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martedì 13 giugno 2006 - ore 09:05


IL FASCINO DI UNA PROPOSTA
(categoria: " Riflessioni ")


UNA PROPOSTA MILLENARIA
"Tirarsela non serve"

di don Marco Pozza


"Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: "Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?".
Gesù gli disse: "Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: "Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre".
Egli allora gli disse: "Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza". Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: "Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi".
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni”.


Un giovane si avvicina da Gesù. Gli evangelisti che raccontano il fatto non rifersicono il nome. Lo chiamano un tale. Ci sarà un motivo. Vedremo il perché!
Il giovane chiede:“Che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?”. Ottenere! Uhm… puzza di bruciato questo verbo. Giovane, svegliati! La vita eterna non la si mette in tasca, la si conquista!.
Infatti Gesù precisa:“Se vuoi entrare (non “ottenere”) nella vita eterna osserva i comandamenti…”. Cioè: non pensare ad ottenere, ma ad essere.
E il giovane? Gli evangelisti non lo dicono, ma è facile immaginarlo: gonfia il petto, risponde forte perché tutti lo sentano: “Tutte queste cose le ho osservate da sempre” . Poi, guardandosi attorno, aspetta che Gesù gli dica: “Tranquillo! La vita eterna è tua”. Invece le cose non vanno come lui pensa. Gesù lo fissa, lo guarda negli occhi, con amore. Quel giovane è in gamba, ha stoffa, ma anche tanta confusione. Quel giovane va aiutato a capire.



E Gesù lo aiuta lanciandogli una palla formidabile: “Se vuoi essere perfetto…”. Coraggio, giovane. Fa’ uno scatto, lanciati sulla palla! Prende in mano la tua vita! Dimostra che non sei il servo delle cose.
Niente! Il Giovane rimane di sale, immobile, completamente spiazzato come i portieri di fronte ai rigori di certi campioni. Ahi… ahi… ahi… E’ bravo, ma non ama l’avventura. E’ per bene, ma non ama l’azzardo. I comandamenti? Fossero stati quaranta… tutto ok! Ma rinunciare alla sicurezza delle cose… questo no!
Abbassa la testa, gira i tacchi e se ne va via triste.



Triste.
Perché capisce che gli è stata offerta un’occasione che non si ripeterà più. Nella vita nulla si ripete! Gli attimi o li firmi, li vivi da protagonista, o li perdi!
Triste.
Perché intuisce che rimarrà “un tale”: uno del gregge, uno che segue la corrente. Perché solo chi ha il coraggio di firmare la propria vita ha il diritto di essere chiamato per nome!

E Gesù di Nazareth?
Non prova assolutamente a fermare il giovane, non cerca di convincerlo abbassando il prezzo. Lo Lascia andare via. Rispetta la libertà di quel giovane. Non ricorre al “Tu devi”, ma rimane fedele al “Se vuoi”.
Non c’è gioia senza libertà!

Conclusione? Tirarsela con Gesù non serve a nulla!


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lunedì 12 giugno 2006 - ore 10:03


Riflessione della domenica
(categoria: " Vita Quotidiana ")


SANTISSIMA TRINITA’
"Vernice, piantina e Vangelo"

di don Marco Pozza


In cucina una giovane mamma stava preparando la cena con la mente totalmente concentrata su ciò che stava facendo: preparare le patatine fritte. Stava lavorando sodo per preparare un piatto che i bambini avrebbero apprezzato molto: le patatine fritte erano i lloro piatto preferito. Il bambino più piccolo, quattro anni, aveva avuto un’intensa giornata all’asilo e raccontò alla mamma quello che aveva visto e fatto. La mamma gli rispondeva distrattamente con monosillabi e borbottii. Qualche istante dopo si sentì tirare la gonna e udì: “Mamma…” La donna accenno di sì col capo e borbottò qualche aprola. Sentì altri strattoni alla gonna e di nuovo: “Mamma…”. Ma lei continuava imperterrita a sbucciare le patate. Passarono altri conie minuti. Il bambino si attaccò alla gonna della mamma e tirò con tutte le sue forze. La donna fu costretta a chinarsi verso il figlio. Il bambino le prese il volto fra le manine paffute, lo portò davanti al proprio viso e disse: “Mamma, ascoltami con gli occhi!”.



Ascoltarsi con gli occhi… perché tutte le cose importanti passano attraverso gli occhi. Ascoltare qualcuno con gli occhi significa dirgli: “Tu sei importante per me”. Se l’Ascensione è la presentazione fatta da Gesù al Padre della sua Sposa, se la Pentecoste è il regalo – nozze più discusso firmato dal Padre… la festa della Santissima Trinità è questo gioco di sguardi tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Quasi a dire: studiamo la tattica per dare continuità a quest’Amore. Ecco perché se dobbiamo vivere nell’unità non è perché, fatti i conti in tasca, il bilancio quadra meglio a essere solidali tra noi. Non è un bisogno tattico, non è un fatto di calcolo o di convenienza: la comunione nella Chiesa non è riducibile ad una scelta furba derivante dalla considerazione che stare insieme, lavorare insieme, camminare insieme… produce di più sul piano della resa pratica. Non pensi a quello che dici mentre dipingi il segno della croce sul tuo corpo? “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Eccole qui le ragioni della nostra comunione. Nel fatto che la Chiesa è l’immagine della Santissima Trinità. Di più. E’ la propagine di quella piccolissima comunità divina – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – che si prolunga sullo spartito musicale della storia e della cronaca quotidiana. Fantastico pensare che la Chiesa nasce dall’alto, affonda le radici nella Trinità. E’ per questo che il mistero principale della nostra fede ci è stato rivelato da Gesù di Nazareth: non per le nostre contemplazioni astratte. Ma perché dobbiamo concretizzarlo nella vita di ogni giorno e sui crinali del terribile quotidiano.



Sono persone. Non cifre. Non codici fiscali. Non numeri di matricola apposti sulle casacche delle nostre tute da lavoro. Siamo persone, non barattoli gettati da Dio sulla terra destinati a ruzzolare sotto i calci dei bambini.
Sono persone uguali. Adesso capite dove si attacca tutta lo spasimo e l’insistenza della Chiesa quando annuncia l’uguaglianza? Siamo tutti uguali! Non ci sono uomini di serie A e uomini di serie B. E’ il mistero trinitario che ci interpella ogni volta che scorgiamo segni di ingiustizia nella cronaca quotidiana. E’ il mistero della Trinità che ad ogni uomo imprime il sigillo dell’uguaglianza con Dio.
Sono persone uguali e distinte. Ogni uomo ha il suo volto e la sua storia, i suoi sogni e le sue fatiche, le sue aspirazioni e le sue paure. E’ un identikit intrasferibile. Dio ci conosce per nome, non per sigla. Ci chiama per nome uno ad uno. “Non ti dimenticherò mai… Ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano” (Is 49,15-16). Sapere che questa frase di Isaia Dio la ripete a te, a me, a tutti fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno, non può non alzare la soglia del nostro rapporto con Lui. Lui che, come dice il profeta Baruc, “chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono eccomi brillando di gioia” (Ba 3,34-35), Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni illuminandoli con la luce del suo volto. Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca uno ad uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni…



“Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” . E’ un mondo, quindi, che dobbiamo amare. Che non dobbiamo scomunicare. Che dobbiamo inseguire. Che non può lasciarci chiudere occhio, finchè lui non dorme sonni tranquilli. Al quale dobbiamo voler bene, sapendo che amare il mondo significa farsi carico di tutti i problemi dell’umanità e, quindi, salire sulla croce. E’ urgente prendere coscienza che siamo un popolo che passa in mezzo al mondo per annunciare che il Signore è risorto e cammina con noi. Siamo le riserve che attendono la discesa in campo del titolare. Ma voi potete intuire che se il mondo non è il rivale della chiesa ma il suo destinatario, come credenti dovremmo essere più audaci, più propositivi, più carichi di fantasia, meno ripetitivi. Dovremmo avere il coraggio di gridare con chiarezza e fermezza tutto intero il messaggio di Gesù Cristo. Dovremmo tornare a stupirci. Appiattiti dagli standard, omologati dagli schemi, prigionieri della ripetizione modulare…senza stupore è difficile l’incontro con Dio. “O Signore nostro Dio, quanto è il grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8,1). Perché i bambini leggono questa scritta su tutta la curva del cielo, da oriente ad occidente, vedono il mare in tempesta o il firmamento d’agosto, il colore dei fiori sui crepacci e l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi nella bufera e lo splendore negli occhi di una donna… Perché i bambini si e noi no? Perché loro specchiandosi negli occhi di Dio si scoprono poeti e noi mercanti in cerca di contrattazioni?



“Papà – chiede un bambino - cosa serve credere? Il mondo è sempre lo stesso!”. “Il sapone esiste da tantissimo tempo – risponde il vecchio – eppure c’è ancora gente sporca”.
Con la piantina del nostro quartiere tra le mani e il vangelo in filigrana stavo studiando i punti in cui scarabocchiare con la vernice questa scritta: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Volevo contribuire anch’io nell’evangelizzazione della mia città.
Poi mi son bloccato perché mi è sorto un dubbio.
Viene prima l’evangelizzazione o l’umanizzazione?

Buona settimana!
don Marco Pozza



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venerdì 9 giugno 2006 - ore 11:05


L’intervento del Vescovo
(categoria: " Vita Quotidiana ")


LA DIFESA DEL POPOLO
"Chi ha sete venga a me e beva"

di Mons. Antonio Mattiazzo,
Arcivescovo - Vescovo di Padova


Per la festa del Santo, sono le nuove generazioni il cuore del messaggio del Vescovo alla città
"Mons. Antonio Mattiazzo invita le autorità civili e la chiesa a scendere in piazza dove i giovani si danno appuntamento all’ora dello spritz e ascoltare le loro attese, i loro disagi. Perchè il vangelo è nato in strada. Perchè è lungo le vie della città che si attua la pedagogia di Emaus, quella della compagnia di Gesù che non lascia soli. Neppure i giovani. Alle comunità, alle agenzie educative e alle famiglie il compito dunque di creare autentici spazi di aggregazione, in sinergia tra loro, per il bene della persona".



Il 13 giugno è la festa di sant’Antonio, patrono della città di Padova, conosciuta nel mondo e meta di pellegrinaggi come “città del Santo”.
Il santo patrono indica un intercessore davanti a Dio, un riferimento ideale, un esempio. È con questi sentimenti che ci rivolgiamo a sant’Antonio. La nostra città ha tanto bisogno della sua intercessione, perché è ricca di benessere, ma soffre anche di profondo malessere.
Sant’Antonio è stato evangelicamente sensibile alle condizioni di vita del popolo, vicino alle sofferenze e ai drammi degli uomini e donne del suo tempo. Ha mostrato in Gesù e nel Vangelo il riferimento necessario ed essenziale per la soluzione dei problemi personali e sociali.
Volgiamoci al nostro santo patrono perché ci ispiri e ci aiuti a fare della nostra città un luogo di convivenza civile, di elevazione umana e spirituale, di concordia e di pace.

Nel messaggio di quest’anno vorrei toccare il tema degli adolescenti e dei giovani.
Da qualche tempo, gli adolescenti e i giovani della nostra città – ma il fenomeno è esteso a molte città d’Italia e d’Europa – hanno preso a incontrarsi nelle piazze del centro. Sono tanti; la loro età va dai quindici ai trent’anni; qualcuno li chiama “il popolo dello spritz” ; hanno siti internet con cui stare in contatto, comunicare, lanciare messaggi. Alcune espressioni, peraltro riconducibili all’influsso di frange ben caratterizzate, sono contraddistinte per la loro trasgressività, la loro valenza ideologica o semplicemente la loro inciviltà.
Il fenomeno – che ha suscitato molte discussioni – in sé, tuttavia, non può essere liquidato con poche battute. Si può dire che è un sintomo che interpella in modo forte la nostra comunità civile ed ecclesiale: Perché questi giovani si comportano così? Cosa cercano? Cosa vogliono dirci? Perché scelgono la piazza?
È necessario, anzitutto, cercare di comprendere e di interpretare il fenomeno.



La piazza nell’antichità...
La piazza, nell’antichità classica, era idealmente il luogo del dialogo, del confronto, dello scambio di opinioni. Ancor oggi, la piazza nella sua versione positiva, si presenta come una grande “arena umanistica”, espressione della multiculturalità, luogo in cui vengono abbattute le barriere etniche, di appartenenza ai diversi gruppi, e vengono superate le riserve derivanti dall’età anagrafica; allo stesso tempo, non possiamo nascondercelo, essa è anche lo spazio di ambiguità per soddisfare la sete di trasgressione o per sfogare rabbie inespresse.
Mi sembra, tuttavia, che oggi tanti giovani scelgano la piazza perché la percepiscono come singolare occasione per sentirsi vivi, luogo privilegiato dove incontrare lo sguardo di un conoscente, spazio vitale per sentirsi pienamente se stessi, ambiente amico in cui esorcizzare la paura del vivere, facile possibilità di uscire da una solitudine spersonalizzante e intrecciare con immediatezza la propria esistenza con quella degli altri. Ritrovarsi in piazza, dunque, al di là di taluni toni sopra le righe e di certe forme scomposte, incivili e trasgressive, esprime la voglia di vivere, la ricerca di libertà, il desiderio di aggregazione e di amicizia, la volontà di vivere da protagonisti e di non essere un numero nel calcolatore del mondo.
In questa prospettiva, i giovani dello spritz non rappresentano forse una denuncia implicita, forse inconsapevole, ma non per questo meno forte e incisiva, delle forme alienanti e disumane che caratterizzano certi modelli e stili di vita? Con il loro andare in piazza, essi denunciano quegli ambienti di lavoro, scuole, case, spazi di aggregazione, istituzioni che non sono a misura d’uomo; denunciano l’efficientismo e il tecnologismo che lascia ai margini la verità sul senso dell’esistenza umana; denunciano una società informatica che dilata la comunicazione virtuale, ma lascia rattrappire quella reale e interpersonale.
Ma più ancora di una denuncia, i ragazzi delle piazze costituiscono un grido, il grido di una generazione che non trova cibo per saziare la sua fame e la sua sete, che sperimenta con angoscia il disagio dell’anima, che cerca in modo spasmodico una pienezza di vita, di amore, di gioia.
La cifra a cui si può ricorrere per interpretare il fenomeno è anche quella del dio Dioniso. L’uomo è sete di infinito e cerca la sua acqua là dove pensa di trovarla. Ivi costruisce un altare al suo dio. Dioniso è, nella mitologia greca, il dio dell’ebbrezza, del vitalismo disinibito, dello sballo. Dioniso muore, travolto dal suo stesso estro, poi ritorna in vita. Sarebbe “l’eterno ritorno della natura”, il ritorno all’identico, che eterno non è. Si muore una volta sola; non c’è ritorno all’identico.
Nietzsche ha opposto Dioniso al Crocifisso. Mentre Dioniso è una proiezione illusoria del desiderio, il Crocifisso è reale, risorge veramente e colma il desiderio infinito di vita. La verità è profonda e costa cercarla e trovarla; ma è l’unica che appaga.



