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NICK: raggioverde
SESSO: m
ETA': 33
CITTA': cittadino mondiale non riconosciuto
COSA COMBINO: scombinato multinazionale
STATUS: sistemato

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STO LEGGENDO
dovrei avere più cose da leggere


HO VISTO
Buenos Aires e il Parco delle Brentelle


STO ASCOLTANDO
segnali acustici dalla distanza


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
maglioncino e maglietta sotto


ORA VORREI TANTO...
sapere quale è la decisione giusta


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
cosa penso del mio fidanzamento -- tornare o non tornare, questo è il problema


OGGI IL MIO UMORE E'...
strano


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)

 


MERAVIGLIE

1)
2)
3)
4)
5)
6)
7)





“Cosa sarebbe un raggioverde? Una parte dell’ arcobaleno, una scossa elettrica che attraversa uno spazio dove manca l’aria, un fenomeno meteorologico, forse anche un estratto da un film futuristico...

"Dicen que soy medio tocado
pero yo soy lo que soy..."

(Erick de Timbiriche, "Amame hasta con los dientes")

Certo che "lo que soy" è tutto un altro mistero! E come ogni mistero che si rispetti, va rivelato piano piano...

Io sono più o meno così:
sono l’ unico portoricano che ha lavorato per un’ emittente radio di greci pontici (=venuti dal Mar Nero)
parlo cinque lingue e mezza, ho cominciato lezioni di una settima per poi lasciarle, ma mi piacerebbe imparare anche altre (soltanto non il tedesco per favore!)
il mio nome completo consiste di 4 parole
ho scritto un romanzo che non riesco a far pubblicare, mi piacerebbe scrivere anche altre cose ma spesso le comincio e poi non le finisco
ho delle tazze di caffé provenienti da
Taiwan, Cipro, Salonicco e Alessandropoli, nonché un posamatite da Belgrado, bicchieretto da Thasos e una rana peluche che fa "Coquí... coquí"
ho mandato un organizzatore di convegni a quel paese in cinese (non lo parlo ma lo parla il mio fratellone) davanti all’ ambasciatore della Cina
su una scheda per aspiranti lavoratori ho scritto sotto la rubrica "altre attitudini" che so "aiutare i gatti a fare le fusa"
ho fatto dei viaggi intercontinentali per motivi di studio a 16 e 17 anni
ho trasformato il futuro in un melone
canto quando non ascolta nessuno
insomma, sono sicuro come un canguro, esatto come un gatto, matto come un mattone e fuori come una piazza!

Ancora non si capisce un cavolino di Bruxelles? Allora leggetelo sto blog e forse tutto diventerà un pò più chiaro... e forse no! ”

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giovedì 3 luglio 2003
ore 21:43
(categoria: "Accadde Domani")


Kostas si sposa
Lo sapevo da tempo, ma stamattina mi è arrivata a casa l' invito: Kostas e Alexandra si sposano il 12 di questo mese a Poliyiros, il paese natale di lui.
Auguri Tourmarhis dal tuo amico Protospatharios, anche se questa cavolata non la leggerai mai, è il pensiero che conta. (le spiegazioni sui termini si trovano circa 14286 righe più in là...)

Ci siamo conosciuti nel semestre d' inverno 1991-2, quando io ero studente qui a Salonicco per un anno, lui stava finendo i studi. Avevamo una classe insieme, quella sul poeta Kavafis. Non ricordo proprio come è capitato che ci siamo conosciuti, forse visto che ero l'unico studente straniero che veniva chiamato all' appello dal Professor Kokolis (prima volta che vedevo un professore fumare in aula!). Comunque siamo diventati amici rapidamente, ricordo che dovevamo incontrarci per la partita PAOK-Panathinaikos, ma io avevo dormito tutta la mattina dopo di aver passato la notte alla festa di onomastico di Thanasis K. e non avevo nemmeno sentito la sveglia, quindi ero corso a casa sua, non l'ho trovato perche era già andato allo stadio, quindi visto che avevo il mio biglietto... sono andato lì anch' io. Risultato 1-0 con gol di Hionàs che portava il numero 7 in quella partita. E poi in quell' anno avevamo visto anche varie partite insieme, anche quella contro il Paris Saint Germain che era stata annullata per l'entrata dei fanatici in campo, qualche volta facendo dopo anche delle gran mangiate di pizza.
Ti perdono se mi hai scritto soltanto una volta nei due anni e mezzo che stavo dall' altra parte dell' Atlantico, almeno al mio ritorno nel 1995 ci siamo ritrovati. Adesso facevi la maestria e Anna, la tua ragazza, aveva i capelli rossi, mi hai permesso di usare il tuo indirizzo come se fosse mio nel mio permesso di soggiorno del 1997-8 quando avevo bisogno di appartenere al commissariato di Toumba perche i poliziotti del mio quartiere mi avevano già respinto la richiesta due volte (infatti, ero andato anche in Bulgaria per questo motivo).
E siamo diventati anche più amici di prima, ho visitato te e Stavros a Poliyiros, te e Anna al campeggio di Armenistis, e poi quando avevi bisogno di qualcuno per spiegarti cosa dicevano varie traduzioni e commentari in francese sui testi bizantini che studiavi, stavamo a casa tua fino a notte fonda per leggere tutto, qualche volta ci prendevamo dei panini da fuori, due-tre volte abbiamo anche cucinato delle cose. Hai letto quel mio racconto autobiografico che ora temo di aver perso in uno dei miei traslochi, abbiamo ascoltato (e anche cantato) insieme tante canzoni che ci piacevano, quelle allegri e quelle tristi...
Ricordi come mi avevi detto che io ero l'unico a chiamarti per nome, tutti gli altri ti chiamavano per il cognome? Poi ci siamo dati degli soprannomi quasi esclusivi da quei testi bizantini che vedevamo insieme che riguardavano proprio la tua città natale, così tu sei diventato il Tourmarhis e io il protospatharios (Stavros era il drungarios anche se non gli piace tanto questo, adesso l'ho fatto diventare il thematofylakas perche ricorda termatofylakas, ovvero portiere, visto che gioca proprio in quella posizione). Tanti ufficiali militari e civili bizantini coinvolti in quei testi.

E tanti altri momenti così... quando Vryzas segnò il gol del pareggio all' 85, eliminando l'Arsenal in Inghilterra e ti avevo anche sollevato davanti ad Antigoni, la ragazza con cui uscivi. Hai dormito anche a casa mia, come io a casa tua.

Scusami, Kostas, ma io lo sapevo che Anna ti avrebbe lasciato dopo tanto tempo che vi trascuravate, che stavate lontani, tu a Salonicco e lei a Kozani, anche quando stavate insieme non c'erano la tenerezza e l'intesa di prima. Soltanto dopo mi hai descritto alcune delle cose che andavano male, insomma avevate smesso di amarvi. Mi dispiace soltanto per il modo di cui è successo, che tu e Stavros avevate guidato fino al paesino di lei per farle la proposta di matrimonio, per sentirvi dire che aveva trovato qualcun' altro che era disposto a sposarla subito. Ti avevo visto attraversare l' Egnatia, la strada più centrale di Salonicco, poche notti dopo, ti saresti lasciato amazzare da un' auto, attraversavi a mezzo isolato senza nemmeno guardare, non mi avresti nemmeno riconosciuto se non mi fossi messo proprio davanti a te, e poi mi hai detto tutto.
Ma quella ormai è acqua passata, hai trovato una persona migliore, o almeno lo spero (visto che appena la conosco, ma tu hai conosciuto molte ragazze, quindi per decidere di condividere la tua vita con lei, devi avere un motivo serio).

E poi ci siamo persi un pò. Te lo dicevo che dopo la disfatta con Anna sarebbe meglio lasciare le ragazze per un pò, fare la tua vita, senza tanta fretta o paranoia di trovare subito un' altra. Ma tu ti sei lasciato andare, seguendo le idee di divertimento che ti propagavano altri. Un giorno mi hai fatto capire che il tuo comportamento non era soltanto marpionaggine ma anche amareggiamento, mi dicevi "quando una di loro (di tutte quelle che c'erano state, manco le ho conosciute tutte, soltanto due o tre) comincia a parlarmi teneramente, io mi dico 'al cavolo, tutte queste parole le ho già sentite', me le hanno dette altre prima e non è successo nulla" -- non l'avrei mai pensato che piacere alle ragazze potesse creare problemi, visto che erano sempre loro ad attaccarsi a te.
E poi dopo un periodo in cui ci incontravamo un pò meno proprio perche non mi andava così bene il tuo comportamento, era giunta l'ora di andare a fare il tuo servizio militare.

E dopo di ridiventare un civile, assieme a Stavros avete aperto l'istituto. Tanto lavoro, mica ci potevamo vedere, anch' io mi ero perso un pò tra il lavoro, un breve periodo di felicità, e poi tutta la sventura del tentativo di andare in Italia. Soltanto alcune telefonate ci facevamo ogni tanto, anche alcuni incontri brevi. L'anno scorso ero andato nuovamente a Poliyiros per incontrare te e Stavros, ho visto anche la vostra prova con l'associazione di ballo tradizionale e il secondo tempo della partita PAOK-Iraklís. E mi hai raccontato anche una bella notizia...

Eri andato in Ungheria con l'Associazione Culturale della tua città per partecipare al Festival di Balli Tradizionali, in una città piccola. Anche dopo le esibizioni ballavate con la gente della città e quelli di altre associazioni pure... e così hai conosciuto Alexandra. Ora, dopo tante conversazioni al telefono, tanti piccoli viaggi per incontrarvi, e tutto il resto, lei è scesa per stare con te, avete deciso di unirvi. Complimenti, so che hai sofferto molto con (e senza) le donne, molte volte ti ho invidiato ma adesso hai raggiunto il risultato che conta.

E ci andremo in tanti, tutti i pazzi della Sezione di Filologia, Stavros sarà il tuo testimone/padrino, i fratelli Hatzimihail (Dimitris, sposa e prole mi porteranno in macchina -- Fivos dov'è andato?), il tuo vecchio coinquilino Adam, Pashalis, e vari altri (mi hai detto anche che due di loro si sposano tra un pò)-- anche se a volte quando penso a loro, mi viene voglia di dire "teste di rapa, neanche una chiamatina la potevate fare?" ma non importa, questo sarà il tuo giorno e saremo tutti amiconi come quando guardavamo le partite insieme e proponevamo acquisti alle squadre.

Vai, Tourmarhis, che lo spirito dell' Impero Bizantino sia con te...


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martedì 1 luglio 2003
ore 21:30
(categoria: "Musica e Canzoni")


Il mio ricordo di Roma
Con un sorriso per le ragazze della Panasonic di Via Tripolitania... e tante botte a Karter Mancini che comunque non incontrerò mai (meglio così)

Maledetto tram

(musica)
Piove ai Colli Portuensi
fa vento a Salonicco
il sole brucia a Ponce
e c’è neve a Zurigo

Da lontano venivo
per starti vicino
ero abbagliato
dal miraggio
del tuo fascino

Eccomi arrivato
carico di speranza
ma essere pronto
a dare il cuore
non è mai abbastanza

Maledetto tram otto
non ti prendo mai più in questa vita
perché se ti guardo
mi lasci il veleno
di una sconfitta

Maledetto tram otto
lei che aspettavo non arriva
Lasciami solo
a parlare coi gatti
di Torre Argentina

Come si alza il vento?
Come parte il calore?
Una nuvola nera
ti ha cambiato il cuore

Senza una spiegazione
mi hai detto addio
mettendo una fine
alla nostra storia
prima dell’ inizio

E ai Colli Portuensi
non sono mai tornato
perché rammentare
che il romanticismo
mi aveva accecato?

Maledetto tram otto
non ti prendo mai più in questa vita
perché se ti guardo
mi lasci il veleno
di una sconfitta

Maledetto tram otto
la cercherò su un altra via
con un altro nome
tra Bressanone
e Pantelleria

Piove ai Colli Portuensi
fa vento a Salonicco
ma cosa ti importa
se ho freddo nel Lazio
oppure a Pechino?


