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shaula, 32 anni
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STO LEGGENDO








HO VISTO

I miei angeli custodi





STO ASCOLTANDO

Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...



.. senza dimenticare Grace Papaia.


ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



********************


Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor




***********************

C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.

***********************




"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".



Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.




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mercoledì 16 luglio 2008 - ore 08:43


T’immagini se fosse sempre domenica tu fossi sempre libera
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ci sono persone che non sai proprio collocare, in una scala di conoscenza. Sono meno di amici, perché non ci hai mai mangiato pasta e fagioli insieme. Ma sono più di un semplice passante, che saluteresti solo con un cenno di capo. Sono conoscenti in effetti, ma conoscenti a modo loro. Li conosci eppure non hai la più pallida idea di chi siano, quanti anni abbiano, come si chiamino, o di quale tipo di vacanza preferiscano, di come si chiami il cane che portano a passeggio. Al massimo sai che stanno bene con il verde acqua marina mentre le righe li ingrossano, o che girano tutta l’estate in bicicletta, o che una volta erano biondi ricci e adesso hanno un caschetto rosso. Sono persone che stanno in un limbo fra l’esistere e il non esistere, e si fanno beffa di noi apparendo e scomparendo dai nostri occhi, come fantasmi. Li vedi, li guardi, ma rimangono punti interrogativi.
Sono i signori Imbarazzo.
Ognuno ha il suo. Io ho il mio e tu hai sicuramente il tuo. E se non ce l’hai dovresti fartene uno, sono creature meravigliose. Ma io ho il mio, e il mio è il migliore di tutti.

Io e il mio Signor Imbarazzo, che per comodità chiamerò I, ci siamo conosciuti più di 3 anni fa. Eh sì, era una calda giornata primaverile, io e il mio amico Franz eravamo a pranzo in un bar vicino alla biblioteca. Il tavolo era da 4, così la cameriera ci ha affiancato un signore che altrimenti sarebbe rimasto in piedi. Prego, si accomodi, nessun disturbo.
Nella prima mezz’ora I non ha parlato, ascoltava solamente la nostra conversazione arte contro scienza e sorrideva, pacatamente, addentando il suo toast. Poi, un po’ alla volta, si è inserito nei discorsi. Ci ha raccontato qualcosa della fidanzata, qualcosa del lavoro, ma dettagli davvero insignificanti. Poca cosa in confronto a una vita. Grazie del bel pranzo passato insieme, arrivederci ragazzi, ha detto I. Arrivederci a lei e buon lavoro, abbiamo detto noi. Non ci siamo neanche detti i nostri nomi.
Ma da quel giorno io e I ci siamo visti quotidianamente.

All’inizio erano saluti cordiali, insomma si era pranzato insieme non più di una settimana prima. Buongiorno, buongiorno. E facevamo cenni di capo, d’intesa, perché eravamo conoscenti, avevamo pranzato seduti quasi di fronte, perché lui era accanto a Franz. È normale, sono consuetudini.
Dopo un mese la cosa ha cominciato a trasformarsi, l’imbarazzo ha cominciato a salire perché non capivo se passava apposta davanti alla biblio, o se voleva fermarsi a chiacchierare e io mi allontanavo con lestezza, ma ci salutavamo comunque. Alla fine I è una persona educata, gentile, e sento che non è un maniaco omicida. Non ha istinti feroci, lo si vede da quegli occhietti miti e umili.
L’estate ci ha allontanati per qualche settimana finché, terminate le ferie, non ci siamo di nuovo rivisti ogni giorno. In ogni luogo. Casualmente, random. Ma ogni giorno. Lui con la sua bici, io dove capitava. Ogni giorno. Salve, dicevo io, Salve, rispondeva I. Salve, salve a lei, salve, di nuovo. Mai niente di più.

