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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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mercoledì 9 gennaio 2008 - ore 14:24
Concerto
(categoria: " Vita Quotidiana ")

La band
Il locale
EVERYONE’S INVITED
Update:
Grazie a tutti quelli che son venuti. Bellissima serata, che peraltro è arrivata in un momento un po’ delicato per me, quindi il vostro apporto ed entusiasmo è valso doppio. Sulla pagina MySpace linkata qui sopra dovrebbero apparire prima o poi le foto della serata. Grazie ancora e speriamo di vederci di nuovo sui palchi del Veneto. 
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lunedì 7 gennaio 2008 - ore 12:47
Savoir faire dell’abbisso
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Cosa c’entrano un gruppo di venti pedofili della Florida con un musical sulla Shoah? Apparentemente nulla, tranne le diverse modalità che ha l’uomo moderno nel confrontarsi con i suoi abissi.
Nella capitale tropicale Miami, venti persone scarcerate da piccoli reati di violenza privata verso minori sono costretti dalla pubblica autorità a vivere sotto un ponte. Il motivo? Una legge proibisce loro di risiedere in un luogo che stia a meno di 800 metri da parchi, scuole, fermate dell’autobus. Il che, data la conformazione della città, restringe il campo ad un solo ponto: letti di cartone sotto il Julia Tuttle bridge che porta al di là della baia.
Dall’altra parte dell’Atlantico, a Madrid, sta per andare in scena uno dei tanti musical che ultimamente stanno facendo impazzire i botteghini. Solo che questa volta il tema non sono gli ormonali adolescenti americani o tagli di capelli per donne sovrappeso: stavolta in scena ci va "Il diario di Anna Frank". "E’ anche questo un modo per ricordare", fa sapere il regista della pièce. Ma sembra non bastare per le molte associazioni che sono già saltate in piedi denunciando quella che a loro sembra una banalizzazione di una tragedia immane.
Da una parte si porta alla ribalta per ricordare, dall’altra si esclude per dimenticare. In entrambi i modi, eccedendo. Ma quel che conta non è che a questo mondo qualcuno ecceda, ma piuttosto che tutto il resto del globo non sappia reagirvi con la giusta saggezza. Nonostante il fatto che questi temi - stragi, pedofilia - siano sfortunatamente eterni nei millenni, ancora non sappiamo come trattarli. Toccare il nervo scoperto del tabù, ancora oggi, richiede obbligatoriamente un’etica dose di sdegno.

P.S. Mi domandavo: ma se uno di questi "pedofili" di Miami fosse stato arrestato per essere stato trovato a letto con un diciassettenne consenziente? Quest’uomo meriterebbe la nostra solidarietà? I giudici che lo avrebbero condannato sarebbero tacciati di omofobia? O sarebbe comunque giusto etichettare quest’uomo come "pedofilo" e farlo vivere sotto un ponte? Quanto sottile è il confine fra condanna sociale e difesa dalle discriminazioni?
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mercoledì 2 gennaio 2008 - ore 16:54
Mitroviça 2008 - Le barriere invisibili
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ponte di Mitroviça, 10 dicembre 2007. Queste, secondo molti media internazionali e alcuni osservatori, dovevano essere le coordinate per il D-day del Kosovo. Quale momento migliore della scadenza posta per la fine delle trattative unita alle elezioni in Kosovo, non riconosciute da Belgrado, per la dichiarazione unilaterale dell’indipendenza da parte degli albanesi? E quale luogo migliore per cominciare la scacciata dei serbi se non da quella città tagliata in due: a sud del fiume Ibar gli albanesi, a nord la più grande enclave serba. E invece dopo il 10 dicembre è arrivato l’11, un giorno come molti altri, e il ponte continua ad essere lì, presidiato dai militari.
