Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)
STO ASCOLTANDO
Il suono del mondo.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...
ORA VORREI TANTO...
Volere davvero.
STO STUDIANDO...
Un putsch mondiale
OGGI IL MIO UMORE E'...
Il migliore che mi venga di avere.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore. 2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange. 3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo. 4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.
MERAVIGLIE
1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza. 2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo 3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone 4) La dolce illusione di non avere rimpianti. 5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra... 6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza
"Fleba il Fenicio, morto da quindici giorni, dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare, e il guadagno e la perdita. Una corrente sottomarina gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava traversò gli stadi della maturità e della gioventù entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo, o che volgi la ruota e guardi nella direzione del vento, pensa a Fleba, che un tempo è stato bello e ben fatto al pari di te."
Thomas Stern Eliot "Death by Water" da: "The Waste Land"
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venerdì 15 febbraio 2008 - ore 16:42
Cinquemila chilometri
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Dalla Svezia all’Inghilterra per pagare una multa. Lo ha fatto qualche giorno fa uno zelante cuoco svedese, già ribattezzato da alcuni giornali italiani "l’uomo più onesto del mondo". Due anni fa l’uomo aveva dovuto lasciare il suo lavoro in Scozia per rimpatriare al capezzale della madre morente. Era tornato in macchina e, poco fuori Londra, era stato fermato dalla polizia locale che gli aveva contestato una mancata revisione. Tornato in Svezia, aveva poi trovato lavoro e dimenticato quella vicenda. Fino alla scorsa settimana, quando una lettera con timbro dell’Union Jack gli ha intimato di presentarsi in tribunale per chiarire quel mancato pagamento. Preso un aereo e due pullman, il nostro si è presentato in aula e al giudice inglese ha detto di essere colpevole e di essere pronto a pagare. Visto il comportamento esemplare e il costo dei trasporti, l’ammenda gli è stata annullata.
In un Paese dove la maggioranza della popolazione non attraverserebbe nemmeno la strada per pagare una bolletta, è facile rimanere sorpresi da tanto attaccamento al dovere. Evidentemente, quest’uomo è stato abituato a pensare che quei soldi non sarebbero stati buttati, e che punire comportamenti scorretti serva a mantenere sana la società. Ma non è tanto questo convincimento - per noi italiani incomprensibile quanto le equazioni bicubiche - a stupire; quei cinquemila chilometri sembrano a noi infiniti non perchè il ligio cuoco svedese era deciso a pagare quella multa, ma perchè li ha percorsi con la determinazione di dichiararsi colpevole. Una determinazione che ha resistito cinquemila chilometri. La spazzatura di Napoli, il disastro politico, gli scandali sanitari, le sollevazioni popolari... gli errori di un popolo; qui da noi, evidentemente, l’ammissione di colpevolezza cammina ancora gatton gattoni.
Il vecchio che avanza
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E noi che pensavamo di essere un Paese oramai politicamente bloccato. Invece, mentre in America il pericoloso sognatore Obama incanta le folle parlando di "cambiamento" e la tenace Hillary miete voti sotta la bandiera dell’"affidabilità", il vero progressismo politico abita in casa nostra. Ieri sera, all’inizio della nuova, attesissima campagna elettorale, l’immaginifico cavaliere Silvio Berlusconi si è lanciato ben oltre le promesse dei candidati a stelle strisce. Ma quale sanità, quale ordine pubblico, quale immigrazione... l’uomo di Arcore per portare gli sfiduciati elettori alle urne questa volta promette addirittura l’immortalità: roba da far sembrare il programma veltroniano di innalzamento degli stipendi una specie di stele di rosetta. <Con don Verzè, fondatore dell’ospedale San Raffaele di Milano, stiamo studiando un metodo per allungare la media di vita fino ai 120 anni>, ha detto Berlusconi ieri sera davanti alle telecamere.
C’è da dirlo: si tratta comunque di un programma politico che è un concreto e credibile passo in avanti rispetto all’oramai celebre "contratto con gli italiani". Ma è comunque strano pensare che il Cavaliere, da sempre attento osservatore dei gusti della gente, sia convinto che gli italiani possano farsi ammaliare dall’immagine di lui e don Verzè che, tra alambicci e pozioni fumanti, come moderni dottor Frankenstein, cercano di dare vita ad una mummia arterioscelrotica. Siamo certi che un Paese dove i best seller per teenager li scrive un cinquantenne abbia bisogna di invecchiare ancora? A chi conviene? Alle urne conta forse di più la consolazione di un vecchio settantenne che vede davanti a sè l’illusione di altri 20 anni attaccato al respiratore della vita, o la delusione di un giovane che sa che, da adulto, dovrà lavorare per mantenere cinque anziani ultra-centenari? Ma soprattutto: quando Berlusconi scoprirà l’elisir di eterna giovinezza, a chi lo darà per primo? Ma è ovvio: a se stesso. E per quella speranza di un ricambio generazionale e politico? Anche quella, evidentemente, avrà bisogno di una bella cura anti-età.