Il buongiorno era già diventato un salve, più breve e conciso. Il sorriso iniziale era già diventato una smorfia indecisa, cordiale ma poco convinta. E lì è sorto l’imbarazzo. Perché dopo 4, 5, 6 mesi da quel fatidico pranzo non avevamo ancora spiccicato una mezza parola. Ma ci salutiamo tutt’ora.
Lui passa in centro, io sono lì, ci vediamo da lontano, ci riconosciamo, ci annusiamo, ci riconosciamo fra la folla. Ci veniamo incontro, lui si avvicina, io mi avvicino, quando siamo affiancati ci salutiamo. O con la testa, o con un Salve, però detto piano. Perché ci imbarazza, alla fine. Io non so chi sia I, per me lui è solo il dipendente di una ditta con sede poco fuori dalla cinta muraria che ha una fidanzata molto magra. Io per lui invece sono una che ha preparato l’esame di arte medievale, e che adora i panini con il brie. Niente di più. E non siamo amici, e non siamo neanche conoscenti in realtà. E io so che lui pensa le cose che penso io, chissà se ha voglia di salutarmi, chissà cosa le passa per la testa quando mi saluta, e io non ho idea di chi lei sia.
Ma ci salutiamo, con imbarazzo, ogni giorno da 3 anni. E l’imbarazzo sale, perché in 3 anni che son passati non abbiamo mai più parlato. Un solo giorno, un solo sfortunato giorno, in cui il bar era pieno e si è seduto al mio tavolo, con Franz. Ma lui a Franz non l’ha più visto, lui vede me, e saluta me. E io non so come liberarmi dell’imbarazzo. Mi piace salutarlo, è una bella persona ho detto, ma mi imbarazza. Lui non esisterebbe se non fosse entrato al bar quel giorno, non esisterebbe per me. Invece esiste pur non esistendo. Lui non è nessuno, io non sono nessuno per lui. Ma ci salutiamo, così.
Ora io e I ci vediamo molto meno. Sto iniziando a fare supposizioni sulla sua vita privata, e credo fortemente che si sia sposato. E ha un bambino, ecco perché non lo si vede molto in giro, sì credo sia così. Ha comprato una station, ma la usa la moglie per portare l’erede dai suoceri, hanno preso una casetta a schiera a Santa Bona e nel week end vanno sul Montello.

E lui gira per lavoro in bicicletta, o con un furgoncino. Ma ha sempre quella casacca arancione, tipo Anas.

Eppure all’inizio ero convinta che lavorasse in banca. Mah.




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lunedì 14 luglio 2008 - ore 09:06



(categoria: " Vita Quotidiana ")





Francesco Guccini - Cyrano


Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio.
Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l’ ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna,
però non la sopporto la gente che non sogna.
Gli orpelli? L’arrivismo? All’ amo non abbocco e al fin della licenza
io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte,
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza
io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’ essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...

Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un’ altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito, guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza
io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev’ esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ ombra e tu, Rossana, il sole,
ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo,
per sempre tuo, per sempre tuo... Cirano



Ore 14.30.

La mia mamma.
La mia mamma mi dice che è preoccupata per me, perché vede che qualcosa non va. Ma vede qualcosa di più, solo che non me lo dice.
La mia mamma mi guarda e dice che sono bella.
La mia mamma mi vuole bene da morire.
La mia mamma stamattina mi ha detto di andare a lavorare in bici, che c’è bel tempo.
La mia mamma mi ha chiamato all’una per dirmi che a Fontane diluviava, e che sarebbe venuta a prendermi in macchina, che avrebbe caricato la mia bici.
La mia mamma ha i sensi di colpa, ma sono sensi di colpa belli, puliti, senza male. Si è agitata perché mi ci aveva mandato lei. Così premurosa, così dolce.
La mia mamma ha portato la macchina da scrivere a riparare, allora ho fatto io per lei le fatture, oggi. Era felice. Mi piace quando è felice.
La mia mamma dice che sono troppo magra, ma poi mi vede mangiare e dice che mangio troppo. Ogni tanto fa confusione, ma mi fa tanto ridere.
La mia mamma è la mia mamma. E io devo parlare con lei.
E le parlerò col cuore in mano.
Mi ascolterà e dirà quello che già so.