Mitroviça è la terra delle barriere invisibili. E ingannevoli. Il fiume taglia in due la città e, attraversando il grande ponte moderno che lo scavalca, bloccato dalle camionette dei militari, si ha l’impressione che sia quella la linea di frontiera; l’ hic sunt leones, da una parte e dall’altra. E invece le vere barriere invisibili arrivano dopo, passeggiando sulle strade in salita della parte serba. A nord verso le montagne, e ad est ed ovest, lungo il fiume, si ergono i palazzoni scrostati abitati dagli albanesi. Albanesi che possono andare e venire oltre il fiume con un ponte pedonale, destinato solo a loro, posto a un centinaio di metri dal sorvegliatissimo ponte centrale. Per un serbo, impensabile andare a sud.
Impossibile, per i 17 mila serbi che vivono a Mitroviça nord, non provare l’idea dell’accerchiamento, non sentirsi come l’ultima roccaforte di una terra che rischia di non essere più loro, invasa dalle folle schiaccianti degli albanesi. In risposta a questo senso di costrizione, pochi giorni fa il governo serbo ha aperto qui una sua filiale, proprio spalla contro spalla alle abitazioni degli albanesi. Difficile da parte albanese non sentirla come una provocazione, ma difficile era anche porre questa sede lontano da loro.
«Mitroviça nord è l’unica città davvero multietnica del Kosovo – sostiene Nesko Markovic, fotoreporter impegnato in servizi fotografici e azioni umanitarie sia al di qua che aldilà del fiume -. Qui gli albanesi possono restare, se rispettano le regole; un serbo, a sud del ponte, non può nemmeno metterci piede. Il cimitero albanese qui a nord è rimasto intatto, quello serbo a sud profanato. Nel giugno scorso un bambino albanese ha passato il ponte e ha lanciato una granata: ha ucciso due persone».
Vivere a Mitroviça non è facile, e non solo per la condizione politica e sociale. Anche qui il freddo della miseria si fa sentire. Le infrastrutture, le scuole, sono quasi tutte a sud; acqua ed elettricità vanno e vengono. Il 2004 è stato l’anno peggiore: Mitroviça nord era diventata quasi una città fantasma sotto gli attacchi clandestini degli albanesi che fecero 28 morti e 600 feriti. Oggi è ripopolata: tutti dicono di voler rimanere, ma pare che in molti abbiano già la valigia pronta. Tra la gente comincia a sentirsi lo sconforto dell’abbandono, la sensazione strisciante che Belgrado abbia oramai mollato la presa.
Dicono che coloro che non sono fuggiti durante la guerra siano le persone più tolleranti, quelle pronte a ricominciare. Intanto però il sindaco della vicina cittadina serba di Leposavic non ci vuole parlare perché il nostro interprete è albanese. Gira voce che gli unici 18 serbi che abbiano votato alle ultime elezioni del Kosovo siano stati denunciati all’autorità locale.
Mitroviça continua in attesa la sua vita, con le sue due sponde che guardano in direzione diversa, e si spiano sottecchi, sospettosamente. In mezzo, sempre quel ponte-simbolo circondato da filo spinato, ultimo cordone ombelicale che da sud attende solo di essere tagliato. Ma se si va guardare poco più ad ovest, c’è un altro ponte ancora, un terzo. Mai inquadrato da obiettivi o telecamere, qui giurano sia rimasto aperto anche nei peggiori giorni del 1999 e del 2004, per far passare da una parte all’altra viveri e materiali vari. Sotto la cortina della guerra, la normalità è un’esigenza vitale.
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mercoledì 2 gennaio 2008 - ore 01:29
Kosovo 2008 - La città dei fantasmi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sulla cartina del Kosovo, pochi chilometri a nord di Prizren, c’è una cittadina che ha tre nomi diversi. Il nome serbo, quello ancora segnato sulle mappe, è Suva Reka, e significa “fiume secco”. Ma è un nome legato ad un passato che è scomparso e che, con ogni probabilità, non tornerà più. Sopravvive solo nella pronuncia biascicata dei militari del contingente internazionale, che qui fanno riferimento per il centro operativo della Nato, Camp Casablanca. Dieci anni fa qui vivevano tremila serbi, ma di loro e di “Suva Reka”, oggi, non è rimasta più traccia. Oggi qui ci sono solo kosovari albanesi, e la loro citta: “Suharekë”.
