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STO LEGGENDO








HO VISTO

I miei angeli custodi





STO ASCOLTANDO

Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...



.. senza dimenticare Grace Papaia.


ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



********************


Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor




***********************

C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.

***********************




"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".



Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.




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domenica 13 gennaio 2008 - ore 11:20


Catarsismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ritorno in carreggiata con nuove spumeggianti rivelazioni che definisco comunemente Shaulismi, ovvero il mondo secondo me. Ci sono cose che andranno sistemate quando sarò l’imperatrice assoluta della galassia. E uno dei primi punti della mia lunga lista sarà cambiare i finali dei film che non mi piacciono.

Non è giusto che un film mi piaccia fino a pochi minuti dalla fine, e poi venga rovinato da un intervento manierista ed esagerato di un regista il cui unico scopo è sorprendere e costringere lo spettatore a rivedere le sue convinzioni sulla lotta fra bene e male. Il bene deve vincere, il male deve perdere: non sono le parole di una bambina di terza elementare, e non sono le parole di una sognatrice sciocca e prevedibile, no. Sono le parole di una persona che spera che le cose vadano come devono andare, perché da quando ci sono le rappresentazioni teatrali esiste quella cosina che ci serve a dormire sogni tranquilli ogni notte.
Vorrei quindi parlare in questo breve spazio concesso alle mie elucubrazioni della catarsi, intesa non come espressione dialettale veneta che indichi l’incontro di due o più persone in un luogo stabilito, ma un moto d’animo, uno stato psicologico ed emotivo, nelle sue varie accezioni storiche e filosofiche.
Pur con sfumature diverse, la catarsi indica una purificazione del corpo e della mente. Anche Freud faceva riferimento all’antico utilizzo di questa parola, e precisamente all’atto di liberazione dello spettatore che assiste alla tragedia. Il termine “catarsi”, da quando ne abbiamo conoscenza, è stato sinonimo di sfogo, espiazione, espressione, espulsione.
“La "catarsi" è riaffiorata nella nostra epoca all’inizio della psicoterapia moderna: il metodo detto appunto catartico di Breuer e Freud. Nel metodo catartico la rappresentazione del fatto penoso obliato (come equivalente dell’incubo) tende a coincidere con l’evocazione e quindi con la presenza del fatto penoso stesso, allo scopo di scongiurarlo. Il metodo catartico assume così l’aspetto di una ripresentificazione dell’evento infausto e di una sua esorcizzazione attraverso la rappresentazione. Freud si rese conto che ciò che agiva terapeuticamente nel metodo catartico non era semplicemente la possibilità di rappresentare il fatto penoso obliato attraverso il ricordo, bensì il rivivere il ricordo nell’ambito di una relazione di transfert che, in quanto comporta affetti, implica una mescolanza di energia e di significazione. (…)” LINK

Detto questo, se io assisto a una tragedia e vince il cattivo, non mi sento affatto meglio. Deve vincere il buono, o per lo meno se muore deve morire dopo il cattivo, e godersi la vittoria tanto sofferta. Sbaglio di tanto? Sono un’illusa? Non credo proprio, anzi credo di avere profondamente ragione.
Ieri sera abbiamo visto The Departed, di Scorsese. Bel film, intrigante e ricco di suspance, con un cast eccezionale da Jack che è insuperabile a Martin Sheen, con un sempre più grosso Alec Baldwin e un ottimo Di Caprio. Mi ha angosciata al punto giusto, ero lì che mi stringevo a Maury sotto la coperta, inquieta, fino alla scena finale sul tetto – e poi il dramma.
Sta benedetta catarsi dove cazzo sta? Mi fai preoccupare per un personaggio per due ore e mezza, sto lì col fiato sospeso nell’attesa di vederlo finalmente sereno, con quella bellissima ragazza che è innamorata di lui perché lui si interessa alle sue foto da piccola. E cosa gli fai capitare? No, tu sei un disgraziato, tu sei un criminale. Tu sei una persona cattiva.
Come James Wan in L’Enigmista. Il cattivo alla fine scappa! I ragazzi muoiono! Non è giusto! Io devo andare a letto adesso, devo sognare che il bene trionfa. Non principesse che resuscitano da 100 anni di dormiveglia o pifferai che si tirano dietro i topi della città suonando The girl from Ipanema. Devo sognare che le cose ai buoni vanno bene, almeno nella finzione. Perché se nella realtà non va bene, ti prego almeno nella finzione.

Quando sarò imperatrice assoluta della galassia farò fare film solo a Disney & Pixar.