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venerdì 11 luglio 2008 - ore 08:56


Se pensier fosse la mia carne stanca l’empia distanza non m’arresterebbe
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Le querce sono alberi enormi. Quante foglie c’avrà una quercia? Riflettevo ieri sera, seduta su un’amica amaca col mio amico Alvise. Diecimila foglie, facciamo. Che numero enorme. No, sono molte di più. Proviamo a fare un conto visivo: queste saranno cento, per dieci mille, quella parte lì. Facciamo per dieci di nuovo e fa diecimila. Non copre neanche un decimo di quest’albero. E allora quante saranno? Un milione di foglie. Un milione. Un numero così grande, per un solo albero.
Allora Alvi mi dice che secondo lui ripara dalla pioggia, stare lì sotto. Sì, forse, rispondo. Si sente il rumore dell’acqua sulla chioma, ma non arriva. A meno che poi non goccioli giù, ma quello è un altro discorso. Sono foglie così fitte. Però, dico io, in mezzo a quel fogliame verde, fra quei rami, c’è un millimetro di vuoto, che nella sua discesa non incontra nessun impedimento. E ci passa giusta giusta una gocciolina di pioggia, che parte da in alto a centinaia di metri e scende dritta fino alla tua testa, di te che guardi in alto e pensi che un albero così non può di sicuro farti bagnare. A meno che non stia diluviando. E invece no. Una passa. Magari una sola, ma passa.
Secondo Alvi alla quercia non gliene frega mica poi tanto.
Eppure, per me, un po’ ci rimane male.



Non sono un’amante della natura, ma ieri mi sembrava naturale guardare alberi e insetti, perché mi sono ricordata che, se c’è una cosa che mi piace davvero tantissimo, sono le farfalle quando si mettono a girarsi intorno svolazzando e creano quei vortici d’ali bianche. Le ho trovate ieri mentre tornavo a casa in bici, e ho frenato per guardarle. Non so se avete presente quando due farfalle si rincorrono a spirale salendo e scendendo, di solito due ma possono essere anche tre. Per me che vivo in campagna sono cose che succedono spesso, per voi gente di città non lo posso immaginare, ma vi perdete una cosa bellissima. Quando volano e si rincorrono nell’aria creando cerchi spaesati, facendo ruote sbilenche, e poi intrecciandosi, e vanno in su e in giù, a destra e a sinistra, sempre sospese in alto, sopra la mia testa, sopra i fiori, sopra tutto quello che c’è.
Sono così eleganti, leggiadre, serene. E penso che sono bellissime, e che stanno lì a corrersi attorno senza sosta, senza pensieri.

E poi penso che stanno per morire.



“Le farfalle vivono un giorno solo, e quando son le sei di sera ne hanno già le palle piene” – Altan


La nonna mi diceva ogni volta, da piccola, quando rincorrevo le farfalle, di fare molta attenzione e non toccare mai le ali, perché perdevano la polverina bianca che le faceva volare se io ci mettevo le dita sopra, e non volavano più e soffrivano. Allora io prendevo le farfalle e tenevo le mani larghe, lasciando spazio fra le dita in modo che non scappassero ma neanche che stessero costipate all’interno. Le tenevo larghe, le sentivo che si muovevano. E poi aprivo, e avevo i palmi e le dita sporchi di bianco.




Questo momento di riflessione naturalistica e di frizzante ilarità mattutina vi è stato offerto da Prozac, antidepressivi per tutti i gusti.


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mercoledì 9 luglio 2008 - ore 19:52


Senza Titolo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi sono dimenticata di dar da mangiare alla mia pianta carnivora e per ripicca lei ha staccato un braccio a mia madre e ora mi tocca fare tutte le pulizie da sola.
Ecco, questa sarebbe una storia.



E invece.



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lunedì 7 luglio 2008 - ore 16:03


Non mi interessano i consigli per gli acquisti
(categoria: " Vita Quotidiana ")


L’importante, dici, è capire chi sei.
Hai detto niente. Eh.
Già di per sè questa cosa ti fa uscire di senno. Ma le domande, quelle veramente difficili, arrivano dopo. Perché, metti pure che ci riesci (a capire cosa vuoi e chi sei, intendo) poi devi spiegarlo. E mica tutti stanno ad ascoltarti, e mica tutti capiscono quello che stai spiegando.