É una terra di fantasmi e cicatrici. Fantasmi dei serbi, che se ne sono andati, ma soprattutto degli albanesi, uccisi durante la guerra. Questa è stata la regione più colpita dal braccio violento della polizia serba: 540 vittime nei soli quattro giorni successivi al primo bombardamento della Nato, il 24 marzo del ‘99. Qui, tra queste campagne brulle, ha avuto luogo forse la più brutale strage perpetrata dai serbi durante la cosiddetta “guerra del Kosovo”: il massacro del clan dei Berisha. Quarantadue persone uccise insieme e seppellite in una fossa comune. Tra le vittime, quattordici bambini. La più anziana era una donna di cento anni, il più giovane un feto di otto mesi ancora nel grembo della madre.
Hysni Berisha è un giurista, e da otto anni si batte per riportare la verità e la giustizia su questo efferato massacro. Quest’uomo oramai anziano, dal volto segnato dalle rughe ma che ogni tanto ancora riesce a sorridere, ha testimoniato all’Aja nel processo contro l’ex-presidente serbo Slobodan Milosevic. Lo incontriamo in una taverna di Suva Reka, con le sue pile di carte e di appunti frutto di anni di ricerca. Ricerca perché, delle quarantadue vittime appartenenti al suo clan, dopo quasi nove anni, nessuno ha ancora visto i corpi. Tre sono le fosse comuni che sono state trovate nei dintorni. Ma al loro interno sono stati trovati solo vestiti strappati.
<La famiglia Berisha e le altre vittime dei serbi sono state uccise due volte – spiega Hyshi -. Sei persone appartenenti alla polizia locale serba sequestrarono tutta la famiglia Berisha, la portarono in una pizzeria del centro e spararono nel mucchio. I corpi furono presi e seppelliti in massa nel terreno del poligono di tiro fuori dalla città. Poi, dopo qualche giorno, per nascondere le prove della strage, i serbi tornarono con ruspe ed escavatori. Hanno estratto i corpi, li hanno portati fino in Serbia e gettati nel Danubio>.
Mentre ci porta nella zona del poligono di tiro dove sono state ritrovate le fosse, Hiyshi mostra le foto degli indumenti che sono stati ritrovati lì e riconosciuti dai familiari delle vittime. Giubbotti crivellati dai proiettili, maglioni lacerati dal braccio delle scavatrici, scarpine da bambino. <Il fatto che abbiano voluto celare le prove del massacro dimostra che il governo di Belgrado sapeva e approvava queste stragi> spiega malinconico Hyshi, che per diciannove volte è andato a Belgrado a chiedere i corpi di quel massacro, ma è sempre tornato a mani vuote.
Con lui c’è anche Betim Berisha, ragazzo di 24 anni che in quella strage ha perso madre, padre e fratellino di dieci anni. Non parla molto; racconta solo di un suo amico che studiava con lui a Prizren ai tempi della guerra: il suo migliore amico era serbo, e il giorno dopo lo scoppio della guerra gli aveva rubato la casa. Ora Betim è sposato, studia odontoiatria e pensa di avere tra poco un figlio. Lo salutiamo partendo con la macchina. Prima di uscire dal paese, le macerie di una chiesa serbo-ortodossa fanno capolino tra la neve delle campagne: ultime macerie, almeno quelle rimaste, di un passato che non deve tornare.
