Per la festa del Santo, sono le nuove generazioni il cuore del messaggio del Vescovo alla città
"Mons. Antonio Mattiazzo invita le autorità civili e la chiesa a scendere in piazza dove i giovani si danno appuntamento all’ora dello spritz e ascoltare le loro attese, i loro disagi. Perchè il vangelo è nato in strada. Perchè è lungo le vie della città che si attua la pedagogia di Emaus, quella della compagnia di Gesù che non lascia soli. Neppure i giovani. Alle comunità, alle agenzie educative e alle famiglie il compito dunque di creare autentici spazi di aggregazione, in sinergia tra loro, per il bene della persona".
Il 13 giugno è la festa di sant’Antonio, patrono della città di Padova, conosciuta nel mondo e meta di pellegrinaggi come “città del Santo”.
Il santo patrono indica un intercessore davanti a Dio, un riferimento ideale, un esempio. È con questi sentimenti che ci rivolgiamo a sant’Antonio. La nostra città ha tanto bisogno della sua intercessione, perché è ricca di benessere, ma soffre anche di profondo malessere.
Sant’Antonio è stato evangelicamente sensibile alle condizioni di vita del popolo, vicino alle sofferenze e ai drammi degli uomini e donne del suo tempo. Ha mostrato in Gesù e nel Vangelo il riferimento necessario ed essenziale per la soluzione dei problemi personali e sociali.
Volgiamoci al nostro santo patrono perché ci ispiri e ci aiuti a fare della nostra città un luogo di convivenza civile, di elevazione umana e spirituale, di concordia e di pace.
Nel messaggio di quest’anno vorrei toccare il tema degli adolescenti e dei giovani.
Da qualche tempo, gli adolescenti e i giovani della nostra città – ma il fenomeno è esteso a molte città d’Italia e d’Europa – hanno preso a incontrarsi nelle piazze del centro. Sono tanti; la loro età va dai quindici ai trent’anni; qualcuno li chiama
“il popolo dello spritz” ; hanno siti internet con cui stare in contatto, comunicare, lanciare messaggi. Alcune espressioni, peraltro riconducibili all’influsso di frange ben caratterizzate, sono contraddistinte per la loro trasgressività, la loro valenza ideologica o semplicemente la loro inciviltà.
Il fenomeno – che ha suscitato molte discussioni – in sé, tuttavia, non può essere liquidato con poche battute. Si può dire che è un sintomo che interpella in modo forte la nostra comunità civile ed ecclesiale: Perché questi giovani si comportano così? Cosa cercano? Cosa vogliono dirci? Perché scelgono la piazza?
È necessario, anzitutto, cercare di comprendere e di interpretare il fenomeno.
La piazza nell’antichità... La piazza, nell’antichità classica, era idealmente il luogo del dialogo, del confronto, dello scambio di opinioni. Ancor oggi, la piazza nella sua versione positiva, si presenta come una grande “arena umanistica”, espressione della multiculturalità, luogo in cui vengono abbattute le barriere etniche, di appartenenza ai diversi gruppi, e vengono superate le riserve derivanti dall’età anagrafica; allo stesso tempo, non possiamo nascondercelo, essa è anche lo spazio di ambiguità per soddisfare la sete di trasgressione o per sfogare rabbie inespresse.
Mi sembra, tuttavia, che oggi tanti giovani scelgano la piazza perché la percepiscono come singolare occasione per sentirsi vivi, luogo privilegiato dove incontrare lo sguardo di un conoscente, spazio vitale per sentirsi pienamente se stessi, ambiente amico in cui esorcizzare la paura del vivere, facile possibilità di uscire da una solitudine spersonalizzante e intrecciare con immediatezza la propria esistenza con quella degli altri. Ritrovarsi in piazza, dunque, al di là di taluni toni sopra le righe e di certe forme scomposte, incivili e trasgressive, esprime la voglia di vivere, la ricerca di libertà, il desiderio di aggregazione e di amicizia, la volontà di vivere da protagonisti e di non essere un numero nel calcolatore del mondo.