Di fronte al grido dei giovani...
Di fronte al grido dei giovani, noi, comunità civile ed ecclesiale, cosa facciamo?
Le risposte possono essere e sono diverse. È diritto-dovere dell’autorità civile di intervenire perché siano rispettate le norme di giustizia, di rispetto delle persone e del bene comune. I commercianti e i baristi hanno pure delle responsabilità e non sarebbero a posto in coscienza se guardassero solo al profitto, disattendendo la salute e il bene degli adolescenti e dei giovani.
I cristiani e le comunità e associazioni cristiane hanno un’ispirazione e riferimenti particolari. Il Vangelo racconta che, quando il cieco di Gerico si mise a gridare, tutti lo scambiarono per un indemoniato, lo sgridarono, lo fecero tacere; non però Gesù, che ascoltò quel grido! Forse, anche noi siamo tentati, come i discepoli che camminavano davanti a Gesù, di intimare a quelli che gridano di tacere perché non disturbino e non sconvolgano il tran tran della vita ordinaria. Invece, seguendo l’esempio di Gesù, non possiamo non ascoltare il grido di questi nostri fratelli più giovani, anche e soprattutto se a volte si tratta di un grido scomposto.
La prima cosa da fare, allora, è andare incontro a questi giovani là dove essi si danno appuntamento, si cercano e si ritrovano. Là, per le strade e sulle piazze, siamo chiamati ad andare, istituzioni civili e comunità ecclesiali; là ci è richiesto di metterci in ascolto ed, eventualmente, di offrire alternative sane di animazione, proposta e divertimento. Del resto, il Vangelo è nato in strada; Gesù ha predicato, ascoltato, incontrato, fatto miracoli camminando per le strade. Per le strade e sulle piazze ci è possibile anche oggi venire incontro a necessità concrete, accogliere e trasmettere valori, mostrare un volto diverso della comunità civile e della Chiesa, proporre l’incontro decisivo con Colui che ha detto «Chi ha sete venga a me e beva» (Gv 7,37).



La pedagogia sempre attuale...
La pedagogia sempre attuale è quella di Emmaus, pedagogia della compagnia e della strada. È pedagogia della compagnia, perché ci richiede di stare insieme ai giovani, di ascoltare il loro disagio, le loro attese e la loro speranza, di cogliere la novità di vita che portano dentro, di farci carico dei loro drammi e dei loro sogni. È pedagogia della strada, perché ci spinge a farci loro compagni di viaggio e a camminare con loro.
Lungo la strada, i giovani domandano dell’amore tra ragazzo e ragazza, confidano le loro paure, parlano della difficoltà di una condotta retta, dei problemi concreti: lavoro, casa, denaro, dipendenze, di come vivere i rapporti con una famiglia che spesso non c’è più, di quanta delusione si prova quando la persona che ami ti tradisce o gli amici che credi di avere non sono poi così amici. Il camminare insieme permetterà ai giovani di avvertire che c’è qualcuno che li stima, li accetta, li vuole amare; si apre così il dialogo, il confronto, il progetto; si vincono le paure e rinasce la speranza.



L’attenzione ai giovani...
L’attenzione ai giovani, tuttavia, non può limitarsi al momento delle piazze, ma deve esserci in tutte le espressioni della convivenza civile ed ecclesiale.
A questo riguardo, sono interpellate in modo specifico le famiglie, la scuola, l’università, le parrocchie, le diverse agenzie dello sport e del tempo libero. Per tutti, l’obiettivo primario dovrà diventare il bene della persona e della comunità; per tutti, l’impegno comune dovrà essere quello di favorire e creare autentici spazi educativi, possibilmente in sinergia tra di loro. Ciò potrà anche richiedere da parte di qualcuno scelte coraggiose. Diversamente, che ne sarà di una società opulenta e ricca di mezzi che però abbia perduto di vista i fini e non sappia più trasmettere ai figli il senso profondo e i valori fondamentali della vita?



Un compito particolare...
Un compito particolare nei confronti dei loro coetanei spetta ai giovani che hanno incontrato il Signore Gesù e hanno già assaporato l’acqua viva che sgorga dalla fede. Sono più numerosi di quanto non appaia dalla cronaca giornaliera, pronta a informare più sul male che sul bene. Vorrei incoraggiare questi giovani a farsi compagni di strada dei loro coetanei, a trovare il modo di trasmettere la vita nuova che hanno ricevuto in dono.
La nuova evangelizzazione, la riscoperta della fede, una rinnovata Pentecoste sono espressioni vitali di ogni Chiesa; probabilmente, anche attraverso il grido dei nostri giovani, la Provvidenza divina sta interpellando la nostra Chiesa di Padova perché dica al mondo con rinnovato vigore che c’è salvezza solo in Gesù Cristo sempre pronto a incontrarci presso il pozzo dove andiamo per attingere l’acqua che disseti, che solo fondati in Lui è possibile costruire la “civiltà dell’amore”.
L’evangelizzazione di strada, le fraternità giovanili, le missioni giovani, le scuole di preghiera sono forme nuove che hanno già mostrato riscontri positivi; altri ne troveranno se si radicheranno ancor di più nel tessuto vivo della nostra città e riceveranno l’appoggio e il sostegno di tutti.



Sant’Antonio che da giovane...
Sant’Antonio, che da giovane ha fatto la scelta coraggiosa di seguire il Cristo, accompagni i giovani d’oggi nella ricerca della via del bene e all’incontro con Gesù Salvatore «sorgente d’acqua viva che zampilla per la vita eterna» e aiuti gli adulti – e noi cristiani in particolare – a proporre esperienze e atteggiamenti positivi, occasioni educative e la testimonianza di una vita coerente e impegnata per il bene. Nella comune speranza di costruire una città accogliente, sorridente, fraterna.