Ops. Dovevo avvertire prima che ci sono degli spoiler nel blog, vero?
Ok, lo dico adesso, sappiatelo. = Ci sono degli spoiler nel blog =


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giovedì 10 gennaio 2008 - ore 23:41


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Arrivo a casa che ho solo voglia di buttarmi a letto. Scrivo già troppo cose che non mi piacciono e non ho tempo per scrivere quelle che mi piacciono. Ho scoperto che il cinismo non fa per me ma ci convivo silenziosamente. La città è piccola e un mio collega è un vecchio amico di mio moroso. Ho iniziato a truccarmi, ma pochissimo, e potrebbe passarmi la voglia a breve. Ho delle unghie terribili. Ho mangiato più carboidrati e grassi oggi dell’ultima settimana, e domani ho la cena con le donne. Mi piace Cat Power. Ogni uomo interessante che ho conosciuto ha al suo fianco una donna rompicoglioni. Ho quasi imparato le mie parti di teatro, ma non mi sento pronta alla prima. Mi sto drogando di Alfred Hitchcock. I miei genitori hanno comprato la lampada da terra più brutta che mente umana possa immaginare. Ho venduto il mio piumino a mia madre e me ne son comprato uno in supersaldo per recuperare economicamente poche decine di euro.

Ho comprato delle ballerine verdi con la punta gialla, le ho portate in camera senza farle vedere alla mamma. Poteva andarmi peggio, potevo comprarle a quadretti, o a pois. Invece sono verdi con la punta gialla. Neanche male.
Le avevo inizialmente prese viola con la punta lilla, ma dopo 10 minuti e mezza camminata sono tornata indietro per cambiarle, e ho preferito il verde e giallo, e ora ho delle ballerine verdi e gialle. Non ho mai avuto delle ballerine e le ho comprate verdi con la punta gialla.

Ho scoperto che sono la vincitrice mondiale del guinnes dei ripensamenti. Sono la regina del tornare indietro, l’imperatrice assoluta del cambio-idea. Ogni volta che faccio una cosa, compro una cosa, dico una cosa, mangio una cosa: ogni volta poi ci ripenso. E’ patologico. Inizia a spaventarmi, e parecchio.



Ho sonno. Domani altra giornata decisiva. Sono a pezzi.


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martedì 8 gennaio 2008 - ore 18:27


Tramezzinismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Voi non li conoscete, e vi perdono per il semplice fatto che non ve li ho ancora presentati a dovere; ma se mi lasciate fare il mio lavoro un giorno vi ci porto. Forse non ve l’ho mai detto, ma io sono stata guida turistica di Treviso, e ho accompagnato gruppi anche numerosi attraverso le deliziose meraviglie della Marca Gioiosa che riposano e verdeggiano racchiuse dalle mura rinascimentali. Quindi è mio dovere illustrarvi ogni bellezza della mia città, e non posso assolutamente far passare sotto silenzio i tramezzini di San Leonardo: sono patrimonio italiano, e se non erro sono pure protetti dal FAO. Fanno parte dei beni artistici e culturali del nostro Paese, sotto stretta tutela del Ministero dei Beni Culturali.
I tramezzini di San Leonardo si presentano sotto le mentite spoglie di tramezzini. In realtà è pane farcito di sostanze stupefacenti che inducono ad assuefazione, addirittura sottomissione, non semplicemente arrendevolezza: sono droga pura. I tramezzini di San Leonardo stregano l’avventore e mortificano qualsiasi altro tentativo di comporre tramezzini. Dopo aver assaggiato i tramezzini di San Leonardo, sarete costretti ad eliminare qualsiasi altro vostro fornitore di tramezzini, e sentirete l’impulso irrefrenabile di tornarci ogni qual volta vi fosse possibile. Ogni mattina, all’alba, dopo che l’ultimo abitante di Treviso è andato a letto e prima che il primo si svegli, le ragazze che gestiscono la Tramezzineria aprono le porte del bar a piccoli gnomi che portano enormi vassoi stracolmi di 16 diversi tipi di tramezzini fatti nelle loro tane con le loro delicate manine laboriose e spruzzati di polvere di stelle. Gli gnomi sistemano i tramezzini nella saletta sul retro senza farsi aiutare né vedere dalle cameriere, e ad esse impongono il più rispettoso riserbo: il segreto dei tramezzini non si può svelare a nessuno.
I tramezzini di San Leonardo sono esposti in una piccola vetrina che fa da contorno a una delle piazze dimenticate del centro storico, appunto piazza San Leonardo. Da lì controllano il traffico cittadino e vigilano sui pranzi e gli aperitivi degli abitanti, e non. Una volta ho trovato una signora di Bergamo che era venuta perché aveva sentito il profumo del cotto mozzarella melanzane. Un’altra volta mi sono imbattuta in un bambino scappato da casa sua nel casertano perché la sua mamma non voleva fargli un tramezzino col pane fresco di giornata al gusto di gamberetti e zucchine. Una mia zia è accorsa in piazza con la corriera (e soffre terribilmente il mal d’auto) perché aveva sognato un tramezzino uova e asparagi e l’istinto era stato di mangiarne subito uno. E non mi dimenticherò mai di quella volta in cui è venuto il sindaco di un paese vicino con una felpa emo coi teschietti per passare inosservato, e si è fatto preparare una guantiera con due per ogni tipo, ed è fuggito su una vespa guidata da un finto giapponese con la macchina fotografica al collo.

