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mercoledì 5 dicembre 2007 - ore 11:47


Storia della follia moderna
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Nel presente, varcate le soglie del duemila, che a detta di molte “vaticinations inutiles” sarebbe dovuto essere l’anno della fine del mondo, un demone, seppur di seconda classe, sguazza come un porco nel fango, in questo mondo di falsità, rancori e vizi.

La corruzione regnava sovrana, all’interno dell’amministrazione comunale, e non mi fu difficile percepire il dolciastro odore dell’insoddisfazione misto alla sfrontatezza che dona il denaro, perciò mi recai nei locali del comune, per poter designare ancora una volta, quello che sarebbe diventato il mio “involucro” (a me piace definire in questo modo, i corpi che indosso) per compiere l’ennesima nefandezza…
La mia attenzione cadde su una conversazione che Daniele, l’assessore all’urbanistica e ai lavori pubblici, stava intrattenendo con un proprietario di una ditta vincitrice di una gara d’appalto del comune, a proposito degli strani movimenti filigranati che la scelta di quella ditta in particolare aveva creato. Il tono della conversazione era pacato e tendeva allo scherzoso, evidentemente i due erano sicuri di non essere ascoltati da nessuno che fosse all’oscuro del loro segreto. Si, quell’ometto e i suoi poteri all’interno del consiglio comunale facevano al caso mio, avevo trovato la mia nuova veste…
In quei giorni era arrivata all’attenzione del consiglio l’insana richiesta, da parte di uno dei tanti “scemi del villaggio”, di una superstrada che collegasse la città all’autostrada del sole, distante “solamente” duecento chilometri. In un’altra città, una proposta del genere non sarebbe neanche stata presa in considerazione, se non per farci quattro risate sopra, ma con un’amministrazione che aveva eliminato tutti i parcheggi riservati ai disabili per sostituirli con quelli a pagamento, tutto sarebbe stato possibile.
Per cui, al momento della ridicola votazione riguardante quest’ennesima combine, l’unanimità approvò.
Dopo questa scelta, però, sorgevano dei problemi logistici: uno dei tralicci del cavalcavia su cui sarebbe stata fatta passare la superstrada, sarebbe sorto proprio in mezzo ad un incrocio, era possibile collocarlo in una nuova locazione, ma sarebbe occorso un altro progetto, altri soldi, e… non era il caso.
La soluzione del problema venne osservando lo stradario di quella zona, era possibile deviare il traffico ad un altro incrocio, più grande, che avrebbe potuto sostenere il nuovo flusso di veicoli, tramite l’istallazione di una rotatoria. Tuttavia il traffico avrebbe subito un grosso fastidio per i lavori che sarebbero stati effettuati per la grande aiuola circolare: un quadrivio di strade a doppia carreggiata si sarebbe trasformato, in quell’incrocio, in un’unica striscia di automobili.
Il tempo passava e la rabbia montava nell’animo degli automobilisti, erano nervosi appena usciti di casa, sapendo che sarebbero incappati per l’ennesima volta in quell’ingorgo: è difficile da credere, ma lo stress che i motori delle macchine subiscono in un incolonnamento, è percepito anche dagli esseri umani, che accumulano sempre, fino a esplodere in tutta la loro cattiveria.
Ci si avvicinava alle feste e quella che iniziava, era l’ultima settimana prima dei vari cenoni, dei regali e dell’ipocrisia consumistica natalizia. Era un lunedì di quelli da evitare, piovigginava e tirava vento, perciò la maggioranza dei veicoli calcava i nastri d’asfalto, sbiancati ai bordi, dalla rugiada mattutina. Quella mattina sembrava non finire mai, era l’occasione propizia per aggiungere dell’altro sangue al mio otre.
Una macchina che circolava pur avendo gli pneumatici completamente privi di battistrada faceva al caso mio, dunque: una manovra sbagliata, perdita d’aderenza e la vita di Antonio, laureando in scienze politiche di venticinque anni e sassofonista da cinque, si spezza come un’ancia sotto il morso di un cane… Molti scesero a constatare il sinistro e più probabilmente a curiosare, rimanendo, chi più chi meno, stravolti dalla macchia di sangue che si allargava sotto la vettura. Fra queste persone c’era Hans, camionista olandese stanchissimo che aveva percorso, guidando tutta la notte, la distanza che separa la Terra dalla Luna. Bastò poco: un ignaro imbecille che non aveva capito la gravità della situazione si attaccò al clacson, generando un concerto che pareva eseguito dalle trombe del giudizio. Una scintilla, al camionista serviva solo quella: m’impossessai di lui quel tanto che bastava per fargli riconoscere il responsabile tra quella miriade di elefanti di lamiera, poi mi svestii di lui e assistetti alla scena. Hans andò verso il suo camion, aprì la cassetta dei ferri tra gli assi del rimorchio e ne tirò fuori una chiave inglese misura 32, la stessa che quella notte aveva usato per fissare un bullone della motrice che gli aveva fatto perdere un’ora, nel freddo delle pianure immote dal gelo. Si avvicinò alla macchina del cretino cacofonico e dopo aver rotto il vetro del finestrino del guidatore, lo tirò fuori dal mezzo strappando i suoi abiti sui vetri in frantumi, lo depose sull’asfalto e lo percosse con l’attrezzo, fino a generare una pozza di sangue e brandelli di cervello ossa e pelle che faceva passare in secondo piano quella che era stata causata dall’incidente, in preda a una frenesia che si poteva riscontrare solo in uno sciame di calabroni disturbati da un insetticida.
L’uomo, come è noto, è un animale tra i peggiori: quando sente l’odore del sangue reagisce come qualsiasi predatore del mondo faunistico, i suoi attributi vitali vengono esaltati dall’adrenalina. Niente più sonno, dolore o diversità di idee: in quel momento tutti gli automobilisti diventarono un corpo solo, smarrito, impaurito e con una forza da spaventare anche il metallo.
Qualche decina di metri indietro, rispetto al luogo del massacro, tra le macchine imbottigliate c’era anche una mercedes nera, una macchina molto costosa, che in aggiunta, possedeva anche dei finestrini oscurati e un autista al comando, era la macchina che generalmente veniva utilizzata dall’assessore ai lavori pubblici e all’urbanistica, che affacciatosi dal finestrino posteriore per capire cosa stesse succedendo, fece l’errore più grosso della sua misera e corrotta vita. La folla, che gli dava le spalle, si girò verso di lui idrofobica e nello stesso momento, come richiamati da una voce misteriosa… ah ah ah!
In un momento l’uomo realizzò cosa stava succedendo e fece per uscire dallo sportello, ma la vicinanza della sua vettura ad un’altra, impediva la manovra… La folla si dispose attorno al veicolo come un nugolo di formiche che si avvicina ad una preda morente, cento braccia distrussero i vetri e un rivolo di sudore scese dalla fronte dell’uomo…

Si è sempre contenti, quando ci si diverte a compiere in maniera tanto buona il proprio lavoro, non c’è che dire, questo è uno di quelli che preferisco…

R! & T#

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sabato 22 settembre 2007 - ore 19:33


La segretaria.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Attenzione: linguaggio non adatto a minorenni.

