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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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mercoledì 14 marzo 2007 - ore 10:39
Epilogo
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La luce entra, spavalda e precisa, a colpire i suoi occhi ben aperti.
L’uomo dai mille volti sta, disteso sulla sua branda, silente. Lui, o forse non lui. Ma così dannatamente convinto di esserlo.
Colpito in piena faccia dalla luce del giorno, ne ricorda ancora i più piccoli particolari. Con lo sguardo rivolto al soffitto, cerca di percepire nell’aria il taglio definito dei raggi, che spaccano il vuoto davanti a lui, penetrando tra gli spiragli delle imposte di legno. Guarda la luce colpire a definire tutto, quasi a suo piacimento. Come lui. O quasi.
Ricorda. Ricorda bene.
Ricorda di non essere più lo stesso: un’altra persona, eppure sempre lui. Non c’è modo di spiegarlo, né bisogno.
Ricorda tante cose; forse troppe. Ma, da sotto il peso soffice del letto sulle sue spalle, i ricordi si fanno leggeri, quasi sottili, e lui li sgrana come piccole perle di rosario… così, sbadatamente. Poi, ancora più sbadatamente, ne sceglie uno: il più semplice, il più fresco, il più dolce. Lo sceglie come si sceglie una sposa: con istintivo amore e gratitudine, e se lo porta alle labbra.
Lei era venuta da lui, il giorno prima. Quando aveva bussato, con le sue dita sottili, alla sua porta, entrando nella luce, lui era rimasto sbigottito: era esattamente come l’aveva immaginata.
Avevano passato tutta la giornata insieme. Lei, vera donna, si arrotolava le dita tra i capelli biondi e lisci e sospirava piano, come se ogni secondo fosse prezioso. La sua risata forte aveva rischiato di squassare tutti i vetri della piccola casa. I suoi piedi imprudenti e il suo vestito ampio aveva segnato con sfacciati semicerchi ogni centimetro del terreno. Le sue parole scorrevano come un fiume cristallino, sciacquando ad ondate l’aria intorno. Lui la guardava, e sorrideva pensando al fatto che, un tempo, era stata una bimba silenziosa. La guardava e sospirava, ammirato e adorante come uno scultore di fronte ad un’ispirazione; come un padre fortunato che guarda la fronte della figlia. E proprio come una figlia, era in parte lui, e in parte era sé stessa.
Sorrideva. Era tutto quello che aveva potuto sperare per continuare quello che lui era stato, il lavoro che aveva lasciato.
Avevano parlato, parlato e parlato, come chi ha un intero mondo da costruire. E avevano bevuto, allo stesso tavolo, riconoscendosi l’uno negli occhi dell’altra. E avevano riso, e urlato e scherzato. E poi lei, quando la luce si era fatta viola, se ne era andata. Aveva salutato con la mano nel vento, volando via tra i primi bagliori di stella, sparendo come un sorriso da un volto, lasciando in lui solo la leggera pena di un ricordo.
Ed ecco: ora lui esce dal ricordo. Si desta, come emergendo da un lungo, soddisfacente sonno. Guarda fisso avanti a sé e decide di alzarsi. Scende dal letto e si veste di un maglione liso. Misura a lunghi passi tutta la stanza, afferra la maniglia della porta e la apre.
Il profumo dell’oceano lo investe, dolcemente. La sabbia fredda gli accarezza i piedi, e un blu luminoso da far male gli riempie gli occhi e i polmoni.
Questo è il suo mondo, il suo paradiso. Una piccola casa di legno su di un mare vuoto, silenzioso. Delle dune fredde ma accoglienti, segnate qua e là da basse erbe selvatiche. Poco oltre il promontorio, un piccolo villaggio di pescatori. Una barca, una rete. Questo e niente altro. Non aveva potuto pensare ad altro per la sua pace.
Si guarda intorno, grato e soddisfatto. Guarda, e pensa che per tutto quello, per quel piccolo porto di felicità, aveva rinunciato ad un universo di possibilità. Ci pensa, e gli venne da ridere. E la sua risata rimbalza, inascoltata, sulle onde leggere del mare.
Sì avvia a passo lento verso la riva, immerse i piedi in acqua e continuò a camminare, fino a quando il mare, freddo e scuro, non gli abbraccia la vita. Ascolta il suo corpo fendere l’acqua, il suo petto allargarsi all’aria e la testa svuotarsi piano. Afferra la sua piccola barca e vi si porta a bordo. Poi prende la rete con le mani rugose, la issa a bordo e comincia a remare verso l’orizzonte. Lo scruta per tutta la sua lunghezza, lo percorre a lunghe occhiate mentre vi si avvicina. E pensa che no, forse non ha rinunciato a nulla. Forse, ha solo guadagnato un’occasione in più.
Dopo una giornata di fatica, torna a riva. Prima di rincasare, decide di fare una passeggiata. Comincia a camminare sulla sabbia, silenzioso. Il vento di garza si fa sempre più avvolgente dal mare, e i suoi piedi affondano sempre meno, nella bagnasciuga dura. Il cielo comincia tingersi un poco di profondo, laggiù verso est. Lui cammina silenzioso, avvolto solo nella coltre calda dei suoi pensieri, circondato dalla natura delle cose.
Poi, improvvisamente, mentre avanza disperso tra speranze e pensieri, una medusa intrappolata nella sabbia ferma i suoi passi. Arenata sul terreno, davanti ai suoi piedi, l’uomo la scruta attentamente. Guarda il suo cuore vitreo: si contrae ancora, in un eterno spasmo di vita e di morte.
E in quell’attimo supremo l’uomo si domanda se anch’essa sta per avere il privilegio, come lui, della scelta; una seconda occasione. Se quel primordiale, scheletrico episodio di vita contiene in sé un barlume di volontà.
- Anche questa medusa conosce la vita e la morte? – si domanda, fra sé e sé -. Ha coscienza di sé? Forse anch’essa determina l’onda che l’ha uccisa e l’onda che le ha dato vita? Anche lei ha un suo mondo: una sua spiaggia su cui approdare? -.
La medusa smette di muoversi, il vento cala, e l’uomo tace.
In quell’ultimo attimo concesso al tempo mortale, sente sulla sua pelle lo stesso sentore, lo stesso battito d’ali di eternità che lo aveva colto, una vita prima, sul colle d’ulivi.
Un universo muore e un nuovo universo nasce. Un universo, bizzarro e vorticoso, racchiuso nelle membra fragili di un corpo unicellulare. Un cosmo unico, fatto di dei e semidei, di speranze e di promesse, di bene e male, giusto e ingiusto, vita e morte.