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lunedì 31 dicembre 2007 - ore 18:58
Pristina 2008 - La guerra di carta
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il Kosovo, per vederlo bene in faccia, bisogna sorprenderlo alle spalle. Occorre entrare dalla porta di servizio. Non attraverso l’aeroporto della capitale Pristina, unico vero contatto diretto col mondo dei più ricchi e forti. Bisogna superare le ripide e orgogliose montagne del nord dell’Albania, costretti in una folle corsa in pullman tra nebbia e tornanti ghiacciati. Solo così, venendo da una terra abbandonata e malandata, si può rimanere davvero stupiti. Solo passando attraverso la frontiera con altri cinquanta albanesi, provenienti dagli squinternati sobborghi di Tirana, si può capire cos’è il Kosovo: un altro mondo.
Passi la dogana serba e quasi subito attraversi la vecchia capitale, la cittadina di Prizren. Le vetrine accese, pulite, con vestiti alla moda, assomigliano tanto ad un’allucinazione, un miracolo. Le strade sgombre dalla neve e tutto sommato integre, i lampioni ogni tanto funzionanti, le strade libere dal pattume colpiscono come un pugno chi ha ancora negli occhi il buio e la desolazione dell’Albania. Non si avrebbe modo di stupirsene se si arrivasse direttamente in volo dalla civiltà più avanzata. Passata la città, solo alcuni ruderi in mezzo alla campagna e i campi militari, con le loro mura alte e le torrette illuminate a giorno, ricordano che qui l’Europa ha visto per l’ultima volta l’orrore della pulizia etnica e dei bombardamenti.
Non si può certo dire che la sorpresa sia ingiustificata. A leggere i giornali in Italia, questa terra sembra stia contando i giorni alla sua autodistruzione, che veda la guerra dietro ogni angolo. Ma è tutt’altro che così. Il Kosovo, i kosovari, la maggioranza albanese, i pochi serbi stipati nelle enclavi, gli evanescenti rom e, infine, i militari e i funzionari internazionali, qui non vedono altro che un futuro in divenire. Un futuro che non si misura sulla distanza degli anni, ma su quella dei giorni e dei mesi. E intanto vivono, con una normalità disorientante. Serbi e albanesi porta contro porta, fuori dall’ombra della guerra ma costantemente in battaglia con la povertà dilagante, la disoccupazione, le infrastrutture inesistenti, i media condizionati, la corruzione.
Il Kosovo, oggi, assomiglia ad un bambino che deve ancora nascere. Ha una madre, la comunità internazionale, che lo accudisce e lo protegge. Ha due padri, però, che se lo contendono. Da una parte gli Usa e l’Albania, verso cui il 95% della popolazione del Kosovo vorrebbe andare attraverso l’indipendenza. Dall’altra parte, spalleggiata dalla Russia, c’è la Serbia, che su questi territori può ancora vantare una paternità almeno di nome. Se questo bambino nascerà, però, è ancora tutto da vedere. E’ da oramai vent’anni che il Kosovo degli albanesi cerca l’indipendenza dalla Serbia. Prima con la lotta pacifica e civile di Ibrahim Rugova, poi col braccio armato dell’esercito di liberazione del Kosovo, l’UCK, che contro i militari serbi ha combattuto nella sanguinosa guerra conclusasi nel ‘99. Vent’anni di attesa, senza veri cambiamenti.
Il mondo sembra essersi riaccorto del Kosovo venti giorni fa, quando il PDK di Hashim Thaci, partito che persegue con più ostinazione e fermezza la linea dell’ “indipendenza subito”, ha vinto le ultime elezioni kosovare. Una vittoria non di larga portata, però, e che dovrebbe portare tra pochi giorni a una coalizione con LDK, l’ex-partito del padre della nazione Rugova e oggi in caduta libera a causa dell’inettitudine e della corruzione dei suoi esponenti. Il mondo si è spaventato vedendo le foto di giovinezza del nuovo premier Thaci quando, guerrigliero dell’UCK, si faceva ritrarre col kalashnikov in mano, un ciuffo a banana che nemmeno Elvis e il nome di “serpente”. Non sanno che quel soprannome non descrive un guerriero spietato, ma un uomo indeciso, dai continui cambi di direzione. Chi ha cenato con lui giura che, alla stessa domanda, risponde in due modi diversi a seconda che in tavola ci sia l’antipasto o il dessert.