C’è una cosa nell’essere umano che mi ha sempre attratto: l’accoppiata sentimenti spezzati ed alcool. Per questo motivo io, Ultorious demone di seconda classe, decisi di entrare nel corpo di un barista di mezza età assunto a tempo pieno in un discreto bar del centro. Sia ben chiaro, creare dolore e caos è il mio obiettivo primario, però talvolta mi delizio nell’osservare le facce da cane bastonato di alcuni avventori, od ascoltare i consigli all’amico speranzoso di alleggerire il proprio dolore. Certo potevo entrare nel corpo di uno di loro ed indurlo al massacro della propria famiglia... Ma diciamoci la verità: il più delle volte basta un po’ di whisky, meglio se offerto dal barista.
Ogni giorno vedevo facce sorridenti, tristi, maliziose, ingenue oppure eccitate da una scollatura. Fui attratto da una di queste. Si vedeva chiaramente che lei non aveva nessuna intenzione di lasciarsi sedurre, mentre lui era anche troppo eccitato. Grazie ai miei poteri sbirciai nella loro vita passata. Lei, Gianna, 33 anni, separata da cinque, un figlio di due, un marito che non l’aiutava economicamente ed un lavoro di segretaria ben remunerato ma ben poco appagante. Lui, Mario, 45 anni, sposato da 9 , tre figli, proprietario di un ufficio di certificazione sulla sicurezza nel lavoro, spesso impegnato a sistemare grossi cantieri edili con un onorario ben superiore alla media, due dipendenti mal pagati, ed una segretaria davvero brava: Gianna. Era chiaro che Mario cercava in Gianna una rottura nella monotonia del matrimonio. Ed era altrettanto evidente che Gianna era lì più per difendere lo stipendio dall’inflazione che per interesse sentimentale. Era molto interessante. E’ sempre molto divertente dominare un uomo usando un corpo di una donna, perciò entrai nel corpo di Gianna.
“Dai Mario, non posso finire un altro calice di vino! Bevilo tu, sono già mezza ubriaca...”, leggevo l’eccitazione negli occhi di Mario. “Forse è meglio che mi accompagni a casa, sono le undici passate, la baby-sitter si ferma solo fino a mezzanotte.”
“E’ un peccato lasciare mezza bottiglia qua! Hai due calici? Lo finiamo a casa tua.”
Quando domino un corpo, controllo ogni sua parte. Ma continuo a percepire l’anima del posseduto, le sue emozioni, le sue paure. In questo momento la vera Gianna era molto disgustata. Io, ovviamente, costrinsi il suo corpo ad accettare la proposta.
Con disinvoltura Mario chiese di farsi portare un tappo ed il conto. Non avendo spiccioli a sufficienza, si alzò, si sistemò la cravatta ed andò a pagare alla cassa. Non lasciò nemmeno un po’ di mancia. Tornò al tavolo soddisfatto, fece cenno di alzarmi, prese la bottiglia chiusa, quindi il suo cappotto appeso all’attaccapanni, e si avviò all’uscita. Gli sorrisi nonostante non mi avesse aiutata ad alzarmi e non mi avesse preso la giacca. Fuori faceva freddo, erano gli inizi di dicembre, e lui si propose di scaldami abbracciandomi le spalle. La vera Gianna avrebbe preso un taxi pur di non fare quei due isolati vicino a lui. Mi lasciai avvolgere nelle sue spire, posando la testa sulla sua spalla con un sospiro complice. Anche uno stupido avrebbe capito che due calici di vino non potevano aver mutato l’atteggiamento di una donna. Eppure lui si sentiva vincitore. Con il suo fascino latino aveva conquistato la giovane segretaria.
Gianna abitava al quarto piano di un vecchio palazzo. Quando entrammo nel modesto mini appartamento, subito Mario cominciò ad elogiare l’eleganza degli arredamenti, la spaziosità del salotto-ingresso-cucina, il fascino dei mobili in legno laccato. La baby-sitter, uscita dalla stanza del figlio, intuì subito la situazione e se ne andò mostrando un sorriso malizioso. La vera Gianna l’avrebbe licenziata sul posto. Io la salutai ringraziandola. Mario si era già seduto comodamente sul divano ed aveva appoggiato il piede destro sul tavolino basso su cui già c’erano un posacenere di foggia esotica ed un libro: “Gli Aruspici del Reich”. Aveva in mano una sigaretta. “Posso? Hai da accendere?” Se la vera Gianna avesse avuto in mano un coltello, gli avrebbe tagliato la sigaretta, la lingua e tutte le dita del piede destro. Odiava i fumatori, soprattutto quelli maleducati. Il posacenere era un ricordo del viaggio di nozze, gentilmente glielo avvicinai posandolo sul divano mentre gli accendevo la sigaretta. L’orrore che si formò nell’anima della vera Gianna mentre pensava alle bruciature di sigaretta sul divano che stava ancora pagando, fu ineguagliabile. Continuando ad ignorare lo stato ansioso della madre che vuole rivedere il figlio, presi due calici, versai quel po’ di vino che rimaneva nella bottiglia, lo invitai a mettersi comodo ed a brindare.
Il pavone per mettersi in mostra alza la sua maestosa coda. Mario per fare altrettanto alzò il tono di voce e l’indecenza delle sue storielle da bar. La vera Gianna lo disprezzava sempre di più, io sorridevo ingenuamente. Finito velocemente il suo bicchiere di vino mi si avvicinò sussurrando parole dolci imparate a memoria da chissà quale diario scolastico. Lo guardai negli occhi come un bimbo che aspetta il suo primo cucchiaino di pappa. La vera Gianna mostrava ben poco appetito, ed appena le labbra si toccarono in un profondo bacio, dovetti non poco faticare per tenere a freno la sensazione di vomito che ella provava. Accettai di buon grado le mani di Mario sui miei morbidi seni, ma non volli concedere di più. Stringeva le mani come se stesse modellando dura terracotta. Nonostante ciò, mugugnai di piacere. Per tenerlo in pugno cominciai a baciarlo sulla guancia, sul collo, e sull’altra guancia, mentre con le mani frugavo tra i suoi pantaloni. Pregando che avesse una buona igiene intima, gli abbassai la cerniera, sciolsi la cintura e gli feci manifestare tutta la sua dura eccitazione. Nei brevi attimi che passarono da quando le mie labbra lasciarono il suo collo per baciare il suo giocattolo, mi complimentai per le sue dimensioni. La vera Gianna provava un senso di soffocamento misto ad un disorientamento da vertigini. Cominciavo a divertirmi. Tra un “maialona” ed un “porca”, anche Mario emise i suoi complimenti alla mia bravura. Complimenti che ingoiai per evitare altri suoi baci. Dopo una breve sciacquata tornò velocemente a casa.
Avevo le chiavi dell’ufficio. Il giorno dopo andai al lavoro con un’ora di anticipo. Guardai tutti i progetti in corso e mi soffermai sulla costruzione di un complesso residenziale in periferia. Era chiaro che il costruttore puntava ad economizzare su tutto, e Mario aveva appuntato tantissime cose che non andavano. Bene, il mio piano poteva realizzarsi in poco tempo.
Quando a metà mattinata arrivò Mario, mi chiusi nel suo ufficio. Mi avvicinai a lui guardandolo maliziosamente e cominciai a baciarlo sul collo. Era faticoso dominare la forza repulsiva della vera Gianna. Frugai subito nei pantaloni, e quando spuntò tutto il suo piacere di rivedermi, mi limitai i massaggiarlo, dicendogli:
“Mario, stavo pensando che potremmo fuggire assieme con una marea di soldi.”
“Ho intestato tutto a mia moglie...”
“No, cucciolotto mio, ho una idea migliore. Stamattina stavo cercando la relazione per la Edermont, quando ho visto le note che stai preparando per la Edilstar. Beh, non ce la faranno mai a sistemare il cantiere e starci dentro con il ricavo delle vendite.”
“Sono affari loro!”
Cominciai ad affrettare il mio massaggio.
“Potresti farti pagare un milioncino e chiudere gli occhi su qualcosina.”
“Ah, Beh, ecco, veramente... Si, Ah...”
“Il costruttore deve spenderne almeno una decina per ogni appunto che hai scritto. Fatti dare un decimo e firma che tutto è apposto. Cucciolotto mio, con 4 o 5 milioncini andiamo a Cuba a vivere come nababbi, io e te da soli, ci pensi?” Non ci avrebbe mai pensato. Prima che aprisse bocca, le mie labbra stavano già aiutando le mani nel loro intenso lavoro. E dopo aver nuovamente munto e bevuto il suo latte, gli chiesi se voleva incontrare il costruttore domani. Rispose con un lungo, profondo e rauco sì.
Il giorno dopo decisi di rimanere presente durante l’incontro: bastarono due mie occhiate dolci per fagli passare tutti i dubbi sollevati dal costruttore.
Passò un altro paio di giorni e portai di persona i progetti autorizzati al costruttore. Quello stesso giorno telefonai in ufficio dicendo che non stavo molto bene, tornai a casa e reprimendo una fortissima repulsione da parte di Gianna, picchiai il bimbo. Non lo uccisi: crescerà odiando la madre. Andai a costituirmi. Abbandonai il corpo di Gianna al suo nuovo destino, certo che in prigione od in manicomio non mi avrebbe ostacolato.
Scelsi di entrare in un corpo di una barista che lavorava giusto davanti al cantiere. Era un piacere vedere un centinaio di operai che lavoravano senza protezioni.
Il momento più sublime arrivò durante la posa di una enorme trave al secondo piano. Doveva unire due fabbricati simili per poi innalzarsi di altri tre piani. Due gru la stavano sollevando, ma una valutazione sbagliata fece rompere uno dei due tiranti, la trave cadde da un lato colpendo in pieno un gruppo di operai, e dette uno strattone di lato alla gru, che sfortunatamente restò in piedi. In compenso poco dopo cedette l’altro tirante facendo cadere il resto della trave sulla cabina di pilotaggio uccidendo altri due operai e provocando un cortocircuito. Prima che il motore si spegnesse la stessa gru ruotò velocemente a destra andando a schiantarsi sul tetto di una palazzina dall’altro lato della strada. Cascarono diversi calcinacci, uno colpì in pieno un’auto mandandola fuori strada e causando altre tre vittime ed una marea di feriti gravi. Accorsi subito ad aiutare i feriti più gravi, prediligendo chi bestemmiava con maggior ardore e cercando di spostare qualche vertebra a chi avrebbe potuto evitare la carrozzella.
Riassumendo: due morti per la caduta della trave, due nell’abitacolo, tre per l’incidente d’auto ed il suicidio del direttore dei lavori fanno 8 morti, a cui s’aggiunge la scomparsa di Mario, la pazzia di Gianna ed una ventina di mutilati sul lavoro.
Un altro lavoro ben fatto...

t#

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lunedì 25 settembre 2006 - ore 01:01


Un difficile vicinato.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


ATTENZIONE. E’ presente linguaggio scurrile.
Non si consiglia la lettura ai più giovani.