Documentario sul Kosovo numero 1
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Questo è, in due parti, il primo documentario che abbiamo montato sul nostro viaggio in Kosovo. Ne arriverà presto un altro molto più curato e completo. Intanto, però, se volete gustarvi questo...
Processi a pagamento
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Tempi duri per le aule di tribunale italiane. Mentre il Paese si ferma per l’ennesimo pit-stop governativo - foratura della visione anteriore sinistra della politica; brutto affare -, chi non si ferma affatto sono giudici e magistrati. Non bastavano le pile di scartoffie per richieste di divorzi politici e cause per diffamazione televisiva ad affollare le scrivanie delle toghe nostrane. Clemente Mastella, già ministro di scarsa grazia e assai poca giustizia, e la sua famiglia, hanno dato non pochi grattacapi alla magistratura di Caserta. E, di riflesso, ne hanno dati anche agli italiani, facendo cadere il governo Prodi come un sassolino che fa crollare una diga. Fortuna che ci ha pensato Berlusconi ad alleggerire il lavoro dei magistrati. Mentre l’ex-ministro dell’Udeur si dimetteva perchè gli avevano spiegato che, se fosse caduto Prodi, avrebbe dovuto svolgere almeno "l’ordinaria amministrazione", il Cavaliere si assolveva da solo per falso in bilancio beneficiando di una legge che lui stesso fece approvare durante il suo governo. Intanto, i Pm de Magistris e Forleo venivano presi per un orecchio e cacciati nell’angolo, le banche che spalleggiarono la Parmalat si giravano le dita in giudizio, e i due assassini della strage di Erba venivano processati sotto l’occhio feroce delle telecamere. Si dice che qualcuno fosse anche disposto a pagare per essere lì in aula ad ascoltare le fragili difese di Olindo e Raffaella.
Periodo complicato. E, purtroppo, non solo per la magistratura. Il Paese è senza un governo, e con ogni probabilità si andrà a votare in aprile. La classe politica vuole rimettersi al giudizio degli elettori; passare attraverso il processo delle urne. E’ uno strano Paese quello in cui in molti pagherebbero per essere in aula durante il dibattimento di una strage, ma farebbero di tutto per non esprimere il proprio giudizio alle prossime elezioni-porcate. Evidentemente, in molti sentono che la sentenza per il nostro Paese è già arrivata, e nessuno crede più al colpo di scena.
In un mondo dove il conteggio dei morti oramai non fa più da scala centigrada dell’orrore, qualcuno trova comunque il modo di uscire da tutti i tentativi di razionalizzazione della malvagità. Ieri mattina due esplosioni hanno sventrato il corpo molle di Bagdad. Ancora una volta. Ancora una volta, il bilancio provvisorio parla di numeri da carneficina - 46 morti e 84 feriti -; di vittime civili; di donne e bambini. Numeri già di per sè sufficienti a superare i limiti dell’umana sopportabilità, se solo non fossero oramai insopportabilmente abitudinari. Ma questa volta la mattanza in Iraq non è passata come logora notizia di metà giornale; ha invece conquistato la prima pagina perchè ieri a Bagdad, a farsi saltare in aria in mezzo alla gente comune, non c’erano "solo" due invasati islamici; c’erano due donne affette da sindrome di down, probabilmente fatte esplodere a distanza.
Cose del genere, così inaspettatatmente e sorprendentemente efferate, cercano di bypassare il nostro disgusto attraverso il disorientamento, l’incapacità di capire. E, purtroppo, ci riescono. Come davanti ad un’accencante esplosione, la nostra mente si ritira e rimane avvolta dal manto dell’insensibilità all’orrore. Ma se riuscissimo a reagire, a sbirciare attraverso questa coltre, vedremmo alcune piccole cose. Vedremmo, per esempio, che se gli estremisti si riducono ad utilizzare donne mentalmente minorate per raggiungere i loro sordidi scopi, questo vuol dire che sono alle ultime carte del loro mazzo. Ci renderemmo conto che, seppure in misura diversa, ogni kamikaze è un pupazzo succube di una volontà malvagia che egli ritiene superiore. Vedremmo, infine, che se volessimo considerare quelle due donne semplicemente quel che sono, due vittime, il conteggio dei cadaveri caduti ieri nei mercati di Bagdad salirebbe a 48. "48 morti in Iraq, vittime del terrorismo", avremmo letto nei giornali. Ma questo non ci sarebbe stato sufficiente a vedere chiaramente; semplicemente avremmo chiuso la strage di ieri nel nostro oramai saturo cassetto di insensibilità. E di queste cose, evidentemente, non avremmo nemmeno ragionato.