I kosovari albanesi hanno eletto Thaci perché stufi delle continue dichiarazioni che rischiano di trasformare la tanto sospirata indipendenza in una favola. Dall’altra parte, i serbi fanno il muso duro. Dicono che non entreranno in Europa senza il Kosovo, ma i bene informati sospettano che Belgrado aspetti solo che Pristina gli sia tolta con la forza, perché tanto non gli interessa, ma lasciarla andare pubblicamente non si può. Il rischio, ora, è che lo stallo continui, con il governo kosovaro – non riconosciuto dalla Serbia – perennemente indeciso e i leader serbi bloccati dal proprio popolo. Se la situazione rimarrà la stessa anche dopo le prossime elezioni in Serbia, previste a febbraio, qualcuno potrebbe cominciare a stufarsi davvero: gli albanesi infuriati per l’ennesima promessa non mantenuta, e i serbi delle enclavi per l’abbandono di Belgrado.
C’è paura ma, come si è detto, solo fuori dal Kosovo e solo nei giornali. E’ una guerra di carta. Televisioni internazionali girano per le strade di Pristina con la scorta, più per filmare i fucili spianati dei poliziotti che il paesaggio cittadino, tanto poco pericoloso che quattro giovani giornalisti italiani e un traduttore albanese hanno girato liberamente per le strade e le campagne kosovare senza essere colpiti nemmeno da una palla di neve. Le barriere, le barricate, qui, ci sono, ma sono invisibili. Esiste una posta albanese e una serba; una tv e una telefonia serba e una albanese; strade serbe e strade albanesi. Impossibile per uno straniero riconoscerle, ma per uno del posto basta un’occhiata per capire chi è chi.
Giri per le strade trafficate di Pristina tra una moschea e una chiesa ortodossa, tra manifesti della coca-cola e Bill Clinton e i ragazzini ai lati delle strade che vendono sigarette. Nulla indica una situazione sul filo del rasoio. In periferia ci sono i centri commerciali, tirati a lucido come i nostri, ma che ogni tanto rimangono senza acqua e corrente. I ristoranti del centro sono puliti ed eleganti, ma importano tutto il cibo dalla Macedonia. Per le strade della città, smunti cani randagi girano solitari e stormi di corvi presidiano alberi e fili elettrici. Sui muri delle case diroccate, appare spesso la scritta “jo negociata: vetevendosja” – niente negoziati, autodeterminazione -. Le bandiere americane e albanesi sono dappertutto. Ma non la bandiera kosovara, che ancora non esiste. Le ragazze, bellissime, girano con i tacchi alti anche sulla neve. Pattinano, come tutti, sul ghiaccio incerto del futuro di questo paese. Ma non si curano di cadere: vanno avanti a passo spedito e non si voltano mai.
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sabato 15 dicembre 2007 - ore 17:00
Natale in Kosovo
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Grandi notizie: dopo due anni finalmente mi concedo una "vacanza". Me ne vado per 10 giorni in kosovo in un visita-inchiesta giornalistica. Siamo in quattro giovani giornalisti; partiamo determinati e pieni di contatti; con due telecamere, una macchina fotografica e i taccuini sempre aperti. Andiamo a fotografare un Paese che sta nascendo. Il giornale di Vicenza mi ha già garantito 3-4 articoli di reportage al mio ritorno, e forse anche altro verra. Il mio primo viaggio da reporter... non vedo l’ora.
