passato, ora aveva finito per diventare qualcosa di inutile. Anche i politici per quanto avessero paura del nemico, raccomandavano a noi membri dell’Organizzazione di andarci con i piedi di piombo, di smetterla di giocare alla guerra. Di crescere, insomma. Nel mio paese le cose non andavano certo meglio. Le notizie di seconda mano che mi arrivavano erano effettivamente poco incoraggianti, e mi facevano diventare la mia terra ancora più estranea di quanto già non fosse. Ero arrivato in questo paese vent’anni prima con grandi propositi belligeranti, e con un sentimento di grande lealtà nei confronti del mio paese, ed ora, invece mi trovavo a rischiare la mia vita, in un paese nemico, per una patria che quasi non ricordavo più. Era tutto un inutile parlare di pacificazione, di allentamento della tensione, di comprensione reciproca. Noi, i professionisti dell’odio, che in fondo però eravamo stati sempre i primi a pagare in qualsiasi occasione, eravamo oramai diventati delle vecchie cianfrusaglie da mettere in soffitta.





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sabato 16 agosto 2008 - ore 19:53


CONFESSIONI DI UNA SPIA 4/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il repulisti che seguì alla sua morte fu generale. Parecchi agenti suoi protetti vennero trasferiti. Attesi il peggio, poiché nessuno più di me era stato avvantaggiato da lui nella carriera. Eppure forse proprio la mia posizione nella Organizzazione fece sì che fossi temuto, e quindi lasciato in pace. Inoltre il Capo durante la sua vita aveva terrorizzato tutti con la sua personalità sconnessa e fredda, ed io quindi che per tanto tempo avevo goduto della sua fiducia, venivo visto come il depositario di troppi segreti.
In ogni caso dopo sei mesi di situazione ambigua, giunse una graditissima sorpresa. Venni promosso come capo del contro spionaggio dell’intera Organizzazione. Appena raggiunta la nuova carica ed in completa sintonia con i miei capi bruciai un bel po’ di informazioni sul nostro apparato difensivo. I primi risultati furono stimati dai capi dell’Organizzazione assolutamente incoraggianti. Venni complimentato dal capo del governo, e dopo qualche settimana mi venne offerto la possibilità di mettere su un piano che aveva come fondamentale obiettivo quello di infiltrare un numero consistente di agenti in vari settori della vita pubblica del mio paese. Non potevo farmi sfuggire una occasione di questo genere. La migliore gioventù della Organizzazione fu eliminata. Mandai, senza il minimo rimorso, un bel po’ di agenti a morte certa. Per cercare di coprire questa tattica, bruciai un paio di nostri agenti che vennero incarcerati per poi sparire. Avevo l’impressione con il passare del tempo di essere un demiurgo. Ero il regista occulto di quello che succedeva in due paesi. Decidevo in pochi attimi della vita non di una sola organizzazione ma della vita di tutti. Conoscevo le liste degli infiltrati della Organizzazione nel mio paese, ma nello stesso tempo conoscevo anche le liste del nostro servizio segreto. Proprio l’uso acuto di queste conoscenze fece sì che alle sconfitte nel mio paese della Organizzazione, facessero seguito delle vittorie all’interno. Tutti erano soddisfatti di me, i capi della Organizzazione per la mia opera di contro spionaggio, i capi del mio servizio segreto per la scoperta di tutti gli agenti nel piano di infiltrazione.

Poi arrivò l’invasione del deserto del Golem. E’ stato il momento nel quale i due paesi confinanti sono stati più vicini alla guerra, e contemporaneamente quello nel quale, i giornali e gli altri mezzi d’informazioni hanno fatto più confusione. Certo fu un affare complicato, quasi indefinibile. Da parte dei giornali prima si parlò di tensione, poi di quasi-guerra ed infine di falso allarme. La verità è che la guerra ci fu, anche se brevissima. Sui giornali le notizie di un attacco al mio paese approfittando di una poco difendibile landa desertica, vennero prima gonfiate all’inverosimile, e poi invece destituite di ogni fondamento. La verità è che invece l’invasione ci fu, poiché una unità scelta dell’Organizzazione attaccò degli avamposti nel deserto. Ma questo attacco che doveva avere il vantaggio della sorpresa trovò invece delle truppe disposte ad una forte controffensiva, che annientarono i cinquecento incursori. Del resto la colpa di tutto quanto non fu esclusivamente mia. Seppi solo alla fine da informative riservate che esisteva un progetto del genere, avevo poco tempo quindi a disposizione per comunicarlo ai miei superiori, cosa che feci. Ma la spia incaricata di passare il confine per un banale contrattempo fu scoperta, dovetti allora allertare dei canali non velocissimi con il risultato che i dettagli del piano giunsero nel mio quartier generale con forte ritardo. Fu così che l’attacco degli uomini della Organizzazione ebbe successo in un primo tempo, per essere poi respinto in un secondo tempo. Naturalmente da parte di tutti e due i paesi non vi era interesse a diramare la notizia. Quello invaso perché questo fatto avrebbe svelato il fatto di essersi fatto cogliere impreparato, quello invasore per aver perso cinquecento uomini. Fu così che i due servizi segreti da sempre nemici si trovarono paradossalmente uniti nel tentativo di distogliere l’attenzione dei media, da una battaglia che durò sei ore, ma che ufficialmente non ebbe mai luogo.