Antonio Mattiazzo
Vescovo di Padova


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giovedì 8 giugno 2006 - ore 16:27


A proposito di un incontro
(categoria: " Vita Quotidiana ")


PENSIERI SPARSI
"Il sapone esiste da sempre, eppure c’è ancora gente sporca"

di don Marco Pozza


Quando il 31 maggio 2006 avevo annunciato l’incontro con il Sen. Giulio Andreotti spiegavo così il senso dell’incontro:

“Che cercate?”. Interrogativo secco di un Messia tanto atteso. “Rabbì, dove abiti?”. Le sole parole balbettate da due discepoli assetati di Verità. “Venite e vedrete” (Gv 1,38-39): la risposta aperta di quell’Uomo uscito dalla quotidianità di Nazareth.
Una domanda che – in tempi e modalità diverse – ha accompagnato il cammino della nostra comunità parrocchiale in quest’anno pastorale. Giovani, adulti, famiglie… una comunità in cammino verso un Dio che per primo ci viene a cercare.
Come conclusione vorremmo proporre la testimonianza di fede di un uomo impegnato nella vita politica della nostra nazione italiana: il senatore a vita Giulio Andreotti. Personaggio discusso, controbattuto, criticato… da sessant’anni dentro il cammino della Repubblica Italiana. Un personaggio che della sua fede non si è mai vergognato di parlare e di renderla parte integrante della sua vita familiare, prima di tutto. Un’occasione per conoscere un personaggio sotto una luce diversa da quella alimentata dai grandi mass-media.
“La ricerca di Dio attraverso l’incontro con gli uomini”, ovverosia la condivisione di un’ esperienza di fede.

Ecco perchè il tema è stato centrato e ne è uscita una serata con un protagonista unico: Gesù di Nazareth.
Riporto qualche passaggio significativo!



“La parrocchia mi ha insegnato a guardare l’uomo come ad un fratello, come a qualcuno socialmente dotato di una sua dignità. L’uomo è l’unico essere che richiama il volto di Dio sulla terra. Ogni sabato mattina,anche adesso che non ho più bisogno di voti, vado nelle borgate della periferia di Roma perché non voglio mai perdere il contatto con la vita della gente”

“Sono stato attratto dalla FUCI. La mia era una piccola famiglia romana che aveva nella nonna la maestra della fede. Il mio “laboratorio” sono state le Conferenze di San Vincenzo” e i centri dei Padri Somaschi dove la mamma mi mandava per aiutarmi a vedere i meno fortunati nella vita. In certi casi sono stato "sfortunato", ma poi la vita mi ha sempre ripresentato i suoi gironi di ritorno positivi ".

“Non si può scindere la fede dalla politica. E’ la fede stessa che chiede di essere incarnata dentro ad una storia concreta. Porterò sempre nel cuore l’armonia che si è creata quando, attorno ad un tavolo, abbiamo elaborato il Codice di Camaldoli: a quel codice dobbiamo tornare come vsione di politica abbinata alla fede ”

“Proprio in virtù del nostro credo non possiamo adottare una posizione difensiva nei confronti di chi attacca la scuola cattolica, ma dobbiamo far prevalere la nostra rivendicazione”

“Ricordiamoci che il cristianesimo è nato con la condivisione dei beni. Questo, ovverosia la giusta distribuzione dei beni nell’umanità, dovrebbe essere il compito primordiale e primo della politica. Iniziando dal proprio dovere di contribuenti. E’ questa stessa “quota” di misericordia che auspico di trovare per me nell’Aldilà. Il Gesù Misericordioso è l’immagine che più mi si addice nelle lunghe sere romane quando penso alla mia vita”.



“Inizio la mia giornata leggendo qualche piccolo frammento di Escrivà de Balanguer , il fondatore dell’ Opus Dei, anche se non faccio parte di quel movimento. E’ vero che vado a messa ogni mattina. Questo mi potrebbe portare a far diventare la messa un’abitudine, ma chiedo sempre a Dio di esser capace di stupore. Vado a messa per supplire anche chi a messa non ci va. C’è una responsabilità anche nella fede. Ma ci vado soprattutto perché è una splendida opportunità e necessità per me di dialogare con Dio. Il dialogo quotidiano e personale con Dio lo sento una necessità.
Prima di addormentarmi butto l’occhio alle massime di Padre Pio da Pietralcina che, mi dispiace per voi padovani, sta ormai superando la fama di Sant’Antonio”

“Non posso accettare che Oriana Fallaci dichiari Bernardette Soubirous colei che ha portato il turismo a Lourdes. Noi dobbiamo essere parte attiva di una creazione che chiede un modus vivendi sempre più attivo nella storia dell’umanità. E la nostra è una chiesa viva: basti pensare alla festa dei Movimenti celebrata dal Papa domenica scorsa”.

“A Dio la mattina chiedo di aiutarmi a tenere sempre la testa sul collo e, se può, aiutarmi a trovare una soluzione ai mille problemi cui sono chiamato ogni giorno della mia vita”.



“La mia fede è fatta di incontri significativi che amo Chiamare “circostanze della vita”. Il ricordo più bello è la visita di Teresa di Calcutta nel mio ufficio i giorni in cui le procure mi trattavano da indagato. Il suo sguardo e le sue parole mi hanno salvato dalla depressione e mi hanno portato al settimo cielo. Giorgio La Pira è stato per me un “maestro di spiritualità perché portava uno spirito cristiano nella sua vita politica. Eccezionale don Gnocchi, le intuizioni di Don Primo Mazzolari e di don Zeno Saltini. E poi Enrico Medi di cui sto auspicando si apra il processo di beatificazione. Ultimo, ma non per importanza, Giovanni Paolo II di cui ho portato testimonianza di due episodi durante la fase per la beatificazione”
Anche se il mio papa rimane sempre Paolo VI. Ma Giovanni Paolo II è stato un grande perché “innovatore” e la fortuna della Chiesa è che il suo successore, Joseph Ratzinger, sta portando avanti con fedeltà e continuità lo stile del suo predecessore”.

“Mi vado sempre più convincendo che la fede è un dono di cui ringraziare Dio e non un pretesto per farsi lodare”

“Vivere da cristiano la vita è un valore aggiunto. Essere cristiano non toglie spazio alla libertà, ma ti aiuta a limitare l’abuso della libertà. I dieci comandamenti stessi sono i suggerimenti che Dio ha dato all’uomo per rendere meno nervosa e traumatica la sua vita. Qualcuno tende a svilire la fede perché il mondo sembra non cambiare mai. Considerazione senza senso! Il sapone esiste da sempre ma c’è anche gente che vuole rimanere sporca.”



“Nei giovani c’è molta solidarietà anche se sono molte le tentazioni che si affacciano nelle loro vite. Il benessere ha elevato il concetto di felicità. Ricordo il primo giorno in cui a casa mia si usò il telefono: fu un giorno di progresso sociale!”

“Mi commuovo quando penso ai monasteri di clausura che sono di una vivacità straordinaria. Sono il minimo che scongiura la fine del mondo, i parafulmini della nostra società. Li posso paragonare a quello splendido brano della Genesi quando Abramo, in un colloquio estenuante, chiede a Dio di salvare la città anche solo per la presenza di un giusto”.