Un’avventura sola; irripetibile e sconosciuta. E forse, in quell’universo c’era un posto c’era anche per lui: l’uomo dai mille volti.
Ora annusa l’aria e ispira forte, mentre un familiare pigolio di stelle si fa largo ad oriente.
Pensa, stringe gli occhi e guarda lontano.
Ha tutta una vita davanti, e nessuna intenzione di lasciarsela sfuggire.
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lunedì 12 marzo 2007 - ore 16:17
La PFM riporta Faber a Vicenza
(categoria: " Vita Quotidiana ")
* pezzo che ho scritto per l’edizione on-line del gionale del master.
Non è mai facile quando si ha a che fare coi mostri sacri. Neanche quando – anzi, forse anche di più – si è dei mostri sacri. La PFM e Fabrizio De André: un binomio che ha fatto tremare i polsi a intere generazioni di amanti della musica. Un binomio che – pur se orfano del suo più geniale componente - torna sul luogo del misfatto. Era l’11 gennaio 1979, quando, proprio a Vicenza, si svolse una delle 14 tappe del tour PFM+Faber che, immortalato in un disco, fu indiscutibilmente uno dei momenti più alti della musica moderna italiana. Vent’anni dopo quella data, sempre l’11 gennaio ma del ‘99, moriva Fabrizio De Andrè.
Basterebbe questo per raccontare la serata di sabato 10 marzo al palasport di Schio, provincia di Vicenza. La Premiata Forneria Marconi torna a suonare le canzoni del maestro di Genova, e il pubblico non può non rispondere. Il palazzetto è gremito, il pubblico è caldo. E Franz Di Cioccio, Franco Mussida e Patrick Djivas, ultimi valenti rappresentanti della più famosa prog band italiana, non si risparmiano.
Pronti, via: subito una delle canzoni più celebrate di Faber: Bocca di Rosa. Il pubblico è già caldo, ma non c’è tempo per rifiatare: il primo disco del celebre doppio album live viene riproposto quasi interamente.
Il testamento di Tito, Un giudice, La guerra di Piero, Zirichiltaggia, La canzone di Marinella, Volta la carta e
Amico fragile, vengono eseguite con pulizia di suono e la solita, incontenibile, perizia tecnica. Manca forse quel pizzico di emozione in più che chi ha nelle orecchie De Andrè può solo ricordare, ma è difficile storcere il naso in una serata come questa.

«Noi ci mettiamo le mani, la musica, gli arrangiamenti... ma la voce, scusate, non può essere quella: lui era il maestro» spiega dal palco Franz Di Cioccio, batterista e cantante, quasi a volersi scusare della sua scarsa vena al microfono. Scusato. Anche perchè oggi, sulla piazza, per riascoltare De Andrè, non c’è niente che regga il confronto.
Franz comunque compensa le carenze vocali con la sua straordinaria presenza di front-man, e poi alla batteria è semplicemente incontenibile. Ispiratissimo il chitarrista Franco Mussida, che si abbandona ad una struggente interpretazione anche vocale di
Giugno ’73 e su
Amico fragile fa esplodere tra le dita un assolo per il quale il pubblico si spella le mani. Al basso Djivas fa valere la sua rocciosa ma, al tempo stesso, ammaliante presenza.
Chiuso l’episodio De Andrè – in cui pure non manca qualche strafalcione sui testi difficile da perdonare -, comincia la rivisitazione PFM. E qui, liberata dagli impacci di doversi raffrontare col Maestro, la band dà il meglio di sé. Con
L’isola di niente,
Harlequin e
Out of roundabout la PFM torna a sguazzare con proprietà nelle sue acque preferite: quelle del prog-rock. Un’escalation travolgente di sonorità perfette e ardita sperimentazione sonora che culmina nell’immortale
Impressioni di Settembre.
Finale esplosivo con
Il pescatore di Faber e la conclusiva Celebration. Il pubblico più giovane scende sotto il palco, e comincia a ballare felice sulle note di 30 anni fa. Sugli spalti, i numerosi ma oramai attempati fan, li guardano con gli occhi lucidi e la mente piena di ricordi. A volte, i mostri sacri ritornano.

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sabato 10 marzo 2007 - ore 02:30
Due o tre cose da NON sapere.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Gli onori della cronaca di questi giorni vanno tutti in favore di Daniele Mastrogiacomo, giornalista di "Repubblica" preso in ostaggio dai guerriglieri di Al-Quaeda nel sud dell’Afghanistan. Giustamente, ci mancherebbe altro. Ma in questo tam-tam di notizie, in questo rincorrersi di appelli disperati, di riunioni politico-giornalistiche davanti ai palazzi romani, in molti paiono essersi dimenticati che Mastrogiacomo non è l’unico italiano attualmente prigioniero di commandi di guerriglia all’estero.

E così, mentre in questi giorni sui quotidiani italiani il nome del corrispondente di "Repubblica" fa versate fiumi di inchiostro per titoli a sei colonne, su quelli invece di Francesco Arena e Cosma Russo - i due tecnici italiani oramai da tre mesi ostaggio in Nigeria del Mend, Fronte armato per la liberazione del Delta del Niger - oggi non sembra valere la pena di spendere più di pochi punti tipografici sui nostri giornali. Perchè, vien da chiedersi?

Forse perchè in Nigeria non ci sono truppe americane o italiane? Perchè quel paese non rappresenta per noi un problema politico? Perchè i guerriglieri del Mend non sembrano essere assetati di sangue come gli studenti coranici? Perchè sono passati mesi dal rapimento? Sì forse queste sono tutte buone risposte. Ma non giustificano, secondo me, la scarsissima attenzione che oggi viene data ai rapimenti ancora in corso in Nigeria. Anche perchè pure nei momenti "caldi", i nostri media non sembrano essersi davvero interessati alla cosa, e anche allora sul rapimento Russo/Arena non si è spesa poi molta attenzione. E sul perchè questo sia accaduto, io una modesta idea ce l’avrei.

Forse di questi rapimenti non si è molto parlato perchè il cattivo, in questo caso, potrebbe essere non troppo lontano dalle nostre poltrone. Sì perchè i guerriglieri del Mend trattano "bene" i loro detenuti; gli permettono di chiamare casa; non chiedono riscatti; rifiutano offerte di denaro. Forse - e dico forse - il cattivo di turno da immolare sull’altare della carta stampa è un altro.