No, oggi no. Oggi niente tristésa. Oggi beibo.

Detto questo.

Ognuno per sè e Aldo Baglio per tutti.

Ognuno per sè e Mascarpone per me.

Nonsense.
Nonsense.
Nonsense.
Nonsense.
Nonsense.
Nonsense.




Io, Carlo - L’ego

Non esiston case sufficientemente grandi
da potere contenere tutte queste cianfrusaglie
costruite, trasportate, comperate, rivendute
non mi interessano
telepromozioni di affaroni garantiti
le vetrine di stilisti con le firme sui vestiti.

Non mi interessano i consigli per gli acquisti
io mi diverto ad ascoltare i miei dischi
non mi interessano i bollini della spesa
saranno anni che non vado più in chiesa.

Dove son finiti tutti quei mattoni colorati
quanti menti son cresciute, quanti sogni irrealizzati.
Quando ero piccolo
giorni interi trascorrevo a costruire con il lego
ancora non sapevo a cosa stavo andando incontro

Ora che sono diventato un adulto
non mi riesco più a guardare allo specchio
della televisione proprio me ne frego
io mi diverto a costruire coll’ego.

Dimmi cos’è che non va
con me stesso
dimmi qual è il meccanismo che è rotto
dammi un ricambio perfetto
così la smetto
la smetto di riflettere, di ragionare,
di cercare di capire, il senso delle cose

Non mi interessano i consigli per gli acquisti
io mi diverto ad ascoltare i miei dischi
non mi interessano i bollini della spesa
saranno anni che non vado più in chiesa



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giovedì 3 luglio 2008 - ore 17:30


Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Due cose vanno dette.

Primo: il gelato fa ruttare. E’ comprovato scientificamente, è un dogma, un assioma, una verità assoluta. Nessuno può opporsi al rutto post gelato. E oggi ne ho mangiato uno buonissimo. Il perché lo so io. Oggi avevo bisogno di mangiare un gelato ipercalorico da sola.

Secondo: è bellissimo quando sei in bicicletta, e incontri un altro corridore lungo una strada stretta, fare finta di cadere quando siete affiancati l’uno all’altro. La cosa fantastica è guardare la sua espressione, che sta a metà fra il terrorizzato e lo sconvolto mentre ti sbilanci verso di lui. Hooooppp fai tu, e sterzi leggermente il manubrio, all’improvviso.
Impagabile. Oggi l’ho fatto tornando dal lavoro. Ne avevo bisogno. Mi ero dimenticata di quanto fosse bello. Quasi quanto far piangere i bambini e poi scappare, o fargli le linguacce e loro vengono rimproverati dai papà.

Ufff....



Se dico stronzate capitemi.

No, non è vero, non potete capire un cazzo, e quindi non capite. E avete pure ragione, perché non l’ho detto: non potete capire una cosa che non sapete. E non la sapete perché io non la dico, e se non la dico un motivo c’è, ovviamente. Se volessi dirla l’avrei già scritta, e invece no.

Ma voi capitemi lo stesso.


Favola antica - Vasco Rossi

C’era un volta una favola antica
quasi da tutti ormai dimenticata
che continuava a volare nell’aria
aspettando colui
che l’avrebbe di nuovo narrata
era una favola vecchia
un poco svanita
come un barattolo
di aranciata aperta
ma non voleva rassegnarsi
e cercava di "non dimenticarsi"!
Parlava di una bambina bionda
che non voleva dormire da sola
e la sua mamma poverina
doveva starle sempre vicina
un giorno venne una bella signora
tutta vestita di luce viola
prese la mamma per la mano
e la portò lontano lontano
La bimba pianse 100 sere
poi si stancò
e si addormentò
Quando il mattino
la venne a svegliare
con un bellissimo raggio di sole
vide la mamma poverina
che sotto un albero dormiva
e la signora vestita di viola
disse "non devi più avere paura...
di restare sola"

C’era una volta una favola antica
quasi da tutti ormai dimenticata
che continuava a volare nell’aria
aspettando colui che l’avrebbe
di nuovo narrata
era una favola vecchia
era poco svanita
come un barattolo
di aranciata aperta
e per non essere dimenticata
diventò vera...
diventò! oh oh oh!
....la vita!