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mercoledì 25 giugno 2003
ore 23:43
(categoria: "Vita Quotidiana")


Anche la notte può avere il suo fascino...
In questo mese ho dovuto lavorare fino a notte fonda in alcune occasioni, altre volte sono rimasto sveglio fino a tardi causa varie cavolate che facevo dopo di aver finito il lavoro...
e mi sono reso conto che anche la notte può avere il suo fascino. Quando l'aria è piatta e tranquilla, non c'è rumore per le strade, alcuni tornano a casa a piedi, magari riesci a sentire qualche conversazione a due isolati di distanza. Esco al balcone e vedo le mura di Salonicco illuminate, sopratutto è bella la vista dal balcone nord, riesco a vedere la Torre di Trigonio!
La gatta forse dorme, oppure esce anche lei a prendere un pò d'aria, non fa più tanto caldo, sono pochissime le luci accese intorno. E vengo preso da una sensazione di calma, che tutto è un pò più a posto di prima (anche quando oggettivamente falso)... guardo intorno, respiro l'aria silenziosa... non è un' immagine molto bella?
Peccato soltanto non poterla condividere...


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lunedì 23 giugno 2003
ore 22:03
(categoria: "Riflessioni")


L' Altro Lato Dello Specchio
Non volevo sbattere fuori pagina il primo capitolo del mio romanzo senza mettere qualcosa che fosse all' altezza del compito, quindi beccatevi questo testo scritto nel 1996 (cavolini di Bruxelles, purtroppo è cambiato ben poco da allora...)

All’ altro lato dello specchio (n.d.r.: non intendo te, Mirror!)

“All’ altro lato dello specchio ci sei tu
come sapere se stai pensando a me?”

Mi chiedo cosa fai in questo momento, dove ti trovi. Forse stai dormendo adesso, e vedi dei sogni belli, ma spero che non li starai vivendo tutti, perche così dove ci sarà posto per me? Forse sei uscita col tuo gruppo o con le tue amiche, con cui condividi parecchi segreti che qualche giorno vorrei imparare. Forse credi adesso che ami qualcun’ altro – non pretendo di essere la tua unica storia. Basta trovarti.
Di certo non ci siamo conosciuti ancora. Dico questo perche anche se ci siamo conosciuti, non siamo ancora arrivati dove voglio: non ho conosciuto la tua anima, neanche tu la mia, non ho scoperto che sei davvero tu a cui scrivo adesso. Forse sei quella chi si è seduta accanto a me nell’ autobus ma si è allontanata quando hai visto che non trovo niente da dirti. Forse ti ho notata dall’ altro lato della strada mentre camminavo, e ho ammirato per alcuni secondi il tuo viso, i tuoi capelli, gli abiti che indossavi, o la tua voce – ma non c’è stata nessun seguito, niente da creare delle memorie. Non importa: quando ci incontreremo avrò l’ occasione di ammirarti più intensamente. Se mi hai visto da qualche parte, probabilmente ti ho spaventata, perche cammino più velocemente quando non mi aspetta nessuno e non ho il talento di poter nascondere le mie angoscie. Non mi troverai dove cerchi che si buttino tutti per impressionarti.
Forse ti troverò al lavoro o nel mio quartiere (lo ammetto, sto sognando con la matita in mano). Forse abbiamo parlato di qualche bazzecola. Anche se so adesso il tuo nome, dove abiti, o da dove vieni, questo non vuol dire che ti ho trovata. Non ti avrò capita per completo fino al momento che ti terrò tra le mie bracia e sentirò che davvero ti vuoi trovare lì. C’erano anche altri visi, altri nomi che credevo che ti appartenessero – per vari motivi che cambiavano ogni volta, mi sei scappata di nuovo. Ma la tua idea spesso mi viene vicino, aspetto che mi accompagni pure. Per questo mi inganno così facilmente, tanto che cinque sorrisi e una mano di compassione temporaria sulla mia spalla bastano per farmi pensare che forse ti ho trovata.
Ma tu certamente non stai cercando me, o non te ne sei accorsa. Se ti metti a pensare cosa troverai davanti a te, troverai cinquecento modi di rimanere allibita. Perché lo dico questo? Essenzialmente, sono un’ errore della statistica. Un uomo che è nato in un posto, sente un’ altro come patria (anche se mi credono straniero ogni volta che apparisco lì) e vive altrove adesso. Non ho compiuto neanche due anni interi nella stessa scuola fino a quando ho finito la scuola media. Uno che parla tre lingue diverse nella sua famiglia e ha scritto delle canzoni in tre, ma non ha voce per niente. Da un popolo noto per essere allegro, ma non sa ballare per niente. Uno che ha studiato una cosa e scelto altre come professione, e non esita a presentarsi davanti ad attori o sindaci aspiranti indossando la maglietta o le scarpe con i buchi. E non dimenticare che bevo il frappé senza la cannuccia e non prendo l’ ascensore per meno di cinque piani. Non chiedermi dove mi troverò tra cinque anni, non posso concepire di tali distanze – ma non capisci che anche tu sei capace di creare la mia risposta? Dopo tutto questo, di qualche modo lo capirò se preferisci lui che ha trovato parole belle da dirti prima di me, se scegli la sicurezza della tua bandiera, lui che come parla la stessa lingua che tu da più anni credi che sia “programmato” a reazionare di modi che capirai meglio. Portami una frontiera per spaccarci sopra la mia testa.
Sono stufo. Non ho nessuna voglia di travestirmi in qualcosa che credo che ti piacerà. Inoltre, non mi hai mai fatto capire cosa cerchi. Se ti preparo una scena, amerai una menzogna, e quando imparerai la verità non la sopporterai. La mia unica scelta è di mostrarti (poco a poco, mica ti voglio spaventare) chi si nasconde dietro due occhi rovinati, dentro alcuni abiti che in media hanno trascorso trenta ore in aereo. Non stupirti se mi siedo vicino a te e non mi vengono parole adatte al momento. Risulta che non mi sono abituato all’ idea che tu mi voglia ascoltare. Certamente vorrò ascoltare anche te, il tuo percorso, i tuoi sogni, le tue disfatte, cioé tutto quanto ti ha fatto diventare quella che sei. Da un momento così, un incontro delle nostre mani mentre diventiamo meno misteriosi uno per l’altro, comincerò a credere che ti amo e poco a poco le giornate prenderanno altri colori. E se ti vedo qualche volta con il morale a terra farò tutto il mio possibile per rialzarti. Dopotutto non ho altro da offrirti eccetto un’ anima. Ma sono altre cose che vedo che hanno successo.
E non cominciare adesso le parole grandi, cioé che la bellezza si trova nell’ anima, il valore si nota e viene stimato, e non hanno nessuna importanza l’ apparenza e le prime impressioni. Belle tutte queste idee, ma davvero siamo tutti superficiali e se non vediamo sulla superficie qualcosa che ci piace, non ci attira niente a cercare più a fondo. Ci sono certe qualificazioni, non importa quanto lo rifiutiamo. Nascondiamo noi stessi come una brutta abitudine esattamente perche vogliamo che gli altri ci cerchino. Così succede anche qui: non ti darò importanza se non mi sembri bella di qualche modo. Quale precisamente sarà la bellezza tua che mi attirerà, non so – l’ unica certezza è che troverai qualche modo di commuovermi. Se sai cosa vuoi, prendilo e poi lasciami, eccetto se vuoi me.
Quello che mi fa più paura non è tanto che non ti possa mai trovare, ma che ti possa trovare e poi ci sconfiggano gli ostacoli. Poiché “quello che ci appartiene, lo facciamo a pezzi.” (scusatemi Haris e Panos) Il “quasi”, i contati persi, sempre sanno trovare una forma nuova. Forse ti caccerò via io per primo, per paura di essere cacciato da te. Certamente non mancono le scene che si svolgono davanti a me come un film vecchio dove vuoi avere un ruolo, che assaliscono i miei occhi e la mia immaginazione e provocano la domanda “ma quando mi toccherà a me?” Come dice anche un’ altra canzone, se sogno sono sveglio, i miei sogni si avverano davanti ai miei occhi e li vivono altri.
Voglio ancora credere che qualche giorno non avremo più bisogno dei sogni perche avremo delle verità altrettanto belle. Perche il contrario, non credere in te, è come non credere nemmeno in me stesso. Sarebbe buffo conoscerti finalmente e scoprire che hai letto questa sciocchezza. Per cercarmi devi girare dalla parte sbagliata, e devi ripensare molte percezioni che finora consideravi fisse. Forse per questo non ti ho trovata ancora, cioé anche più cose hanno bisogno di rovesciarsi dentro di me. Nella nostra vita non ci sono strade a senso unico, ragazza. All’ altro lato del tuo specchio mi trovo io, con voglia di ritrovarci anche altre volte, faccia a faccia e cuore a cuore, senza avere specchi per immaginarci uno all’ altro, uno senza l’ altro. Come si arriva a quel punto, non chiedermelo – se avessi qualche idea l’ avrei già applicata. In qualche momento si romperano i specchi, dove andranno?
Buonanotte. Ci vediamo nel mio prossimo attacco d’ insonnia.
24 aprile 1996.


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sabato 14 giugno 2003
ore 22:21
(categoria: "Accadde Domani")


Napoli e il futuro
Prima di quest' anno l'unico ricordo di Napoli che avevo era che in una notte di maggio del 1980 ci avevano rotto la finestra dell' automobile soltanto perche non avevamo la radio dentro!
E da tante altre persone avevo sentito sempre i commenti peggiori al riguardo: incasinata, rumorosa, sporca, piena di ladri e delinquenti, la polizia ferma le persone che vanno in moto col casco perche si considera che l'unico motivo per mettersi il casco sarebbe che dopo vai a derubare una banca... tutto quello che si sa.
Per anni i miei fratelli ed io odiavamo il Napoli come squadra, gli anni in cui c'era Maradona hanno soltanto contribuito a questo perche secondo me le persone che si credono Dio mi stanno sulla zocca, anche se (almeno in qualche momento) hanno ragione!
Una ditta che non riesco ancora a sapere da dove mi ha trovato ha cominciato ad affidarmi delle traduzioni da fare (in alcune occasioni portandomi anche vicino all' esaurimento nervoso, ma quello non è niente di particolare, forma parte della definizione di "cliente")

Comunque, più o meno a gennaio ho detto a una delle 2 donne simpatiche che mi telefonavano o mi scrivevano per mandarmi del lavoro che ero interessato a trasferirmi in Italia, ma non pensavo proprio a Napoli, ero interessato ad andare a Padova o vicino, perche è dove ho vari amici (e mi piace anche come zona e ambiente). Allora loro si sono messe a cercare di convincermi di lavorare per loro.

Fino ad aprile il mio bombardamento di curriculum si era concluso con risultato: cavoli e fregature. Chi diceva di interessarsi poi si tirava indietro, il 85% delle ditte non mi ha degnato di una risposta. La parte buffa era che una ditta di animazione di Bologna mi aveva telefonato a casa quando avevo scritto nel loro formulario on-line che una capacità mia era di "aiutare i gatti a fare le fusa."

Allora chi restava? Le napoletane, quindi al ritorno dalle mie vacanze di Pasqua a Trapani (che mi hanno dato anche il soprannome di mangiacannoli) sono andato a fare qualche tipo di colloquio (mi hanno anche pagato la pensione, una pizza e -- importante anche questo -- i soldi che mi dovevano).
Non posso dire che Napoli mi abbia fatto un' impressione completamente positiva, aveva delle zone molto belle ma anche molto chiasso (e anche delle zone bruttissime), non era un posto come Padova o Firenze che dentro di poche ore mi fa dirmi "voglio abitare qui!". Comunque potrebbe essere mangiabile, e ammetto che è un pò eccitante la possibilità di avere a portata di mano posti come Pompeii, Capri, Ischia, Sorrento, Amalfi e Positano.
Certamente però avrei preferito andare in un posto dove ho amici, perche non mi fido per niente della mia abilità di conoscere persone nuove. In un certo posto non ho conosciuto nessuno in 3 mesi!
Adesso mi hanno avvertito che il mio periodo di prova (nel quale mi rimborseranno le spese, mi hanno trovato un alloggio, mi lasciano anche portare la gatta) comincia il 1 settembre, e nel caso che tutto andasse bene poi si procederebbe alla pratica per farmi il visto (in quel periodo dovrei tornare a Salonicco). Temo che le quote migratorie si chiudino... la burocrazia migratoria mi ha già sconfitto in più di un' occasione! (altrimenti abiterei a Firenze dall' anno scorso)
E devo ammettere che vari amici spritzini non aiutano molto dicendomi cose tipo "e vai, così metti un piede in Italia e poi vieni da noi" -- perche non ho la minima voglia di stabilirmi in un posto con l'intenzione di lasciarlo dopo, sono già stufo dei traslochi e inoltre... se vai in un posto mirando sempre oltre l'altro orizzonte, pensando "quando me ne andrò di qua tutto andrà meglio" il risultato è che non si vive mai! E ormai a 29 anni sono stufo di non vivere e di trovarmi in posti che voglio lasciare, è la storia della mia vita circa da gennaio del 2001 con alcune eccezioni. Voglio avere la libertà di cercare di sentire un posto come mio, di cercare amici e compagnia (e se conosco qualche ragazza simpatica, di non dover dirmi "ma lascia perdere, tu vai via")... voglio avere un posto da considerare casa mia e non soltanto un rifugio provvisorio.
Christos l'ha detto bene "sposerai Napoli, ma c'è anche la possibilità dopo di un divorzio." Più o meno così vorrei vederlo, anche se ho pochissima simpatia per i divorzi, avendone già vissuto 4 in famiglia.
Riassunto:
1) Non so se sono contento di questo o no, non so se funzionerà tutto o no, ma meglio provarci che rinunciarci, inoltre sono stufo della mia mancanza di vita attuale.
2) (non scritto prima ma comunque vero) Sto andando in paranoia perche adesso che cerco di andare via riesco a far sorridere molte ragazze simpatiche.
3) Non voglio scegliere nessun posto particolare come "il mio destino", non vedo Napoli di modo 100% favorevole ma chisseneincavola, nei primi giorni non sopportavo Salonicco per niente e ormai ci sono rimasto 9 anni, le prime impressioni non valgono mezza zocca!
4) Se conosco qualche ragazza disposta ad accettare la mia presenza nella sua vita (ben poco probabile ma si spera sempre...) cambiano tutte le considerazioni
5) Venite a visitarmi!