“Se Roma è il centro del cristianesimo vorrà pur dire qualcosa e noi politici ne dobbiamo tener conto. La politica a volte è distraente perché catturata dal fascino di mille attrattive. Riscopriamo le radici cristiane della nostra cultura.
Vorrei insegnare ai giovani a meditare il cristianesimo delle origini, quell’alveo storico in cui la storia dovrà tornare per rigenerarsi”.



Signor Senatore, scusi la mia irriverenza. Mi dica un po’ senza giornalisti: "Giulio Andreotti, chi è?".

“Sono un cittadino normale che nella vita ha avuto la fortuna di incontrare le persone giuste nei momenti giusti. Un uomo fortunato con una media di difetti e di virtù positive nel comune, un uomo vissuto senza infamia e senza lode. Se ci sarà ancora il limbo “profetizzato” da Dante… penso sia il mio posto nell’Aldilà. Ma non posso esser sicuro: faccio affidamento alla misericordia di Dio. E più passano gli anni più mi chiedo se ho valorizzato bene i doni – e sono stati tanti – che Dio mi ha dato”.


"L’alunno è uscito dal seminato"

Per dovere di cronaca e di onestà professionale oggi è stato pubblicato un intervento dal titolo "Giulio Andreotti, don Marco e il dovere di verità" firmato da E. Guidotto - Presidente dell’Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso e consulente della Commissione Parlamentare antimafia della passata legislatura -. Chi lo leggerà intuisce subito che, in base al titolo della serata, l’alunno è uscito dal seminato. Alla sua domanda: "In che mondo vive don Marco" io rispondo: "Con che immagine di Dio è cresciuto, sign. Guidotto?".
Un conto è il suo lavoro, un conto è la fede.
Per fortuna!


"Voto: NON CLASSIFICABILE"

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giovedì 8 giugno 2006 - ore 10:37


Solennità di Pentecoste
(categoria: " Vita Quotidiana ")


SOLENNITA’ DI PENTECOSTE
"Ma chi credi di essere?"

di don Marco Pozza


Un contadino e il suo bambino erano in cammino verso un paese vicino. La strada passava sopra un ponticello di pietra sgretolato e traballante per il fiume in piena. Il bambino si spaventò: “Papà, pensi che il ponte reggerà?”. “Ti terrò per mano, figlio mio” – rispose il padre. E il bambino strinse la mano di papà. Con molta cautela attraversò il ponte a fianco di suo padre e giunsero a destinazione. Ritornarono al tramonto del sole. Mentre camminavano il piccolo chiese: “E il fiume, papà? Come faremo ad attraversare qual ponte pericolante? Ho paura”. L’uomo forte e robusto prese in braccio il piccolino e gli disse: “Resta qui fra le mie braccia e sarai al sicuro”. Mentre il contadino avanzava con il suo prezioso fardello, il bambino si addormentò. Il mattino seguente si risvegliò e si trovò sano e salvo nel suo lettino. La luce del sole filtrava attraverso la finestra. Non si era neppure accorto di essere stato trasportato al di là del ponte, sopra il torrente impetuoso.



Sembra una fotografia di famiglia quando un ragazzo o una ragazza presenta ai suoi genitori per la prima volta il suo fidanzato o la sua fidanzata. Domenica scorsa, nel momento dell’ Ascensione, Gesù, accompagnando per la prima volta l’umanità nel cielo, volle fare al Padre la presentazione ufficiale della sua sposa. Le reazioni del Padre? Non solo è rimasto felicissimo per la scelta del Figlio, ma ha voluto da subito fargli un dono “fuori categoria” dalle liste nozze. D’accordo con lui, ha inviato sulla terra il suo Santo Spirito con il compito di render ancor più bella e affascinante la sua sposa. Si, perché la fidanzata è splendida. Ma ci son tante macchie sul volto, molte rughe sulla fronte, parecchie ferite nel corpo. Ecco: a Pentecoste noi celebriamo l’irruzione dello Spirito Santo sulla chiesa e, di conseguenza, nell’umanità.



Che emozione, che scoperta, che responsabilità intuire che Lo Spirito Santo è legato all’idea di giovinezza. E’ lui che da alla chiesa il brivido dei primi passi, l’estro dell’adolescenza, l’estasi dell’abbandono, il turbine della fantasia, i lampeggiamenti del genio, le novità dell’improvvisazione, le tenerezze dell’età dell’amore. Lo afferma il libro degli Atti degli Apostoli: “Erano stupefatti e fuori di se’ per lo stupore” (At 2,7). Magari potessi tuffarmi negli occhi di Pietro, occhi costretti allo stupore nel vedere ridisegnata dal soffio dello Spirito la geografia dell’umanità: accanto a lui il volto di Parti, Medi ed Elamiti che s’incrociano nel cielo bellico e martoriato della Mesopotamia per unire i loro sogni con i mercanti della Cappadocia, i funamboli del Ponto e gli acrobati dell’Asia. Si discute di terre da evangelizzare con l’aiuto degli abitanti della Frigia, della Panfilia e dell’Egitto sapendo di poter vincere le tempeste nascondendosi nei porti amici di Cirene e Roma, di Creta e dell’Arabia.
Ecco perché lo Spirito Santo è più vicino alla terra di quanto tu possa pensare. E io mi vergogno e mi dissocio dalla malinconia di quanti definiscono lo Spirito Santo il “grande sconosciuto”. Robe da matti. Sono cose che capitano tutti i giorni: non si vedono le realtà vicine. Pensa! Chi ha gli occhiali non vede le lenti, ma attraverso di esse vede tutto il resto. Così è lo Spirito, anche se magari non ne abbiamo coscienza. Ma è solo per lui che crediamo, amiamo, preghiamo e ritroviamo, con la giovinezza, tutte le speranze perdute.



“Anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio”. Se le cose stanno così… non possiamo non invocare a squarciagola lo Spirito Santo perché ci regali “quantità industriali” della sua giovinezza. Un rinnovamento planetario, non con il trucco effimero di un maquillage a fior di pelle, né con un superficiale intervento di restauro conservativo. Abbiamo bisogno di qualcosa di più profondo… perché se ci guardiamo allo specchio intravediamo che la stanchezza ci disegna sul volto le increspature di una senilità precoce e preoccupante. Il nostro passo si trascina con la cadenza dei vecchi. Le nostre scelte hanno l’astuta prudenza di chi è vissuto troppo a lungo per lasciarsi travolgere dall’entusiasmo. Le nostre vedute appannate sono intrise più di rimpianto che di speranza. Le nostre vegli e i nostri soliloqui sono più popolati di memorie e nostalgie che di sogni e attese. Le nostre parole si ispirano più al calcolo diplomatico che al coraggio profetico. Le nostre esperienze passate ci conciliano più con i sentimenti della paura che con l’audacia del rischio.



Vieni Santo Spirito! E costringici a fermarci un po’ a fare il pieno. Tu non vuoi perdere il tempo per riempirti il serbatotio, ma sappi che perderai molto più tempo se rimarrai a metà strada. Ritirati dal deserto: non per fuggire dal mondo, ma per disegnare le cartine dell’esodo. La gente spesso ci vuole “su misura”. Ripetitivi, senza scatti di novità. Non ama essere provocata. E noi rischiamo di essere fornitori solo delle taglie richieste. Non sarebbe il caso che ci mettessimo davanti a Dio, con le mani alzate, per implorare da Lui una più forte coscienza della nostra identità di profeti?