Lo so è difficile da comprendere per una persona che non fa parte di un mondo del genere, ma per quanto possa sembrare assurdo ed ingrato, per quanti servigi io avessi reso al mio paese, la storia del Golem offuscò in qualche modo la fiducia che i miei superiori nutrivano nei miei confronti. Il nostro è un mondo assurdo dove il livello delle aspettative ha una soglia che continuamente deve essere alzata. Una volta raggiunto un determinato livello non è più possibile regredire, né si può più sbagliare un colpo. Errori che avevo fatto da giovane, non era possibile ripeterli, e per quanto nell’affare Golem il mio comportamento fosse stato ineccepibile i capi nel mio paese, esigevano, che per riscattarmi, in qualche modo organizzassi una operazione di rappresaglia. Era difficile per me agire, ero troppo esposto, ma l’errore di valutazione, ed il ritardo nelle informazioni che avevo dato nella vicenda precedente, mi toglievano qualsiasi alibi.
Dovevo riuscire a fare qualcosa che avesse una importanza fondamentale per il mio paese, ma nello stesso tempo non potevo rischiare, per salvare anche la mia posizione di capo del contro spionaggio, che l’operazione avesse dei risvolti troppo drammatici. Scelsi così una operazione strategicamente fondamentale, e che non comportasse il benché minimo spargimento di sangue.
Vi era una base militare al confine che di fatto era depositaria di tutti i codici di decrittazione, e di tutte le informazioni riservate della Organizzazione. Come al solito il contentente era più importante del contenuto. Era più importante conoscere i codici, che sapere le informazioni. Il mio progetto era quello di far entrare un infiltrato e di copiare, operazione che un buon agente avrebbe portato a termine in pochi minuti, tutti i codici. L’operazione all’inizio ebbe esito positivo, l’agente si infiltrò e solo dopo tre settimane, aveva già condotto in porto tutto quanto. Tornò in patria senza alcun rischio personale. Fu accompagnato da me in persona nel punto nel quale avrebbe dovuto attendere la scorta per tornare in patria. Fu solo dopo che l’ebbi accompagnato al punto stabilito, che mi successe una cosa del tutto strana. Sentii per la prima volta da quando ero in quel paese un vago senso di colpa nei confronti della Organizzazione.
Tornai a casa abbastanza triste, eppure quella operazione se andata in porto rappresentava per me una ottima occasione per un riscatto, ed invece un senso di vaga angoscia non mi dava tregua. Fu solo quando andai a casa ed ebbi la notizia che quei codici che il mio agente aveva copiato, sarebbero stati cambiati da lì a quarantotto ore, che la mia angoscia diminuì. Sembrava che l’Organizzazione avesse dei sospetti per una infiltrazione nemica. La notizia era giunta in ritardo, ma ugualmente fui persino contento.
Il mattino dopo nel mio ufficio arrivò la notizia del ministro per la sicurezza che si congratulava con me “per il fatto che il nostro sistema di sicurezza sembrava non avere crepe”. Fui felice. In fondo, quei complimenti me li ero guadagnati.