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domenica 8 giugno 2003
ore 22:01
(categoria: "Vita Quotidiana")


Quello DOVEVA essere un liquore!!!
Stasera mi è successo qualcosa che mi ha fatto capire proprio per quali occasioni ho inventato l'espressione "CAZZO CAZZEVOLE!!!!".

Due mesi fa, ho lavato tra 2 e 2,5 chili di fragole, li ho passati al frullatore poco a poco per mescolarli insieme a 2 chili di zucchero, 4 bicchieri d'acqua e mezzo litro di tsipouro (aperitivo greco creato dalla distillazione di quello che resta delle uva dopo l'estrazione del succo per il vino), aggiungendo anche un pochettino di limone, canella e noce moscata grattuggiata. E tutto quello l'ho messo in un contenitore di vetro lasciato opportunamente sul balcone per aspettare il processo della fermentazione.

Dopo tanti giorni di mescolate occasionali, piccoli assaggi, osservazione di uno strato di liquido e uno strato di resti di fragole semisolidi, rimescolate, etc... dopo due giornate di caldo pazzesco avevo notato che lo strato semisolido di sopra si era sciolto, ormai c'era soltanto un liquido un pò denso che rimaneva, quindi... il liquore era pronto per passarlo al frullatore ed imbottigliarlo.

Ho messo il frullatore al suo posto, mi sono messo a cercare le bottiglie, poi sono andato sul balcone per portare dentro il liquore... il contenitore di vetro mi è caduto dalle mani e...... KRAAAAAAAASSSSSSSSSSSSSHHHHHHHHHHHH!!!!

Mille pezzetti di vetro dappertutto e una concentrazione di ex-fragole su tutta la superficie del balcone. Anche la cortina e la porta hanno cambiato colore, per fortuna indossavo i pantaloni neri. Vari solidi di color granata e appiccicosi si sono incollati alle mie pantofole bianche, come se avessi ucciso un tifoso del Torino a calci. Il balcone è diventato un laghetto color di fragola!
Prima cosa da fare: individuare e buttare via tutti i pezzetti di vetro. Poi ci ho messo mezz' ora a sbloccare le discariche, dopodichè ho buttato sopra secchiello dopo secchiello di acqua sperando che tutte le schifezze se ne andassero...

Accidentaccio, una volta che credevo di aver fatto tutto bene (Laurina, Emiglino, Davidoff, Pensiero e Sicapunk conoscono i miei tentativi precedenti -- non molto riusciti -- di preparare liquori sul balcone) la forza della gravità ha deciso di avercela con me!
E per il colmo... alcune ore prima mi era arrivato sulla casella di hotmail un annuncio pubblicitario per un etilometro portatile!
E non posso nemmeno consolarmi bevendo qualcos' altro, col tempo che ho perso dovrò lavorare fino alle 2-3 di notte!!

Addio alla mia carriera di produttore di liquori... le cose importanti non riesco mai a farle bene.


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venerdì 6 giugno 2003
ore 20:12
(categoria: "Amore & Eros")


Capitolo 22 -- ora manca soltanto uno!
E quello che manca non l'ho scritto ancora...

Ventidue
18 novembre 2001

Alle otto di sera, la stazione centrale di Milano era un viavai continuo di gente. C’ era chi arrivava, chi andava via e chi aspettava. Un treno arrivava dalla Svizzera, un’ altro partiva per Roma, quello che veniva da Venezia e continuava fino a Genova era in ritardo di quindici minuti. Lo spazio davanti ai binari conteneva persone di quasi tutte le nazioni, in qualsiasi momento si parlava una decina di lingue, una Nazioni Unite con l’assenza quasi totale di cravatte. In fondo al binario quindici, Ivo saliva sul treno per Aisievi.
Quante cose potevano cambiare col tempo, pensò una volta che aveva trovato un posto dove sedersi. Tra quattro mesi diventerebbe zio, diventerebbe Uncle Ivo, a Montréal Laura e Dennis aspettavano il primo figlio. Si era lasciato crescere i capelli, ormai gli arrivavano al collo del suo giaccone lungo e grigio. Affondò nel sedile, esausto dopo nove ore di interpretariato simultaneo. Adesso non lavorava più con la polizia, perche a maggio il governo era cambiato, e la Lega Lombarda non poteva tollerare la presenza di un pugliese, per di più uno nominato al suo posto dal governo di Amato, alla Questura di Milano. Infatti, si vociferava che la partenza di Mascione fu una delle condizioni dettate al nuovo primo ministro Berlusconi se voleva il sostegno dei parlamentari leghisti. In una sera, spiegò ad Ivo perché rifiutava anche il posto che gli era stato offerto, a Bari. “Non la sopporto questa politica, la Lombardia per i lombardi e tutti i terroni se ne vadano al sud. Elena” – la sua moglie – “ha il suo lavoro qui, i miei figli hanno i loro amici e dopo vorranno anche andare all’ università con loro.” Era diventato un consulente di sicurezza per le imprese, per i magistrati, per chiunque temeva di essere preso in ostaggio, ricattato, o preso di mira di qualche altro modo da criminali e terroristi. “Tutti quelli che devono il loro lavoro o la loro promozione a me dovranno stare attenti, anche tu dovrai arrangiarti. Io ti posso assicurare che avrai sempre i documenti validi, ma sarà meglio che tu lasci la polizia e diventi autonomo.”
La vita di Ivo era diventata molto simile a quella prima del suo arrivo in Italia. Alcuni dei suoi clienti dall’ Inghilterra continuavano a mandargli lavori da tradurre, si era presentato a tutte le agenzie di traduzioni e interpretariato di Aisievi e varie di Milano, Bergamo, Brescia e Como. Non lo infastidiva dover lasciare i poliziotti, si era stancato un pò della mentalità incolta e limitata di molti di loro. Faceva le traduzioni nel suo appartamento, andava dalle agenzie aisievine soltanto per portare via i testi. Andava ovunque per gli incarichi da interprete, ma ormai era essenzialmente finita la stagione delle conferenze. Cominciava a guadagnare bene, qualche volta pensava che dovrebbe comprarsi un motorino o una piccola automobile, oppure spostarsi a Milano per aumentare ancora di più le sue opportunità di lavoro, ma non lo faceva ancora.
Ad Aisievi, cominciava a farsi una piccola cerchia di conoscenti, tra i pochi poliziotti che gli erano risultati simpatici, alcuni impiegati di agenzie di traduzioni, e alcune persone che lavoravano nei posti che frequentava, come la libreria Stella Artis appena dietro la cattedrale o la piscina nuova dove nuotava almeno due volte alla settimana. Manteneva pure i contatti con alcuna gente che conosceva da Londra. I veri amici, comunque, erano ancora pochi, e quello più intimo rimaneva Piero. Sorprendendo tutti, Piero e Floriana avevano cominciato a uscire insieme alla fine dell’ estate, erano andati insieme al Lago di Como tutti e tre un mese fa.
Anche il dolore cominciava a passare. Finalmente poteva scendere alla stazione, camminare sul Ponte Murato o attraversare Piazza San Damiano senza cercare Marina. Non aveva più la sua fotografia sul commodino, ma non l’ aveva nemmeno buttata via, sapeva che non sarebbe capace di farlo. L’ aveva soltanto messa da qualche parte, come anche i suoi vecchi messaggi e le altre loro foto. Ma le due volte che si era trovato sulla strada di casa sua, non poteva evitare di lanciare uno sguardo momentaneo verso il suo balcone. In altri giorni, gli sembrava difficile credere che tutto fosse davvero successo, gli sembrava una leggenda, una storia scritta da qualcun’ altro, tutto troppo irreale per essere mai successo.
Insomma, era una vita. Forse non era l’ ideale, sperava di migliorare alcune cose, ma era un’ abitudine, era qualcosa di sopportabile. I genitori lo avevano visitato per alcuni giorni nell’ estate, per Natale andrebbe lui a visitarli, aveva già comprato il biglietto. Quello che sapevano era che il loro figlio faceva il lavoro di prima, adesso in una città italiana, usando la bicicletta invece della metropolitana e mangiando risotti e spaghetti invece di kebab, panini o pollo korma. In effetti, a volte mancavano a Ivo i sapori esotici che poteva trovare a Londra; una o due volte al mese, andava a Milano per concedersi il piacere di un pasto cinese, indiano, greco o arabo.
Il telefonino di Ivo suonò; adesso aveva una suoneria diversa, era il ritornello della canzone “Gente” di Laura Pausini, “Non siamo angeli in volo venuti dal cielo, ma gente comune che ama davvero, gente che vuole un mondo più bello…” Era un modo di ricordarsi di tirare avanti, di essere forte. Guardò lo schermo, era un numero di Aisievi, pensava di averlo visto qualche altra volta, ma non lo ricordava. Cominciava da 4, allora era dalla zona ovest; aveva imparato già che il 2 corrispondeva al centro, il 3 al sud, il 5 all’ est, il 6 al nord e gli altri numeri alle zone più nuove. Forse sarebbe qualche cliente che lo telefonava dalla sua casa, oppure un telefono pubblico.
“Pronto.”
“Ancora mi vuoi bene?”
Quella voce! C’era soltanto una risposta possibile. “Non ho mai smesso, Marina.”
Si incontrarono di nuovo alla fermata dell’ autobus di fronte alla stazione alle nove e un quarto. Marina si appoggiava al palo della luce, indossava una giacca nera imbottita col cappuccio, non completamente chiusa. Si era fatta una permanente ai cappelli, che ora le arrivavano fino al gomito. C’era qualcosa nello suo sguardo che Ivo non aveva visto a Trapani, una specie di stanchezza o di confusione.
“Bentornata, Marina,” le disse una volta che si sapeva abbastanza vicino da essere sentito.
“Ci ho messo tre ore a pensare se dovevo chiamarti o no,” disse lei. “Sono tornata ieri, ho dormito nel salotto di Floriana, ma stasera dormirò a casa mia.”
Gli autobus venivano alle altre fermate, lasciavano e prendevano gente e se ne andavano. Un africano che vendeva maglioni e felpe rimetteva la sua merce in una valigia enorme. Le automobili cercavano dove parcheggiare. Il giornalaio all’ altro lato della strada cominciò a chiudere per la sera. I tassisti cercavano clienti e i viaggiatori entravano e uscivano. Un bambino piangeva tra le braccia della sua madre. Non importava, c’erano soltanto loro due.
“Pensavo di trovarti arrabbiato, amareggiato, che mi manderesti a quel paese,” disse Marina, guardandosi le mani.
“Lo sono stato,” disse lui. “Ma se avevi bisogno di stare senza di me…”
“Avevo.” E finalmente gli rivolse lo sguardo. Adesso c’era una corrente diversa nell’ aria. Ivo si avvicinò di un passo, Marina non si allontanò, soltanto si raddrizzò il corpo.
Ivo la guardò negli occhi. “Marina, possiamo conoscerci di nuovo, possiamo dimenticare tutto e ricominciare?”
“Aspetta,” dicendo questo, si mise insieme le mani. “C’è qualcosa che voglio dirti. Non sei l’unico che ho fatto scappare.”
Marina non aveva voluto pensare all’ amore, ma l’amore aveva pensato a lei. Il suo nome era Dino, aveva venticinque anni e lavorava per un’ agenzia viaggi che organizzava gite ed altre attività per i clienti dell’ albergo. Anche lui aveva sentito cantare Marina, aveva voluto conoscere quella ragazza dallo sguardo distante, dalla voce che sembrava volare con le note e galleggiare sulle onde del mare. All’ inizio si era mostrato premuroso, portandola a vedere i palazzi barocchi di Palermo, i templi di Segesta e Selinunte, le spiagge di Marausa e Pizzolato, dove Marina poteva ancora ricordare la carezza delle acque limpide sulla sua pelle. Lei credeva di aver trovato un amico, cominciava a fidarsi di lui, era la prima persona a Trapani oltre la famiglia di Floriana a cui poteva ammettere di avere un passato, anche se non gli spiegava tutto. Con la sua sicurezza, Dino aumentava quella di Marina, fino a quando si avvicinò troppo.
Portandola di nuovo a Trapani di sera, aveva fermato la macchina in una strada della zona alta, soltanto sorridendo quando Marina gli disse che era andato dalla parte sbagliata. La prese per mano e si avvicinò con evidente voglia di baciarla. E Marina disse quello che non aveva potuto dire l’altra volta, “no, fermati!” Ma Dino insisteva, cercava di prenderla per il corpo e poi lei tirò indietro la mano, aprì la porta, e si buttò indietro con tutta la sua forza, lasciando un grido acuto.
“Non dirmi che…” disse Ivo, ascoltandola, ma non ce la faceva a finire la frase. Marina capì invece e con un gesto della mano gli indicò di lasciarla continuare.
Dino si era mostrato più stupito che altro al vederla cadere fuori dell’ automobile. “Ma che ti prende, fai la difficile?” E a Marina vennero le lacrime, “Non cercare mai di usare la forza con me, è già successo una volta!” In poche frasi, gli raccontò come era stata stuprata. E la cosa più strana era che non era sicura nemmeno se lui la credeva o no. “Non mi importa cosa ti è successo,” aveva detto, “tu mi piaci e sarai mia.” Proprio queste parole mandarono Marina in bestia. “Mi hanno fatto del male e dici che non ti importa? Ma vaffanculo!” E lo aveva lasciato lì, aveva corso fino alla casa dove si era rifugiata prima con Floriana, nascondendosì nel giardino per più di un’ ora. Poi fece tutto il cammino dalla frazione al centro, sempre sul lato sinistro della strada per non lasciarsi raggiungere, e l’indomani aveva raccontato al Signor Natale esattamente tutto quello che era successo.
“Se Dino avesse voluto capirmi, se si fosse mostrato anche lui ferito da quello che mi era successo, se avesse portato pazienza con me, forse mi sarei innamorata di lui,” spiegò Marina ad Ivo. E all’ improvviso gli prese la mano, “Ma lui pensava soltanto a sé stesso, mi vedeva come una sfida. Non era come te.”
Un campanile lontano intonava le dieci. Ma Ivo avrebbe giurato che sentiva da qualche parte, come uno sfondo lontano, le note di una chitarra.
“Marina, io sono un balcanico ossessionato che picchia i padri prepotenti, attraversa tutta l’ Italia in treno per incontrare l’eroina dei suoi sogni e poi lascia anche la valigia a Trapani. Cosa potresti volere da un tipo così?” le chiese, lasciando la sua mano.
“Che mi ascolti,” disse Marina, “proprio come hai fatto adesso. E se vuoi la tua valigia, andiamo a casa di Floriana a prenderla. Vieni.” E cominciarono a camminare insieme, non importava che non cercavano di riprendersi per mano. Passarono davanti all’ entrata della stazione, continuarono in silenzio fino all’ angolo di Via Sondrio, poi una sinistra. Ivo temeva ancora la fragilità del momento, non diceva niente perche non voleva trovare per sbaglio la parola che portasse Marina a lasciarlo di nuovo, come a Trapani. Non sapeva se il silenzio di Marina lo doveva incoraggiare o farlo preoccupare di più. Ma continuava a camminare accanto a lei, non soltanto per curiosità di vedere come andrebbe a finire questo incontro, ma anche perche si sapeva desideroso della sua presenza. Dopo altri due isolati arrivarono accanto alla fontanella che marcava il limite della zona universitaria. Dietro la fontana, si inalzavano il palazzo rosso di quattro piani che ospitava le facoltà di lettere e storia, psicologia e sociologia e la costruzione grigia triangolare di informatica e ingegneria. La facoltà di matematica, luogo di tante noie per Marina, stava a mezzo isolato di distanza. E di colpo le parole uscirono da sole dalla bocca di Ivo. “Mi sei mancata.”
“Anche tu mi mancavi,” disse lei in una voce tremula. “Da due mesi cerco di convincermi del contrario e non riesco. Dino mi ha fatto capirlo. Volevo essere amata come lo ero da te. E dovevo rivedere Aisievi, non posso negare che c’è qualcosa di me anche qui.”
Qualche forza metafisica li constrinse a fermarsi allo stesso momento. “Marina, sei sicura di quello che dici?”
Marina apriva e chiudeva gli occhi. “Ivo, ci sono tante cose che non so. Non so come mi sentirò domani, non so se ho fatto bene a tornare, non so bene quanto dentro di me è rimasto da prima. Quello che so è che ti vorrei vicino a me, per scoprirlo tutto questo insieme, se mi vuoi anche tu. Ma non sarà facile. A volte sarò malinconica, ci sono volte che non sopporto niente e nessuno, ci saranno volte che piangerò pure senza motivo. Sei disposto a sopportarmi?”
Stavolta fu Ivo a prendere la mano di Marina, senza nessuna resistenza di parte di lei. Si avvicinarono mezzo passo di più. “Per me non sei una sfida come per Dino, e non sei un premio come per i tuoi genitori. Non accetto di vederti così. Non sono in concorrenza, voglio essere un alleato, qualcuno che sai di avere dalla tua parte, anche se sbaglia. Lo so che sbaglierò, come ho sbagliato anche prima. Ma non allontanarti soltanto per questo.”
“Ivo, ho imparato molto a Trapani. La famiglia di Floriana mi voleva bene e non dovevo essere perfetta per loro. Potevo stare in una famiglia senza sentirmi meno libera per questo. Ho imparato a fare le mie scelte, adesso la mia scelta è di stare qui. Per il resto… vedremo.”
Anche Ivo fece la sua scelta. “Marina, ti posso abbracciare?”
“A una condizione,” rispose lei in una voce seria.
“Dimmi.” Ma sapeva che la accetterebbe.
“Che non mi chiederai mai più permesso per questo,” disse Marina con un sorriso dolce, lasciandosi portare tra le sue braccia. Ivo la tenne abbracciata, non molto stretta, ma sperava abbastanza forte per farla capire che non la voleva lasciare. Anche lei lo abbracciò. Si guardarono negli occhi, sottoscrivendo così un nuovo accordo tra di loro.
“Bentornata, Marinetta.”
“Ti voglio bene, Biancorosso,” gli disse Marina all’ orecchio. Ivo la strinse un pò di più, cominciò a strofinarle i capelli che le cadevano sulla schiena. Il getto d’acqua della fontana sbatteva contro il suo fondo e le sue pareti: sembrava un applauso discreto.