Perchè, mi chiedo, nessuno si domanda come mai tanti tecnici dell’Eni - e solo dell’Eni, nonostante l’alta concetrazione, in quei luoghi, di industrie multinazionali - siano stati rapiti in Nigeria negli ultimi mesi? Perchè nessuno, ma proprio nessuno, prova ad indagare su quello che stanno facendo le imprese petrolifere - italiane e non - laggiù?

E’ quello che mi piace chiamare come "effetto Cordero", quando tutti immaginano una cosa ma nessuno la dice. Si sussurra magari, si congettura, si pensa, ma difficilmente si sente qualcuno che lo dice ad alta voce. Cose così evidenti e apparentemente chiare, che pare davvero impossibile che nessuno ne parli. Tanto che ci viene il dubbio che ci stia sfuggendo qualcosa, e magari preferiamo restarcene zitti per non fare la figura degli scemi. Segreti di Pulcinella come la straordinaria somiglianza fisica tra Luca Cordero di Montezemolo, tra le altre cose oggi presidente di Confindustria, e il mai troppo compianto Avvocato Gianni Agnelli.


Una somiglianza quasi imbarazzante. Talmente evidente, che nessuno sembra davvero insospettirsi nel leggere il curriculum di Montezemolo, e nel venire a sapere che goià in tenera età già sgambettava nei parchi elle ville della famiglia torinese, e che a soli 26 anni era già responsabile della squadra corse della Ferrari. Coincidenze troppo evidenti, per poterne parlare. Forse, con buona pace di coloro che credono che non si possa - o si possa - parlare male solo di Berlusconi in questo paese, le labbra cucite italiane hanno altre parole da non dire. E di quelle parole, forse, "il silenzio sugli Agnelli" potrebbe essere solo una timida macchietta.

P.s. Provate ad andare in qualsiasi traduttore automatico on-line
come questo e tradurre dallo spagnolo la parola
corderos. Penso rimarrete davvero sorpresi.
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mercoledì 7 marzo 2007 - ore 10:08
Un html migliore per un futuro migliore...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Posto dal web. Buona lettura... e buon disgusto.
-------------------------Nei giorni scorsi è stato presentato dal Ministro Rutelli il “pacco” confezionato dal suo predecessore Luigi Stanca (ex ministro per l’innovazione) del precedente governo Berlusconi.
Il sito Italia.it, che nelle intenzioni doveva servire a promuovere il turismo in Italia, è costato 45 milioni di euro ed ha incassato la condanna unanime di tutto il popolo del web:

* Il sito è stato spesso irraggiungibile mostrando non un messaggio di errore ma una semplice pagina bianca
* E’ stato presentato da Rutelli come era stato definito nel progetto originario di Stanca, ossia il “portale” italiano del turismo; evidentemente nè Stanca nè Rutelli sanno che il concetto di “portale” è un concetto obsoleto che era popolare prima di Google, quando per cercare una informazione si doveva navigare in profondità all’interno di un sito. Da quando c’è Google è lui il vero portale cui ci si rivolge per cercare qualunque informazione
* Più che avere reali informazioni utili sembra una improbabile aggregazione di brochure turistiche con informazioni comunque già facilmente disponibili altrove in rete
* La traduzione in inglese del sito, lungi dall’essere professionale, sembra essere decisamente maccheronica (evidentemente i 45 milioni non erano sufficienti per pagare una traduttrice madrelingua)
* Il solo logo sembra essere costato 100.000 Euro, non male per una bella e verde carota!
* Il sito non segue neanche le regole di accessibilità e le “best practice” nel web design che i siti moderni, professionali e non, seguono, a cominciare dai siti basati sui Content Management System gratutiti come Drupal o Wordpress: anzichè utilizzare gli Style Sheets per il layout, vengono utilizzati le “tables”, esattamente come i vecchi portali degli anni ‘90 come nei peggiori siti che violano tutte le regole dell’usabilità c’è la inutile pagina iniziale priva di contenuti e con la scritta “Enter in Italy”, nelle pagine successive la maggior parte dello schermo è occupato da inutili animazioni fatte in flash, neanche in sintonia con il contenuto delle pagine.
-------------------------Qui il link al commento:
LINKE qui il link al sito italia.it... se riuscite ad entrarci:
LINK
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lunedì 5 marzo 2007 - ore 11:12
32.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lasciata la città delle mie volontà, camminammo per qualche minuto attraverso le campagne dalla terra dura e ondulata, color ocra. Seguivamo un sentiero ben battuto che si snodava attraverso alcune vecchie fattorie e i loro campi da semina. Sopra le nostre teste, le stelle e la linea sottile della luna sembravano brillare come se fosse la prima notte del mondo.
Il mio accompagnatore mi precedeva di qualche passo, silenzioso, lasciandomi solo con i miei pensieri, le mie prese di coscienza In realtà, quello che stavo attraversando non sembrava affatto, dal mio punto di vista, un qualche percorso di conoscenza o di rivelazione. Semplicemente, sembravo immergermi sempre più in un mondo che avevo riconosciuto come diverso da quello in cui ero abitato a vivere. Quella terra polverosa, quegli alberi contorti, quel blu profondo, quella notte che odorava di felce… dell’aria sembravano entrarmi silenziosamente sotto pelle. Mi sembrava di essere un neonato che, uscito dall’utero materno, annusasse per la prima volta l’aria e ne mordesse un gran respiro, cercando di abituarcisi, anche se quell’aria lo feriva e lo faceva lacrimare. Era un processo di ambientamento, in realtà. Di accettazione di una mondo che sembrava essere troppo dipendente da me per essere evitabile.
Ora il sentiero sembrava salire gradatamente, verso una serie di docili alture di fronte a noi. Il terreno si faceva più aspro, la via un acciottolato di grosse pietre calde e irregolari. Tutto attorno, cominciarono a fuoriuscire dal terreno ampi e bassi alberi secolari, dai rami contorti e nodosi come dita morte. Il silenzio delle cicale, tutto intorno, si faceva più forte. Cominciammo a salire la schiena dura e polverosa di una collina.
Continuavamo a salire, mentre la piccola foresta odorosa di ulivi si faceva più intensa e il sentiero più ripido. Poi, quando oramai non potevamo più vedere il cielo, nascosto dalle fronde antiche e fitte, il mio silenzioso accompagnatore si fermò, e si sedette su una grossa pietra ruvida e nera.
Accarezzò con la mano destra la roccia.
- Qui, una volta, ho pianto – disse.
- Per dolore? - chiesi io.