"Smettila troia, o le budella che ti farò mangiare stasera saranno le tue!”
Quella volta la vittima l’avevo scelta davvero bene. Svolgere ottimamente il mio lavoro di creatore di caos è molto importante. Mi presento. Sono un demone di seconda classe, mi chiamano Ultorius, e penetro nei corpi umani per cercare di portare quanta più confusione posso in questo orrendo pianeta. Dovete sapere che la scelta del futuro involucro è una cosa da fare con molto criterio. E’ troppo facile calarsi nei panni di un terrorista e fare una strage: la farà anche senza il mio apporto. Ed è altrettanto inutile diventare un tutore della pace e massacrare in nome di un dio o di una nazione. L’hanno già fatto tante volte, lo faranno ancora. No, per avanzare nella mia carriera devo calarmi nei panni di un qualsiasi civile, portarlo all’esasperazione e fargli commettere una strage. Fu così che scelsi Giacomo, un tranquillo ometto di mezza età, sposato e con due figli quasi ventenni. Grande lavoratore, uomo onesto, un’unica pecca: il profondo odio per il suo vicino Antonio. Quest’ultimo si trasferì dalla città dove lavorava come direttore di banca a causa di un suo cassiere poco solerte nel lavoro. Pagò le conseguenze con un trasferimento in una piccola filiale della periferia. Tutto sommato non ne era dispiaciuto. La vita in campagna è migliore, l’aria più pulita, ed il vicinato meno indiscreto. Acquistò mezza bifamigliare, la fece ristrutturare spendendo una discreta somma e vi si trasferì con la moglie. Inutile dirvi che l’altra metà della bifamigliare era abitata da Giacomo, e che durante tutto il periodo dei lavori di sistemazione, quest’ultimo si lamentò spesse volte per la confusione, i rumori in orario protetto, la polvere che arrivava fino a dentro il suo culo, le nuove crepe che si erano create, il tetto malmesso che pisciava acqua continuamente, ecc, fino ad arrivare ad alcune denunce ed una sentenza in tribunale. Antonio non era sprovveduto: aveva le sue carte da giocare. Per una strana coincidenza, i periti che analizzarono i danni, il giudice addetto alla causa, e perfino un carabiniere che feceva spesso dei sopralluoghi, avevano tutti aperto un nuovo conto corrente nella filiale. Indovinate chi vinse la causa. Beh, come vedete la situazione era molto calda. Direi accogliente per un demone. La mia vittima era un barilotto di dinamite con la miccia vicina alla mia mano ardente. Sarebbe bastato un tocco e la strage sarebbe esplosa in breve tempo. Quando entrai nel corpo di Giacomo scoprii che aveva pure un tumore allo stomaco in fase molto avanzata che l’avrebbe portato alla morte in poche settimane. Perciò non avevo molto tempo per fare il mio lavoro. Domenica mattina Teresa, mia moglie, accompagnò i figli a messa. Fingendo un forte bruciore allo stomaco restai a casa. Rimanendo a letto le dissi che sarei sicuramente andato dal dottore il giorno dopo. Dopo una mezzora dalla sua partenza sentii un continuo rumore. Scostai la tenda della camera e diedi un’occhiata al mio odiato vicino. Era intento a tagliare l’erba. Uhm, il rasaerba aveva il motore a scoppio. Erano le otto e mezza. Orario protetto... Senza neppure levare la vestaglia scesi in giardino, presi un piccolo sasso e grazie alla mia ottima mira, colpii in testa Antonio. Questi si voltò di scatto, mi vide, la sua espressione divenne nera, mi urlò contro:
“Che cazzo fai? Vuoi vedermi morto?”
“Che cazzo fai tu! La gente dorme! Il casino del tuo trabiccolo si sente fino in chiesa!”
“Ma tu guarda questo stronzo! Si sveglia alla mattina con l’uccello moscio e se la prende con il mio rasaerba!”
“Moscio? Vuoi che vengo là e te lo metto...”
Non finii la frase. La sua moglie lo raggiunse e lo distrasse tirandogli il braccio. E’ un peccato lanciare le offese e lasciare che il vento se le porti via. Il motore del rasaerba copriva la voce della moglie, vidi lui annuire, spegnere il motore ed andarsene via guardandomi torvo. L’avevo stuzzicato ma non era ancora il momento di agire. Ora avrei chiamato i carabinieri, l’avrei denunciato, lui si sarebbe incazzato, ed io avrei fatto una piccola strage. Peccato non avesse figli. Io, lui, sua moglie. Tre morti son pochini. Lo vidi andarsene in macchina. Molto probabilmente andava a prendere i suoceri, lo faceva quasi tutte le domeniche. I suoceri... potevo arrivare a cinque, non male! Rientrando in casa cercai il telefono. Alzai la cornetta, uno uno tre... il centralino dei carabinieri era occupato: avrei riprovato più tardi. Poco dopo arrivò mia moglie. Appena entrò ebbi un’idea: avrei litigato anche con lei così l’avrei uccisa. E se pure i miei figli avessero tentato di proteggerla, sarei arrivato ad otto! Gioia! Delirio! Onnipotenza! Godevo al solo pensiero. Ripresi in mano la cornetta. Il centralino era ancora occupato. Mia moglie chiese distrattamente chi stessi chiamando. Evocando tutta la rabbia che trovai in quel vecchio corpo risposi:
“I Carabinieri! Quello stronzo di Antonio faceva un rumore assurdo questa mattina, lo devo denunciare! Certa gente sta meglio in carcere a farsi rompere il culo dai finocchi tossici omosessuali e negri!”
“Giacomo! Calmati! Non hai diritto di parlare così dei carcerati, ed è ora che lasci in pace il tuo vicino! ”
“Smettila troia, o le budella che mangerai stasera saranno le tue!”
Allungai la mano verso la cornetta. Lei si avvicinò, era quello che aspettavo! Con un impeto di rabbia la spinsi per terra e le mollai pure un calcio sul fianco. Lasciandola senza fiato per un po’ non avrebbe urlato. Andai giù in cantina a prendere la mannaia. Era il momento giusto. I miei figli erano nelle loro camere, non mi videro, peccato, sarebbero rimasti orrendamente disgustati. Uscii allegramente di casa. Toh, i carabinieri erano già arrivati. Sarà l’appuntato Norcia, è sempre lui a fare i sopralluoghi e scrivere le mie denunce. Bene, ucciderò anche lui. La cosa si fa davvero interessante! Nove... o anche dieci se c’è il maresciallo. Scavalcai la piccola siepe che separa le due bifamiliari. Andai verso il garage, di solito lo lasciano aperto. La macchina non c’era, Antonio non era ancora arrivato. Cazzo, dovevo aspettarlo! Andai ansiosamente verso la strada. La fortuna era dalla mia parte. Da lontano vidi il suo jeepone nero arrivare. I miei poteri confermarono che era lui, e con se portava i suoceri! Una strage di famiglia! Dal garage entrai in casa cercando di non fare rumore. Cercai la voce del carabiniere, così da trovare un posto consono per un bell’agguato da porre ad entrambi. Ma quello che udii era di tutt’altra specie. Mugolii di piacere! Dovevo immaginarlo! Salii in fretta le scale, volevo coglierli sul fatto! Aprii di colpo la porta della camera. Erano li. Lei completamente nuda cavalcava il carabiniere in divisa con le mostrine dorate! Che scena divertente! La porta sbattè contro un mobile. Lei urlò senza neppure voltarsi. L’appuntato Norcia sgranò gli occhi stupito, si aspettava il marito, non il vicino con la mannaia! Dal mio sorriso traspirava tutto il potere demoniaco che stava esplodendo nelle mie viscere. Alzai la mannaia per cominciare il mio lavoro. Il carabiniere con una mano gettò di lato la donna, con l’altra estrasse la pistola dal fodero. Feci due passi. Bang! Il primo proiettile trapassò questo mio inutile corpo. Con quel poco di vita che mi restava abbassai la mannaia sulla donna. La colpii violentemente alla schiena, sentii le costole rompersi, il sangue schizzarle attorno, e l’anima andarsene via piangendo. Il carabiniere sparò il secondo colpo. Giacomo morì. Uscii dal suo corpo, ma restai nella stanza per godermi la scena. Norcia si alzò dal letto con la pistola in mano. In quel momento altre persone stavano salendo le scale. Altre tre vittime? Quando entrarono nella stanza, videro il corpo di lei nudo con la mannaia piantata nella schiena, Giacomo disteso ai piedi del letto con due grossi buchi grondanti sangue ed infine Norcia, in divisa, con qualche schizzo di sangue, con l’attributo bene esposto ed ancora eccitato, e la pistola in mano. Aprirono la bocca. Forse per chiedergli cosa fosse accaduto, per urlare o per invocare il loro dio. Non lo seppi. Il terzo proiettile trapassò la suocera, il quarto Antonio, ed il quinto il suocero. Tutti ben piazzati, tutti mortali. Gliene restava uno. Si avvicinò alla scrivania, prese la sedia, una carta, una penna. Restò immobile qualche minuto, seduto davanti al foglio bianco. Quando cominciarono a sentirsi gli ululati delle sirene guardò la canna de fucile puntata verso se stesso, mormorando:
“Coglione, hai fatto la cazzata ed in galera con i froci non ci vai. Il culo è sacro.” Sparò il suo ultimo colpo, e il foglio di carta fu firmato dal suo sangue.