Arrivederci
Mirupafshim (albanese)
do videnja (serbo)


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lunedì 10 dicembre 2007 - ore 13:03
Ukase satirico
(categoria: " Vita Quotidiana ")
"La satira non è volgare, è esplicita". Parola di Daniele Luttazzi, comico geniale come pochi, allontanato ieri dalla programmazione notturna di la Sette. L’ukase, questa volta per niente bulgaro, viene dalla direzione della "terza rete" a seguito dell’ultima puntata di "Decameron" in cui, alla domanda autopostasi su come facesse a sopportare l’idea che Berlusconi ora dica di non approvare la guerra in Iraq, Luttazzi risponde di immaginarsi "Giuliano Ferrara dentro una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’Utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanchè in completo sadomaso che li frusta". Avec plaisir. Luttazzi chiarirà il giorno dopo che si trattava di un riferimento alle torture di Abu Grahib. Ma, caro Luttazzi, se era satira, e dunque il significato era esplicito, che bisogno c’era di chiarire?
Ha ragione Aldo Grasso quando dice che il martirio mediatico dà alla testa; che come suo ammiratore si sente tradito. Luttazzi ha negato se stesso, cercando - forse inconsciamente - l’immolazione pubblica per glorificare il suo indiscutibile ego. Ora migliaia di orbati fans lo inneggeranno come simbolo della democrazia frustata, del "permesso di trasmettere ma divieto di parlare", per citare de Andrè. Altri, come il sottoscritto, ora lo odiano. Perchè se Luttazzi difende quella frase come satira, allora tutti domani potranno fare "satira". Buona Domenica, Studio Aperto, perfino il Tg4 potranno essere etichettati sotto la nobile firma dell’arte di Petronio, in una catarsi di disgusto che sublimerà in merda pseudo-manzoniana. E di quella satira geniale e intelligente, di cui lo stesso Luttazzi era maestro, cosa rimarrà? Delle bare di De Mita riempite di smarties? Delle caricature di Maometto autorizzate in Iran? Rimarrà solo un geniale, sottile e - questo davvero - satirico riferimento a Malevic: un quadrato nero su fondo bianco.

Caricatura di Luttazzi non autorizzata da Luttazzi
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sabato 8 dicembre 2007 - ore 16:58
Applausi spontanei
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Mancano ancora un paio di settimane a Natale, ma l’aria del buonismo deve aver già cominciato a spazzare con le sue zaffate i corridoi della Figc, a Roma. Il regalo sotto l’Abete per le squadre di calcio italiane sarà l’obbligo del cosidetto "terzo tempo", ossia il saluto e l’applauso dei vincitori da parte della squadra sconfitta al rientro negli spogliatoi alla fine della partita. Con naturale contraccambio, è ovvio. Ai piani alti del calcio italiano il colpo di genio è venuto dopo il bel gesto dei giocatori della Fiorentina che, nel loro ultimo match contro l’Inter, hanno appunto omaggiato i nerazzuri con applausi, seguiti da affettuosità reciproche.
"Nobile gesto", "gran bella idea", si sono affrettati a dire tutti nel Paese del carsico buonismo. Ora cosa accadrà? La Lega Calcio risponderà alla Figc introducendo la tirata d’orecchi pubblica dopo un fallo? Il cappello da asino per un cambio sbagliato? Logiche devianti di chi pensa che il rispetto e l’educazione si comprino con le imposizioni; di chi getta nel tritacarne della falsità un nobile gesto, per trasformarlo in una routine ipocrita e vuota. Che senso ha il fair play se è dobbligo? Imporre il "terzo tempo" nel calcio non incoraggia il giocatore all’applauso dell’avversario, ma lo ammonisce dal fargli lo sgambetto. Nel rugby il terzo tempo esiste da anni, ma non è mai stata una regola per un semplice motivo: non c’era bisogno di richiamare alla correttezza quando si fa sport, dato che ne è condizione irrinunciabile. Ma, certo, noi dimenticavamo: il calcio, oramai, con lo sport ha poco a che fare.