- Per paura – rispose lui, guardandomi profondamente. Poi riabbassò lo sguardo, e spiegò: - mio padre mi aveva appena detto quello che mi aspettava, il male che mi avrebbero fatto. La mia morte; la crocefissione. Era così forte il desiderio di andare via, di fuggire. Ma sentivo di non poterlo fare. Sentivo che quello era un passo necessario. Per me, per tutti.
Passò qualche secondo. Nell’oscurità, vedevo appena il suo corpo piccolo ma robusto stagliarsi contro il nero della terra. Pensai a tutto il dolore intenso e le ferite profonde che quella pelle olivastra aveva subito. Pensai alle umiliazioni taglienti e le frustrazioni che, con ogni probabilità, ancora bruciavano sotto quella pelle.
- E’ stato molto coraggioso quel che hai fatto – dissi.
- Grazie – disse lui, sorridendo dolcemente
Fece qualche passo verso la salita della collina, poi parlò ancora.
- Sai, quello è stato il momento in cui è cambiato tutto. Da qui, sotto questi ulivi, su questa pietra nera, sono diventato quel che ora sono.
- Com’è accaduto? – chiesi io.
- Esattamente come ti ho detto. Il padre mi disse delle torture che mi aspettavano; della sofferenza, delle lacrime e del dolore. Non mi disse cosa sarebbe accaduto dopo, ma che così andava fatto. E, tuttavia, mi disse che avevo ancora possibilità di scelta. Potevo scegliere di rinunciare. Fu allora che mi apparve la tentazione.
- Shaytan?
- Sì, lui. O comunque tu lo voglia chiamare. Mi disse di rinunciare, di lasciare perdere e di salvare me stesso.
- E tu?
- Io, come ti ho già detto, piansi. Piansi forte, con dolore… Pensai alle parole di Shaitan. Lui mi aveva detto che contavo solo io, e che lo sapevo benissimo. Io sapevo di poter fare molto con la mia volontà, di poter cambiare le cose. Mi disse di usarlo quel potere. Le sue perole mi rimbombavano tra le orecchie. Nascosi la testa fra le braccia per non cedervi. Ma stavo per farlo, quando poi capii tutto.
- Cosa accadde? – chiesi io, quasi in ansia.
- Mi domandai: “perché questo essere vuole che io rinunci al mio sacrificio? Perché vuole che mi salvi? Che vantaggio ne trae?”. Pensai a chi poteva essere davvero interessato che io non soffrissi, e la risposta fu chiara.
Alzò la testa e mi guardò.
- Ero io.
Poi si alzò in piedi e, dandomi le spalle, fece qualche passo, sfiorando con la mano le foglie untuose degli ulivi intorno a sé.
- Sì, ero io l’unico che davvero voleva impedire che soffrissi. Capii che Shaytan, la tentazione, ero io stesso. Era una parte di me che, combattuta, cercava di farmi desistere. Eppure, piansi ancora forte, perché sentivo che la strada che stavo per intraprendere era segnata. E lo era non perché non fossi libero, anzi. Ero io stesso a volere che andasse a finire così, e dunque era inevitabile. E, pensando a questo, un’altra più grande verità mi apparì chiara e innegabile. Capii che anche il padre… anche il Padre ero io.
- Come è possibile? – chiesi io, meccanicamente, anche se avevo l’impressione di aver già capito di cosa stava parlando.
- Sì. Lì per lì mi sembrò una verità indiscutibile, ma in realtà solo dopo molto tempo ho ricostruito una spiegazione a quella presa di coscienza che in quel momento mi aveva schiacciato in piena lucidità. Ti sei mai chiesto perché gli uomini si domandano se Dio esista?
Mi strinsi nelle spalle - Penso che sia quasi inevitabile per loro.
Sì, ma rifletti: non ti sembra una domanda piuttosto insensata? Voglio dire: per un essere umano questo albero esiste, questa roccia esiste – e così dicendo indicò col palmo aperto tutto intorno la vegetazione e il masso dove poco prima sedeva -. Per gli esseri umani è la “realtà” ad esistere: tutto quell’insieme di cose palesi ed evidenti ai loro occhi. Eppure, quel Dio di cui si domandano l’esistenza è per loro stessa definizione qualcosa che va oltre la realtà. E allora perché domandarsi se è giusto o meno attribuire una caratteristica appartenente alla realtà come l’“esistenza” a qualcosa che, per loro stessa assunzione di partenza, va oltre la realtà? Se accetti un concetto di un Dio al di fuori del reale, allora devi accettare anche che questo concetto vada oltre anche quello che si pensa sia l’“esistenza”. D’altronde, se Dio esistesse e basta, farebbe parte della realtà e gli uomini lo vedrebbero chiaro, distinto ed evidente davanti ai loro occhi. Lo potrebbero vedere, toccare, fiutare.
- E allora Dio esiste solo se si crede che esso esista, giusto?
- No, non è così. Cioè, lo è solo in parte. Pensaci: un essere umano si crea la propria realtà proprio come stai facendo tu adesso. Generalmente, come ti ho già detto, la fonda sul concetto che lui stesso e le cose che lo circondano non possano essere sé stesse e il loro contrario allo stesso istante. Tuttavia, una volta creata questa realtà e vedendo che è limitata, l’uomo si chiede cosa ci sia fuori da quella realtà. E questo lo chiama Dio. Sapendo queste cose, egli ha potenzialmente tutte le informazioni per capire cos’è Dio.
Riflettei in silenzio per qualche istante.
- Vuoi forse dire che Dio è l’insieme di tutte le cose che sono sé stesse e il loro contrario contemporaneamente?
- Diciamo che è l’insieme di tutte quelle cose che sono intuibili ma per definizione incomprensibili per l’uomo. Incomprensibili perché è lui stesso, l’uomo, a determinare i confini della sua ragione in base a quel principio di unicità e non contraddizione degli oggetti nel tempo. Un principio che egli riconosce, che può immaginare che venga infranto ma non può figurarsi come. Così come si può immaginare logicamente l’idea che questa pietra possa essere sé stessa e il suo contrario allo stesso momento ma non possiamo immaginarci come.Ecco perché non ha senso domandarsi se Dio esiste: esiste e non esiste insieme. E’ bene e male insieme. Eterno e mortale. Infinito e finito.
E a quelle parole capii.
- Dio è me e altro da me – dissi, in un moto di stupore, come se in quel preciso istante quella ardita teoria fosse diventata una realtà evidente, innegabile. E lo era diventata perché io stesso l’avevo giudicata tale.