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martedì 19 settembre 2006 - ore 13:45


Storia del quotidiano
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi presento: sono il ragioniere Herbert Stonehouse, impiegato di banca, sposato e con due figli e una suocera a carico.

Come ogni mattina, mi sveglio verso le sei per portare il cane della rompicoglioni (leggasi suocera) a fare i suoi bisogni,
affinchè non pensi bene di allagarmi il salotto... La stronza, visto che abitava in campagna fino alla morte del marito, ha
pensato bene di prendere un cane piccolo piccolo: un mastino napoletano di cinquanta chili, e la sveglia a quell’ora, che
prima ritenevo assurda ed inutile, è diventata una necessità visto che la bestia può provocare diversi danni se lasciata libera
di fare ciò che vuole... Ogni mattina una levataccia, ogni mattina una bestemmia, ogni mattina uno strappo ai tendini della
spalla, visto che non è possibile camminare con un cane così grosso nella normale tranquillità, appena vede un cane o una
bicicletta diventa matto e comincia a correre, e cinquanta chili che tirano non sono il massimo della vita...
Tornato dalla passeggiata (simile di più ad un provvedimento del Savonarola), veloce colazione e poi via al lavoro, in una piccola
filiale di periferia, della Grande Mela... Ovviamente, nei giorni di pioggia, è più rapido arrivare a Boston, anzichè fare i venti
chilometri di tragitto, ma nella normalità ci si mette un quarto d’ora scarso... Oggi non era un giorno normale... Arrivo in banca
alle nove, anzichè alle otto e mezza e il direttore, un uomo corpulento e imbelletato come un porco col cilindro, mi viene a fare
la solita menata del ritardo, a me che in quindici anni di servizio ho ritardato due volte... Espiro ed inspiro, tanto ha comunque
ragione lui... Solite pratiche, la signora Berry che viene a fare il suo solito estratto conto, il professor Jones che viene a controllare
che le mazzette degli studenti siano state accreditate a suo nome e così via... Una routine di giorni tutti uguali, che placherebbe
anche il desiderio di libertà di gente come Roald Amundsen... Ma io, dopo anni di servizio, sono immune a qualsiasi fatto che
avviene nella mia giornata, lavorativa e non... sono immune, visto che sono anni che le giornate scorrono tutte uguali, nel limbo
della vita di un piccolo uomo, magrolino, leggermente stempiato, con occhiali spessi e gilet, dietro ad uno sportello di una banca...
Sono uno stereotipo e non me ne vergogno: ognuno tira a campare come può ed io non sono diverso...
Ore dieci e mezza, c’è la pausa caffè e ingollo il liquido nero e amaro come il fiele in un’unica sorsata, perchè dopo la corsetta
mattiniera, al riposo dei muscoli, subentra la spossatezza... Mi capita, dopo bevuto il caffè, di sgranare gli occhi e sembrare un
cocainomane come ne ho visti solo alla televisione dato che nel sobborgo dove vivo, composto da villette tutte uguali con il loro
bel prato verde e pensionati che falciano il prato, non è facile vederne... Ora di andare a casa e beccarsi il traffico dell’ora di punta,
puntuale come sempre, all’ora dell’uscita da lavoro... Per fortuna che il direttore non mi ha trattenuto per gli straordinari, ormai quasi
quotidiani, che non disdegno, pur di non sentire il chiacchiericcio delle due streghe che mi aspettano a casa...
Si ritorna a casa, e trovo i mie due figli: Aaron di anni sedici, sanguigno e libertario nello stile del rumore che chiama metal e che
ascolta sparandolo a tutto volume dalla sua camera e Wendy, diciottenne molto più inquadrata di lui, vestita con la divisa della sua
scuola, nascosta tra i libri di legge che spera possano darle l’indipendenza e portarla fuori da casa...
Mia moglie non è più la donna che ho amato e sposato: si è trasformata nella donna perfetta, modello American Beauty, inglobata dal
lavoro e dalle creme di bellezza, per apparire più giovane dei suoi quarantacinque anni... La suocera... beh, evitiamo...
La mia vita potrebbe sembrare vuota, inutile e perfino noiosa, a tutte quelle persone che non hanno la mia ragione di vita, la tranquillità...
E’ per tranquillità che seguo lo stesso modello di giornata da anni, per non pensare a niente e non credere niente... Vita inutile? Io la
considero una vita di transazione, prima della morte...

Questo è il mondo di Herbert, un insignificante uomo che navigando nel mare della noia: un mare piatto e pallido, avvolto dalla nebbia
della tranquillità, sperando di giungere nel tranquillo porto della morte, prima o poi...
Cosa potrebbe succedere se all’improvviso il nostro uomo cambiasse totalmente, alla mia entrata in scena? Ultorius, demone di seconda
classe, per servirvi...

Ecco cosa accadde, quel martedì 13 marzo 1984, dopo che il signor Stonehouse ha fatto la mia conoscenza, ad una pompa di benzina
talmente anonima da essere ideale per la mia "vestizione" dell’abito del bancario bloccato dagli straordinari...
Ovviamente, compiendo il mio lavoro non è raro che mi imbatta in soggetti come questo, che ad un certo punto della loro vita, caratterizzata
da un ammorbante piattume, sentono scoccare una scintilla e compiono delle azioni che neanche lontanamente si sarebbero sognati di
compiere... Si pensi ad un uomo qualunque che compie un massacro a casa per una stupidaggine di litigio, di persone che si ammazzano
in un parcheggio di una discoteca, per una donna, per un graffio su una macchina, per un futile gesto di scortesia... Il mio lavoro consiste
in questo, ma non è detto che sia un demone a tarlare la mente di queste persone: basta che la normale routine si faccia troppo pesante e
dopo anni di umiliazioni, di rospi ingoiati, di schiaffi ricevuti, la persona in questione compie una spontanea evoluzione, riportando alla luce
la metà selvaggia, nascosta nel labirinto dell’inconscio... Ma questo non è uno di quei casi...
Il diavolo che "veste" il nostro uomo potrebbe rispondere male al direttore della banca, dopo la protesta per dei banali quanto rari cinque minuti
di ritardo, potrebbe dare uno schiaffo alla moglie che lo accusa di vivere solo aspettando di morire, o tagliare il collare del cane e levarselo dai
cosidetti, finalmente...
Ma le cose non sono andate esattamente così...