(Nota dell' autore: "biancorosso" e "stellasbandante" sono i nomi che usavano Ivo e Marina nella chat dove si erano conosciuti)


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venerdì 6 giugno 2003
ore 20:03
(categoria: "Viaggi")


Capitolo 21 di Stella Sbandante
Ventuno
10 maggio 2001

Dopo quasi un giorno di viaggio col treno, Ivo aveva dimenticato cosa fosse lo spazio aperto. Non ricordava nemmeno quante città aveva passato, sopratutto tenendo in mente che aveva cominciato il viaggio a Brescia, per motivo di un impegno di lavoro, invece di Aisievi. Un treno fino a Milano, meno di un’ ora. Poi l’ Inter-City che scendeva a sud nella notte, Ivo aveva bevuto un bicchierone di grappa montenegrina per addormentarsi, sapeva che altrimenti le sue emozioni lo manterrebbero sveglio. Invece aveva aperto gli occhi nuovamente nella pianura estesa vicino alla stazione di Latina. E poi tante ore da far passare senza fare niente, leggendo il giornale del giorno precedente, cercando di addormentarsi di nuovo senza riuscirci, attraversando tutti i vagoni del treno per prendere qualcosa da mangiare e poi tornare a passi lenti. Tante ore messe a guardare i paesaggi sconosciuti, e dopo dieci minuti non riusciva a trattenere il loro ricordo. Due caffé proprio schifosi presi alla stazione di Salerno, dove scese per cambiare treno e prendere quello che lo portava a seguire la costiera calabrese. E tante conversazioni con Marina che si immaginava, tante versioni di lei che incontrava nei suoi pensieri. Una Marina spaventata, ancora dominata dai ricordi dolorosi. Una Marina forte ed indipendente che ormai si rifaceva la propria vita. Una Marina che diffidava di ogni sua parola perche aveva già sofferto troppo. Una Marina innamorata che si scioglieva nelle sue braccia. Una Marina appassionata della cultura siciliana. Una Marina arrabbiata con lui perche non era arrivato prima, oppure una che gli diceva che aveva fatto male a venire, era ormai troppo tardi per sperare di tornare al suo fianco.Tante Marine, e tante conclusioni possibili al loro incontro. E dopo chi ci sarebbe?
“Non so proprio niente”, si era detto Ivo mentre attraversava lo stretto di Messina, sempre nel treno. Tutto gli sembrava irreale, dalle sensazioni di caldo e freddo che lo costringevano a togliersi e rimettersi la giacchetta dopo pochi minuti al panorama delle montagne coperte di verde che circondavano l’aeroporto di Palermo da sud, come una specie di muro isolante. E adesso cercava di orientarsi nella Piazza Umberto, davanti alla stazione ferroviaria di Trapani, con la valigia caricata sulla sua schiena, con le gambe che ancora protestavano per le ore di inattività, abbagliato dal sole siciliano. Nella stazione aveva comprato una piccola piantina della città ma adesso non riusciva neanche a guardarla, appena poteva guardare il suo orologio e capire che erano le sei del pomeriggio. Vide un bar appena oltre l’ angolo della piazza ed entrò per bere un caffé macchiato e mangiare un dolce. Dopo cinque minuti si sentiva meglio, la caffeina e lo zucchero gli permettevano di mettere un pò di ordine ai suoi pensieri. La cosa migliore da fare sarebbe di telefonare all’ albergo dove lavorava Marina, oppure, visto che era vicino, andarci direttamente.
Orientandosi secondo la piantina, prese Via Osorio e poi girò a destra. Vedeva sulla sua destra un cancello e poi una serie di alberi alti, principalmente palme, che facevano da sfondo per una fontana circolare di grandi dimensioni. Ancora sconvolto dal viaggio, per un secondo gli sembrava una voragine. Poi si fermò e ci mise un minuto per capire che le figure attorno erano soltanto statue di cavalli e deità marine. Si concedette un sorriso ironico, stupito dalla propria immaginazione, poi arrivò davanti a un viale alberato molto ampio, pieno di automobili, motorini e autobus, dove non funzionava il semaforo. Al momento opportuno, quando si era bloccato un pò il traffico, si disse bruscamente “Idemo” e camminò velocemente fino all’ isola in mezzo. Oltre il viale si aprivano due piazze, o più giusto era dire una piazza rettangolare e immensa e un parcheggio oltre questa. Alla sua sinistra, Ivo vedeva un palazzo neoclassico con le bandiere dell’ Italia, della Sicilia, e della città di Trapani appese dal balcone al primo piano. Un pò più lontana e sull’ altro lato della strada, l’imponente scatola di cemento grigio della Questura. Ormai era vicinissimo e sentiva nell’ aria che qualcosa stava per succedere, ma cosa?
L’ albergo Cesare Augusto era un edificio di cinque piani, ovviamente di costruzione moderna ma non di stile moderno. All’ entrata, la facciata di colore marrone chiaro veniva interrotta da colonne e pilastri bianchi che formavano delle piccole arcate. I balconi, con le sbarre di ferro dipinto, si affacciavano al mare azzurro. Ivo entrò col cuore in gola, quasi inciampando sul tappetto variopinto, ma non vide Marina. Dietro il banco della ricezione c’era una giovane ragazza dai capelli neri ricciuti che indossava una camicia bianca e una gonna azzurra e gli rivolse un sorriso professionale ma anche simpatico.
“Buonasera,” gli disse.
“Sto cercando Marina Della Roccia,” rispose Ivo, “Sono Ivo Varesa e mi manda Floriana.”
“Marina è andata via alcune ore fa. Aspetti un momento e vedo se la trovo a casa.”
Quello significava a casa della nonna di Floriana, l’unico posto per cui Ivo non aveva né l’ indirizzo né il numero di telefono. La ragazza marcò il numero rapidamente, ovviamente lo sapeva di memoria. “Ciao Marina, sono Sonia, dall’ albergo. Senti, c’è un ragazzo arrivato da Aisievi che chiede di te… sì, proprio lui, cosa gli devo dire?… Certo, non preoccuparti… va bene, a presto.” Poi si rivolse di nuovo ad Ivo. “Marina viene tra un’ ora, nel frattempo abbiamo una stanza libera, così si può riposare un pò, fare un bagno, quello che vuole.”
“E come sta Marina?”
“Bene, bene, ma lei stessa le potrà dire di più.” Ma era quella una risposta diplomatica o una risposta autentica? Impossibile sapere. Sonia gli dette la piccola schedina che funzionava come chiave della stanza e gli spiegò come arrivare.
La stanza era grande, con tutto il pavimento coperto da un tappetto azzurro, due letti ampi, un piccolo tavolo e due sedie, un armadietto con una decina di stampelle, un televisore nuovo e il piccolo frigorifero di un mini-bar. La carta da parati ripeteva dei disegni di mappe antiche della Sicilia e dell’ Italia. C’erano due tipi di cortine: prima una cortina translucente di un colore giallo chiaro, e poi una di stoffa più pesante, di un colore tra l’arancione e il rosso. Con un’ ora a disposizione, Ivo decise che l’ idea migliore sarebbe di radersi, fare una doccia e cambiarsi, era meglio che Marina non lo vedesse con gli abiti che indossava già da più di trenta ore. Inevitabile il ricordo, come anche il paragone con la prima volta che si era cambiato a casa di lei. Quando si era vestito di nuovo, con un polo bianco e i suoi jeans nuovi, mancava circa una decina di minuti all’ ora prevista per l’arrivo di Marina, quindi scese per le scale per incontrarla.
Marina lo aspettava in piedi all’ altro lato dell’ area di ricezione, accanto a una porta che conduceva verso la sala colazione e il bar. I suoi capelli erano più corti di prima, adesso lisciati, sembravano anche un pò più chiari. Portava degli orecchini piccoli, una maglietta grigia scura, pantaloni neri e scarpe da ginnastica. Sarebbe dimagrita, ma non di molto. Quello che era cambiato era lo suo sguardo: più maturo di prima, più concentrato, più consapevole. Ivo non aveva bisogno di avvicinarsi per capire che lei non lo accoglierebbe affettuosamente, anzi Marina gli sembrava più rassegnata che altro.
“Ciao, Marina,” la salutò, constringendosi a sorridere.
“Ciao Ivo,” rispose lei senza cambiare espressione. Ivo si avvicinò e lei gli tese la mano per un attimo, niente di più.
“Allora sei venuto,” disse lei in una voce piatta. “Andiamo a camminare un pò?”
“Certo, tesoro, portami dove vuoi.” E quando uscirono insieme dall’ albergo, Marina non lo lasciò tenere la porta aperta per lei, si allontanò un pò per aprire la porta accanto da sola. Si fermarono davanti allo stesso momento, con due metri di distanza tra di loro. Marina gli indicò con una mano che voleva andare a sinistra. Si incamminarono insieme, in parallelo al mare. In fondo si vedevano i resti di qualche fortificazione. Ivo cercò due volte di prendere la mano di Marina, lei la allontanava.
“Sai che adesso vivo ad Aisievi, vero?” le disse Ivo, con le prime parole che gli venivano in mente per rompere il silenzio. Anche se guardava lei, Marina non si voltava, continuava a guardare avanti.
“Sì, lo so. Lavori ancora coi poliziotti?”
“Sì, sempre con loro, Nico mi ha arrangiato tutto, ricordi. E tu come stai?”
“Io? Bene. Se hai parlato con Floriana sai cosa faccio.”
“Deve essere bello poter lavorare con la musica, so quanto ti piace.” Un tentativo nuovo di sorridere, di guardare Marina, ma era come se lei non lo avesse nemmeno notato.