Guardai sbigottito il mio accompagnatore. Sentivo come una forza tremenda ed enorme farsi spazio nel mio corpo, riempirmi come un fiume in piena fino a far traboccare la mia mente. Vidi gli ulivi tremare dolcemente al vento calmo della notte: ora sembravo vedere tutto in una prospettiva nuova. Era come se quel mondo avesse finto di penetrarmi sotto al pelle e avesse finito di pervadermi completamente.
Lui mi si avvicinò, mi posò una mano sulla spalla e mi sorrise.
- Vedi? Anche a te è successo. Anche tu, ora, hai compreso.
Mi guardò negli occhi, e io nei suoi.
- Ora sei pronto. Pronto come lo ero io – mi disse.
- Pronto per cosa? – chiesi io, ancora intontito.
- Beh… ma per prendere il mio posto no? - E mi sorrise in maniera dolce, comprensiva.
- Cosa? – dissi io, spaventato. Feci qualche passo indietro, ritraendomi dalla sua mano poggiata sulla mia spalla.
Lui mi guardò da più lontano.
- Hai capito bene – mi disse, in tono comprensivo.
- Io… io… non posso.
- Ma tu hai già compreso. Lo sei già.
- No…
- Tu sei già passato oltre. Lo hai già detto: “Dio è me e altro da me”. L’hai visto tu stesso. Hai preso coscienza di un nuovo tipo di realtà. Hai compreso.
Lo guardavo incredulo. Si avvicinava. Mi posò entrambe le mani sulle spalle, scuotendomi in maniera affabile.
- Tu sarai il quarto Menshiah. Aprirai una nuova era. Sarai un riferimento per gli uomini, per tutte le entità, i semidei, i sogni, le idee e i ragionamenti. Sarai l’uno e il tutto; l’alfa e l’omega.
Mi scossi: - Vuoi dire che tutto questo… tutto questo viaggio… Shaytan. Morte, Eva, Thus e Kung… gli angeli cacciatori, Lazzaro e Giobbe… l’apocalisse… era tutto un piano per farmi arrivare a questo?
- Hai fatto tutto tu – disse lui -. E’ stato un percorso tuo, una tua personale presa di coscienza. Nient’altro. Eri tu a determinare tutto, a gestire i personaggi e a muovere le fila. Solo che ancora non lo sapevi.
- Ma come ho fatto a farlo senza saperlo?
- C’è una profonde differenza tra volontà e coscienza.
Mi sentivo completamente stordito. Mi sedetti sulla grande roccia scura, nascondendo la faccia tra le mani. Il peso della responsabilità sembrava schiacciarmi a terra. Sentivo tutto girarmi intorno, stordendomi, quasi minacciandomi. La mia schiena sembrava curvarsi sotto un peso caldo e verticale sopra di me, incombente, che sembrava impedirmi di muovermi, di parlare, di essere. La mia mente sapeva, ma il mio corpo sembrava volerlo rigettare. Violentemente, irrazionalmente, come se stesse cercando di uscire dalla sua stessa pelle, dalle sue stesse ossa. La mente, dal canto suo, galleggiava confusa, come stordita nelle profondità di un mare di insensibilità mentre il resto del mio io si contorceva e sembrava eclissarsi in sé stesso.
Lui si avvicinò. Sentii la sua voce.
- Mi ricordi me. Ora il dubbio ti divide, ma sai già qual è la tua strada. Ora sai di essere capace di formare l’universo, il futuro, il destino… sei un Dio. Non puoi sfuggirne.
Ascoltai quelle parole con stanchezza. Ero come incastrato tra due essere; un bivio forte e irrinunciabile, a cui sembravo avvicinarmi sempre di più anche se avrei voluto fermarmi. Sentii la nuova coscienza salire, e la volontà che, stordita, sembrava ribellarsi. In quei momenti, pensai alle freddi notti del polo, alle calde mura del Brasile e alle vie strette di Cracovia; al profumo di rosmarino e solitudine della Grecia, alle luci elettriche di Las Vegas. Ripensai a quello che ero, quello che stavo diventando. A cosa avevo portato attorno a me in quel viaggio frenetico e insensato verso un traguardo che non sapevo di dover raggiungere.
E poi capii. E mi scossi.
- Hai ragione. A me stesso non posso sfuggire – gli dissi.
Mi alzai in piedi. Lo guardai fisso negli occhi. Lui mi scrutò nel profondo
- Vedo che hai deciso – disse, impassibile.
- Sì – risposi io.
- Se è così, segui quel sentiero – disse, indicando un passaggio che saliva tortuoso in mezzo agli alberi - Io non posso fare più nulla.
Feci un cenno con la testa, e mi avviai verso quello spiraglio sotto gli ulivi lenti. Stavo per infilarmi sotto le fronde nodose, quando mi fermai.
- Grazie – dissi, e mi girai.
L’uomo gentile dai capelli corvini e ricci e il naso a patata era sparito. Al suo posto, una visione irreale: un uomo alto e dinoccolato, con un completo bianco elegante, un cappello lucente e il bastone nero. La faccia lunga e scavata, dietro agli occhialini sottili. Lo guardai interdetto.
- Shaytan? - chiesi, stupito.
Lui rispose.
- Come ti dissi quando cominciò tutto, bene e male sono due facce della stessa medaglia – disse -. Sono la stessa cosa. Non esistono. C’è solo ciò che ritieni giusto e quel che non lo è.
Sorrisi, e tornai a girami verso il sentiero.
Mi avviai a passo deciso, senza guardarmi intorno. Tutto mi sembrava chiaro, definito. La mia strada, segnata. Il fogliame sembrava diradarsi, mentre il sentiero saliva in maniera decisa. Nella mia coscienza, la consapevolezza di essere sul punto di non essere più. Di essere sul sentiero del cambiamento.
Aggiravo il sentiero a grandi passi, cercando di non pensare poi molto. Feci una curva e mi trovai di fronte ad un vecchio tronco cavo: Sotto di esso vidi una figura alta e sottile dalla lunga barba bianca. Mi avvicinai: era Kung. Mi fece un cenno con la testa con un sorriso gentile, e io risposi sorridendo.
Proseguii, mentre la notte sembrava farsi più nera, e gli alberi più radi. Il sentiero saliva rapidamente, salendo nell’oscurità crescente. La luna sembrava una fiamma sul punto spegnersi. Più oltre, sotto la sua pallida luce, davanti a me, seduti su un masso, vidi sue figure. Una bassa, dai capelli rossi accessi, la pelle chiara e gli occhi piccoli, stava in piedi e mi scrutava in silenzio. L’altra, seduta la suo fianco, era flessuosa e scura, la fronte nuda, gli occhi profondi e sicuri, fumava una sigaretta.