Mercoledì 14 marzo 1984:
Mi sveglio dopo un sonno ristoratore che dopo ogni possessione è quantomai necessario, e comunque assorbendo un corpo en assorbo anche
le funzioni vitali, come la stanchezza... Solite sei e mezza del mattino e il cane della megera è davanti al portoncino d’ingresso, solitamente...
Si esce in strada ma non per la solita passeggiatina biologica, bensì per studiare l’ambiente in attesa della prima vittima, ma il cane è di troppo...
Come ogni mattina allo stesso incrocio ci sfreccia davanti l’autobus che porta in centro, ma questa mattina ho deciso che il cane deve subire la
giusta punizione per anni di levatacce. Così "casualmente" mi scivola il guinzaglio e il cane, abituato ad avere una forza che lo tratteneva, schizza
in mezzo alla strada, proprio mentre stava passando un camion della nettezza urbana...fine... un problema di meno...
Si ritorna a casa, e finita la breve colazione solitaria, visto che tutti dormono, mi avvio verso la macchina per andare al posto di lavoro, ma il solito
stronzo ha parcheggiato davanti alla mia Pontiac del 75, uno stronzo che ancora non sapeva cosa è in grado di fare un uomo posseduto...
la macchina verrà ritrovata appoggiata sul tettuccio, fracassata in ogni sua parte, perchè sia chiaro che Herbert ha qualche caratteristica nuova...
E’ una bella giornata, sole che nasce tra i grattacieli di Manhattan, uccelli che cinguettano in un cielo terso da nuvole, e smog in diminuzione,
segno che il diavolo assegnato a quell’incarico ancora non si è svegliato, per il duro lavoro che ha compiuto nella notte, dove diverse decine di
alberi si sono appoggiati ai palazzi o su qualche sfigato che stava circolando in macchina a quell’ora... E’ una giornata d’inverno e il fiato condensa
sul freddo parabrezza della macchina, che sarà presto sgombro dal vapore, visto che per un’entità infernale, che brucia come il fuoco di mille
bivacchi, asciugare un vetro è il minimo... Non mi è mai dispiaciuto guidare, fin da quando questi mostri che sembrano provenire dalla mia dimensione,
sono apparsi su questo ricco e variegato pianetucolo, dove (perdonate il bisticcio di parole) un povero diavolo come me trova il suo habitat...
Faccio un bel giro panoramico della città, gustando tra i vari quartieri i disagi sociali delle classi meno abbienti, assaporando il male incurabile
di questa società dedita all’autodistruzione, dove la presenza demoniaca dona un senso di decoro sotto alcuni aspetti...
Il motore della Pontiac, giunto a temperatura di regime, ronza silenzioso in un coro di rumore di pneumatici, e mi porta a destinazione, verso le
undici... Entro in banca con il solito umore di Herbert, misto tra rassegnazione e serenità e alle disquisizioni del direttore sul mio ritardo, rispondo
con un’occhiata che vale di più di mille spiegazioni, tanto che il lardoso superiore abbassa la cresta e torna nel suo loculo di vetro e cemento...
Dietro allo sportello, con gli immancabili visitatori, ma questa mattina non è come tutte le altre e decido di interagire con i vari soggetti che popolano
la vita di un bancario... All’arrivo della fedelissima signora Berry, con la sua consueta andatura leggermente claudicante, in attesa del suo estratto conto, le
domando:
-Salve vecchia strega, ancora in attesa dell’assegno dell’assicurazione sulla vita di suo marito? Non dovrebbe essere tanto frequente nel controllare,
la polizia potrebbe insospettirsi e decidere di fare luce su quel caso di omicidio compiuto da ignoti, e sul suo alibi, che sappiamo entrambi essere
falso...
Ovviamente la vecchia, abituata alla pacata cortesia del vecchio Herbert, rimane di sasso e dopo qualche secondo di attesa sente il rumore del suo cuore
che va in pezzi, e non metaforicamente... Cade a terra e dopo qualche secondo di convulsioni entra nella fase del rigor mortis, e posso sentire la sua energia
abbandonare quel decrepito corpo e penetrare nel mio, come un nutriente spuntino prima di pranzo... L’ambulanza arriva a sirene spiegate, ma come ho già
detto, torna all’ospedale dal quale è partita a sirene spente dato che non c’è più niente da fare...
E’ il turno del professore corrotto, con questo decido di godermela, un po’ di sana violenza psicologica è molto meglio di una pugnalata in pieno stomaco:
-Buongiorno professore, anche quest’oggi è arrivato il suo bonifico, ma per curiosità quanto si fa pagare per far passare un esame? Qua vedo delle belle cifre,
e non credo sia così meschino da far pagare questo bel malloppo solo ad una persona, ma forse sbaglio...
-Lei resti al suo posto, svolga il suo patetico lavoro con la massima celerità ed efficienza, e lasci me, un custode del Tempio di Ippocrate, fare il mio... Io plasmo
giovani menti, e faccio entrare nel gotha del potere di vita e morte solo gli elementi meritevoli, quelli che non perdono tempo in fronzoli amorosi e passano il
loro tempo dedicandolo allo studio, se poi ci sono persone che devono ottenere quel fatidico pezzo di carta, e sono disposti a pagare il prezzo della loro
ignoranza, non vedo perchè non ne debba approfittare...
-Ci mancherebbe, solo che qualche capacità l’ho sviluppata anche io: so per certo che all’uscita dell’ateneo, questa sera, troverà ad attenderla alcune di
queste persone che ritiene non meritevoli di ottenere il suo titolo di studio se non previo pagamento, e le assicuro che le loro intenzioni non saranno delle
migliori...
Stizzito il "barone" raccatta dal bancone la sua notifica di movimento, e lascia la banca con un umore leggermente più ombroso di quando era entrato...
Musica per le mie orecchie e per la mia brama di caos... Arriva la pausa pranzo, nella quale sono solito uscire per andare a mangiare qualcosa nella tavola
calda antestante la banca, dove tra gli esponenti del popolino, ci sono esemplari di raro interesse: per esempio quella donna vestita in tailleurs impeccabili,
che tra una foglia di insalata e l’altra, racconta alla sua pettegola commensale i vari rapporti sessuali di quella mattina, tra lei ed il capufficio, soffermandosi
come solo le donnacce sanno fare su particolari sprizzanti ormoni... Le farà piacere sapere che quello stesso uomo col quale ha ripetuti rapporti sessuali
nella più totale disinibizione, ha contratto l’aids da una VERA prostituta e se n’è ben guardato dal dirlo a lei... Ovviamente anche se glielo dicessi non cambierebbe
niente, così lascio correre e pregusto già il terrore e la disperazione del momento in cui scoprirà il bel regalo del focoso amante...
Storie di tutti i giorni, diaboliche storie di follia umana, che mi fanno pensare alla mia missione e al modo di perpetrare il peggior male possibile al maggior numero di
persone possibile e mi viene un lampo di genio: vista la sovrumana attenzione che gli omuncoli prestano alla televisione, potrei trasmettere un messaggio
audiovisivo che porterebbe al panico e al caos totale...
Allora mi guardo attorno, non so di preciso dove siano situati gli studi dei network televisivi, perciò cercando su internet vedo i nomi delle vie e i numeri di telefono che
mi interessano...
Entro in uno di questi studios, dove stanno trasmettendo un telegiornale, e penso a come potrei intervenire per adempiere alla mia missione... Niente di più facile,
però mi serve un momento di silenzio assoluto, perciò congelo l’ambiente con le persone al lavoro per un istante e cercando dentro di me l’energia necessaria,
cambio il filmato sui danni provocati da un uragano nel midwest, che sarebbe dovuto andare in onda, con uno riguardante una strana invasione da parte degli alieni,
che pur esistendo, se ne guardano bene dal mischiarsi con creature insignificanti come gli uomini, che hanno paura di loro e che potrebbero trovare un’unità mondiale
di crisi, senza bandiere e senza interessi da parte delle multinazionali della guerra... Non voglio arrivare a tanto, farei anche del bene, perciò mi limito al caos che
creerà un filmato messo in onda su uno dei più importanti telegiornali del paese... Rimetto in moto lo studio, adesso voglio vedere le reazioni della gente, voglio vedere
la reazione del mezzobusto quando si rientrerà in studio dopo il servizio che non si potrà fermare... La notizia va in onda: si vedono alieni giganteschi che fanno strage
di persone, come nella peggior specie dei film catastrofici, solo che non ci sono effetti speciali, non ci sono raggi laser che bruciano persone, ci sono macchine che
cadono addosso a bambini, palazzi che crollano provocando migliaia di vittime tra la popolazione... Ovviamente è tutto falso ma se lo dice la televisione, sicuramente
l’opinione pubblica lo riterrà verosimile e si creerà il caos, anche se solo per il tempo di smentire la notizia, di ritenerla falsa e di cercare i colpevole che ovviamente
non sarà mai trovato...
Ritorno alla mia missione in prima persona, "indossando" l’abito Herbert e decido di far terminare la storia perchè quel poco di ricordi e di umanità rimasti imprigionati
nell’involucro mi feriscono, mi fanno asfissiare... Così torno a casa Stonehouse, tra gli strilli della megera che cerca il suo bavoso cane, purtroppo andato perso nella
mattina dei sobborghi... Mi siedo a tavola e mangio in silenzio, mentre le donne di casa mi fanno incessanti domande sul cane, su dove sia stato fino a quell’ora e così
via, ma adesso devo mangiare, sento la fame crescere e imbracciando la doppietta da caccia di mio padre sparo sul cuore alla suocera e a mia moglie, uccidendole sul
colpo. La figlia si è salvata per il rotto della cuffia, perchè devo riacricare il fucile e le munizioni sono in camera da letto, ben nascoste nei cassetti del mio comodino, le trovo.
Cerco la giovane donna che esplosa in un pianto isterico è uscita di casa e sta cercando aiuto, ma è inutile... Nessuno si interessa dei fatti del vicinato, sono tutti intenti
a combattere contro la paura e nell’omertà più bieca, prendo la mira verso la giovane testa che fornirà alla mia causa un’altra anima e un altro scheletro per la mia collezione...
Però qualcosa non va nel senso giusto e ricevo una palata da Aaron che prendendomi alle spalle mi fa sfuggire il fucile dalle mani, l’arma cadendo esplode un colpo diretto nella
mia testa e mi fa stramazzare al suolo, peccato avrei voluto creare più danni... Ci sono stati dei superstiti in questa storia, ci sono due ragazzi che cresceranno all’ombra
dello sterminio dei loro cari, causato da un uomo che si crederà impazzito per la molle quotidianità... E i giornali del giorno dopo saranno tempestati dalle mie imprese e dalle
altre notizie di cronaca metropolitana come quella dell’uccisione, mediante prolungate percosse, del professore universitario Malcom Jones da parte di alcuni aggressori,
probabilmente neri, rimasti nell’anonimato... Anche questa volta, come spesso mi capita, posso dire di aver compiuto la mia missione...