Da guida turistica non dovrei permettermi slanci affettivi che non siano consoni alla mia professione, ma spero di farvi cosa gradita nel consigliare quelli che a mio avviso sono i capisaldi della Tramezzineria. Io inizierei con un classico tonno e uova. Successivamente si può apprezzare la variante tonno e patate prezzemolate, di gran lunga la migliore fra tutte in vetrina. Di grande impatto emotivo i tramezzini con soppressa e chiodini e porchetta e radicchio. Come non ricordare i già citati gamberi e zucchine e cotto mozzarella e melanzane. Il tramezzino con mozzarella e verdure grigliate per i vegetariani, crudo philadelphia e olive per i golosi, fesa di tacchino ricotta e pomodoro per i salutisti, e peperoni salame e salsa piccante per gli amanti del genere. Ottimo invece il tradizionale cotto e funghi, e l’immancabile zucchine speck e brie.
I tramezzini di San Leonardo non sono solo buoni da mangiare, sono anche belli da vedere. Sono di quelli arrotolati, cosa che un cultore dei tramezzini disapproverebbe subito. Ma vanno assaggiati. La tradizione li vorrebbe triangolari, il che però andrebbe a scapito del contenuto e del pane da tramezzino. Il ripieno infatti è abbondante e ridondante di sapore, e il pane è fresco di giornata, soffice e sorridente: non si potrebbe progettare un tramezzino triangolare con quel pane e con quel ripieno. La soluzione migliore è quella dell’arrotolamento e del ripieno trasbordante.

Un giorno, quando al posto di quel fatiscente decadente palazzo-topaia che sorge accanto alla Tramezzineria metteranno un tre piani di Zara, Treviso potrà dirsi tornata agli splendori che la resero celebre all’epoca della Serenissima.


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domenica 6 gennaio 2008 - ore 12:53


Padovismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il primo viaggio dell’anno nuovo è stato a Padova, che uno dice miiiiii addirittura Padova, e invece sì, Padova.

Sono una stoica irreprensibile impavida donna emancipata. Io ho una macchina con le gomme più lisce delle scarpe che compri nei negozi a basso costo, quelle che scivoli perfino sugli zerbini da quanto sono lisce. Ecco, proprio così. E proprio così sono partita, da sola, con questa macchina di burro, senza luce interna, senza autoradio e con l’i-pod a un orecchio (io, non la macchina) perchè l’altro orecchio mi serviva per prestare attenzione alla strada, giustamente. Pioggia sottile e rompicoglioni, nebbia che non si vedeva a 10 metri, freddo che batteva duro. Un’ora di strada al primo giro, un’ora e qualcosa al secondo, in tutto un centinaio di km: la Noalese a 60 quasi costanti non l’aveva mai fatta nessuno, che vergogna. Ma chi va piano va sano e va lontano, e con orgoglio e senza rassegnarmi al primo errore di navigazione sono arrivata diciamo senza problemi. Il problema reale non era il mio, ma quello dei gestori e dipendenti del locale, nei confronti dei quali vi risparmio una lunga riga di insulti, in onore di una serata che non voglio rovinare nei ricordi. Quindi mi trattengo, incompetenti e incapaci che non siete altro. E la tessera sapete dove ve la potete mettere?



Una sfortunata deviazione di percorso, una telefonata impanicata, alcuni sms di dramma interiore, ma poi il sereno, il City Hall e la fila e il foglietto per la tessera. E fu così che la Shaula arrivò al concerto dei Freeway e si divertì un casino.

Ho scoperto che a vedermi in foto e a leggermi sul blog do l’impressione di una voce diversa. Più seria, più sensuale, più profonda, più donna. Invece, alle orecchie degli attoniti astanti, io squittisco come uno scoiattolino. Credo addirittura mi abbiano inconfessatamente definita fastidiosa. Sì beh, non sono la Callas, e mi sento costretta a confermare che più di qualcuno mi ha fatto notare l’irritante tonalità a cui riesco ad arrivare se sotto pressione, o in ambienti affollati e confusionari. Ah, e poi folletto è stata un’altra definizione, ma non credo dipendesse dalle stelle alle orecchie. Quelle mi sarebbero valse per lo meno una dedica canora, ad esempio Jem, visti gli orecchini. Solo che il mio ormai ex amico Zilvio, che mi aveva promesso una dedica canora se fossi davvero venuta a Padova da sola, e che mi aveva promesso una birra per ammortizzare la spesa dell’inutile maledetta carta per entrare al City Hall… Ma non voglio parlare del mio ex amico Zilvio.