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lunedì 3 dicembre 2007 - ore 15:41
Finali scontati
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Alla fine, tutto è tornato alla normalità. Un marocchino è stato arrestato per spaccio di droga e un rom si è reso protagonista di un’azione spregevole. Finale tanto scontato e rassicurante da sembrare voluto: i cattivi son sempre gli stessi. Eppure loro ci aveva provato, Azouz Marzouk e Marco Ahmetovic, a cambiare un poco il copione della sit-com in onda sui nostri schermi ogni sera alle venti e trenta chiamata "cronaca italiana". Il primo era stato additato pubblicamente come carnefice e poi amnistiato come vittima di un brutale quadruplice omicidio. Il secondo aveva sì travolto e ucciso quattro giovani mentre si trovava alla guida ubriaco del suo furgone, ma di fronte alle sue dichiarazioni di contrita disperazione e a quelle di altri che lo avrebbero voluto linciare, era riuscito quasi a sembrare meno mostruso. Insomma, ci avevano illuso che il cattivo, questa volta, potesse avere la faccia pulita. E invece. Azouz si è fatto arrestare in una operazione di spaccio di droga e Marco ha finito per fare da testimonial a jeans e orologi, provocando giustificati conati di disgusto in tutta l’opinione pubblica del Paese. Come dire: l’assassino è il maggiordomo, il paesotto alla fine torna alla tranquillità e il pubblico abbandona la sala contento di essersi distratto un’oretta.
Tutto dunque si ecclisa in un penoso "già visto". Azouz e Marco avevano provato a recitare sopra le righe, ma il sapiente direttore di scena li ha riportati ai loro posti naturali. E dire che per la parte del cattivo in entrambi i casi c’erano degli attori più qualificati: i coniugi Romano e l’agente che ha cercato di sfruttare la macabra fama di un ingenuo rom per arricchirsi. Peccato, però: non hanno ottenuto la parte. Il "physique du role", loro, proprio non ce l’avevano.

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domenica 25 novembre 2007 - ore 19:26
Visite di Stato
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Tenzin Gyatso - aka Dalai Lama, premio Nobel per la pace e massima figura spirituale buddista- arriva in Italia. Una gran bella notizia per un Paese come il nostro, assetato di saggezza. Alcuni Parlamentari - con grande e nobile sforzo di molti esponenti di Forza Italia, improvvisamente convertitisi all’illuminazione - stanno raccogliendo firme per portarlo con tutti gli onori in Parlamento, in seduta plenaria. La Cina, che considera Tenzin Gyatso alla stregua di un pericoloso terrorista per quello scomodo fastidio che è il Tibet invaso, ha già minacciato ritorsioni economiche verso l’Italia nel caso ciò avvenga. Minaccia che era già stata rivolta a suo tempo alla Germania di Angela Merkel, a cui la cancelliera aveva risposto in maniera meravigliosamente spiccia: "incontro chi mi pare". Il Governo italiano, invece, ha già calato le braghe, cassando la prospettiva di accogliere il Dalai Lama. "Sarebbe irrituale", si giustifica Fausto Bertinotti, probabilmente spaventato dalla prospettiva di un pericoloso innalzamento della media del buon senso in aula.
Intanto, Paris Hilton - aka "la madre di tutta la pochezza" - è arrivata a Shangahi, Cina. Una bella notizia per un paese in cui c’è un gran bisogno di frivolezza. I cinesi le stanno già tributando ogni onore. Nell’attesa di recuperare la nostra dignità nazionale con il cucchiaino, potremmo pensare di minacciare la Cina di non fornire più i nostri eleganti vestiti italiani alla signorina Hilton, costringendola a girare nuda per le strade di Shanghai. Qualcosa però mi dice che i cinesi saranno più risoluti di noi nel rifiutare sdegnosamente la terribile ritorsione. E forse anche la bella ereditiera se ne farebbe volentieri una ragione.

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