R!

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domenica 17 settembre 2006 - ore 16:55


Occhi rossi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non c’è mai stato molto da dire sulla generazione di mezzo, si niente da dire o da ridire.
Nessuna guerra vinta o persa, nessuna pace fatta o da fare, così, come una sedia spagliata in un cortile, aspettano il passo svelto di qualche raggio di sole.
Li vedevo, girare, piccole trottole acrobatiche tra i meandri delle loro esistenze, un sasso spigoloso ed eccoli funamboli del tempo a ritornare sui propri passi, e a chinare il capo scusandosi per l’eccesso.
Rido di gusto guardando dall’alto del laboratorio le mie piccole cavie dagli occhi rossi, una revolverata di “ah ah ah!”, assaporo ogni loro attimo.
Che non si dica che sia crudele, no, non sia mai, la crudeltà la vedo solo negli occhi rossi.
Amo vestirmi di vermiglio, il colore della passione.
Quante sfumature può avere questa parola? Arrampicarsi fino al cuore m’è impossibile, ma credo d’aver segnato tra viso e battito ogni pennellata diversa: per il sangue, per il vino, per l’amore, per l’odio, o semplicemente un rosso, uno dei più piatti per ogni insignificante vita che mi guarda.
Passione, mordo le labbra con i denti, penso ai piaceri della vita, ai dispiaceri ci penseranno loro. Possedere ogni istante, ogni loro amante, ogni loro pensiero, mi fa sentire tra le mani Libertà.
Domani, all’alba, domani in un corpo di donna.

Echi distanti, ancora non capisco, solo un profumo acidulo differenzia quel corpo.
E lunghi capelli rossi spazzolavo, lisci e morbidi sfioravano le spalle per ricadere stanchi sullo schienale della sedia.
Un’occhiata mordace allo specchio, la guardo per la prima volta. Qualche lentiggine ribelle le segnava la punta del naso, ed il verde dell’iride naufragava tra le acque dolci e salate dei suoi pensieri. Poggia la spazzola sul tavolo davanti a se, irriconoscibile, carico e pesante, porta addosso un disordine di fogli e ancora, quel suo profumo.
Mi guardo attorno, in quella stanza, tutto è nuovo.
E’ proprio questo che adoro: la scoperta continua.
Dei patimenti e delle torture dell’anima, dei dispiaceri, delle ingiustizie, niente mi stupisce quanto la quotidianità di questi piccoli pazzi infelici.
Libri accatastati a terra, manifesti appesi alle pareti umide di questa stanza, collanine di perle formano un patetico arcobaleno che si proietta alle pareti ogni qual volta la lampadina scopre il piccolo mondo.
Qualche foto, lei in Messico con dei piccoli appesi alla vita, sembra felice. Lei con un cane. Un uomo nascosto dietro all’obbiettivo della sua Leica.
Fuori l’aria inizia a scaldarsi, è aprile, mette una gonna a fiori che le scorre leggera sui fianchi, fermata in vita da un liscio bottone di madreperla, sopra una camicia verde bottiglia slancia il colore dei capelli non posso non fare a meno di guardarla, sento che è ciò che vuole. Non essere toccata, ma farsi desiderare un po’, come dell’arsenico per un paranoico.
Ferma lo sguardo malinconico su una piccola ruga d’espressione, lasciateglielo fare è una giovane donna, il segno del cipiglio che l’ha sempre contraddistinta. Leggera si sposta, s’accosta allo specchio ed imbratta lo sguardo, lo maschera e lo protegge con un nero che fa capire poco, nulla.
Di fretta allaccia i sandali alti, attorno alle esili caviglie, prende la borsa ed esce.

E’ Bologna la città che la vede passeggiare, assapora la fragranza agrumata che s’attacca all’aria e non la lascia, fa girare le teste agli uomini e lei,fiera sorride, sussurrando “poveri idioti! ”. E’ domenica e la città a quell’ora sembra vuota, qualche carta per terra l’accompagna all’appuntamento, un romantico sibilo che non le dispiace affatto.
Passa davanti al Santo Petronio, ma di giorno non le sembra poi così eccezionale, lo preferisce di sera, ripensa ai baci di chi l’aveva desiderata e sorride compiaciuta di ciò che è stato.
Piazza Santo Stefano è quella che preferisce, i pensieri si catapultano in un’altra epoca, la gonna si allunga e diventa vaporosa ed un giovane uomo dal suo alto cavallo la solleva da terra, la rapisce e… Ma bruscamente si ferma per cercare i cerini, si accende svelta una sigaretta che dopo poco getterà.

Mi guardo attorno, Bologna è magnifica, i sampietrini per terra solleticano il cuore, lei sembra non accorgersene troppo presa com’è, ma tutto qui sembra essersi fermato, lasciano vivere chi lo vuole davvero, ed io ne ho voglia, vivo in lei.

“Salve, scusa il ritardo.” Tese la mano, fredda, come il tono di quelle parole.
“Figurati, t’aspettavo da pochi minuti, posso offrirti qualcosa?” rispose sorridendo il giovane seduto al tavolo.
“Prendo un caffè grazie.”
Il ragazzo si dirige al banco ordina al vecchio in camicia bianca due caffè, ritorna lentamente al tavolo, lo sguardo non si vede perso tra le clarks ed il pavimento.
Lei appoggia la borsa di pelle sulla sedia libera, erano due giovani uno davanti all’altra, in un bar di Bologna.
Lo guardava intensamente come chi s’aspetta qualcosa, che succederà? Cos’avranno da dirsi?
Mancava un bottone dalla camicia di lui, i capelli erano troppo lunghi per i miei gusti, ricordo d’aver già visto le sue mani. Sposto lo sguardo curiosando tra la sua immagine vedo la Leica nella custodia, era l’uomo dietro l’obbiettivo, ma si, nella stanza, poco prima.
Lei è nervosa, le gambe accavallate tremano come foglie, mi infastidisce questa supplica muscolare. Ferma, zitta, non ti muovere, le urlo contro, mi dimentico, lei non sa di me.