Voglio parlare di un sacco di donne che hanno reso la mia serata incantevole.
La dolcissima Vale che ho incontrato appena scesa dalla macchina e che mi ha scortata attraverso il fantastico mondo delle code agli ingressi (e il coraggioso moroso Andrea che ci ha salvati dalla perdizione e dalla malattia mentale).


copyright Valevally

La Caterina, che mi ha iniziata all’abbordaggio di giovani ed ambigui camerieri con le parole magiche Birra e Pipì (strettamente collegate in diversi ambiti dello scibile umano).
La Francesca Beatrix, che ho atteso invano per due ore e che tentava in tutti i modi di sopravvivere all’angusto atrio presidiato da un vecchio imbecille che faceva le tessere, ma che poi è entrata così pallinosa da essere ancora più Sex And The City di come me la immaginavo.


copyright Beatrix

E la mini Elila, cantante d’eccezione, che ha comprato Harry Potter a mezzanotte sfidando le ire di genitori lobotomizzati da piccoli figli diabolici.


copyright Beatrix


copyright Elila


copyright Elila

E poi due uomini astuti, temerari e birrafondai, che mi hanno offerto da bere con arguzia, perché andava fatta giustizia, e giustizia fu. City Hall svegliati fuori.

Bella serata, anzi bellissima serata. Ora che ho capito quali sono le uscite giuste, andata e ritorno, posso farlo più spesso. Non troppo, perché non vorrei che ci si abituasse alla mia presenza e poi il mio arrivo fosse sotto tono perché scontato. No. Ma voglio venirci più spesso in qualità di donna emancipata che guida nella nebbia. Come mi sento figa, oggi.
E ho appena riascoltato la mia voce registrata ieri sera, mentre guidavo, ascoltavo Brad Paisley, mi puntavo il cellulare alla bocca e cantavo. Cantavo che ragazzi era una figata. Con una voce, sono costretta ad ammettere, parecchio fastidiosa.

Vi aspetto tutti a Treviso, che avanzate da bere, e anche un paio di cicche, e io avanzo un viaggio.





Dai che sono buona e ti ho anche messo i grassetti come piace a te.

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sabato 5 gennaio 2008 - ore 09:03


Collezionismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Voglio ora parlare di una delle mie due collezioni (le uniche che ho cominciato e che mi hanno permesso di perseverare anche con una scarsa quantità di oggetti collezionati), cioè quella collegata direttamente ai miei viaggi. Premetto che il mio animo kitsch si esprime al meglio nelle collezioni, e ve lo motivo con le palline che se le scuoti fanno la neve sui monumenti. Cosa c’è di più kitsch di quelle piccole sfere di vetro con la base lavorata e il nome della città in rilievo, con i monumenti stilizzati e mezzi storti che arrancano precariamente nella tormenta? Beh, io le colleziono.
I miei genitori non amano viaggiare, non mi hanno mai spronata a farlo né mi hanno incitata quando me ne capitava l’occasione, anzi. Sono dei sedentari veneti all’antica. Antica con il mondo piatto e mostri con venti teste oltre lo stretto di Gibilterra che inghiottono i navigatori insolenti.
Io invece avevo questo pallino, grazie al cielo non mi è mai passato, e ho cominciato nel 2003 – meglio tardi che mai. E con il primo viaggio è arrivata la prima pallina col Big Ben. Io e la Arianna nella fredda Londra in giro per mercatini e negozi, in quel momento così triste, così disperato. Ed è arrivata la prima pallina. È stato un caso, dovevamo portarne una in dono alla mamma di un amico, ma lei la voleva grande. Io mi sono innamorata di quella in miniatura, è stato amore a prima vista.
È che quando inizi non finiresti più, di viaggiare intendo. Quando vedi che con un aereo in poche ore puoi essere dove vuoi, risparmi per andarci appena puoi, ovunque. E fu la volta di Roma, con i miei angeli custodi nell’aprile 2004, finalmente Roma e la pallina col Colosseo. E poi a settembre dello stesso anno New York City, la mia grande mela dentro una pallina con la neve.
E toccò alla Tour Eiffel, di finire in una boccia di vetro, nel settembre dell’anno dopo, e poi toccò alla culla del rinascimento, quella incantevole Firenze che ho amato al primo sguardo, e l’estate successiva alla sorprendente Berlino. Poi a S. Francesco, ad Assisi, che adesso si staglia imponente sullo scaffale di mezzo, accanto alle altre palline. La collezione si è fermata causa terza tappa newyorkese, ma posso sopportarlo, credo.
Le mie palline, i miei viaggi. Se ne stanno lì, sulla mia libreria, davanti al mio orgoglioso muro di libri. Se ne stanno lì, con la neve a terra. E valgono più delle fotografie. Senza prendere aerei, treni, senza fare benzina, senza spendere una lira.
Ho fatto pochi viaggi? Sì, è vero. Ma che soddisfazione essermeli pagati tutti da sola, non aver chiesto niente a nessuno, no, tutto io, tutti miei. Guadagno poco perchè sono ancora una studentessa cazzona, ma quello che guadagno è tutto per volare, via, lontanissima. E mi guardo e riguardo le mie palline, che mi ricordano viaggi e lavori, impegni e vittorie. Sono viaggi tutti miei. Sudati, dopo aver lavorato sodo giorno e notte mentre tutti gli altri andavano al mare. Dopo aver sacrificato uscite, amici, vacanze in spiaggia a prendere il sole che a me, personalmente, lasciano ancora poco. Non fanno per me. E non sono vacanze da pallina con la neve. Il loro turno arriverà, fra qualche anno. Io voglio volare e passeggiare cercando nei piccoli negozi i miei piccoli monumenti nella neve.