“Hai ragione, mi piace.” Nemmeno una molecula di entusiasmo nelle sue parole. Adesso avevano avanzato di più. A sinistra, dopo la strada che stavano per attraversare, c’era un mercato coperto, adesso chiuso, quello del pesce. In avanti non c’era più una vera strada, era un sentiero che avanzava a una distanza dal mare, appena dietro una serie di case rosse vecchie che perdevano il loro colore. Poi cominciava un muro non molto alto alla loro destra. Tra il muro e il mare, sotto l’altezza del sentiero, c’era un piccolo spazio di parcheggio, poi alcuni metri d’erba, poi un metro di sabbia prima dell’ acqua. Più lontano, due moli artificiali di pietra proteggevano la costa e le piccole imbarcazioni ancorate nei paraggi dalle onde.
“Trapani è bella,” disse Marina, “ma i trapanesi non la curano abbastanza. Un pò più in là ci sono le mura di Tramontana, poi la piccola torre, è una zona più suggestiva. Il mare mi calma sempre.”
Continuarono a camminare a passi lenti, insieme ma distanti.
Dopo altri tre minuti di silenzio assoluto Ivo si fermò bruscamente e si girò verso Marina. “Marina, ti prego, guardami almeno!”
Anche Marina si fermò, girò la testa ma non il corpo. Mise le mani insieme dietro la schiena. “Ti vedo, Ivo. Ma cosa vuoi da me?”
“Devo per forza volere qualcosa? Dimmi perchè…” La sua bocca non riusciva a formare le parole. Aveva troppe domande da fare per poterle concentrare tutte in una.
Marina lasciò un sospiro senza aprire la bocca. “Non ti avevo detto di lasciarmi stare, di non cercarmi?”
“Sì, è vero, ma quello era mesi fa.” Ivo cercava di guardarla dentro gli occhi, lei respingeva lo suo sguardo. “E poi quando Nico ha trovato la tua foto nella processione… non potevo smettere di pensarti.” Non era soddisfatto delle sue parole, ma non trovava altre. Il suo lavoro consisteva di trovare parole per altri, perchè non trovava quelle giuste adesso che gli importava di più?
“Floriana è più saggia di me,” disse Marina. “Lei sapeva che mi avresti trovata, che prima o poi verresti qua.” Fece alcuni passi in avanti, Ivo la seguiva. Stavano a cento metri di distanza da dove si alzavano le mura. Poi lei si fermò di nuovo e incrociò le braccia davanti al suo petto. Il sole era già tramontato, cominciava a fare buio. Il silenzio pesava, pesavano anche le parole.
“I tuoi genitori non torneranno più,” disse Ivo, “li ho fatti partire tutti e due.”
“Va bene.” Ma non cambiava niente nello suo sguardo.
“Marina…”
“Ivo, per favore.” Marina buttò giù di colpo le sue mani. “Soltanto per questo, soltanto perche ti mancavo e hai potuto trovarmi, dovrei fare la buona ragazza e tornare con te? Come dovevo fare la buona ragazza e ascoltare sempre i fratelli. Come dovevo fare la buona ragazza e lasciarmi portare via da mio padre o mia madre. Tutto quello è passato, non mi va più.” E mentre Ivo tentava di trovare una risposta, continuò. “Lo so che mi ami. Non basta.”
“Ma non senti niente? Non lasciarli vincere, Marina.” Lo sguardo di Ivo si abbassava, si arrendeva. Sentiva che qualche forza spingeva il suo corpo intero in giù.
“Smettila di obbligarmi a farti soffrire,” disse Marina guardando dall’ altra parte. “Non sono arrabbiata con te, ma non posso costringermi ad amarti soltanto perche lo vuoi tu. Sono successe troppe cose. Non posso pensare all’ amore, ogni volta che sento questa parola mi sento morta, impassibile. Ho dovuto rifarmi la vita da capo, non posso riprenderla come fosse un film interrotto.”
“Marina, non ti sto chiedendo niente per me, voglio soltanto farti felice.”
Marina finalmente si girò verso Ivo con uno sguardo impaziente. “Lasciami, Ivo, non sono più quella che amavi. La mia vita devo crearla io con le mie forze, l’ho già quasi persa e non mi interessa il passato. Torna ad Aisievi o vai dove vuoi, non posso più essere l’eroina dei tuoi sogni. Perdonami se divento cattiva, ma non mi lasci proprio altra scelta. Meriti una ragazza che possa davvero amarti senza mettersi nei guai. Ma quella non sono io. Addio, Ivo.” Si girò bruscamente a sinistra, infilandosi in una strada stretta senza lasciargli il tempo di reagire. Tornava nella sua nuova città, nella sua nuova vita, dove non c’era posto per lui.
Per qualche secondo Ivo voleva mettersi a correre, inseguire Marina, cercare di ragionare con lei, ma le sue gambe non riuscivano a muoversi in avanti. Inoltre non servirebbe a niente. Marina non lo voleva più.
Il vento e le onde si agitavano, Ivo restava fermo. Ormai era notte. Una corrente di freddo gli pungeva la pelle, gli gelava il cuore. Guardò il cielo, alzò le braccia in un segnale di resa. Immaginava un terremoto sotto i suoi piedi e poi al guardarsi intorno si sentiva pronto a sbattersi contro il primo muro disponibile. C’era soltanto una cosa da fare ormai, andare via. Si girò verso i suoi passi precedenti, gli sembrava di vedere le proprie orme e quelle di Marina che si allontavano. Adesso camminava velocemente, quasi correva, lasciando le mura e la piazza del mercato di pesce alle spalle. Seguiva il mare, ma aveva in mente soltanto la strada per la stazione.
Il suo cuore batteva a raffica. Tutti i misteri si erano sciolti e Marina non lo voleva più.
Attraversò il lungomare senza guardare se venivano delle auto, provocando un coro di frenate, clacson e gridi. Li udiva ma nemmeno girava la testa. Non voleva nemmeno tornare nell’ albergo per prendere la sua valigia, non voleva parlare con nessuno. Le automobili nel parcheggio ai suoi occhi diventavano dei mostri, le statue attorno alla fontana diventavano draghi e diavoli circondati da un muro di fiamme. Anche le sue dita tremavano. Mentre attraversava la Via Fardella, di nuovo senza degnare il traffico di uno sguardo, gridò all’ improvviso “Trapani, ti odio!”. Per fortuna non reagisse nessuno. Avevano vinto i zingari di Cavanera. Aveva vinto la sfortuna. Marina non lo voleva più.
Arrivò nella stazione e si comprò dalla macchina automatica un biglietto per il primo treno per Messina. Lo schermo gli mostrava anche l’itinerario che doveva prendere per Aisievi, quale treno prendere da quale stazione, ma lui non riusciva a capire o ricordare niente. Voleva soltanto mettere subito il massimo di chilometri tra lui e la sua disfatta. Era venuto dall’ Inghilterra, aveva mandato il padre di Marina all’ ospedale, aveva continuato a cercarla e sperare in un nuovo incontro in tutto questo tempo, e adesso? Se lei glielo avesse chiesto, Ivo sarebbe restato a Trapani per Marina, sarebbe andato ovunque con lei, avrebbe attraversato tutta Trapani a piedi nudi se le servisse a qualcosa. Forse l’avrebbe anche sposata? Ma adesso non poteva fare niente. Marina non lo voleva più.
Trovò il binario senza capire come, il treno era quasi pronto per partire. Per fortuna non c’era molta gente e poteva sedersi in un posto senza nessuno accanto o davanti a lui. Si coprì il viso con la giacchetta per fingere di dormire, così non verrebbe disturbato da nessuno. Sentì un fischio e poi il movimento del treno che si allontanava da Trapani. Il suo cuore era stato buttato nel mare.
Sotto la giacchetta, Ivo veniva assalito dai ricordi, lo vedeva tutto. Cominciando dalla prima sera, vedeva sé stesso nella sua stanzetta a Baker’s Arms, guardando il computer, col cuore in preda a una nuova illusione, stregato dalle parole di Marina. Vedeva i loro primi messaggi, la foto di lei che usciva dalla sua stampante, sentiva la voce di lei durante la loro prima telefonata. Tutte le emozioni di prima gli piombavano adosso. Ecco che vedeva il loro incontro alla stazione di Aisievi, l’arrivo a casa di lei, i gatti dietro la porta, la passeggiata attraverso la città, i primi baci. Tutto da cancellare, tutto da dimenticare. Marina non lo voleva più.
Lacrime di preoccupazione a Manchester, quando gli arrivò la notizia dell’ incidente di Marina. Tanti messaggi disperati di tutti e due, l’accusa velata nel messaggio che annunciava la fuga di lei da casa. I ricordi non seguivano più nessun tipo di ordine o logica, si scombinavano e vedeva tutto. Ecco che Marina gli cantava all’ orecchio mentre la teneva abbracciata e poi nel bosco di Ischitella Mascione gli spiegava come potrebbe trovarla. Floriana gli raccontava tutto e lui beveva il caffé con Piero nel ristorante indiano a Leyton. Il treno avanzava, ma quale era? Vedeva Marina nella Processione dei Misteri e ai bordi della strada vendevano semi i due zingari di Ponticello. Pedalava da Aisievi a Montecastello e trovava Marina tramortita per strada con Mellato che miagolava accanto a lei. Calciava il Professor Della Roccia e poi gli suonava il cellulare nella stazione di Milano. Guardavano i dipinti e le armi nel museo mentre Marina gli parlava dei pochi ricordi che aveva della sua madre. Tante parole, tanti sguardi, tante sensazioni. Ed ecco che vedeva anche la loro prima volta, quando dopo molti baci lei intuì cosa stava per succedere e gli chiese “sarai tenero con me?”. Nel buio della stanza, spostava i capelli biondi di Marina per baciarle il collo, poi le abbassava la camicia di notte dalle spalle e accarezzava le colline morbide dei suoi seni, sentiva il battito del suo cuore. No, non era mai successo, o non lo doveva ammettere d’ora in poi. Marina non lo voleva più.
Non lo vedeva nessuno, adesso poteva piangere. E di colpo nella mente di Ivo entrò la voce del nonno paterno, morto sei anni fa. Lui aveva sette anni ed era inciampato, aveva sbattuto la testa contro una sedia. “Ma cosa fai, piangi? Vergognati, un vero uomo non deve mai piangere, deve essere forte, smettila!”
“Scusami nonno,” Ivo disse adesso a voce alta, “ma qualche volta ci vuole proprio.”
La finestra del treno gli raffreddava un lato della testa. Il sale dai suoi occhi gli entrava in bocca. Marina non lo voleva più.