My boy lollipop, la canzone stonata di quel momento, mi diverte quella vocina, solo la cameriera ancheggia florida a ritmo mentre il caffè caldo esce dalla tazzina.
Nella testa di Erica, solo un abisso in cui i suoni si confondevano in una discarica cacofonica di preoccupazioni.
Il rumore delle bottiglie che il vecchio riordina dietro al bancone, la canzone, la pedalata di una bici fuori, la risata della cameriera, le tazzine appoggiate al tavolo, un cucchiaino che cade, tutto la stava sfinendo.

“Ti senti male?” chiese Francesco avvicinandosi all’altra metà del tavolo.
“No. Mostrami, sono venuta qui per questo, lo sai bene, non ho tempo da perdere, mostrami le foto.”
“ E’ questo che ho sempre odiato in te, non apprezzi il momento, pensi al tempo come una cosa inutile, ti sei sempre sbagliata.” Le rispose in modo così amaro e se ne accorse lui stesso che bevvero un goccio di caffè nello stesso momento per mandare giù quel veleno e complici sorrisero, ancora una volta, perdonandosi.
Nella testa di Erica, scorrevano immagini felici di loro due assieme, piccoli fiori sopra il cuscino, l’immagine di una mano d’uomo sul suo ventre, devo ammetterlo, questo accomuna i miei piccoli pazzi infelici: l’euforia di giocare a nascondino con i ricordi.
Sento i più svariati profumi, le sensazioni sulla pelle, fotogrammi, quella mano, i fiori.
Ma non voleva farsi toccare dalla felicità, diceva tra se “riuscirò a dimenticarti, ci sto lavorando… ci riuscirò.”
Francesco alza una borsa di iuta da terra, prende una cartellina e passa il tavolo con una mano, lentamente sposta i granelli di zucchero, se ne va la dolcezza.
“Eccole.” disse.
E lentamente poggiò le foto, Erica le sfogliò una ad una.
Francesco era un ragazzo, nessun’altra qualifica. S’erano conosciuti ad una manifestazione in primavera.
Lui aveva il mondo in mano, l’avevo capito, aveva il mondo e la giovinezza, tutto ciò che si vuole.
Niente da perdere, teneva stretta la libertà dentro l’obbiettivo della sua Leica, non credeva in niente e nessun altro che se stesso.
Erica aveva una laurea e una stanza in appartamento a Bologna, una bici ed una buona dose di fantasia. Un tempo alla lista avrebbe potuto aggiungere anche Francesco, ma i vagabondi restano nel cuore e nella mente, in qualche foto, ma non per sempre.
Erica aveva sempre tutto da perdere: il lavoro, la sicurezza, lui…
La giovane guardava le foto, provenivano da ogni parte del mondo, gli occhi si facevano lucidi e rossi, cominciavo ad annoiarmi, quando diventano patetici non li sopporto. Francesco invece sembrava uno che “ci sa fare”, senza tanti problemi. Aveva bevuto il caffè in un sorso ed ora stava fumando una sigaretta, guardando Erica dritto e severo.

“Guerra. Come sei stato capace di fotografare queste tragedie, come?” sussurrò Erica con un filo di voce.
“Con una Leica, la mia!”
“Non essere cinico, non esserlo con me, io..” ma la interruppe.
“Tu… tu pensi di scrivere del mondo standotene dietro la tua piccola scrivania, nella sicura redazione di un giornaletto mediocre, credi di mettere apposto la coscienza così.”
Tentava di sviare, sapeva che Erica l’avrebbe portato nel loro passato, non sarebbe riuscito ad uscirne.
C’era di più, un astio che andava oltre agli scrupoli di coscienza, alle scrivanie in formica, che c’era?
“Tu pensi che sia stato facile starmene qui, per me, sapendo che saresti potuto essere ucciso da qualche militare,sotto una bomba… così per un dannato ideale, la tua vita vale un ideale signor Libertà?”
Le lacrime le rigavano il viso, le guance erano in trappola, gelide, il verde del prato nei suoi occhi era sbattuto da un freddo maestrale, il suo cielo li dentro,era rosso, come in un tramonto.
Finalmente, qualcosa si scosse in lei, ed il cipiglio usciva come un boia dalla fronte.
Francesco la guardava, non sapeva che dire.
Le prendeva la mano “Parti con me, domani, un reportage a Berlino, lascia andare la tua vita. Lascia che corra! Troverò un lavoro li, voglio sapere, è troppo grande il mondo per restare confinati in questa città. Erica, ci sono troppe ingiustizie che ancora dobbiamo capire, troppe cose che possiamo fare.”
Erica lo guardava, pensava al giornale, ed io le urlavo contro vattene donna stupida, vattene con lui. Lei sorrise, si asciugò il viso sul dorso della mano e si accese una sigaretta. Il caffè era freddo, non l’avrebbe più bevuto.
“A che ora la partenza?” chiese come una bambina, sgrezzata dal pianto.
“Parti con me?” dritto e sicuro Francesco era il re delle provocazioni.
“Non puoi volere una risposta ora, ora non ci riesco, potrei farlo domani. Ho tempo fino a domani?” scostando con una mano il fumo del tabacco.
“Certo, è il tuo tempo, fanne quello che vuoi, domani sera parto.”
Erica maternamente raccolse le foto, messe nella cartellina, le lascia sul tavolo. Prende la borsa e con un gesto leggero sposta i capelli ed il profumo viaggia nell’aria pesante di quel pomeriggio.
Appoggia le sue labbra su quelle del ragazzo, senza guardarlo, il suo saluto, se ne va..

Quella sera passava veloce, tra le sigarette e qualche bicchiere di vino rosso, Erica, piccola cavia quella sera anche lei aveva supplichevoli occhi rossi, cercava la sua ricompensa, cercava la sua risposta.
Il tempo, il tempo passava e la giovane donna si rendeva conto degli anni passati inutilmente, passati nella normalità di un lavoro, di una stanza, di una vita.
Si diceva: “Io, io che ho capelli rossi che vivono nel vento, io che ho occhi verdi che rinascono ad ogni raggio ed io, maledetta che mi accontento…”. Solo il lume della candela sopra il tavolo bagnava d’oro i libri, le poesie, i fiori secchi.
Piangeva.
Il verde stava lasciando spazio al rosso, della disperazione.
Ero abbastanza soddisfatto, l’ennesima riprova della debolezza di questa razza, io che vivo di passioni e loro piccoli indifesi che vivono solo nella disperazione, avevo terminato così in maniera romantica questa volta: una giovane donna disperata e sola ed uno spirito libero che partiva.

Ma a volte ci sono vite più forti di ogni altra cosa.
A volte gli occhi rossi si curano con un buon collirio ed anche i topi più rassegnati ritornano ad essere aquile. M’immergerò in altre vite, questa volta hanno vinto, Erica ha preso le sue cose quella sera ed ha chiuso a chiave la porta
Sono stato negli anni settanta gente e Bologna resta una gran bella città, anche se dicono che il mondo li fuori, cominci ad urlare. Mi siedo in un bar di periferia, qualche centesimo per oscurare il globo con My boy lollipop, mi fa ridere.
E di voi, di Berlino o del Vietnam, non m’importa nulla.

I!


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venerdì 15 settembre 2006 - ore 14:07


First time
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi chiamo Ultorius e sono un demone di seconda classe...
La mia missione non consiste, come quelle del Maligno o di alcuni miei colleghi, di provocare guerre, epidemie, suicidi
di massa... A me piace guardare, l’uomo non ha bisogno di alcun demone, ci pensa e ci ha sempre pensato da solo,
all’autodistruzione, alla corruzione, allo sterminio di massa, perciò trovo che il lavoro di un demone, in questa moderna
società non porti nessun tipo di giovamento alla lunga lista di anime che entrano nell’Ade... Anzi, noi creature dell’aldilà
abbiamo dovuto alzare i nostri "standard": al giorno d’oggi non si va all’inferno con una semplice bestemmia, o col tradimento
delle persone care o con atti lussuriosi, e le anime non ci vengono vendute più, chiunque ci regala l’anima solo per poter
vivere una vita lunga e felice... Dicevo, il mio lavoro consiste nella corruzione degli uomini, mi impossesso di un corpo, creo
quanto più scompiglio posso creare e una volta esaurita la forza vitale di quell’involucro di carne, lo getto e mi impossesso di un altro.
Sono un diavolo e svolgo il mio sporco lavoro, e non dovrei ricordare le nefandezze che compio sotto forma umana, ma per
meriti raccolti sul campo (come per esempio la strage di Oklahoma City) mi è stata concessa questa, seppur minima, possibilità.
Ricordo di suicidi insensati, di stragi preannunciate, consumate e condannate, quando bastava solo guardare il mondo
attraverso il suo colore e non con la sfumatura di filigranata propria del denaro... Ma vi voglio raccontare una storia di comune
disperazione, dettata dalle condizioni ambientali, economiche e politiche di quel tempo:

Storia dei tempi passati.