E quella che si vede nella foto accanto alla mia collezione di palline è lei, è Yellow Pecora. È proprio lei. Me l’ha comprata Luca in una libreria, tanti anni fa. È un libretto per bambini, la pecora gialla cerca un posto in cui dormire. È bellissima. Bella quanto una pallina di neve.






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venerdì 4 gennaio 2008 - ore 15:38


Bugiiiismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Io ci provo a dire bugie, ma proprio non ci riesco. Non riesco a mentire. Non è una questione etica o morale, io proprio non ne sono capace: è un’incapacità fisica, una menomazione, una limitazione. Non riesco a mentire, neanche a me stessa; non posso raccontarmi balle neanche da sola. Il che è indice maximo di stupidità e ingenuità.
Per principio mi fido di me, per credermi. Inizio sempre così, mi do fiducia e dico: perché non credermi? Sono una così cara ragazza, una ragazza buonissima che non riesce a mentire, dovrei fidarmi. Il risultato ovviamente dovrebbe essere di credermi per riuscire a mentirmi e mentire, perché credendomi non risulterebbero bugie e per tanto non avrei quel terribile blocco nel pronunciarle. Ma non riesco a mentirmi. E mi arrabbio pure da sola perché mi sono mentita e queste cose non si fanno. Và in punizione nell’angolo.

Tutto ciò è devastante. Si somma a tutto il resto delle cazzate che ho in testa, alla scarsa considerazione di me stessa, e a una serie di problemi esistenziali derivati dal fatto che io oltre a non saper mentire, non so nascondere niente. Sono un asso a mantenere i segreti, me li porto dentro come mappe dell’isola del tesoro. Ma non so nascondere quello che penso io. Allora faccio finta di non pensarlo, ma facendo finta ci penso.
Allora faccio finta che sia un segreto, e per un po’ funziona. Poi però mi ricordo che non è un segreto, sarebbe una bugia dire che è un segreto, e pensandoci realizzo che sto perdendo minuti preziosi e cellule cerebrali preziosissime per mentirmi sapendo di mentire raccontando bugie su un segreto che non esiste. E mi rendo conto che sto sprecando la mia giovinezza facendomi problemi che non esistono.

Recitare e mentire sono cose diverse. Recitare mi viene facile. Diventare qualcun altro. Essere qualcun altro, fare cose che non farei perché io SONO qualcun altro. Mentire è diverso. Mentire è fare una cosa che non farei, e farla io. Il corso di teatro mi insegna a recitare, non a mentire, non a fingere. Fingere e recitare sono due azioni distantissime. Chiunque abbia tentato di recitare solo perché sa mentire bene potrà confermare ciò che vi sto dicendo. E che mi sta demolendo.
Cerco qualcuno che voglia fare scambio di conoscenze. Io insegno a farsi venire i sensi di colpa, a non pensare alle conseguenze prima di parlare, a dire la verità quando una bugia sarebbe più facile. Ho bisogno di qualcuno che mi insegni faccia tosta, un po’ di arroganza e a mentire, mentire bene. Non tanto (se no chi lo sente il Grillo Parlante…), mi basta un po’.
Ci facciamo un favore a vicenda. Se ci sei, contattami ti prego, grazie.




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giovedì 3 gennaio 2008 - ore 09:08


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ho un periodo così e così. Boh. C’è qualcosa che ancora non mi è chiaro, qualcosa che non va bene. E ho una gran difficoltà nel capirlo, e nell’accettare di capirlo.
Ho voglia di correre velocissima, con l’ipod addosso che se metto certe canzoni mi fa correre ancora più veloce, e poi voglio saltare tipo dei fossi, prendendo la rincorsa, e cadere sull’erba morbida. E leggere un libro sul prato, e vedere la neve che scende. Voglio un sacco di cose. A me non arriva mai niente di quello che voglio.
Dicono che la neve in primavera non ci sia. Perchè? Se fa troppo freddo uscire è pericoloso, con la mia gola malata, e la neve scende solo quando fa molto freddo. Non è giusto. Sarebbe bellissimo se la neve cadesse sui fiori.