- Buona fortuna, vecchio bastardo – disse Sid tirando una boccata, mentre Thus, a suo fianco non si mosse.
Anche a loro feci un cenno di ringraziamento con la testa e proseguii. Vidi davanti a me il crinale dell’altura, e la figura di un ultimo grande ulivo, puntellato dalle stelle del cielo. Passo dopo passo, notai una figura, sotto l’albero. Piccola, raccolta, con la pelle scura, il sorriso dolce incorniciato da un velo leggero sopra la testa. Mi aspettava con le mani giunte e con un espressione amorevole. Le arrivai accanto, e la salutai con un sorriso.
- E’ giunto anche il tuo turno -, disse Morte, dolcemente.
- Sì – dissi io – Pare di sì.
Lei mi porse la sua mano, vecchia e morbida, e io la presi.
Mi condusse qualche passo avanti oltre il crinale. La grande città, la Gerusalemme del domani, rimaneva, silenziosa e possente sotto la volta della notte. Tutto intorno, il mondo e la campagna sembravano abbracciarla in una stretta profonda e morbida, crivellata solo dal suono di qualche grillo. A sud, la grande porta restava, silente e massiccia.
- Sei pronto? – mi chiese lei.
La guardai.
- Sì – dissi.
A quelle parole, scomparve.
Attorno, tutto stava morbidamente scivolando nel buio, in un battito di ciglia di immortalità. Davanti a me, ultima visione, un bambino, seduto a terra. Quel bambino biondo e grassoccio coi dadi.
Non disse nulla: solo, dal basso, mi sorrise. Poi si alzò in piedi e lanciò i dadi in aria. Seguii con lo sguardo quei due piccoli punti bianchi, mentre dipingevano una lunga parabola scintillante nell’oscurità. Per un secondo mi sembrò che non dovessero mai toccar terra, e che il mondo si sarebbe fermato con loro in un eterno circolo di ritorno. Di caso e di scelta.
Poi, così come erano comparsi, i dadi sparirono nel buio. Le tenebre salirono, come marea dolce. Il cielo si oscurò, inghiottito nell’incoscienza. Il mondo scivolò via, dolcemente, fuori dalla mia pelle, in un colpo d’ali di onnipotenza. Ne fui travolto e mi vi abbandonai.
Nel buio dell’eterno silenzio, dell’inesistenza che non ritorna, una sola stella, di fronte a me, rimaneva. Una sola, di fronte miei occhi, ora ben aperti.
Una sola. E conclusiva.
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lunedì 5 marzo 2007 - ore 11:11
31.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Camminavamo attraverso la città, antica e distrutta. Le macerie silenziose sembravano dormire sotto quel filo di luna nel cielo. Brandelli di nuvole scivolavano qua e là pigre, solcando con la propria ombra le vie scalcinate e irregolari, come una fa mano silenziosa che segna la fronte di un bimbo.
Una leggera nebbia cominciò ad alzarsi da terra, mentre seguivo quell’uomo misterioso e senza nome. Era chiaro che quel posto aveva finito da tempo di vivere, e pur tuttavia non sembrava morto come può essere morta una città del passato che riemerge dal terreno dopo secoli di oblio. Qualcosa, una minuscola scintilla di vita, ancora sembrava aleggiare nei frantumi dei muri e nell’abbandono dei pezzi di vetro tutt’intorno nelle strade.
Sembrava come se una calamità naturale si fosse appena abbattuta su una città fino a pochi istanti fa florida, risucchiandone gli abitanti e spazzandone via ogni parvenza di splendore. Forse era vero: dovevo ancora decidere.
Fu così, guardando quello scenario desolato, che ripensai alle terribili scene a cui avevo assistito solo poco tempo prima. O, forse, in un altro tempo. La paura, lo stupore, l’abbandono, Quel vortice mostruoso apertosi nel cielo, e il vento infernale che ne scaturì… il solo pensiero ancora mi bruciava la pelle.
- Anche qui è passata l’apocalisse? – chiesi, quasi senza riflettere, al mio accompagnatore, che camminava silenzioso e con la testa bassa a fianco a me.
- Probabilmente. Il ricordo di quell’episodio è ancora così forte in te che non hai potuto fare a meno di riportalo anche qui, in qualche modo – rispose lui.
Mi guardai intorno, perplesso. Sembrava impossibile che tutto quello che mi circondava fosse un frutto della mia mente. Ma in realtà doveva essere cosi. O, almeno, poteva esserlo. Dovevo cominciare a considerare quella possibilità. Non avevo grandi alternative, d’altronde. Guardavo tutto intorno la solitudine e la devastazione quieta di quel luogo, e le mie domande non vi trovavo alcuna vera risposta.
- Ma se è davvero come dici tu, che ogni cosa della realtà viene decisa da noi, allora io avrei dovuto decidere anche la mia morte.
- E’ così – disse lui, senza fermarsi, continuando a camminare lentamente.
- Ma che senso ha? Perché qualcuno dovrebbe porre fine alla sua stessa esistenza? Perché la nostra volontà dovrebbe cercare di porre fine alla propria integrità?
Lui si schiarì al voce con un colpetto di tosse portando il pugno chiuso alla bocca.
– Perché sta nella naturalità dell’universo che essa stessa ha creato. Mi spiego meglio: quando “nasce” una volontà, la prima cosa che essa deve fare è prendere coscienza di sé stessa, della propria mente e del proprio pensare. Quel primo assunto è il vero fondamento nella creazione di un essere, di una volontà. Se viene trascurato, se la stessa volontà non si riconosce, allora è chiaro che essa stessa non può esistere. Giusto?
Feci un cenno di assenso con la testa.
- Dunque, la prima cosa che “nasce” è la volontà. Ma per “essere” questa volontà deve comprendere sé stessa; dunque limitarsi. D’altronde, non sarebbe possibile “comprendere” qualcosa di infinito, no? Dunque l’essere comincia quando la volontà si riconosce come un’unità. In definitiva, quando si dà dei confini.
E dicendo questo fece un segno di una sfera con le mani. E continuò:
- Ma c’è un inghippo: essendo (o credendosi) così limitata, la mente si rende conto subito di una cosa: può pensare quasi ogni cosa, ma non può pensare a qualcosa che sia il contrario di essa stessa. Proprio perché è la mente l’unico punto di riferimento, essa non si può pensare di uscire da sé stessa. Dunque non può comprendere qualcosa che sta al di fuori da essa stessa. Così, gli esseri dotati di volontà capiscono subito la loro prima lezione: che non si danno mai cose una il contrario dell’altra contemporaneamente. In pratica, si scopre l’essere.