In questa prospettiva, i giovani dello spritz non rappresentano forse una denuncia implicita, forse inconsapevole, ma non per questo meno forte e incisiva, delle forme alienanti e disumane che caratterizzano certi modelli e stili di vita? Con il loro andare in piazza, essi denunciano quegli ambienti di lavoro, scuole, case, spazi di aggregazione, istituzioni che non sono a misura d’uomo; denunciano l’efficientismo e il tecnologismo che lascia ai margini la verità sul senso dell’esistenza umana; denunciano una società informatica che dilata la comunicazione virtuale, ma lascia rattrappire quella reale e interpersonale.
Ma più ancora di una denuncia, i ragazzi delle piazze costituiscono un grido, il grido di una generazione che non trova cibo per saziare la sua fame e la sua sete, che sperimenta con angoscia il disagio dell’anima, che cerca in modo spasmodico una pienezza di vita, di amore, di gioia.
La cifra a cui si può ricorrere per interpretare il fenomeno è anche quella del dio Dioniso. L’uomo è sete di infinito e cerca la sua acqua là dove pensa di trovarla. Ivi costruisce un altare al suo dio. Dioniso è, nella mitologia greca, il dio dell’ebbrezza, del vitalismo disinibito, dello sballo. Dioniso muore, travolto dal suo stesso estro, poi ritorna in vita. Sarebbe “l’eterno ritorno della natura”, il ritorno all’identico, che eterno non è. Si muore una volta sola; non c’è ritorno all’identico.
Nietzsche ha opposto Dioniso al Crocifisso. Mentre Dioniso è una proiezione illusoria del desiderio, il Crocifisso è reale, risorge veramente e colma il desiderio infinito di vita. La verità è profonda e costa cercarla e trovarla; ma è l’unica che appaga.
Di fronte al grido dei giovani... Di fronte al grido dei giovani, noi, comunità civile ed ecclesiale, cosa facciamo?
Le risposte possono essere e sono diverse. È diritto-dovere dell’autorità civile di intervenire perché siano rispettate le norme di giustizia, di rispetto delle persone e del bene comune. I commercianti e i baristi hanno pure delle responsabilità e non sarebbero a posto in coscienza se guardassero solo al profitto, disattendendo la salute e il bene degli adolescenti e dei giovani.
I cristiani e le comunità e associazioni cristiane hanno un’ispirazione e riferimenti particolari. Il Vangelo racconta che, quando il cieco di Gerico si mise a gridare, tutti lo scambiarono per un indemoniato, lo sgridarono, lo fecero tacere; non però Gesù, che ascoltò quel grido! Forse, anche noi siamo tentati, come i discepoli che camminavano davanti a Gesù, di intimare a quelli che gridano di tacere perché non disturbino e non sconvolgano il tran tran della vita ordinaria. Invece, seguendo l’esempio di Gesù, non possiamo non ascoltare il grido di questi nostri fratelli più giovani, anche e soprattutto se a volte si tratta di un grido scomposto.
La prima cosa da fare, allora, è andare incontro a questi giovani là dove essi si danno appuntamento, si cercano e si ritrovano. Là, per le strade e sulle piazze, siamo chiamati ad andare, istituzioni civili e comunità ecclesiali; là ci è richiesto di metterci in ascolto ed, eventualmente, di offrire alternative sane di animazione, proposta e divertimento. Del resto, il Vangelo è nato in strada; Gesù ha predicato, ascoltato, incontrato, fatto miracoli camminando per le strade. Per le strade e sulle piazze ci è possibile anche oggi venire incontro a necessità concrete, accogliere e trasmettere valori, mostrare un volto diverso della comunità civile e della Chiesa, proporre l’incontro decisivo con Colui che ha detto «Chi ha sete venga a me e beva» (Gv 7,37).