Torno subito (spero)
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mi scuso per la lunga assenza. Periodo bellissimo ma insieme assai delicato e intenso, oltre che infinitamente stancante. Speriamo di risentirci presto più lucidi: al momento, quasi non mi reggo in piedi.
Natale 2007 a Villaggio Italia
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E’ il giorno di Natale sulle colline confine tra Kosovo e il Montenegro. La pattuglia di bersaglieri italiani avanza lentamente in mezzo la boschetto coperto dalla neve. I fucili carichi, ma abbassati. Sulla cima del monte, poco più avanti, un edificio segnala la linea di frontiera che un tempo, per molti qui, voleva dire salvezza. Durante i tristi anni della guerra si è visto spesso questo luogo nei notiziari tv. La gente scappava dalla violenza, si inerpicava in lunghe file su queste colline. Ma oggi, qui, ci sono solo i militari di pattuglia e tanto silenzio.
Il confine della speranza, oggi, è altrove. E’ poco fuori la città di Peç, davanti a Villaggio Italia, la base del contingente italiano in Kosovo. Nei giorni preposti, lunghe file di famiglie si accalcano all’entrata. Portano i figli malati di cancro, con la speranza che l’esercito li accolga nel loro programma medico. Il progetto è partito meno di un anno fa, ma ha già portato 200 bambini kosovari a curarsi nel nostro Paese; 20 al mese. Partono con un aereo militare e arrivano in un ospedale italiano, dove ricevono quelle cure che in madre patria non potrebbero mai avere. L’esercito italiano è l’unico, fra tutti quelli del contingente internazionale, ad offrire questo servizio.
Ma, ovviamente, non è questa l’unica attività svolta dall’arma. Le operazioni di ricostruzione e di mantenimento dell’ordine pubblico sono in continuo svolgimento. Infatti, di ritorno dalla pattuglia al confine, i giovani militari italiani, quasi tutti del sud, organizzano un check-point: fermano alcune macchine e le controllano. I kosovari aprono tranquillamente bagagliaio e portiere, e ripartono. Ogni tanto capita di fermare qualche contrabbandiere o spacciatore, ma niente di più. Tutti sembrano tranquilli, pacifici, e per i compiti d’ordine pubblico che svolgono, i mezzi corazzati dell’esercito fermi ai lati della strada sembrano quasi di troppo. Sembrano, perchè ora tutto tace, ma nessuno sa cosa accadrebbe domani se le truppe del contingente internazionale se ne dovessero andare.
A Villaggio Italia il Natale si è festeggiato con una messa la mattina e un ricco pasto con panettone e spumante. Qui sembrano tutti molto ligi e attenti, ma distesi. La base offre ai sui 2.500 abitanti quasi ogni ordine di servizio e distrazione: campi sportivi, palestra, attrezzature per la telemedicina, telefonia mobile come se si chiamasse dall’Italia, bar... persino una sauna. «Qui è come una piccola Italia, solo che da noi funziona tutto», scherza il maggiore Angelo Vesto, portavoce del contingente italiano. Ma questa struttura imponente potrebbe presto essere smobilitata. Il Kosovo va verso l’indipendenza, l’ordine pubblico sarà gestito dalla polizia locale, e l’Unione Europea ha già espresso il suo desiderio di inviare una nuova spedizione, questa volta non militare ma “diplomatica”, nel Paese.
Ma qui nessuno pensa di avere i giorni contati. I progetti continuano: il genio prosegue nella ricostruzione di ponti e scuole; nella formazione dei medici e della polizia locale. I militari continuano a pattugliare il territorio, e il gruppo cinofilo insegna ai bambini kosovari a non aver paura dei cani, che qui vagano numerosi, randagi, e spaventano la popolazione. C’è persino una piccola stazione radio dell’esercito, che trasmette musica alternando dj dell’arma a due interpreti: un’albanese e una serba. «Questa è una missione di pace, e la nostra volontà e dovere è dimostrarlo ogni giorno» conclude Vesto. E se domani tutto questo dovrà finire? Il maggiore alza le spalle e guarda verso l’alto. Risponde garibaldino: «obbediremo».
Avvertenza: Donne, siete pronte ad arrabbiarvi? Bene, comincio.