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martedì 1 luglio 2008 - ore 08:49


Ho le papille gustative interrotte e il gomito che fa contatto con il piede
(categoria: " Vita Quotidiana ")


C’è un film che non vedo da un sacco di tempo, e che mi sta tempestando di ricordi meravigliosi. Non so chi di voi l’ha visto, ma mi auguro che nessuno si sia privato di tanta meraviglia cinematografica. Un caposaldo, un cult.
Un film che ha segnato un’epoca.

In italiano lo trovate alla lettera S, perchè l’hanno chiamato
"La Storia Fantastica", modificando a proprio piacimento l’intenzione del regista come si conviene ad ogni bravo traduttore di titoli di film italiani, ma in lingua originale risponde al nome di "The Princess Bride".
Ed è un capolavoro assoluto.



"As you wish..."
"Ai tuoi ordini..."


Però, quanti ricordi, che bei ricordi... Io e mio fratello sul divano, poco più che bambini, a ripetere a memoria ogni frase. Ricordi lontani e passati, ma anche ricordi futuri. Che non credo si chiamino ricordi, ma non mi viene in mente niente di più bello di un ricordo futuro. Perché ho talmente tanta voglia di vedere quel film che so già come mi sentirò, come l’ultima volta che è successo. Come se me lo ricordassi.
E sarà bellissimo. So già che mi verrà un sacco da ridere e che mi sentirò la giovincella che ero, che ripeterò le battute a memoria, che mi verranno fuori tutte insieme e che ora non riesco a fare mente locale ma lì, a guardare loro, mi verrà tutto di getto. E non vedo l’ora.

A parte i due innamoratissimi protagonisti, che tutti ricorderemo per il bacio più puro della storia (v. foto sopra, il nonno Colombo insegna), i personaggi che purtroppo dobbiamo definire "secondari" sono invece le perle rare della sceneggiatura.



Fezzig, oh Fezzig, il gigante buono, con quelle sue mani enormi... E poi Vizzini, oh Vizzini!! "Io vi ho reclutati per scatenare una guerra, è un mestiere di grande prestigio, con una lunga e gloriosa tradizione". Piccolo incredibile arrogante sfortunato Vizzini. Io e mio fratello impazzivamo ogni volta che moriva... Che detta così in effetti trasuda cinismo e forse non ha senso, ma se vedeste il film capireste tutto...
E poi Inigo Montoya, così nobile, elegante: un eroe romantico d’altri tempi. Così Inigo Montoya, caro Inigo... La sua spada, e quella frase pronta da così tanti anni, in tasca per essere pronunciata in quel preciso momento della storia: "Hola. Mi nombre es Inigo Montoya. Tu hai ucciso mi padre, preparate a morir."
E cosa scopro su Imdb? Che adesso è il poliziotto psicologo di Criminal Minds. Ma si può? Tutto questo mi sta esaurendo, troppe scoperte, troppe sorprese...
Eppure la più grande è un’altra:



Perchè ho scoperto solo ora che Max era Billy Cristal? Un attore che io venero da sempre? Forse perché non avevo mai cercato questo film su Imdb, la mia bibbia cinefila, ma non è una scusante sufficiente. Perché non sapevo che era lui Max dei Miracoli? Cristo, percheeeeeeeeee!!!
[Da dirsi alla Elio]




Tre Allegri Ragazzi Morti – Prova a star con me UN’ALTRA ESTATE a Pordenone

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre troppo
Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuove
Il resto non mi muove
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Sto bene solo con le mie scarpe nuove
Il resto non mi muove
Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare
Io, io, io solo contro il mondo
È meglio se mi calmo