Ieri era una giornata piccola e triste. Speriamo oggi diventi almeno media.



Cigno Macigno - Stragà
Ma che cosa è una canzone
Bella che mi piace
Un po’ cigno un po’ macigno
Attaccato a una voce
E mi pare di sentirla ancora
Almeno già da un’ora

É da un’ora che mi parli
Ma non sento niente
Solo musica che brucia qui
Dentro un’auto in fiamme
Non mi fa dormire questa notte

E ho tirato un sasso nello stagno
E lo stagno è di legno

Ed un cigno macigno
Che canta contro vento

Quando canto sono un cigno
E leggero è il mio pensiero
Se ci penso fino in fondo
Vado a fondo per davvero
Se dico ti amo per sempre
Mai veramente sei domani

Ma che cosa è una canzone
Se non fa sognare
Che sembriamo solo attori noi
Doppiati malamente
Viaggio e viaggio finché arrivo da te

Ma ho tirato un sasso nello stagno
E lo stagno è di legno
Ed un cigno macigno
Che canta contro vento

Quando canto sono un cigno
E leggero è il mio pensiero
Se ci penso fino in fondo
Vado a fondo per davvero
Se dico ti amo per sempre
Mai veramente sei domani

Quando canto sono un cigno
E leggero è il mio pensiero
Se ci penso fino in fondo
Vado a fondo per davvero
Se dico ti amo per sempre
Mai veramente sei domani

Se dico ti amo
Per sempre
Mai veramente
Sei domani
Sempre
Pazienza

Quando canto sono un cigno
(E vado a destra, oh oh)
E leggero è il mio pensiero
Se ci penso fino in fondo
(Vado a sinistra, eh oh)
Vado a fondo per davvero
Se dico ti amo per sempre
(E vado a destra, oh oh)
Mai veramente sei domani
(Vado a sinistra, eh oh)

Quando canto sono un cigno
(E vado a destra, oh oh)
E leggero è il mio pensiero
Se ci penso fino in fondo
(Vado a sinistra, eh oh)
Vado a fondo per davvero

Se dico ti amo per sempre
Mai veramente
Ti amo per sempre
(E vado a destra, oh oh)
Mai veramente sei domani
(Vado a sinistra, eh oh)
Ti amo per sempre
(E vado a destra, oh oh)
Mai veramente sei domani
(Vado a sinistra, eh oh)
Quando canto sono un cigno



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martedì 1 gennaio 2008 - ore 21:08


Buonannismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Primo scritto targato 2008. Si appende in cucina il calendario nuovo della farmacia, si scrivono i dati anagrafici sull’agendina nuova, ottimo regalo della Ari Tutto firmato 2008, un anno pieno di cerchi. Quand’ero alle medie, e anche negli anni successivi a voler essere onesta, mi piaceva cambiare le lettere, scriverle in modo personale ed artistico.
La A grande fatta a triangolino con la barretta rasoterra, la B da libro di testo con la pancetta bassa invece della L con la stanghetta, la N che viene fuori come la U, la S stampatello nel corsivo scolastico (ci siamo passati tutti, la S corsiva non la si scrive più, così come la Z, la P, la B e la F). Toglievo pezzettini di lettera per rendere la mia scrittura più agevole, più rapida, più personale. Ci fu il periodo in cui preferivo una scrittura più tondeggiante, il periodo in cui mi piaceva inclinare, il periodo in cui prediligevo gli slanci verso l’alto delle letterine allungate, il periodo delle parole grandi grandi nelle righe “di quinta”, e il periodo delle frasi minuscole sul quaderno a quadretti.
Sono passati almeno 10 anni, e non voglio pensare a quanti esattamente, ma c’è stato un periodo in cui facevo l’8 con due cerchietti, uno sopra e uno sotto. Non la pista da automobiline Polistil con il passante incrociato, no. Due cerchi distinti, tangenti ma distinti.



Questo è un anno pieno di cerchi, due zeri e un otto. Che fa quasi quattro. Quattro cerchi. Speriamo che quadrino.

Ho smesso di fare i buoni propositi per l’anno nuovo da un sacco di tempo, tanto non riesco mai a fare tutte quelle cose che mi ero prefissata. Ho smesso perché alla fine non ci credevo neanch’io, e non si avverava mai niente, mai.
La cosa importante è solo una: non perdere di vista la Silvia che ho riscoperto nell’anno appena concluso. Una Silvia entusiasta, interessata, che prova e spinge, che non si fa spegnere. Una Silvia che ci prova, sempre. Mica ci riesce, ma ci prova. Una Silvia capace di riscoprirsi nei momenti duri, e di godersi le cose belle - che capitano, a volte.
I buoni propositi, figurati. Li ho fatti, sì, ai tempi della scuola. Facevo a gara con la me stessa degli anni precedenti per trovare buoni propositi sempre più buoni e divertenti. Per stupire me stessa con nuovi stimoli, input che mi davo e non tramutavo in azione e reazione. Sono grande, ho smesso di credere ai miracoli, credo solo a quello che vedo, anche se non sempre mi piace. E credo alle favole. Che non sono miracoli, stanno su un altro piano. Le favole sono più belle dei miracoli, e non hanno religione.