La pedagogia sempre attuale... La pedagogia sempre attuale è quella di Emmaus, pedagogia della compagnia e della strada. È pedagogia della compagnia, perché ci richiede di stare insieme ai giovani, di ascoltare il loro disagio, le loro attese e la loro speranza, di cogliere la novità di vita che portano dentro, di farci carico dei loro drammi e dei loro sogni. È pedagogia della strada, perché ci spinge a farci loro compagni di viaggio e a camminare con loro.
Lungo la strada, i giovani domandano dell’amore tra ragazzo e ragazza, confidano le loro paure, parlano della difficoltà di una condotta retta, dei problemi concreti: lavoro, casa, denaro, dipendenze, di come vivere i rapporti con una famiglia che spesso non c’è più, di quanta delusione si prova quando la persona che ami ti tradisce o gli amici che credi di avere non sono poi così amici. Il camminare insieme permetterà ai giovani di avvertire che c’è qualcuno che li stima, li accetta, li vuole amare; si apre così il dialogo, il confronto, il progetto; si vincono le paure e rinasce la speranza.
L’attenzione ai giovani... L’attenzione ai giovani, tuttavia, non può limitarsi al momento delle piazze, ma deve esserci in tutte le espressioni della convivenza civile ed ecclesiale.
A questo riguardo, sono interpellate in modo specifico le famiglie, la scuola, l’università, le parrocchie, le diverse agenzie dello sport e del tempo libero. Per tutti, l’obiettivo primario dovrà diventare il bene della persona e della comunità; per tutti, l’impegno comune dovrà essere quello di favorire e creare autentici spazi educativi, possibilmente in sinergia tra di loro. Ciò potrà anche richiedere da parte di qualcuno scelte coraggiose. Diversamente, che ne sarà di una società opulenta e ricca di mezzi che però abbia perduto di vista i fini e non sappia più trasmettere ai figli il senso profondo e i valori fondamentali della vita?
Un compito particolare... Un compito particolare nei confronti dei loro coetanei spetta ai giovani che hanno incontrato il Signore Gesù e hanno già assaporato l’acqua viva che sgorga dalla fede. Sono più numerosi di quanto non appaia dalla cronaca giornaliera, pronta a informare più sul male che sul bene. Vorrei incoraggiare questi giovani a farsi compagni di strada dei loro coetanei, a trovare il modo di trasmettere la vita nuova che hanno ricevuto in dono.
La nuova evangelizzazione, la riscoperta della fede, una rinnovata Pentecoste sono espressioni vitali di ogni Chiesa; probabilmente, anche attraverso il grido dei nostri giovani, la Provvidenza divina sta interpellando la nostra Chiesa di Padova perché dica al mondo con rinnovato vigore che c’è salvezza solo in Gesù Cristo sempre pronto a incontrarci presso il pozzo dove andiamo per attingere l’acqua che disseti, che solo fondati in Lui è possibile costruire la “civiltà dell’amore”.
L’evangelizzazione di strada, le fraternità giovanili, le missioni giovani, le scuole di preghiera sono forme nuove che hanno già mostrato riscontri positivi; altri ne troveranno se si radicheranno ancor di più nel tessuto vivo della nostra città e riceveranno l’appoggio e il sostegno di tutti.
Sant’Antonio che da giovane... Sant’Antonio, che da giovane ha fatto la scelta coraggiosa di seguire il Cristo, accompagni i giovani d’oggi nella ricerca della via del bene e all’incontro con Gesù Salvatore «sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna» e aiuti gli adulti – e noi cristiani in particolare – a proporre esperienze e atteggiamenti positivi, occasioni educative e la testimonianza di una vita coerente e impegnata per il bene. Nella comune speranza di costruire una città accogliente, sorridente, fraterna.
Antonio Mattiazzo
Vescovo di Padova "Il sapone esiste da sempre, eppure c’è ancora gente sporca"
di don Marco Pozza
Quando il 31 maggio 2006 avevo annunciato l’incontro con il Sen. Giulio Andreotti spiegavo così il senso dell’incontro:
“Che cercate?”. Interrogativo secco di un Messia tanto atteso. “Rabbì, dove abiti?”. Le sole parole balbettate da due discepoli assetati di Verità. “Venite e vedrete” (Gv 1,38-39): la risposta aperta di quell’Uomo uscito dalla quotidianità di Nazareth.