- Ma allora non si è completamente liberi, come dicevi tu prima. Se non possiamo pensare ad una cosa e al suo contrario insieme, non è vero che la mente umana è completamente libera. Esiste comunque un limite.
- Eh no! Essere liberi non vuol dire non avere limiti; vuol solo dire sapersi giostrare le proprie possibilità, grazie alla propria volontà. Proprio grazie ai limiti, alle alternative, l’uomo ha la scelta. Senza alternative e senza scelta, mi dici che libertà ci sarebbe? Solo una noia mortale!
E sorrise ancora una volta. Aveva ragione lui. Lo ammisi a me stesso e cercai di tornare al punto della questione.
- Sì, ma non mi hai ancora spiegato perché una volontà dovrebbe “decidere” di morire.
- Ci sto arrivando… Dunque: la volontà capisce di essere unica e dunque limitata. E perciò capisce che non può essere sé stessa e il suo contrario contemporaneamente. Ora quella volontà “è”, ma non “esiste” ancora. C’è e basta. Sì perché, per esistere, quella volontà deve rendersi conto che, riconoscendo e limitando sé stessa, essa ha compiuto un’azione. Un’azione che ha definito il suo ruolo in qualche modo: che le ha dato lo scopo di essere. E questo perché riconoscersi come un’unità vuol dire anche riconoscere una propria azione coesa. Un’azione legata, in definitiva, ad uno scopo.
- Dunque la volontà prima è diventata essere e poi esistenza.
- Sì. Ed è diventata esistenza perché è arrivata a porsi la più fondamentale delle domande: “perché?”. “Perché sono una?”. E la risposta non può essere altro che: “per agire, per realizzare uno scopo”. Ma che senso ha avere uno scopo se non si ha alcuna limitazione? Se la volontà non avesse nulla contro cui “combattere”, nemmeno avrebbe qualche tipo di scopo, perché tutto sarebbe già acquisito. Dunque si crea la morte.
- E’ dunque solo per questo che le “volontà” decidono di morire? Per darsi un obiettivo?
- Non è cosa da poco. E’ come la libertà di cui ti dicevo prima: se non c’è alternativa non c’è liberta. Allo stesso modo, se non ci sono limitazioni non c’è lo scopo. Se ti ponessi, per esempio, l’obiettivo di arrivare primo ad una gara di corsa ma non avessi avversari, che senso avrebbe il tuo scopo? Alla stessa maniera, senza la morte non avrebbe senso nemmeno l’esistenza.
Continuavamo a camminare lentamente tra le strade strette e le case alte, le cui mura nere sembravano stringere il cielo notturno in piccoli corridoi d’aria vuota e pulita.. Girammo un angolo, e ci trovammo così nel mezzo di una larga via pavimentata. Doveva essere una delle arterie principali della città. Davanti a noi, un centinaio di metri più avanti si ergeva un porta monumentale, a sesto acuto, senza battenti. Doveva essere la grande porta di ingresso alla città. Ai alti, si apriva una piazza dalla pavimentazione dissestata, circondata da case basse e scrostate dal vento. Attraversammo quello spiazzo irregolare, e arrivammo ai piedi della grande porta, e il mio accompagnatore poggiò la mano sulle mura millenarie guardando verso l’alto, contemplando l’imponente arcata che ci sovrastava, destinata a durare ed esistere prima e dopo le vite dell’uomo.
- L’ultima volta che passai di qui, c’erano fila di persone ovunque -, raccontò sorridendo, indicando verso la via che avevamo percorso. Tutti mi salutavano e mi accoglievano… erano convinti che fosse l’inizio di qualcosa. E poi, in effetti, fu proprio così. Era inevitabile.
- Perché dici che era inevitabile?
- Perché molti di loro consideravano un fatto di per sé evidente che fosse sceso dall’alto un nuovo Messia. Pensavano che fosse stato un fattore esterno, Dio, a mandarglielo. In realtà, io ero il Messia grazie a loro, perché loro esistevano. Spesso, per non dire sempre, gli uomini credono che le cose che osservano e credono “vere” debbano per forza avere una causa esterna, e che queste causa condizioni i fatti. In realtà, avviene il contrario: loro stessi condizionano la causa.
- Non ti seguo...
Lui fece qualche passo, quasi a voler misurare l’acciottolato sotto i suoi piedi, forse cercando le parole giuste per quello che stava per dire.
- Cercherò di spiegartelo con un esempio. Oggi gli scienziati credono che siano quattro le forze fondamentali dell’universo; quattro forze calibrate in potenza fra di loro così da creare un perfetto equilibrio, senza il quale l’universo non potrebbe esistere. Questa è considerata per loro e per quasi tutti gli esseri umani sulla terra una verità evidente e verificabile. Una verità che però porta in seno una domanda pesante, che molti scienziati si sono già posti senza ancora trovare una vera risposta: perché queste forze sono in equilibrio? Come mai tra tutte le infinite combinazioni possibili di potenze, si era creato proprio quel particolare equilibrio che ha permesso al cosmo di formarsi? Non volendo ammettere per loro principio alcuna volontà estera al sistema, cioè una specie di Dio che potesse aver dato vita a quell’equilibrio, gli scienziati si sono arrovellati per anni su questa domanda: perché l’universo è così “perfetto”?
- Già, perché?
- In verità essi sono così asserviti al mito di una realtà esterna che non riescono nemmeno a rovesciare il problema. E’ assurdo infatti pensare che l’universo sia perfetto di suo; è perfetto per l’essere umano. O meglio, per la sua visione delle cose. Nessuno ha pensato che quell’equilibrio esiste proprio perché esistiamo noi, e se quell’equilibrio non ci fosse stato il problema non si sarebbe nemmeno posto. E’ infatti evidente che se quelle leggi hanno un equilibrio è perché l’uomo, e non l’universo, le ha create nel corso della storia a sua perfezione. D’altronde, è più logico pensarla così che ipotizzare che esse si siano formate in perfetto equilibrio per “puro caso”, no? Se nell’universo i conti tornano, torneranno perché c’è l’uomo a farli.
- Quali “conti”?
- Gli uomini credono in cose come le forze fondamentali dell’universo perché dicono di osservarle nei fatti, nei loro esperimenti. Ma quegli esperimenti, quei fatti osservabili sottostanno comunque alla loro volontà di interpretazione, ai loro sensi. Quello che vediamo, tocchiamo, sentiamo, odoriamo prima di essere qualcosa di esterno è un impulso nella nostra mente.