E’ quantomeno impropriato però eravamo nell’ A.D. 1531, in un piccolo paese contadino alle porte di una decadente Roma...
Mi apprestavo a svolgere il mio compito, in un’epoca dove la legge del più forte sovrastava ancora le moderne e "libertarie"
normative del caos moderno, e c’era un uomo: Duccio da Senigallia, comandante di una schiera di mercenari noti in quel
periodo per la ferocia con la quale colpivano, sotto diretti ordini dei nobili, tutti i contadini, le donne e i bambini che popolavano
quelle terre, esigendo dagli uomini liberi decime asfissianti e dagli schiavi giornate di lavoro allucinanti, che cominciavano prima
del sorgere del sole e terminavano dopo il tramonto... Era inverno e gli alberi da frutta, spogli dalle foglie e da un minimo barlume di
vita, spiccavano nei terreni semi incolti come sterpaglie nel deserto... Era il tempo della raccolta delle olive, e schiavi e uomini
liberi lavoravano lontano dal paese, distante troppe ore di viaggio per poter pensare al tepore del focolare domestico per la notte...
Si dormiva in alcune baracche di fortuna, e una volta riempiti i fienili di grossi sacchi di iuta colmi dei preziosi frutti da destinare
alla produzione di olio, arrivava dal paese un uomo con un carro, caricava i sacchi e li portava nei frantoi del paese, pronti
a divenire fonte di sostentamento dei signorotti locali... Duccio e la sua combriccola, vigilavano facendo si che ogni uomo compisse
il proprio dovere, e non lesinavano punizioni corporali per i ladri o per quelle persone troppo stanche per riuscire a proseguire nel
lavoro. Duccio era un uomo di mezza età, aveva all’incirca una trentina d’anni, ma era ben lontano dal saperlo, a lui i numeri
risultavano come le lingue dei mori o dei barbari: incomprensibili. Aveva girato il mondo conosciuto, prestando servizio, al soldo
di padroni occasionali, che gli davano la libertà di compiere i selvaggi atti di cui era schiavo, complice una brama di sangue che
aveva fin da giovane. Sarebbe dovuto nascere nell’epoca dei gladiatori, con un forcone in mano a trucidare avversari e cristiani nel
vicino Colosseo. Ed era un uomo solo, nessuno si accostava a lui senza timore, senza aver paura delle mille cicatrici che segnavano
il suo corpo dopo altrettante battaglie... Ho sempre pensato che gli uomini anche nella loro pazzia e imprevedibilità fossero comunque
da considerare come abiti, da indossare per compiere la mia missione, Duccio era un "abito" giusto e me ne impossessai appena
ebbi l’occasione, durante il chiarore del plenilunio di una delle lune d’inverno... All’apparenza non sarebbe cambiato molto, la gente
aveva paura di lui come uomo e avendo dentro di sè un’entità satanica non destava troppo scalpore...
Una delle donne che attorniavano i lavoratori uomini, fornendo il cibo necessario alla sopravvivenza, curando il fuoco e pulendo le olive
dalle foglie, si chiamava Agnese, era una giovane donna, aveva passato da poco le venti primavere e la sua pelle splendeva nella notte
come la lanterna di un’osteria... Anche l’uomo Duccio aveva già pensato di deflorarla, di stuprarla a suo piacimento e se avesse creato
problemi, non avrebbe avuto patemi nell’ucciderla... La donna accompagnava i fratelli e il padre nel duro lavoro, ed era figlia di una
delle puttane del paese, della quale il padre si era innamorato ed aveva avuto con lei i suoi cinque figli, nel peccato, fuori dal matrimonio...
Si erano poi sposati, ma all’arrivo del nobile di quelle parti che reclamava il suo Prime Noctis, la donna si era ribellata ed era stata uccisa
dagli uomini della scorta... Il padre era un uomo segnato dall’età, che sembrava più vecchio di quanto in realtà non fosse, a causa
degli strazi che aveva dovuto sopportare a causa del suo grado di schiavo... Era innamorato della moglie, e stava ancora lottando
contro la pazzia per averla persa.
In genere non mi facevo scrupoli sull’abusare di una donna, però in quella particolare occasione sarei dovuto stare molto attento,
se lo venivano a sapere i famigliari della ragazza, sarebbe potuta scoppiare una rivolta e anche uccidendo i molti lavoratori, sarebbe
stato difficile spiegare al nobile finanziatore che le sue piantagioni erano ancora piene di frutti a causa di una scopata e sarebbe stato
difficile incassare il soldo pattuito. Così decisi di aspettare, sebbene il desiderio fosse potente, fino a quando la ragazza non fosse stata
sola e indifesa e in caso non sarebbe stato difficile far sparire il suo corpo...
Ogni tanto, le donne dovevano tornare in paese a prendere le provviste per i loro uomini, e spesso approfittavano dell’arrivo del carro che trasportava
le olive ai frantoi per non dover fare tutta la strada a piedi. Era una buona occasione, anche perchè nei ricordi del mio "abito" potevo
leggere che l’uomo del carro era un vecchio laido, che non si faceva problemi a violentare i bambini del paese, forte del suo
grado nella scala gerarchica di quella società. Venne il giorno in cui arrivò quest’uomo, e Agnese colse l’occasione per tornare al paese
a cuocere un po’ di pane e prendere dalla dispensa la carne secca e la farina per la polenta. Generalmente uno dei mercenari
accompagnava il tragitto, assicurando la carovana dagli attacchi dei molti banditi di quelle parti, pronti ad assaltare il carico e a lasciare
morti per strada. Colsi l’occasione, in quella circostanza e nonostante rappresentassi il capitano della masnada, fui io ad accompagnare
il carro in paese... Il tragitto col carro durava circa tre ore e c’era una vallata abbastanza lontana dai campi di lavoro affinchè le eventuali
grida della donna non fossero udite dagli schiavi, così in sella ad un enorme e vecchio cavallo che era stato da guerra, ci avviamo verso
il borgo. Malgrado esternamente sembrassi un comune uomo, all’interno bruciavano le fiamme del mio signore e il male mi circolava nelle
vene, così mi avvicinai a lei, che avendo intuito era guardinga e spaventata come un gatto in trappola, i suoi occhi esprimevano terrore puro,
ed il mio cuore si gonfiava di piacere alla vista della paura... scesi da cavallo e mi avvicinai a lei, cominciando a toccarla dappertutto,
sentendo la sua paura trasformarsi in ribrezzo e rassegnazione... Era incredibile con quanta facilità la gente di quell’epoca rinunciasse alla
vita... Però durante la penetrazione la donna non emesse un fiato, rimase immobile e sottomessa e una lacrima le scorreva sulla guancia.
Meglio così, non ci sarebbero stati problemi, avrei fatto i miei comodi unicamente alla complicità del ghigno del carrettiere. Consumai il
mio nefando atto, ma non mi accorsi che la donna aveva sfilato dalla mia cintura lo stiletto che usavo per scannare le bestie che cacciavo.
Lessi chiaramente nei suoi occhi che qualcosa stava accadendo, ma non ci feci caso, finchè la lama dell’arma non tagliò di netto la mia
gola, impedendomi di respirare... Ma sebbene il corpo di Duccio stesse morendo, la mia entità satanica era molto forte e si godeva gli
ultimi brandelli di vita del feroce mercenario. Anche qualora uno dei miei "abiti" fosse ferito mortalmente, potevo avere ancora qualche minuto
di tempo, così le strappai il pugnale di mano e glielo conficcai nel cuore, talmente forte che la lama si piantò nel legno del carro, dopo averle
trapassato il corpo... La mia forza aumentava poichè sentivo la vita della ragazza affievolirsi mano a mano e potendola assorbire mi crogiolavo
nel tepore del suo ultimo sangue...
Duccio era morto, la ragazza anche, così il carrettiere pensò bene di tenere fede alla sua fama e fece sparire i corpi, che furono trovati da un
gruppo di briganti e depredati di tutto, così che rimanessero nudi sulla terra semi congelata.
Non c’è che dire, avevo compiuto il mio lavoro ancora una volta...

R!

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