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giovedì 5 giugno 2003
ore 18:37
(categoria: "Vita Quotidiana")


Ma cosa ci diciamo?
Oggi ho lavorato come interprete in un incontra tra alcuni rappresentanti dell' impresa responsabile della pubblicazione di 2 giornali, alcune riviste, una guida televisiva etc. e due donne da un' azienda di consulenza francese che voleva aiutarli a preparare un piano d'azione per il loro reparto pubblicitario.
Quello che mi ha fatto impressione era il numero di volte che non riuscivano ad intendersi, che uno diceva una cosa, io la traducevo, e gli altri capivano qualcos' altro. E dopo invece di fornire chiarimenti o cercare di spiegarsi di qualche altro modo, soltanto si ripetevano. Poi c'erano anche le occasioni in cui si chiudevano, dicendo "questo è qualcosa che non possiamo farlo funzionare" senza la minima volontà di esaminare la possibilità contraria.

Oppure dopo una tentazione da parte degli altri di approfondire l'argomento, veniva fuori che avevano davvero qualcos' altro in mente!

E mi sono messo a pensare "ma che teste di musso siamo qualche volta!"
Non sarebbe la vita molto più semplice, non sarebbero le intese un pò più facili se ci mettessimo a dire quello che intendiamo davvero, e se ci mettessimo un pò più di buona volontà?
Non sarebbe meglio se cercassimo di capire un pò di più cosa sta dicendo la persona che abbiamo davanti o accanto invece di soltanto afferarci alle nostre convinzioni (che spesso mica ci chiediamo perchè le abbiamo)?

Non mi piace esporre troppo pubblicamente la mia vita sentimentale, ma l'unica ragazza che posso dire che l'ho veramente amata (anche se in effetti ci sono varie a cui voglio bene, e varie che mi hanno emozionato) aveva conquistato il mio interesse (definisco interesse come la voglia di cercare di arrivare a una relazione con lei, quindi qualcosa oltre la semplice attrazione) dicendomi tre cose.
Una: "se ti piacerebbe uscire insieme qualche volta, fammi una telefonata"
Due e Tre: (la prima volta che siamo usciti insieme)
"Mi manca la comunicazione sincera"
"Do molta importanza alla cortesia"

Insomma, diciamo quello che intendiamo davvero e anche quello che vogliamo sinceramente (vabbé, forse non bisogna portare la schiettezza a livello disgustoso) invece di immaginarci significati alternativi di quello che sentiamo, dire qualcosa per fare che si capisco qualcos' altro (o nascondere quello che sentiamo davvero o vogliamo davvero dire), o lasciarci trascinare dall' egoismo o dalle reazioni impensate.

"Perchè non parla
il cuore direttamente
perchè non sgancia un grido la solitudine
senza scene
senza fingere
perche apparisca quale voce è vera?
ma non ho parlato, nemmeno hai sentito tu"
(-- da "La ragazza di Navarino")


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domenica 1 giugno 2003
ore 12:54
(categoria: "Amore & Eros")


Capitolo 14 di "Stella Sbandante"
Il mio capitolo favorito di quelli che ho scritto finora... chiedo scusa al Granduca dello Spritzenstein se faccio scoppiare la pagina o il sito!