Buon duemilaotto. Che anno pieno di cerchi. Facciamo quadrare un cerchio, uno lo teniamo buono per il giro tondo, e gli altri due uno sopra l’altro. Speriamo che sia un anno di soddisfazioni. Speriamo.
Buon duemilaotto. Otto.



PS: bello avere in casa un medico che trasforma il mio semplice mal di gola in qualcosa che ha una denominazione e un termine tecnico: ho la faringite. Non ho il mal di gola, o come dice la Dany “a goea che gratta”, no. Io ho qualcosa che sa molto di scienza e tecnica, qualcosa di terminologicamente corretto, di determinato e quindi curabile: faringite. Sono quasi fiera della mia malattia. Che poi malattia non è, ma siamo poveri comuni pazienti, noi.
Chi ben comincia è a metà dell’opera. Quindi se quello che fai a capodanno lo fai tutto l’anno, mi faccio in vena di antibiotici da domani. Auguri.

PPS: e queste sono le ultime foto del 2007. In attesa di riceverle un po’ più grandicelle...













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domenica 30 dicembre 2007 - ore 15:09


Giornalismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sono stata contattata da una testata cittadina per sostituire una dipendente in imminente stato di licenziamento – la mia amica ha trovato un nuovo lavoro in cui verrà pagata, e non è poco. In 24 ore sono passata da nulla sapiente non esistente a provetta giornalista che prende appunti alle conferenze e punta i registratori alle bocche degli assessori. Sono pure stata presentata a colleghi, colleghe e concorrenti, nonché al capo redattore. Però, e in ogni mia avventura c’è un però, dopo questo iniziale entusiasmo e una pausa pranzo scandita dagli spritz, ho appreso che il mio approccio con il giornalismo non è stato dei migliori. O forse come approccio anche sì, ma non c’è storia. Fra tutti, dico fra tutti, chi dovevano mandare a seguire la politica comunale? Chi dovevano mandare a presenziare ad assemblee, giunte, riunioni e conferenze stampa? Io non ci sono proprio portata.
Io sono una scrittrice eclettica, sono una creativa, sono fantasiosa e irrazionale, e tendo a privilegiare la mia autonomia anche quando sarebbe opportuno sottostare a un’autorità superiore, e cioè a quella di un editore. Io sono la Silvia letteraria, non sono la Silvia giornalista. Un cronachista scrive a comando, sotto imposizione, scova la notizia e scrive di quello in quel preciso momento; la Silvia che sono io non sa scrivere a comando, la Silvia scrive a estro, a ispirazione, la Silvia crea, non fa riassunti – anche se il fantastico dono della sintesi è effettivamente un traguardo molto ambito da questa Silvia capace di scrivere in 10 parole quello che è scritto in 5.



Mi vorrebbero mettere a fare cronaca comunale. Ovviamente ci sono spunti interessantissimi che provengono dalle varie ordinanze (Treviso è ricca di personaggi pittoreschi, spesso caricaturali), ma io con la politica c’entro veramente poco.
Mica si tratta solamente di politica, certo. Per il Comune passano tutti e tutte le pratiche, ma nella grande maggioranza dei casi si tratta di interventi territoriali, di delibere, di decisioni, di elezioni, di bilanci e preventivi. Soldi e politica non fanno parte del mio mondo. Non ho la vocazione, non ancora.
Mi sono offerta di scrivere un breve articolo che spieghi cosa sia avvenuto alla conferenza a cui ho partecipato in mattinata, ovvero la presentazione del nuovo calendario di Treviso. Anche piccoli avvenimenti come questi devono ottenere il giusto riconoscimento, tutti possono e vogliono finire su un giornale. Ho proposto l’articolo come banco di prova, ma la mia proposta è stata vista quasi come una provocazione. Io volevo solo presentarmi per le mie doti, scarse o discrete decida lui, ma non ho ottenuto il successo che volevo. Il mio articolo interessa quanto il sangue da naso.