Anche tu! Stavolta non fuggi. Il Signore ce l’ha con te. La sua mano tesa ti ha individuato nella folla. Non voltarti indietro e non guardarti accanto. Ecco, risuona un nome: il tuo. Non ti sbagli proprio. E’ inutile che tu finga di non sentire, o ti nasconda dietro un altro, o ti abbassi per non farti vedere. Quell’indice ti raggiunge e ti inchioda a responsabilità precise che non puoi scaricare su nessuno. Anche tu per evangelizzare il mondo. Anche tu. Non solo, quindi, i missionari doc, magari con tanto di barba, e con tanto profumo di foreste tra le mani, e con tanto fascino di avvenure in terre lontane. Non solo i ministri dell’altare o le monache di clausura, o i frati di un monastero contemplativo, o i laici consacrati.
Non preoccuparti: non ti si chiede nulla di straordinario. Neppure il tuo denaro. E quand’anche ne avessi tanto e lo donassi tutto, non avresti ancora obbedito al comando del Signore. Perché si chiede da te soltanto che, ovunque tu vada, in qualsiasi angolo tu consumi la tua esistenza, possa diffondere attorno a te il buon profumo di Cristo.
Nel caso qualcuno, scorgendo in te una pazzia irrazionale, ti provocasse: “Chi credi di essere?”, rispondi: “Sono figlio di Dio, sono amato con amore eterno; protetto come la pupilla degli occhi…”(Ger 31,3).
E se ti siedi, ti racconto tutto il resto!


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mercoledì 7 giugno 2006 - ore 10:52


Dal Corriere del Veneto
(categoria: " Vita Quotidiana ")


RIFLESSIONE
"Una lezione dal senatore: la fede cristiana logora, ma meglio non perderla"

di don Marco Pozza

da Il Corriere del Veneto, 7 giugno 2006

Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, il 20 gennaio 1944 scrisse nel campo di concentramento nazista: “Dio e la sua eternità devono essere amati da noi pienamente. Ma questo amore non deve nuocere ad un amore terrestre, né affievolirlo”. Un anno dopo, all’alba del 9 febbraio 1945, Bonhoeffer venne impiccato a Flossemburg. Nella sua cella trovarono la Bibbia e Goethe: il massimo dei libri sacri e il massimo dei libri profani. Due simboli. L’uno, della passione per il cielo. L’altro, della passione per la terra. Fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo.



“Volti del mio tempo” è uno dei libri del Senatore Andreotti. E volti del suo tempo son stati quelli fotografati ieri sera. Ho scorto l’emozione in quello sguardo venerando nel parlare di Teresa di Calcutta - la donna che gli è stata vicino nei momenti terribili della sua denigrazione politica – e di Giovanni Paolo II – l’uomo che ha fatto sbocciare la “fede giovane” -. Cresciuto con Giorgio La Pira, un “maestro di spiritualità” che lo invitava a pregare osservando il mappamondo sul comodino, è orgoglioso di annoverare tra i suo incontri più significativi don Gnocchi, le intuizioni di don Mazzolari, don Zeno Saltini e la “santità laica” di Enrico Medi. Quanta tenerezza nel ripercorrere la semplicità della sua fede: come catechista la sua nonna, come docente la sua mamma, come “cantiere di lavoro” le Conferenze di San Vincenzo. E su consiglio di Karl Barth il giornale da leggere sovrapponendolo alla Sacra Scrittura.



Si definisce un cittadino normale, con una media di difetti e di virtù positive vissuto “senza infamia e senza lode” che si sveglia leggendo “frammenti” di Josemarìa Escrivà de Balaguer e s’addormenta con le massime di Pio da Petralcina. Un “vecchierel canuto e bianco” – Leopardi acconsentendo - che sa ancora stupirsi al mattino chino sui banchi della chiesa di San Luigi dei Fiorentini pregando per coloro che a messa non ci andranno. C’è una responsabilità anche nella fede. E’ lui quando parla, quando guarda, quando risponde… L’uomo che per 169 sedute ha retto lo sguardo di giudici e magistrati ti testimonia con fatti concreti e personali che i comandamenti non tolgono spazio alla tua libertà, ma ne limitano l’abuso nel tentare di rendere meno nervosa e traumatica la vita.



Stupisce e fa riflettere che un uomo che da 12 lustri custodisce tra le mani un potere da gestire riconosca l’importanza e la necessità dei monasteri di clausura. La loro vivacità straordinaria è pari a quella di Abramo che – sfidando Dio in un calcolo estenuante raccontato nel libro della Genesi – salva la città per la presenza di un solo giusto. “Sono i parafulmini, il minimo che scongiura la fine del mondo”. E il vecchio senatore che sulla politica ha costruito la sua fama sogna di poter essere il “cantore” di una meditazione del cristianesimo delle origini, un “alveo” in cui poter ritrovare la freschezza e l’originalità di coloro che vissero in primis la primavera del cristianesimo. “Il potere logora, ma è meglio non perderlo” – ebbe a dire. “La fede lacera, ma è meglio non perderla” – ha perfezionato ieri sera.



Incrociando quel volto misterioso e quegli occhi protetti da due lenti un po’ appannate… son tornato a quel lontano 7 dicembre 1965 quando i padri conciliari promulgarono la costituzione dogmatica Gaudium et spes circa il rapporto della Chiesa nel mondo contemporaneo. Per una rarissima eccezione, più che sulle carte severe dei teologi, sembra sia stata scritta sui fogli di un musicista: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.



Non mi capita tutti i giorni di poter scavare dentro le insenature della storia di un uomo – per di più complesso - per cercare quei “semi del Verbo” che, stando alle parole di San Giustino Martire, Dio ha sparso ovunque nell’umanità. Ieri ho avuto l’occasione. Perché era Gesù di Nazareth il personaggio “dietro le quinte” che molti, pur con titoli e quotazioni alle spalle, anticipatamente non erano riusciti ad intravedere.



Ma ieri sera nessuno ha potuto urlargli: “Onorevole, stia zitto”.
Questo spetta solo al mio Datore di lavoro!
Se ne vedrà l’opportunità…


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martedì 6 giugno 2006 - ore 09:09


Incontro a Sacra Famiglia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


RIFLESSIONE
"Senatore, abbiamo fatto goal "

di don Marco Pozza


Dietrich Bonhoeffer, teologo luterano, il 20 gennaio 1944 scrisse nel campo di concentramento nazista: “Dio e la sua eternità devono essere amati da noi pienamente. Ma questo amore non deve nuocere ad un amore terrestre, né affievolirlo”. Un anno dopo, all’alba del 9 febbraio 1945, Bonhoeffer venne impiccato a Flossemburg. Nella sua cella trovarono la Bibbia e Goethe: il massimo dei libri sacri e il massimo dei libri profani. Due simboli. L’uno, della passione per il cielo. L’altro, della passione per la terra. Fedeltà a Dio e fedeltà all’uomo. Già un altro teologo protestante, Karl Barth, aveva detto che il cristiano del XX secolo si caratterizza per il fatto che sulla scrivania ha da una parte la Bibbia e dall’altra il giornale. E un grande politico, Giorgio La Pira, ripeteva che il cristiano deve pregare contemplando il mappamondo sul comodino.
Ecco la rotta tracciata nell’universo della vita politica. Dio, il cielo, la Bibbia da una parte; l’uomo, la terra, Goethe dall’altra. Oscillando in armonia su questi due estremi, sboccia la figura di un vero politico. O, più semplicemente, di un cristiano autentico.