Quattordici
20 maggio 2000

Ivo sentiva tutto il suo corpo carico di tensione mentre il treno avanzava. Appena riusciva e mantenere le mani in un posto. Il suo cuore batteva forte. Guardò l’ orologio, erano le dodici e mezza, mancavano ancora quindici minuti per arrivare alla stazione di Aisievi. Ma poteva essere qualsiasi posto, per lui la destinazione era soltanto una, Marina Della Roccia.
Sul tavolo minuscolo davanti a lui aveva messo una cartella che conteneva la foto di lei e tutti i messaggi che gli aveva scritto in questi tre mesi. Caspita, non erano nemmeno tre mesi interi, si erano conosciuti il 28 febbraio e adesso era il 20 maggio! Ivo si mise a guardare nuovamente la foto di Marina che aveva gia guardato tante volte. Provava una sensazione di piacere a concentrarsi su tutti i particolari: il maglione verde, abbastanza pesante per proteggerla dal freddo ma anche abbastanza aderente da mettere in mostra le curve del suo corpo, la gonna nera che sembrava di velluto, la finestra chiusa dietro di lei, le sue dita fine che si appoggiavano al davanzale, il rossetto sulle labbra… Anche lui si era portato la macchina fotografica, per fare delle foto nuove, due rullini interi da dedicare alla città di Aisievi e a Marina. Un ragazzo di più o meno la stessa età di Ivo che stava seduto accanto gli rivolse un breve sorriso di complicità, vedendo come guardava la foto. Ivo aprì la cartella per tornare a leggere i messaggi di Marina, li aveva stampati tutti, anche quelli più brevi.
Il treno cominciò a rallentare. Ma ancora più importante, un sogno stava per avverarsi, per arricchirsi di un’ altra dimensione. Non c’era mai stata un’ altra ragazza dolce come Marina nella sua vita, le sue parole non le aveva mai sentite prima. C’erano state due ragazze prima di lei, una a Montréal e una a Londra, ma con quelle due, quando dicevano “I love you” significava davvero “mi diverto con te, mi piace fare l’ amore con te, ma se diventi noioso, troppo serio o troppo attaccato a me, ti lascio.” Con Marina era tutt’ altro, ogni frase sua radiava un sentimento, una sensibilità, un riflesso della sua anima. Non poteva dubitare che lei lo amasse. Chiese permesso al ragazzo accanto per passare al corridoio, dove prese la sua valigia, caricandola sulle sue spalle. Si avvicinò all’ uscita del vagone, dove c’erano gia tre altri passeggeri che aspettavano per scendere. Dopo mezzo minuto, il treno si fermò e le porte si aprirono automaticamente. Ivo scese lentamente, poi aiutò la signora anziana che stava dietro di lui a scendere. Guardò intorno. Alla fine del binario, accanto alla macchina di convalidare biglietti, vedeva una ragazza alta e bionda con una blusa color lilla e pantaloni bianchi, ma era ancora troppo lontano per sapere se era Marina. Camminò avanti a passi veloci. Quando Ivo si trovava ancora a venti metri di distanza da lei, la ragazza si girò, lo vide, e cominciò a correre dritto verso di lui. Alcuni viaggatori la guardarono sorpresi, ma le lasciarono un pò di spazio. “Ivoooooo!!!!!!!!!!” Egli capì in mezzo secondo la sua intenzione, e spalancò le braccia per riceverla.
Marina si buttò su di lui con abbandono totale. Quando una donna abbraccia un’ uomo per cui sente molto, spinge davanti il suo corpo, offrendo il massimo di sé. Marina strinse Ivo tra le sue braccia, schiacciando il suo petto generoso contro quello di Ivo, avvolgendo le sue gambe attorno a quelle di lui. Ivo dovette sforzarsi per non cadere indietro, il peso del bagaglio sulle sue spalle quasi lo sbilanciava. La prese con lo stesso entusiasmo, serrandola tra le sue braccia, accarezzandole la schiena. Si guardarono con gli occhi pieni di gioia, e poi si avvicinarono le labbra, in un bacio breve ma molto intenso. Gli occhi di Ivo vedevano soltanto il viso di Marina, sentiva soltanto il suo profumo di fiori, sentiva che il pavimento e la stazione intera scivolavano attorno. Marina aveva chiuso gli occhi durante il bacio, poi li riaprì.
“Marina, sei dolcissima, sei un sogno,” le disse Ivo all’ orecchio. Lei gli regalò un sorriso che mandò una scossa elettrica attraverso il suo petto. “L’ hai capito che ti voglio bene?” disse in una voce melodiosa. Ivo la strinse un pò di più, per un secondo, la guardò negli occhi e le disse, senza la minima esitazione, “ti amo.” Poi un’ altro bacio che durò di più, si aprivano e si chiudevano le labbra insieme. Si lasciarono lentamente, separando anche i corpi poco a poco, consapevoli che ci sarebbero anche altri abbracci. Adesso c’erano dieci centimetri tra i loro corpi e si tenevano le mani. “Vieni,” disse Marina, “prendiamo l’ autobus. Hai fame?”
“Ma aspetta, Marina, devo trovare un’ albergo per stanotte.”
Marina si mise in punta di piedi, come portava le scarpe senza tacchi alti. Prese Ivo per le spalle, quasi scuotendolo. “Niente alberghi, Ivo, tu starai con me.”
“E i tuoi fratelli cosa penseranno?”
“Penseranno quello che sanno già. Che ci vogliamo bene. Vieni, ti porto a casa mia.” Lo lasciò, tenendolo per la mano sinistra. Camminarono insieme verso l’ uscita della stazione. Attraversarono la strada senza lasciarsi. Dopo dieci minuti si trovavano nel quartiere San Damiano, un pò ad est del centro. Nell’ autobus, parlavano di come avevano trascorso gli ultimi giorni, Ivo le parlava di Milano e Mascione, Marina gli parlava delle ultime canzoni che cercava di suonare sulla chitarra, della festa di compleanno di un’ amica sua tre giorni fa, e dei gatti. Ma parlavano anche coi loro sguardi, coi movimenti delle labbra, con le mani che ogni tanto si toccavano o si tenevano per alcuni secondi, si accarezzavano le dita. Scesero alla Piazza San Damiano, poi Marina trascinò Ivo per le strade, una destra dietro la chiesa, poi due isolati, poi una sinistra e un’ altro isolato, e così arrivarono davanti a una palazzina rossa di tre piani con un cancello sulla strada e un piccolo giardino davanti all’ entrata. Marina aprì il cancello con la sua chiave, ma invece di andare all’ entrata dell’ edificio, portò Ivo a sinistra. Segnalò con il dito una finestra al secondo piano, con un poggiolo piccolo, accanto a una porta doppia che portava a un balcone. “Vedi quella finestra con la cortina di color vaniglia? È la mia stanza.” Poi presero le scale per andare al secondo piano, dove c’era una porta di legno scuro davanti alle scale.
Marina aprì la porta con la sua chiave, Ivo la seguì e chiuse la porta. Appena erano entrati, si avvicinarono due gatti, un maschio bianco ed arancione e una femmina grigia tigrata. Guardarono Ivo con un pò di curiosità, e poi si misero ad annusare le sue scarpe e i suoi pantaloni. Marina si inchinò subito, cominciando ad accarezzare tutti e due gatti contemporaneamente. “Alla mia destra, Mellato, e a sinistra Argenta. Micetti, vi presento Ivo.”
“Ma che bellissimi!” Ivo lasciò giù la valigia e si piegò le gambe per arrivare alla loro altezza. Argenta venne vicino a lui, lasciandosi accarezzare, annusando anche il suo braccio, mentre Mellato saltò tra le braccia di Marina. Dopo alcune carezze, Argenta decise di sedersi sulla valigia di Ivo. Marina portò Mellato nella sua stanza, lasciandolo sopra il letto. “Ehi Marina, c’è una gatta sulla mia valigia!”
“Se vuoi, accarezzala un pò e scenderà. Se non hai fretta, vieni di qua” Marina gli disse dall’ altra stanza. Argenta cominciò a leccarsi le zampe.
Ivo entrò nella stanza di Marina. Sotto i loro piedi c’era un tappetto rosa che copriva quasi tutto il pavimento della stanza. La cortina e la finestra che aveva visto da giù si trovavano all’ estrema destra. Il letto, quasi ampio come uno matrimoniale, aveva una copertina con un disegno rosso, nero e giallo simile a quello di un tappetto mediorientale e una decina di cuscini grandi e piccoli. Prima del letto c’era il comodino con la sua foto incorniciata, e un grattatoio per gatti appeso alla parete, in basso. Più in alto, un gancio dove Marina appendeva la sua chitarra. Appese alle pareti c’erano tante decorazioni: un poster del Lago di Garda, una copia di un paesaggio di Bierstadt, il poster del film “Mediterraneo”, un quadro che raffigurava un tramonto dietro un castello alla cima di una collina e un calendario di ritratti di compositori classici: questo mese c’era Haydn. Vicino al fondo del letto, un armadio pieno di abiti, soltanto mezzo chiuso. All’ altro lato della finestra, una scrivania in legno scuro con una sedia a rotelle azzurra, uno scaffale pieno di libri e statuette di animali, e uno specchio di un metro di altezza e ampiezza, con un piccolo cesto appeso alla parete accanto dove Marina aveva messo la spazzola e il pettine per i suoi capelli, alcuni smalti per le unghie, boccette di profumo e altri articoli di bellezza.
“Ti piace la mia stanza?” chiese Marina.
“È molto bella” disse Ivo, “ma ancora più bella sei tu.”
“Grazie” disse Marina con un sorriso. “Vieni con me, andiamo a farci qualcosa da mangiare. Ma prima mettiamo la valigia qui nella stanza. Tu dormirai qui, accanto a me.”
Ivo accarezzò il dorso di Argenta per farla scendere, poi prese la valigia, una versione più grande di uno zaino di palestra, e la mise dove Marina gli mostrò, accanto all’ armadio. Poi passarono insieme alla cucina per farsi dei panini e un’ insalata. Marina aveva provveduto a comprare tutti gli ingredienti immaginabili, anche la bresaola e il formaggio affumicato. I gatti entrarono dopo un pò per miagolare e ricevere un pò di carne e formaggi. Marina chiese a Ivo se si voleva riposare un pò prima di uscire, ma Ivo insistiva che aveva voglia di conoscere la città in compagnia di lei, si potrebbe riposare di sera.
Allora presero entrambi le loro macchine fotografiche e cominciarono la passeggiata. Prima, Marina voleva mostrare a Ivo un pò del suo quartiere, il liceo dove aveva studiato, il parco col laghetto artificiale e alcune costruzioni interessanti. Poi, camminarono sopra le mura a Porta Levante, entrarono nella catedrale, San Martino, e presero un caffé a Piazza Saverio Montini, di fronte a Palazzo Verazzani. Dopo, era tempo di prendere l’ autobus per andare al castello perché chiudeva alle sei. Al castello videro il panorama della città dalla torre, visitarono anche le celle segrete, giocarono con l’ eco di alcune stanze, montarono dietro i merli, fecero più di dieci fotografie, due volte chiedendo l’ aiuto di un turista per immortalarli abbracciati. Per tornare presero un’ altro autobus che li lasciava nel nord del centro storico, dove le strade portavano ancora i nomi delle gilde di secoli fa: Via dei Tintori, Via degli Orafi, Via degli Armieri e tante altre. Camminarono sotto le arcate di Via Principe di Savoia, guardarono il tramonto insieme dal Ponte Murato, e arrivarono a Piazza San Damiano. In cinque ore Ivo aveva consumato il rullino intero, con Marina nella metà delle fotografie. Non smettevano di parlarsi, di sorridersi, di giocare, senza dimenticare anche i gesti teneri, le mani che si univano, gli abbracci se si fermavano, alcune carezze fugaci. Invece di due persone che si erano viste da vicino per prima volta soltanto quel giorno, sembravano una coppia che magari si incontrava di nuovo dopo alcuni giorni di separazione.
“Siamo quasi tornati,” disse Marina mentre aspettavano il semaforo per attraversare la piazza. Portò il suo braccio sinistro dietro la schiena di Ivo, mettendo la mano un pò sotto la sua spalla. Ivo la prese attorno alla vita. “Di tutto che hai visto oggi, cosa ti piace di più della mia città?”
“Tu, naturalmente!” rispose Ivo, portandola un pò più vicino.
“A parte me.” Marina gli strinse la spalla.
“A parte te? Dovrei pensarci.” Vedendola guardare un pò a destra, dove c’era il semaforo, le dette un bacio volato sulla guancia sinistra. “Il castello, direi.”
“Ivo, non così, devi essere più libero con me.” Marina si girò un pò, mettendosi di fronte a lui, passando la sua mano sinistra dalla spalla di Ivo dietro il suo collo con un tocco leggero. Gli venivano i brividi. Si afferrò al corpo di Marina, tenendola appena sotto le scapole. Sarebbe stato impossibile non baciarsi. Aumentavano e riducevano la pressione delle loro labbra, facevano incontrarsi le loro lingue, respiravano insieme. Il loro bacio, ogni movimento di labbro o lingua, aveva un ritmo proprio che si imponeva, non ammetteva altri pensieri. Il movimento delle mani di Ivo sulla schiena di Marina diventava una specie di massaggio, mentre lei gli accarezzava la nuca con una mano e sprofondava l’ altra sotto il collo della sua camicia. La cosa più difficile era lasciarsi, dopo una specie di crescendo, una congiunzione sempre più intensa delle loro labbra. E di colpo sentirono tutti e due che qualcuno un pò lontano applaudiva e gridava “Bravi! Bravi!”
Marina arrossì. Ivo guardò intorno, cercando di capire da dove veniva la voce. Un ragazzo correva verso di loro dall’ altro lato della piazza. Aveva circa la stessa età di Ivo, ma era un pò meno alto, più magro, con la pelle più scura. Aveva i capelli neri lunghi a coda di cavallo. Indossava una camicia a strisce verticali marroni e grige e pantaloni rossi e teneva nella mano sinistra un sacchetto di plastica. Una volta Marina vide chi era, il suo viso riprese il colore di prima.
“O tu sei Ivo o io sono un marziano,” disse il ragazzo con un sorriso una volta arrivato vicino alla coppia.
“Piero, era proprio il caso di fare così?” disse Marina, girandosi verso lui.
“Direi che non sembri un marziano,” commentò Ivo.
“E tu sai come sono i marziani?” chiese Piero.
“No, ma hai una faccia da terrestre. I marziani dovrebbero essere diversi da noi.”
“Hai ragione, sono un terrestre. Infatti sono fratello di Marina. Piero, piacere.” E allungò la mano. Ivo gliela strinse, dicendo “Come hai detto prima, sono Ivo. Piacere.” Poi prese la mano di Marina.
“Dieci minuti, cavolo, per dieci minuti vi vedevo così!” disse Piero. “Avete perso tre semafori. Complimenti, è da parecchio che non vedo una cosa del genere.”
“Non prendertela, Ivo,” disse Marina, accarezzandogli la mano. “Mio fratello è il campione mondiale di irreverenza. Ma so che mi vuole bene.”
“Allora come avrebbero reagito gli altri?” chiese Ivo.
“Avrebbero fatto finta di niente in quel momento,” rispose Piero, “poi lo racconterebbero tra di loro e all’ arrivo di Marina le chiederebbero ‘chi è quel ragazzo che ti stava baciando nella piazza?’ O almeno prima avrebbero fatto così.”
“E adesso?”