Lontano dalla mia casa più della luna
La sola cosa che posso desiderare

Dice che qui non resta
Che quel che vuole qui non c’è
Ci fosse almeno una ragazza uguale identica a me
Dice che qui non resta
Che non lo fermerà
Il bene che gli vuoi ancora, il bene che ti vorrà

Prova a star con me un altro inverno a Pordenone
Sarà un letargo dolce senza inverno e freddo
Sarà che è sempre tutto
Uguale
Uguale




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lunedì 30 giugno 2008 - ore 20:52


e va bene così
(categoria: " Vita Quotidiana ")



senza parole

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domenica 29 giugno 2008 - ore 10:57


se avevo ancora quella foto in cui tu sorridevi e non guardavi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Avevo pensato a una frase bellissima stamattina. Poca miseria, ho detto, ci sta perfetta nel blog. Un incipit di quelli veramente fenomenali. Ero anche mediamente soddisfatta di me, brava Silvietta niente male: criptica ma diretta, chiara, sintetica e precisa.
Mi bullavo di me stessa allo specchio, sdoppiandomi per potermi canzonare (il delirio onirico persiste anche alcuni minuti dopo la sveglia, quando mi è impossibile cantare canzoni, risolvere cruciverba e dare indicazioni stradali, ma ve ne parlerò un altro giorno, devo disintossicarmi dalle digressioni).
Poi sono scesa in cucina, ancora in abiti succinti, pregando che l’amico di mio fratello non si fosse fermato di nuovo a russare senza vergogna nel mio salotto. L’ho cercato sperando di non disilludermi nel silenzio che regnava, ma davvero nel mio salotto lui non c’era: così ho realizzato che forse era scappato prima che esplodesse l’atomica.
[Dovevo mettere Enola Gay, altro che... ndr]

Magliette sudate e scarpe da ginnastica sul tappeto e sul tavolino. Carte di pacchetti di sigarette. Con una mano sugli occhi ho virato verso la cucina: c’erano ancora avanzi di salame sul marmo di fianco ai fornelli, piatti e pentole da lavare, bicchieri in putrefazione, fornelli incrostati, bottiglie vuote sulla tavola, bottiglie piene non in frigorifero, briciole ovunque e appartenenti a ogni sostanza alimentare che possa produrre briciole. Fra le altre, sono sicura di aver intravisto del trucciolato sotto un tovagliolo.
Per sicurezza sono andata a controllare che non ci fosse un alligatore nella tazza del cesso. Non si sa mai.

E così alle 9 e mezza di domenica mattina Cenerentola si è messa all’opera.



Ho lavato, ho pulito, ho grattato, dato una parvenza dignitosa alla stanza, ho arieggiato, ho dato da bere ai fiori, ho raccolto indumenti maschili dai divani, ho raccolto indumenti intimi maschili dal corridoio. Al che, depressa da tanta demenza maschile, mi sono slacciata il grembiule da schiava e mi sono fatta il caffè (moka da tre only for me), caffè che ho corredato con alcuni biscotti assortiti con la marmellata d’arance.
E mi sono dimenticata quello che volevo scrivere.
Si vede che non era importante. Le cose importanti me le ricordo sempre. E ora vado a prendermi il giornale.


Ah, una cosa bisogna dirla: Dino



Sono costretta ad ammetterlo, perché sono stata colta in fallo mentre sorridevo raccontando del perché adesso mi chiamano Dino: ok lo dico, mi piace, mi fa ridere e mi sta addosso come la tutina di latex di Scarlett Johansson. E poi sì, sono fortunata.


E ora Popolodellannotte è arrivato il momento Juke box, l’appuntamento quotidiano con la musica dei nostri ricordi più belli.
Ne avevo pensata un’altra nel mio delirio post onirico neurovegetativo, in realtà, ed era perfetta per esprimere il mio stato d’animo, e diceva delle cose bellissime e misteriosissime, chiarissime solo per me. Ma ovviamente mi sono dimenticata anche quella perchè sono stupidissima. Che ci volete fare. Fossimo tutti bravi uguali non ci sarebbe neanche gusto. E la concorrenza, poi?