E’ bastata una lacrima, neanche troppo discreta; una leggera sbavatura sul rimmel, una riga sul fard a favore di telecamera. Tanto è bastato a Hillary Rodham Clinton per recuperare 10 punti percentuali sul suo avversario Barack Obama, vincere le primarie in New Hampshire e cambiare forse definitivamente a suo favore la corsa alla poltrona più importante del mondo. E scusate se è poco. Con ogni probabilità, il Dio delle piccole cose, nella sua casa di chicchi di caffè e buone intenzioni, si sta ancora fregando le mani.
La Clinton è riuscita nel suo spettacolare colpo di coda politico catturando, letteralmente dall’oggi al domani, il voto di quasi tutte le donne dello stato della East Coast. Dicono abbia vinto perchè ha mostrato il suo lato umano. Forse; o meglio, speriamo. Perchè l’impressione è che abbia vinto perchè ha mostrato il suo lato "femminile": è donna, quindi è debole, ha dimostrato di esserlo, quindi è sincera, è come noi, la votiamo. Se ciò fosse confermato, darebbe definitivamente corpo ad un terribile sospetto: che le donne del mondo siano più impegnate a combattere programmi televisivi imbecilli e calendari spagnoli discinti piuttosto che cominciare a distruggere pregiudizi di cui, a questo punto si potrebbe dire, loro stesse sono inconsce sostenitrici.
Ma fortunatamente c’è ancora chi ha idea di cosa sia l’autentico femminismo. Per esempio Nicoletta Conti, una delle pochissime direttrici d’orchestra affermate al mondo. Rifiuta di portare il frac sul podio ma agli inviti alle rassegne di "bacchette rosa" dice di no, perchè mica vuole essere ghettizzata; o mostrata come un fenomeno curioso. E intanto moltissime altre donne, c’è da giurarci, tra poco organizzeranno cortei per protestare contro il prossimo quiz mediaset che oppone un uomo a cento bionde. Sciacquette televisive mai, ma direttrici d’orchestra, manco a pensarci.
Il discriminato discriminante
(categoria: " Vita Quotidiana ")
L’annuncio della Iaaf, per molti autoritario e decisionista ai limiti della sopportabilità, è giunto ieri: Oscar Pistorius, l’atleta che corre i 400 metri con due protesi di carbonio al posto delle gambe che non ha, non potrà partecipare alle prossime Olimpiadi. Studi accertano che è avvantaggiato rispetto agli atleti normodotati del 30%. Mica noccioline. A conti fatti, è come se Pistorius corresse i 280 metri invece che i 400.
Sorvolando sulla questione tecnologica - comunque rimarchevole, in quanto un uomo con supporto meccanico oggi può dirsi avvantaggiato rispetto alla massa scalpitante di normodotati -, ora c’è da aspettarsi il coro deluso dei benpensanti, le voci indignate di chi urlerà alla discriminazione. Pistorius, dal canto suo, ha già annunciato battaglie in appello. Ma discriminazione non è non far gareggiare qualcuno con i normodotati perchè "diverso"; lo è, invece, far partecipare uno che ha come record personale un tempo di un secondo (!) più alto rispetto al minimo per le Olimpiadi: sia esso uomo, disabile, diversamente abile, macchina o alieno. Già, perchè Pistorius ha come record personale sui 400 metri un tempo di 46.56, e quest’anno è riuscito a fare solo 46.9, mentre il tempo minimo richiesto per Pechino è di 45.55. Ma questo nessuno lo dice, perché non aiuta la retorica della pietà e delle lacrime; quella di chi non vorrebbe vedere l’atleta sudafricano alle Olimpiadi perchè è bravo e tenace, ma solo perchè - poverino! - ha perso le gambe.
E’ discriminazione far gareggiare Pistorius alle Olimpiadi. Discriminazione prima verso quegli atleti (e sono tanti) che si sono visti negare il sogno di Pechino per una manciata di centesimi. Ma soprattutto è discriminazione verso i veri "disabili": quelli che se li chiami "diversamente abili" si mettono a ridere. E’ miope pensare che una persona senza una gamba, un braccio, o altre parti del corpo non sia stato privato di qualcosa rispetto ad un individuo tutto d’un pezzo. Ma soprattutto è insultante dare a queste persone la cosiddetta "spintarella", come si voleva fare con Pistorius. Le persone disabili non sono delle specie di "animali rari" da proteggere; non bambini che hanno bisogno del contentino, della carezza sulla testa. Certo, la linea dell’arrivo, per loro, è più lontana e forse è in salita. Ma il miglior modo per rispettarli è lasciare che ci arrivino da soli.