Cambiò il semaforo e attraversarono la strada insieme, per dirigersi verso la casa. Stavolta fu Marina a dare la risposta. “Adesso non so. Probabilmente niente. Hanno promesso di rispettarmi, ma non sorprenderti se ti fanno molte domande. Ma sanno cosa c’è tra di noi e non oseranno contrariarci troppo.”
Ivo avvicinò la bocca all’ orecchio di Marina. “E lo sanno che dormirò nel tuo letto?”
“Credono che userai il mio sacco a pelo. Ma non li riguarda. E non soffiare nel mio orecchio, mi fai tremare tutta intera.”
Ormai erano arrivati davanti alla palazzina. Piero aprì la porta, tenendola aperta per Marina ed Ivo. Montarono le scale in silenzio, Marina ed Ivo ancora tenendosi per mano. Marina lasciò la mano di Ivo per aprire la porta con la sua chiave. Come prima, c’erano i gatti appena dietro la porta. Stavolta in salotto c’erano tre altre persone, due uomini alti e biondi di più di trent’ anni di età, entrambi vestiti un pò formalmente, e una donna di altezza media dai capelli neri lisci che le arrivavano quasi alle spalle. Vedendo l’ entrata di Piero, Marina ed Ivo, si alzarono tutti e tre. C’erano già tre bicchieri pieni di vino bianco su un tavolo rettangolare e lungo. Un coro di “ciao” e “salve” si sparse per la stanza. Appena dopo i primi saluti, Piero passò in fretta alla cucina. Marina presentò tutti: i due biondi erano i suoi fratelli Stefan, quello più grande, e Jonas, il terzo, e la donna era Annamaria, moglie di Jonas.
“Il mio fidanzato, Ivo.” Marina lo presentò con orgoglio, tenendolo con una mano tra il suo gomito e il suo polso, trascinandolo un pò in avanti. E con un certo sguardo di sfida nei suoi occhi.
“Ivo Varesa, piacere.” Tre strette di mano di breve durata. E poi il solito tipo di conversazione tra persone che si erano appena conosciute. Ivo sapeva a memoria ogni domanda quasi prima di sentirla, dopotutto aveva visto come si erano comportati i suoi genitori coi fidanzati di Laura. Di dove era, che lavoro faceva, dove abitava adesso, progetti per il futuro prossimo, le origini dei suoi genitori e del suo cognome. E in questo caso, dove era stata scattata la foto di lui che Marina aveva nella stanza (nel centro di Londra, a Trafalgar Square). Provò anche lui a fare alcune domande. Stefan era chirurgo di ortopedia, Jonas lavorava per una ditta di consulenza informatica, Annamaria era professoressa di matematica in un liceo. Quasi senza che lo notasse, Marina era partita e tornata in un battibaleno e gli portò un bicchiere di vino. Quando Ivo lo prese, Marina gli accarezzò il braccio fino alla spalla.
“Sta attenta, Marina, mi farai versare il vino sul tappetto!” disse sorridendo.
“Allora bevilo,” fu la risposta. Ivo alzò il bicchiere con la mano destra, passando la mano sinistra dietro la schiena per prendere il polso di Marina. “Alla vostra salute.”
“Alla vostra,” replicò Annamaria in una voce piena di significati. Il vino era secco, piemontese.
Mancava un fratello, Gianluca, impegnato in cucina. Arrivò dopo cinque minuti, ed era il più alto e il più robusto di tutti: alto quasi due metri, capelli castani scuri e baffi, spalle ampie e braccia muscolose, viso tondo e pancetta, in maglietta nera e jeans. Dopo di salutare Jonas e Annamaria, vedendo Ivo al fianco di Marina lo guardò vagamente un’ attimo e poi disse “Tu sarai Ivo. Ciao,” in una voce stanca, un pò desultoria. Proprio come la descrizione fatta da Marina, pensò Ivo, “…Gianluca mi faceva paura da piccola, non soltanto perché è grosso, ma è pure ‘pesante’ in tutti i suoi gesti, tutto il suo comportamento, credo sia amareggiato perche non ha studiato come gli altri e forse anche perche non ha potuto sposarsi…” Appena dopo questa riflessione di Ivo, Gianluca e Marina tornarono in cucina per portare il cibo e i piatti.
Forse non era un gran parlatore, ma Gianluca sí era un grande cuoco, e si era proprio dato da fare in quest’ occasione. Risotto ai broccoletti per primo piatto, insalata di bietine, rucola, cetrioli e pomodori, pollo alla salvia e pure alcune verdure lessate di contorno. La conversazione riguardava principalmente cosa aveva fatto ognuno nel corso della giornata, una specie di telegiornale di famiglia. In questo caso, il ruolo di Ivo era quello dell’ invitato speciale chiamato a pronunciare la sua opinione su tutto ciò che aveva visto di Aisievi finora, facendo anche i confronti con Milano, Londra, e Montréal. Il ruolo di Marina era quello della commentarista che arrichiva la narrativa di particolari e riflessioni. Dopo qualche tempo anche questo argomento si era esaurito. In quel momento Stefan disse a Marina, “Dopo la cena vuoi suonare qualcosa con la chitarra? Credo che piacerebbe a tutti.” Marina annuì senza parole, ma ad Ivo gli sembrava che la domanda l’ avesse messa a disagio. Allora cambiò l’ argomento chiedendo da quanto tempo avevano i gatti.
“Da quasi quattro anni,” raccontò Piero. “Marina li aveva trovati tutti e due nel nostro quartiere, ma in giorni diversi. Argenta, la grigia, era stata abbandonata, era piccolissima e miagolava per strada. Mellato stava male, nei primi giorni Marina gli dava del latte col biberon. Poi li abbiamo portati dal veterinaio per le vacune e il resto. Sono cresciuti insieme qua da noi. Hanno fatto anche dei gattini due volte, li abbiamo regalati a vari amici e parenti.”
“Io non volevo tenerli,” disse Gianluca, “ma una volta che si erano affezionati a noi, buttarli di nuovo in strada era troppo.”
“Sono molto affettuosi,” aggiunse Stefan, “direi che ci sono riconoscenti.”
Pochi minuti dopo la storia dei gatti, tutti finirono di mangiare. “Complimenti”, disse Ivo a Gianluca, “non ho mangiato così bene da molto tempo.” Gianluca lo ringraziò, ma senza entusiasmo, dopotutto questo era anche il suo mestiere. Piero, Stefan, Marina, ed Annamaria portarono i piatti e l’ argenteria in cucina e Piero restò in cucina per lavare tutto. Mellato venne in salotto, ricevendo carezze da tutti. Poi Jonas trovò una palla di plastica e la lanciò verso la porta della stanza di Marina. Il gatto si mise a correre, cercando di prendere la palla con le zampe, calciandola un pò più lontano, facendola rimbalzare, seguendola e poi ripetendo il tentativo di prenderla. Marina ed Ivo si cercarono un attimo, si ritrovarono fianco a fianco, si presero per mano.
“Sai, amore,” Marina gli disse in una voce bassa, leggermente contrariata, “volevo suonare qualcosa soltanto per te, non volevo tanto fare una specie di concerto davanti a tutti. Mi ricorda gli anni di prima, come ero la piccolina che aveva il compito di divertirli.”
Ivo cominciò a sfiorarle il palmo col suo pollice. “Marinetta, non credo che fosse stata questa l’ intenzione di Stefan. Potrai suonare e cantare quello che vorrai per me, anche domani dopo il mio colloquio, quando non ci saranno gli altri. Va bene, tesoro?”
Il sorriso tornò al viso di Marina. “Domani faremo un’ altra passeggiata, ti canterò mentre camminiamo. Forse domani ti sveglierò cantandoti all’ orecchio.”
“E se mi svegliassi prima io?”
“Lascio la scelta a te. So che mi tratterai bene.” E si liberò della sua mano, passò alla stanza per prendere la chitarra e il plettro, e al suo ritorno si sedette su una sedia ma non cominciò a suonare prima dell’ arrivo di Piero. Marina cominciò a suonare senza preliminari, senza annunciare cosa stava per suonare. Era una melodia che Ivo non riconosceva ma di qualche modo gli ricordava la Spagna. La musica aveva una certa leggerezza ed eleganza, ma in certe seguenze e cadenze di note si poteva notare anche una passione profonda. Mentre suonava, lo sguardo di Marina cambiava, diventava più distante e anche più concentrato contemporaneamente, come se volesse entrare all’ interno della musica. La canzone durò più di cinque minuti, finiva in un diminuendo lento, come una voce che si perdeva nella distanza.
Alcuni sorrisi e vari complimenti ma niente applausi. Ivo si alzò, si avvicinò a Marina, e malgrado il fatto che lei teneva ancora la chitarra tra le mani, la prese per le spalle e le dette prima un bacio tenero sulle labbra, e poi una carezza breve alla guancia. “Sei bravissima,” le disse. E poi ricordandosi della presenza degli altri, tornò indietro un pò in imbarazzo per sedersi di nuovo dove stava prima.
“Marina, ha un nome quella musica che hai suonato adesso?” le chiese Piero.
“L’ ha scritta Andrés Segovia, ma non ricordo come si chiama” rispose lei. E senza altre parole si mise a suonare un’ altra canzone, stavolta una di flamenco, molto più scatenata. E dopo il flamenco, una canzone moderna italiana e poi una latinoamericana. Più impressionante del talento di Marina era la sua versatilità, la capacità di adattare le sue dita a ritmi diversi, a melodie così diverse tra di loro. Le stesse dita che prima sfioravano il collo e la schiena di Ivo mentre si baciavano nella piazza. Gli venivano i stessi brividi di prima, sopratutto se cercava di guardare i suoi occhi. Quando Marina cominciò a suonare un’ altra canzone, Ivo sentì che una mano gli toccava la spalla. Si girò e vide Stefan che gli faceva segno di venire con lui nel corridoio. Quando erano arrivati tutti e due, Stefan gli disse “Senti, Ivo, lo abbiamo capito che tu e Marina vi volete bene. Non c’è bisogno di dare nell’ occhio tanto.”
“Dare nell’ occhio in che senso?”
“Ecco, non so esattamente che idea Marina ti avrà dato di noi e sopratutto di me. Infatti quando l’ hai conosciuta i nostri rapporti non erano i migliori. Ma non credere che ci opponiamo a quello che c’è tra di voi e che per questo debbate mostrarci quanto affetto sentite uno per l’ altro. Anche due mesi prima di venire qui, tu la rendevi già felice, questo lo potevo vedere.”
“Ti da fastidio che l’abbia baciata? Mi era venuto di fare così in quel momento. Ma tu puoi capire, sei stato sposato pure una volta.”
“È vero, capisco,” annuì Stefan, “ma un pò di discrezione non guasta. Non c’è bisogno di mostrare tutta la vostra passione anche a noi, diventa un pò imbarazzante.”
“La nostra passione la stiamo ancora scoprendo adesso, insieme.”
“Trattala bene. Questo importa più di tutto. Le stai avverando i sogni. Dai, torniamo.” E tornarono in salotto, ma Ivo trovò Argenta seduta sulla sua sedia. La prese dietro il collo e la sollevò, poi si sedette e la mise sulle sue gambe. Mentre ascoltava la musica e guardava Marina, ogni tanto dava una carezza anche alla gatta.
Dopo di finire questa canzone, Marina si alzò. “Basta così, la mia mano si è stancata,” disse, “vi sono piaciute le canzoni?”
“Moltissimo,” rispose Jonas per primo mentre si alzava. “È da tempo che non ti sentivo suonare la chitarra. Ma adesso è un pò tardi, Annamaria ed io dobbiamo andare a casa nostra.”
Ivo, dopo di far scendere Argenta, si avvicinò nuovamente a Marina, appoggiando la sua mano destra sulla spalla destra di lei. “C’è qualcosa di magico nella musica quando tu la suoni,” le disse. Marina sorrise e si riposò la testa sulla sua spalla per un attimo.
“Signorina Della Roccia,” disse Piero in un’ imitazione di un presentatore televisivo, “il suo talento sarebbe capace di suscitare elogi anche dal critico di musica più severo. Non solo sa riprodurre l’ essenza di vari generi di musica, ma riesce ad aggiungere alla sua performance un’ estratto della propria personalità.”
Gianluca si era alzato per ultimo. “Marina, sei brava. Ma non è necessario che te lo dica io, credo che lo capisci di già.”
Marina passò alla sua stanza per appendere la chitarra mentre Annamaria e Jonas cercavano i loro giacchetti. Quando erano tornati tutti, i due sposi salutarono gli altri uno per uno, non dimenticando di aggiungere che era stato un piacere conoscere Ivo e che forse si rivedrebbero. Ormai erano le dieci e un quarto. Tutti dimostravano segni di stanchezza eccetto Piero. Quest’ ultimo disse senza dirigersi a nessuno in particolare che aveva bisogno di lavorare su di un disegno e lasciò gli altri. Argenta lo inseguì dopo un minuto. Gianluca accese il televisore e guardò il telegiornale, ma senza prestarci molta attenzione, indicando pure ad Ivo con un gesto della mano che se voleva, poteva sedersi anche lui per guardare. Ivo si sedette mentre due politici discutevano brevemente il ruolo dell’ Italia nell’ Unione Europea. Marina gli toccò la spalla e gli disse di aspettarla un pò, doveva struccarsi. Stefan fece una telefonata, secondo le parole che diceva sembrava che chiamasse un collega di lavoro. Dopo i politici, le notizie sportive e il bollettino meteorologico e poi il ritorno di Marina. “Vieni Ivo, dobbiamo sistemare il sacco a pelo.”
Passarono entrambi alla stanza di lei, presero il sacco a pelo marrone che si trovava impacchettato sopra l’ armadio e lo sistemarono sul tappetto. Per completare la messinscena, Marina mise giù anche un cuscino. Una volta che si era aperto il sacco a pelo, venne Mellato e cominciò prima a camminarci sopra e poi ad infilarsi dentro per uscire dopo qualche minuto. Marina disse a Ivo di cambiarsi nella stanza, lei si cambierebbe nel bagno e aspetterebbe che lui aprisse la porta. Così si ritrovarono dopo due minuti, lui indossando un pigiama grigio e lei una camicia di notte di seta azzurra. Dopo un pò di discussione intorno a quando si sveglierebbero l’ indomani, dissero buonanotte anche ai fratelli. Poi Marina spense la luce del salotto e una volta che erano entrati entrambi nella sua stanza, anche la luce lì. Ivo chiuse la porta. Entrava ancora un pò di luce dalla strada attraverso la cortina, abbastanza per vedersi. Con accordo tacito, si misero sotto la coperta e si sdraiarono insieme per prima volta.
“Sei stanca, dolcezza?” chiese Ivo.
“Parla un pò più piano, amore.”
“Così va bene?” Contemporaneamente si avvicinò di più a lei e la prese per la mano. Si voltarono entrambi per guardarsi.
“Sono stanca, ma molto felice. Tu sei stanco?”
“Un pò, ma ti devo ringraziare, Marina, è stata una giornata favolosa.”
“Ci saranno anche altre che lo saranno di più.”
“Hai ragione. Ma questo giorno lo ricorderò per sempre.” Prese Marina per le braccia, trascinandola tra le sue. Lei si lasciò abbracciare, posando le sue mani tra le spalle e il collo di Ivo, premendo leggeramente su di lui con le dita e poi accarezzandolo.
“Che fortuna averti trovato, Ivo, mi sento così bene insieme a te,” sospirò. E così le parole d’ amore e i piccoli gesti esplorativi di tenerezza continuarono fino a quando si addormentarono ancora abbracciati. Erano troppo stanchi per fare di più. La prossima notte sarebbe l’ occasione di lasciare libera tutta la loro passione.


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