Cazzo, però, il post di stamattina non vuol dire niente. Non vuol dire veramente una mazza. Mi sono completamente inebetita.



Oggi Mina. Se lo merita.
E io mi merito Mina.


Come tu mi vuoi – Mina

Sono come tu mi vuoi
e t’amo come non ho amato mai
Io sono la sola
che possa capire
tutto quello che c’è da capire in te.
Forse se baciassi me
forse capiresti meglio che
io sono la sola
che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.

Non sai quanto bene di un anno
e non sai quanto amore sprecato
aspettando in silenzio che tu
ti accorgessi di me
per capire
quello che già sai
che io sono
sono come tu mi vuoi
come tu mi vuoi.
Io sono la sola
che tu possa amare
non lo vedi che sono a due passi da te.
Non sai quanto bene di un anno
e non sai quanto amore sprecato
aspettando in silenzio che tu
ti accorgessi di me
per capire
quello che già sai
che io sono
sono come tu mi vuoi
come tu mi vuoi
come tu mi vuoi
come tu mi vuoi



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giovedì 26 giugno 2008 - ore 15:53


Se bruciasse la città
(categoria: " Vita Quotidiana ")


- Se c’è una cosa che proprio odio è sbagliare. Quanto mi fa incazzare quando sbaglio. E non perché io mi ritenga infallibile. Ma perchè mi fa proprio incazzare quando sbaglio.

- E odio quelli che fanno il trenino su Maracaibo. Anzi no, io odio il trenino. Il trenino come fenomeno, il trenino in quanto tale. Io disprezzo il trenino.

- E odio, odio essere corretta quando parlo. La grammatica è importante, e io la conosco. E se ogni tanto mi lascio andare è perché sono stanca di stare sempre attenta a tutto. Ma io l’italiano lo so, e ci gioco perché posso.

- Sono andata in comune a portare la mia foto segnaletica stamattina. La mamma, che solitamente non si conserva nei complimenti, mi ha detto che "no, non fa schifo, magari poteva venire meglio". La diplomazia di una mamma.

- Un giorno voglio imparare a mangiare le brioche con la classe di Audrey. Sono troppo spavalda quando mangio brioche - sono sempre spavalda quando mangio, perchè lo faccio con passione. Dovrei metterci quel pizzico di eleganza in più. Colazione da Tiffany insegna molte più cose di quante non sembrerebbe.

- Sono cambiata, è vero. Eppure non così tanto. Sono sempre una che crede nelle cose. E sono insicura. Sembrano non c’entrare un cazzo l’una con l’altra, ma non è così.

- Fa talmente tanto caldo che mi sto sciogliendo. E siccome soffro di pressione bassa sono anche altamente irritante e polemica quando fa così caldo. Ma questo sole mi sta involontariamente abbronzando, con tutti i giri che faccio in bicicletta. E alla fine non mi va così male.

- Non è giusto che uno non possa sentirsi libero di ordinare una tonno e cipolla per non disgustare gli altri. La tonno e cipolla è la pizza più buona del mondo, e deve essere trattata come le altre. E anche chi la mangia.

- Mi manca la Fede che lavora troppo e non ha tempo per me, mi manca la Dany che sta a Lisbona. Mi mancano le serate con le mie amiche. Mi manca l’aperitivo fugace, mi manca la cicca appena scese dalla macchina, mi manca lo stecco di olive ascolane. Mi manca un bianco fermo grazie. Mi manca io mangio, io no. Mi manca facciamo un altro giro. Mi manca ne abbiamo già fatti quattro. Mi manca ma che te ne frega. Mi manca meglio così. Mi manca facciamoci offrire da quello. Mi manca MNG forever, perché siamo tutte uguali. Mi manca a quea che finisse par no. Mi manca non girarti è ancora lì. Mi manca sai cos’ho scoperto. Mi manca hey ragazze ho uno scoop. Mi manca facciamo un altro giro. Mi manca ma è il quinto. Mi manca allora prendiamo una caraffa. Mi manca allora mangio anch’io.

Dany, quando torni mi prendo una settimana di ferie.






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