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mercoledì 13 agosto 2008 - ore 22:48


CONFESSIONI DI UNA SPIA 3/A PARTE
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La posizione che avevo assunto all’interno del sistema spionistico del mio paese divenne sempre più delicata. Oramai ero in una posizione vantaggiosissima che mi poteva permettere di riuscire a scoprire i segreti più vitali della Organizzazione, d’altro canto però proprio la straordinaria personalità dell’ometto mi affascinava, senza poi dire che sarebbe bastato un mio piccolo passo falso per mettermi in una situazione di estremo pericolo.
Non ebbi un attimo di pausa per mesi interi, che poi diventarono anni, anni nei quali peraltro la mia carriera divenne sempre più silenziosamente vincente. Parecchie informazioni riservate giunsero nelle mani del nostro spionaggio, mentre in quella camera dove sedeva l’uomo con gli abiti sdruciti, si successero svariati interrogatori di miei colleghi che avevano avuto il torto di essere scoperti. La mia identità e la mia posizione erano addirittura sconosciuti anche a loro. Da parte dei miei capi non si voleva mettere in pericolo una così preziosa fonte di informazioni. Così per uno strano paradosso della mia situazione, io che ero loro collega, loro connazionale, redassi i verbali che di fatto li condannarono a morte.
Rimasi in quell’ufficio per svariati anni, con il mio silenzio ingrugnato, e con la mia assoluta incapacità a stabilire rapporti umani ero la compagnia ideale per un uomo dello stampo del Capo.
Un giorno questi accennò ad una storia confusa fatta di vecchie cronache familiari e nel quale eruttava in maniera prepotente dal magma dei suoi ricordi la parola lei, lei, lei, lei…dopo qualche giorno di confuse memorie compresi che quella lei, era una bambina di dieci anni, figlia sua e morta dopo essere stata investita da un’auto in corsa. Queste confidenze cementarono la nostra intesa silenziosa. Dopo tre anni ero diventato il suo uomo di fiducia. A trentaquattro anni, a sette anni precisi dal mio primo ingresso in quella stanza, ero diventato capo di una sezione del contro spionaggio dell’Organizzazione.


Furono anni strani quelli, anni di transizione, nei quali nella stessa giornata, riuscivo a scoprire un complotto di qualche improvvido collega del mio servizio segreto, e poi rivelavo al mio stesso paese segreti vitali dell’Organizzazione. Erano anni particolari nei quali alla continuazione del mio compito di spia, dovevo unire quello di efficiente capo di una delle sezioni più importanti della Organizzazione.
E poi c’era il Capo. Per quanto questo possa sembrare assurdo, cominciavo ad amarlo. Le sue stranezze, con il passare del tempo, avevano cominciato a diventare molto più vistose rispetto al passato. Oramai guardava il muro in maniera continua. Quel gesto forse aveva una potenza evocativa di straordinaria importanza per le sue memorie di padre. Inoltre i ricordi della vita di sua figlia decenne, oramai dilagavano sempre più spesso, tanto che oramai l’unico argomento usato da lui in ufficio per intrattenermi, a parte naturalmente il nostro lavoro, era divenuta quella bambina di dieci anni che una mattina di inverno era stata investita da un’auto in corsa. Quanto gli interrogatori erano condotti con sovrumana freddezza e le note operative redatte con scientifica esattezza, quanto invece il fluire dei ricordi era sconnesso, magmatico, illogico. In quell’uomo dai contorni agghiaccianti e dall’aspetto insignificante, sembravano convivere due anime che si disputavano il dominio della sua vita. Io assistevo a questa lotta attendendo l’esito finale.

L’esito finale si ebbe una mattina di dicembre. Trovai il suo corpo senza vita accasciato sul tavolo con a fianco una foto. Sulla tempia vi era un piccolo forellino, mentre in mano il Capo aveva una pistola di piccolo calibro, quelle preferite dalle spie professioniste. Nella foto c’era invece una bambina che guardava l’obiettivo con una espressione vagamente delusa, come se la vita intera l’avesse messa nel sacco, e lei se ne fosse resa conto proprio allora, a soli dieci anni. Ad essere sinceri non era neanche troppo bella. Ma la morte di questa bambina bruttina ed amareggiata aveva causato una catastrofe nella mente del suo genitore.
Chiamai due agenti scelti, per smuovere il cadavere, non prima però di aver dato una bella occhiata a tutti i suoi segreti. Ero in una botte di ferro, non sembravano avere il mio sospetto nei miei riguardi. Rifiatai. Dovevo solo conservare la mia posizione, e cercare di attendere il momento buono per colpire.
I due agenti rimossero il cadavere, quasi fosse un bambino, e lo deposero in un’altra stanza. Le sue esequie si svolsero il giorno stesso nel più assoluto riserbo. L’uomo che era stato per trent’anni più potente di qualsiasi ministro, scoprii che viveva in una mansarda poco illuminata, e venne seppellito con funerali anonimi, in un cimitero di un paese di cinquecento anime.



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