La mia onestà, quella vocina interiore che non riesco a far tacere o per lo meno a mitigare, mi ha anche fatto ammettere davanti al capo che la mia competenza in materia di politica si colloca sotto l’immaginaria linea della sufficienza (che sia un 60, un 18 o un 6, la percentuale è la stessa). Mi ha chiesto quanto ne sapevo da uno a dieci (sempre odiato i numeri), e con innocenza ho sparato un 3, ma sottolineando la mia perseveranza, la mia convinzione, la mia voglia di imparare e la mia capacità di apprendere velocemente. Ho poi focalizzato sulle mie straordinarie qualità di scrittrice di strada, di favolista e narratrice – qualità che mi sono state confermate quali estremamente importanti anche se non indispensabili. Ma non ho esperienza, e la mia chiamiamola-arroganza di essere onesta potrebbe punirmi, e mi punirà. Quando mi sono accorta che stavo esagerando con il realismo, e soprattutto quando mi sono accorta che essere onesta e sincera non è una qualità apprezzata nel giornalismo, ho volato basso ed ho tentato con la tattica opposta, cioè elogiando esponenzialmente quelle quattro caratteristiche che possono essermi utili in un lavoro del genere. Ma non è il dipendente che mette i paletti, non è il nuovo arrivato inesperto che pone dei limiti all’editore. Ho cercato di mostrarmi per quel che sono, ma era meglio rimanere nell’ombra, perché a quanto ho capito non sono sufficientemente formata. Loro hanno bisogno di un esperto giornalista che faccia cronaca, politica e economia. Io non lo sono, affatto.



Quindi credo che, se proprio non decideranno di rischiare prendendo me, l’occasione sarà sfumata prima ancora di venir definita possibile o probabile. E quindi credo di essermi fottuta con le mie stesse mani. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Piango, piango. Non preoccuparti che piango.


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mercoledì 26 dicembre 2007 - ore 11:56


Natalismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi accingo a mangiare di nuovo. Il giorno di S. Stefano è il giorno del pranzo con chi non c’era a Natale. E si mangia di nuovo. Ma non si mangia minestrina e bollito, no. La mamma sta spignattando dall’alba.
Come fa uno a mantenere la linea sotto le feste? Intendo dire, non puoi rifiutare portate o assaggi, perchè ci restano male. Trattasi di pietanze prelibate, prodotti acquistati appositamente o fatti arrivare da mondi lontani, cucinati con enormi difficoltà e lunghissimi processi, costati anche parecchio, parrebbe. Rifiutare sarebbe maleducazione. Anche richiedere una porzione minore è maleducazione, avanzare sul piatto è maleducazione, non accettare il bis è maleducazione. A Natale se non ti ingozzi come un maiale pronto per il macello non va bene. Devi scoppiare, devi arrivare a implorare che non si avvicinino più con nulla che abbia una lontana parentela con la cucina. E tutti i capi di abbigliamento regalati a Natale, che ti stavano a pennello, nel giro di due giorni finiscono nel cassetto più basso della cassettiera, in attesa di tempi migliori.

Ieri pranzo in agriturismo, le 5 ore più lunghe che mi sarei mai potuta immaginare – antipasto misto, tre primi, quattro secondi di carne, tre contorni, tre dolci (la morte cerebrale). Pranzo che è terminato tra gemiti e conati alle 17.00, giusto in tempo di arrivare a casa e cambiare le scarpe e andare a casa del mio uomo per stare tranquilli sul divano a guardare La Spada Nella Roccia. Poi a fare un po’ di auguri in giro, hey, è ora di cena. Cena? Chi ha parlato di cena? Io non voglio cenare, ho finito di mangiare due ore fa. Allora non si cena, è una cosa diversa. Cena a base di pandoro panettone stella di natale dolcemars e torta agli amaretti. Perchè non si cena, il giorno di Natale, ma non si rifiuta una fetta di dolce, è maleducazione, la padrona di casa ti guarda con gli occhi iniettati di sangue. Non rifiuterai mica una fetta di dolce, eh. Di ogni dolce, sia mai. No, non rifiuto. [Faccio direttamente bonificare il mio prossimo stipendio al dentista per farmi curare le carie che mi spunteranno come funghi dopo la pioggia nel bosco.]

Sento dal piano di sopra provenire profumo di faraona con salsiccia e porcini. Il pasticcio è in attesa di essere infornato. Il musetto sta annegando in pentola, la polenta non aspetta altro che di essere versata. Il radicchio immancabile è pronto sul canovaccio ad asciugare, la tovaglia buona (quella bianca ricamata a mano) è già stesa. Agrumi in quantità industriale, panettone senza canditi (se no scateno la mia ira post feste). E vedo già nel cesto della roba da regalare quel paio di pantaloni che ho preso prima di Natale, usati solo ieri, e che non mi entreranno mai più.

Ne approfitto per inserire le foto di ieri, ma solo una e solo per una ragione: finalmente io e i miei fratelli abbiamo una foto tutti e tre insieme che sia decente e che sia digitale.



Indipercui ve la beccate e giocate a trova le somiglianze: chi somiglia a chi? Io una mia idea ce l’ho, su chi di noi tre si somiglia maggiormente. Siamo carini eh?

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