Una domanda che – in tempi e modalità diverse – ha accompagnato il cammino della nostra comunità parrocchiale in quest’anno pastorale. Giovani, adulti, famiglie… una comunità in cammino verso un Dio che per primo ci viene a cercare.
Come conclusione vorremmo proporre la testimonianza di fede di un uomo impegnato nella vita politica della nostra nazione italiana: il senatore a vita Giulio Andreotti. Personaggio discusso, controbattuto, criticato… da sessant’anni dentro il cammino della Repubblica Italiana. Un personaggio che della sua fede non si è mai vergognato di parlare e di renderla parte integrante della sua vita familiare, prima di tutto. Un’occasione per conoscere un personaggio sotto una luce diversa da quella alimentata dai grandi mass-media.
“La ricerca di Dio attraverso l’incontro con gli uomini”, ovverosia la condivisione di un’ esperienza di fede.
Ecco perchè il tema è stato centrato e ne è uscita una serata con un protagonista unico: Gesù di Nazareth.
Riporto qualche passaggio significativo!
“La parrocchia mi ha insegnato a guardare l’uomo come ad un fratello, come a qualcuno socialmente dotato di una sua dignità. L’uomo è l’unico essere che richiama il volto di Dio sulla terra. Ogni sabato mattina,anche adesso che non ho più bisogno di voti, vado nelle borgate della periferia di Roma perché non voglio mai perdere il contatto con la vita della gente”
“Sono stato attratto dalla FUCI. La mia era una piccola famiglia romana che aveva nella nonna la maestra della fede. Il mio “laboratorio” sono state le Conferenze di San Vincenzo” e i centri dei Padri Somaschi dove la mamma mi mandava per aiutarmi a vedere i meno fortunati nella vita. In certi casi sono stato "sfortunato", ma poi la vita mi ha sempre ripresentato i suoi
gironi di ritorno positivi ".
“Non si può scindere la fede dalla politica. E’ la fede stessa che chiede di essere incarnata dentro ad una storia concreta. Porterò sempre nel cuore l’armonia che si è creata quando, attorno ad un tavolo, abbiamo elaborato il
Codice di Camaldoli: a quel codice dobbiamo tornare come vsione di politica abbinata alla fede ”
“Proprio in virtù del nostro credo non possiamo adottare una posizione difensiva nei confronti di chi attacca la scuola cattolica, ma dobbiamo far prevalere la nostra rivendicazione”
“Ricordiamoci che il cristianesimo è nato con la condivisione dei beni. Questo, ovverosia la giusta distribuzione dei beni nell’umanità, dovrebbe essere il compito primordiale e primo della politica. Iniziando dal proprio dovere di contribuenti. E’ questa stessa “quota” di misericordia che auspico di trovare per me nell’Aldilà. Il Gesù Misericordioso è l’immagine che più mi si addice nelle lunghe sere romane quando penso alla mia vita”.
“Inizio la mia giornata leggendo qualche piccolo frammento di
Escrivà de Balanguer , il fondatore dell’
Opus Dei, anche se non faccio parte di quel movimento. E’ vero che vado a messa ogni mattina. Questo mi potrebbe portare a far diventare la messa un’abitudine, ma chiedo sempre a Dio di esser capace di stupore. Vado a messa per supplire anche chi a messa non ci va.
C’è una responsabilità anche nella fede. Ma ci vado soprattutto perché è una splendida opportunità e necessità per me di dialogare con Dio. Il dialogo quotidiano e personale con Dio lo sento una necessità.