Erano circa le quattro di un pomeriggio inizialmente uguale a tanti altri quando due discepoli, fissato lo sguardo su Gesù che passava, si sentirono rivolgere una domanda: “Che cercate?”. Un interrogativo secco, deciso, aperto. E loro, incapaci forse di controllare l’emozione, balbettarono: “Maestro, dove abiti?”. E quell’uomo, uscito da diciott’anni di silenzio trascorsi nella bottega di Nazareth rispose senza sconti: “Venite e vedrete”. Dio e l’uomo: la storia di un incontro che costringe ad allacciarsi i sandali e incamminarsi.
Un Dio “faticoso” per una scommessa altrettanto faticosa: scrivere una storia facendo sintesi dell’amore di Dio e della libertà dell’uomo.
“La ricerca di Dio attraverso l’incontro con l’uomo” è l’occasione giusta per non parlare di politica con un uomo che sulla politica ha giocato la sua vita. Sulla politica…alimentata da un discorso di fede. Un’occasione forse più unica che rara di poter conoscere cosa si nasconde dietro quel personaggio tanto conosciuto quanto discusso che nelle pagine della storia italiana corrisponde al nome di Giulio Andreotti.



Se il cammino umano e professionale del Sen. Andreotti spesso si è incrociato con il cammino della Chiesa stessa è anche per questa scelta di “simpatia” che la Chiesa ha intessuto con il mondo civile, mediante la splendida introduzione della Gaudium et spes, la costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II sulla chiesa nel mondo contemporaneo. Per una rarissima eccezione, più che sulle carte severe dei teologi, sembra sia stata scritta sui fogli di un musicista: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.
E’ una pagina straordinaria soprattutto per quella notizia inaspettata, stupenda, quando si afferma che le gioie degli uomini sono anche le gioie di un cristiano e che tra le une e le altre, caduto il sospetto della contrapposizione, corre il filo doppio della simpatia. Paolo VI scrisse nell’ Octogesima adveniens: “la politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano a servizio degli altri” . Esigente… perché oltre alla compassione delle mani e del cuore, al politico la fede chiede la compassione del cervello, ovverosia la capacità di analizzare le situazioni di malessere pagando di persona il prezzo di una solidarietà che diventa passione per l’uomo.



L’incontro di stasera non è frutto di una nebbia che confonde le idee e diffonde sconcerto – come ha miseramente insinuato Fausto Pezzato ne Il Corriere del Veneto – e nemmeno la beatificazione di un uomo pubblico che i giovani dovrebbero ascoltare per distinguere il bene dal male. Non ne sarei capace ma, soprattutto, non ho i requisiti richiesti… Mi accontento di una cosa ben più semplice ma certamente più affascinante dal mio “osservatorio”: tentare di scavare dentro le insenature della storia di un uomo alla ricerca di quei “semi del Verbo” che, stando alle parole di San Giustino Martire, Dio ha sparso ovunque nell’umanità. Non le nascondo il desiderio di sentirLa parlare di Dio, del suo Dio, di quel Dio che ad un certo punto della vita le ha rivolto un invito: “Venite e vedrete”, magari come risposta ad una sua domanda: “Maestro, dove abiti”. E se uno chiede l’abitazione di una persona significa che ha saputo cogliere la grandezza e l’unicità di uno sguardo e di una proposta fino al punto da volerne conoscere le coordinate precise.
Ecco perché stasera è Gesù di Nazareth il personaggio “dietro le quinte” che molti, pur con titoli e quotazioni alle spalle, non sono riusciti ad intravedere.



Nel 1951, Giorgio La Pira fu eletto per la prima volta sindaco di Firenze. Subito domandò a ventun monasteri di clausura di pregare quotidianamente per il Comune di Firenze. I monasteri aderirono volentieri. Nel discorso del suo insediamento il sindaco disse: “Abbiamo ventun comunità puntate verso il cielo”. Ogni mattina si fermava a lungo a pregare prima di andare in municipio, dove tante persone lo aspettavano con i loro problemi. Ripeteva: “Come potrei stare con questo popolo nel nome di Dio se non stessi in preghiera con Dio?”.

Signor Senatore, a lei la parola.
E se stasera ci parlerà di fede nessuno potrà dirLe: “Onorevole, stia zitto”. Questo spetta solo al mio Datore di lavoro!
Se ne vedrà l’opportunità…


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lunedì 5 giugno 2006 - ore 08:24


Incontro con il Sen. Giulio Andreotti
(categoria: " Vita Quotidiana ")


TESTIMONIANZA

"La ricerca di Dio attraverso l’incontro con l’uomo"


A colloquio con Giulio Andreotti, senatore a vita Conduce la serata don Marco Pozza

Chiesa Parrocchiale di Sacra Famiglia
Questa sera, 5 giugno 2006, ore 20.30



In mezzo alle critiche e agli apprezzamenti di questi giorni... grazie a Checco e a taletta per avermi inviato il sostegno più bello.

"Caro don,vedo anche dai giornali che va sempre di più infiammandosi la polemica sull’incontro con andreotti...mi dispice che la gente non capisca che è una opportunità, una proposta... allora mi è venuta in mente una cosa che ho letto recentemente in un libro bellissimo( consigliato da spoladore ).... la scrittrice MARLO MORGAN nella prefazione al libro scrive: " IL MIO è CHE TU ASSAPORI IL MESSAGGIO, GUSTI QUELLO CHE VA BENE PER TE E SPUTI FUORI IL RESTO". non dovrebbe essere questo l’atteggiamento di chi verrà lunedi sera? senza tante polemiche e facilità nel giudicare? anche per me andreotti nn dice niente forse perche sono troppo giovane o forse non so... ma nell’ottica della proposta accoglierò "quello che va bene per me e per la mia fede e sputerò fuori il resto" potresti stampare in grande questa frase e metterla in bella vista davanti alle entrate della chiesa...tanto per calmare gli animi di quelli che hanno voglia
solo di fare polemiche... ciao don"

inviato da Checco.

***




inviato da taletta.


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sabato 3 giugno 2006 - ore 09:22


Ordinazioni Presbiterali
(categoria: " Vita Quotidiana ")


AUGURIO
"Quella splendida pazzia di farsi sacerdote nell’era del Codice da Vinci"

di don Marco Pozza

da Il Corriere del Veneto, 1 giugno 2006

Un antichissimo inno inonderà di commozione domenica 5 giugno 2006 le navate della Cattedrale di Padova: “Tu es sacerdos in aeternum” (“Tu sei sacerdote in eterno”). Verrà intonato per Alessandro, Stefano, Davide, Nicola, Gianluca, Federico, Giulio e Mauro. Otto ragazzi che nell’anno 2006 osano controfirmare una “pazzia”: saranno ordinati sacerdoti. Sacerdoti! Proprio come in quel lontano Giovedì Santo, al pari di Simone, Giacomo di Zebedeo, Giovanni, Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota.
Ragionate, ragazzi! E’ una “pazzia” il passo che state per compiere. Perché il mondo, specchiandosi nella fede, vive uno stato di ebbrezza confusionale. Ed è scontato…finchè conquista di più Il Codice da Vinci che la storia di Gesù di Nazareth. Finchè la Bibbia più famosa è quella di Giobbe Covatta, non quella ispirata dallo Spirito Santo. Finchè il Vangelo più affascinante è Il Vangelo di Giuda, non quello di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Finchè la verità è nel blog di Beppe Grillo, non nel blog di Colui che ha detto: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”. Finchè l’esodo più famoso è quello di ferragosto e non più quello dell’antico popolo di Israele. Finchè il confessionale più attraente non è quello in cui Cristo fa scendere la sua misericordia, ma quello insulso e ignobile del “Grande Fratello”. Finchè il sex appel più ricercato è quello corporeo di Magda Gomez e non la delicatezza di Maria di Nazareth.



Capisci? Stato di ebbrezza confusionale anche negli incroci della vita. E proprio qui – paradosso di una scommessa nettamente divina - si giocherà il vostro (e il nostro) ministero di preti!
Domenica le campane suoneranno a festa, i propositi si sprecheranno, le parrocchie si vestiranno come per le occasioni speciali. Lunedì all’alba, a fari spenti, inizierà la sfida. E guardandovi allo specchio, con le mani ancora profumate dell’olio santo, scoprirete che siete voi gli uomini che ha creato il Giovedì Santo: loro erano i primi preti, voi siete gli ultimi. Ma è tutto tremendamente uguale perchè mai come oggi noi preti figuriamo come una sorprendente stonatura. Non più privilegi umani: la castità, la solitudine, più spesso l’odio, lo scherno e, soprattutto, l’indifferenza di una società che sembra non aver più posto per noi: ecco la bella parte che ci siamo scelti. Ma non dobbiamo impressionarci per i problemi, per le difficoltà, per i dubbi che il mondo ci scaraventa addosso. “Beati i piedi di coloro che sui monti annunciano la pace” – recita un antichissimo salmo.



Davanti ad un’officina leggo: “Rivenditore autorizzato Mercedes”. Se stanotte potessi scarabocchiare la cattedrale, avrei pronta la scritta da porvi: “Rivenditore autorizzato della follia del Signore”. E mi piacerebbe lo attaccaste nelle chiese dove il Vescovo vi chiederà di “giocare” il vostro sacerdozio. Che bello pensare che la Parrocchia è il luogo dove si fa “memoria eversiva” della parola di Dio, dove i figli chiedono il Pane e voi lo spezzate per loro, dove dimostrate che i tempi sono duri ma anche straordinariamente intensi.
Due anni di faticoso sacerdozio mi son serviti per capire la mia identità. Io, don Marco, sono un buono a nulla. Un buono a nulla, ma capace di tutto, perché consapevole che, quanto più ci si abbandona in Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno.
Perchè il sacerdozio è il segno di quanto sei importante agli occhi di Dio. Si, perchè se ti chiama, vuol dire che ti ama. Gli stai a cuore, non c’è dubbio. Uno stupore generale.
A te, non aveva mai pensato nessuno? Lui si! E davanti ai microfoni della storia ti affida un compito che solo tu puoi svolgere. Tu e non altri. Un compito su misura...per lui. Si, per lui, non per te. Più che una missione, sembra una scommessa . Una scommessa sulla tua povertà. Ha scritto "T’amo" sulla roccia – come dice Tonino Bello! Sulla roccia, non sulla sabbia come nelle vecchie canzoni. E accanto ci ha messo il tuo nome. Forse l’ha segnato di notte. Nella tua notte. Non ha importanza!
Puoi dire a tutti: non si è vergognato di me!
E io mi commuovo. Senza vergogna alcuna!

BUON CAMMINO!
Un confratello sacerdote



PROMEMORIA

"La ricerca di Dio attraverso l’incontro con l’uomo"


A colloquio con Giulio Andreotti, senatore a vita Conduce la serata don Marco Pozza

Chiesa Parrocchiale di Sacra Famiglia
Lunedì 5 giugno 2006 ore 20.30


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venerdì 2 giugno 2006 - ore 14:10


Dio ha bisogno degli uomini
(categoria: " Riflessioni ")


RIFLESSIONE
"Tu es sacerdos in aeternum"

di don Marco Pozza


Nel film Dio ha bisogno degli uomini di Jean Delennoy il prete anziano lascia i suoi parrocchiani. Sono degli isolni. Assaltano le barche e le navi di passaggio. Fanno razzie e uccidono che loro resiste. Il parroco non è riuscito a far cambiare la vita dei suoi parrocchiani e quindi fugge. La domenica dopo la fuga del prete, i parrocchiani, con la sedia sulla schiena, si avviano alla chiesa. Vogliono la Messa. Ma il sagrestano ha chiuso la porta con il catenaccio. La gente bussa: "Apri!" dicono. Il sagrestano alza la voce e grida loro: "Avete cacciato il prete, la Messa non c’è, andatevene!". La gente insiste finchè arriva lo zio del sagrestano che chiede di entrare: "Apri!". Il sagrestano gli risponde: "Non c’è il prete". Lo zio risponde: "A mezzogiorno, anche se il pane manca, la fame si sente lo stesso!".



Il sagrestano allora apre la chiesa e la gente irrompe dentro. Vogliono dal sagrestano la Messa. Ma egli grida: "Non sono prete!". Tutti però incalzano: "Vogliamo la Messa". Il sagrestano, costretto, legge la Parola di Dio e inizia la predica: "Noi siamo pieni di peccati, ma Dio è venuto su questa terra. Si è fatto uno di noi. Per essere Dio, ha avuto bisogno di farsi uomo" . Da quel giorno tutti ricorrono al sagrestano come se fosse il prete.
Una sera, emntre il sagrestano si trova nella casa del prete fuggito e fuori piove a dirotto, entra in casa un suo compaesano. Costui, rivolgendosi al sagrestano, gli chiede: "Se uno uccide sua madre, tu gli dai il perdono?" Se è pentito davvero sì". "Dammi il perdono, perchè io l’ho uccisa adesso" e piange e urla in ginocchio. Il sagrestano, fuori di sè dal dolore, si lascia cadere sul letto del vecchio prete fuggito e dice: "I preti, loro queste cose le sanno. Come fanno a dormire!?".



PROMEMORIA

"La ricerca di Dio attraverso l’incontro con l’uomo"


A colloquio con Giulio Andreotti, senatore a vita Conduce la serata don Marco Pozza

Chiesa Parrocchiale di Sacra Famiglia
Lunedì 5 giugno 2006 ore 20.30


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