Prima di addormentarmi butto l’occhio alle massime di
Padre Pio da Pietralcina che, mi dispiace per voi padovani, sta ormai superando la fama di Sant’Antonio”
“Non posso accettare che Oriana Fallaci dichiari
Bernardette Soubirous colei che ha portato il turismo a Lourdes. Noi dobbiamo essere parte attiva di una creazione che chiede un modus vivendi sempre più attivo nella storia dell’umanità. E la nostra è una chiesa viva: basti pensare alla festa dei
Movimenti celebrata dal Papa domenica scorsa”.
“A Dio la mattina chiedo di aiutarmi a tenere sempre la testa sul collo e, se può, aiutarmi a trovare una soluzione ai mille problemi cui sono chiamato ogni giorno della mia vita”.
“La mia fede è fatta di incontri significativi che amo Chiamare “circostanze della vita”. Il ricordo più bello è la visita di
Teresa di Calcutta nel mio ufficio i giorni in cui le procure mi trattavano da indagato. Il suo sguardo e le sue parole mi hanno salvato dalla depressione e mi hanno portato al settimo cielo.
Giorgio La Pira è stato per me un “maestro di spiritualità perché portava uno spirito cristiano nella sua vita politica. Eccezionale
don Gnocchi, le intuizioni di
Don Primo Mazzolari e di
don Zeno Saltini. E poi
Enrico Medi di cui sto auspicando si apra il processo di beatificazione. Ultimo, ma non per importanza,
Giovanni Paolo II di cui ho portato testimonianza di due episodi durante la fase per la beatificazione”
Anche se il mio papa rimane sempre
Paolo VI. Ma Giovanni Paolo II è stato un grande perché “innovatore” e la fortuna della Chiesa è che il suo successore,
Joseph Ratzinger, sta portando avanti con fedeltà e continuità lo stile del suo predecessore”.
“Mi vado sempre più convincendo che la fede è un dono di cui ringraziare Dio e non un pretesto per farsi lodare”
“Vivere da cristiano la vita è un valore aggiunto. Essere cristiano non toglie spazio alla libertà, ma ti aiuta a limitare l’abuso della libertà. I dieci comandamenti stessi sono i suggerimenti che Dio ha dato all’uomo per rendere meno nervosa e traumatica la sua vita. Qualcuno tende a svilire la fede perché il mondo sembra non cambiare mai. Considerazione senza senso! Il sapone esiste da sempre ma c’è anche gente che vuole rimanere sporca.”
“Nei giovani c’è molta solidarietà anche se sono molte le tentazioni che si affacciano nelle loro vite. Il benessere ha elevato il concetto di felicità. Ricordo il primo giorno in cui a casa mia si usò il telefono: fu un giorno di progresso sociale!”
“Mi commuovo quando penso ai monasteri di clausura che sono di una vivacità straordinaria. Sono il minimo che scongiura la fine del mondo, i parafulmini della nostra società. Li posso paragonare a quello splendido brano della Genesi quando Abramo, in un colloquio estenuante, chiede a Dio di salvare la città anche solo per la presenza di un giusto”.
“Se Roma è il centro del cristianesimo vorrà pur dire qualcosa e noi politici ne dobbiamo tener conto. La politica a volte è distraente perché catturata dal fascino di mille attrattive. Riscopriamo le radici cristiane della nostra cultura.
Vorrei insegnare ai giovani a meditare il cristianesimo delle origini, quell’alveo storico in cui la storia dovrà tornare per rigenerarsi”.
Signor Senatore, scusi la mia irriverenza. Mi dica un po’ senza giornalisti: "Giulio Andreotti, chi è?". “Sono un cittadino normale che nella vita ha avuto la fortuna di incontrare le persone giuste nei momenti giusti. Un uomo fortunato con una media di difetti e di virtù positive nel comune, un uomo vissuto senza infamia e senza lode. Se ci sarà ancora il limbo “profetizzato” da Dante… penso sia il mio posto nell’Aldilà. Ma non posso esser sicuro: faccio affidamento alla misericordia di Dio. E più passano gli anni più mi chiedo se ho valorizzato bene i doni – e sono stati tanti – che Dio mi ha dato”.