- Vuoi dire che i nostri sensi ci ingannano?
- Affatto. Voglio dire è che il concetto, la forma mentale di un’idea viene prima di una percezione fisica, e non viceversa. E’ la realtà che si adatta alle idee, non le idee alla realtà.
- Eppure, la concezione per cui le teorie, le idee sulla natura si fondino sull’osservazione di una realtà esterna ha sempre funzionato bene. Non c’è mai stata un evidenza che dimostrasse il contrario.
- Non c’è mai stata un’osservazione che ha smentito una teoria? Ce ne sono in continuazione, invece! E per questo nascono altri concetti, altre teorie che formano la realtà comune su cui basarsi. E tanto più queste nuove teorie saranno accettate e condivise, tanto più saranno “vere” e “reali”.
- Per cui mi stai dicendo l’universo esiste perché esiste l’uomo?
- In realtà non c’è alcuna alternativa: quelle forze dovevano avere quell’equilibrio perché era l’unico modo in cui esse potevano esistere per gli esseri umani. Allo stesso modo, io dovevo essere il Messia per la gente che qui mi accolse sventolando rami di piante: non ero così per volere di qualche “entità esterna”, ma perché loro mi volevano così. Non c’era alternativa.
Guardai quella piazza, e cercai di immaginare la folla festante, coi suoi colori accesi e le fronde verdi che sventolavano in ogni direzione e sotto il sole lucente.
- Ma se è così, se tutto è determinato dalle nostre concezioni, che fine ha fatto il caso?
Lui fece spallucce e rispose:
- Il caso, come tutte le cose, esiste se credi che esista. E l’uomo crede che esista perché è un ottimo tappabuchi, una buona risposta per coprire molte delle cose che non riesce a spiegare. Il caso è un Dio molto potente se gli uomini lo credono tale; un Dio a volte più di me. Ricordi quel bambino biondo che hai incontrato poco prima dell’apocalisse? Quello giocava coi dadi? E’ lui, il caso.
- Ah sì? E cosa ci faceva lì?
- Dovresti dirmelo tu… era lì perché ce l’avevi messo tu. Era una risposta ad una tua domanda.
Ripensai a quel bambino silenzioso, alle sue dita grasse che lanciavano i dadi per aria.
- Eppure, sembrava così reale – dissi sotto voce, quasi fra me e me.
- Sono molte le cose che gli uomini credono perfettamente “reali” o “naturali” e invece sono in qualche modo costruiti mentalmente e culturalmente. Anche i concetti più semplici, quelli ritenuti “fondamentali”. Il tempo, per esempio.
- Cosa vuoi dire?
- Beh, ci hai mai riflettuto? Perché gli uomini hanno tutti la stessa idea che il tempo sia una specie di linea continua, sempre protesa verso il futuro e che non torna mai verso sé stessa? Ti assicuro, per esempio, che per un contadino che viveva nelle campagne della Cina nel medioevo era completamente diverso. Un uomo che per tutta la vita serviva lo stesso padrone, raccoglieva i frutti della terra sempre nello stesso periodo dell’anno, e faceva lo stesso lavoro del padre, del nonno e del nonno del nonno… beh, per lui il tempo era tutt’altro che una linea, ma piuttosto una ruota che tornava in continuazione. Una teoria che apparirebbe insensata e illogica per molti esseri umani di oggi.
- Direi per tutti.
- E proprio questo fa la forza di concezioni come quella del tempo come una linea retta: il fatto che siano fortemente condivise. Altre, invece, lo sono meno. Per esempio, se avessi detto a quel famoso contadino che gli spiriti dei suoi antenati non esistevano, lui avrebbe trovato la cosa insensata e illogica. Che le anime degli avi si aggirassero per la terra era per lui cosa perfettamente evidente, tanto quanto lo è per noi la gravità, per esempio.
- Mmm… non ti sembra di esagerare?
- Affatto. Forse che il vedere il fantasma di suo padre per quel contadino era un’“evidenza scientifica” meno valida della famosa mela che cadde in testa a Newton? Lui vedeva quello spirito, e tanto bastava per provarne per sempre l’esistenza; esattamente come accade a noi per la gravità.
- Vuoi forse dire che se non “credessimo” nella forza di gravità le cose la finirebbero di caderci addosso? – dissi io, con un mezzo sorriso.
- Perché no? So che è difficile da immaginare, ma prova a pensare a cosa accadrebbe se fossi assolutamente sicuro che la gravità non esiste. Se fossi come ipnotizzato e non potessi né vedere, né sentire né toccare alcunché che cade dall’alto… ci crederesti ancora nella gravità? Lo so: è difficile immaginarlo, perché la gravità è un concetto molto forte nella costruzione della realtà comune: tantissimi altri concetti si basano su di essa, ma rimane pur sempre una convenzione creata dall’uomo. Solo che si crede che sia una convenzione indotta dalla “realtà esterna” ma, come abbiamo visto, una realtà esterna non è affatto necessario che esista. Noi diamo per scontato che essa esista perché la vediamo, la sentiamo, la tocchiamo e la odoriamo, ma in realtà l’unica cosa che conta siamo noi stessi. La gravità esiste non perché è stata osservata, ma perché è stata pensata e posta come convenzione. I concetti non sono solo delle scatole con cui cerchiamo di organizzare al meglio il nostro pensiero, ma influenzano direttamente l’universo “fisico” che ci circonda.
- Anche il concetto di “Dio”?
Mi guardò negli occhi e mi sorrise:
- Sì, anche quello. Il concetto di “Dio” non è poi così differente da molti altri. Prendi le parole, per esempio. Un eschimese ha sette parole diverse per descrivere la neve, tu una sola. Ma mentre per te la neve è una cosa sola, indistinta, per lui sono sette cose diverse e ben distinte. Allora esiste uno o sette tipi diversi di neve? Ovviamente, dipende dai concetti che gli uomini fanno propri. Allo stesso modo della neve, io sono una semplice risposta della mente umana. Sono molti e uno, giusto e ingiusto, eterno e mortale. Sono una risposta tanto quanto lo sono le forze fisiche, i sentimenti, gli affetti…. Ed esisto nella stessa misura in cui la gente crede in me. Così è Dio, così sono le parole: per gli uomini esistiamo fin quando siamo concetti diffusi e la gente ci reputa una buona risposta ad una domanda della propria mente. E siamo più “reali” del reale.
- In principio era il verbo – citai io, camminando.
Lui sorrise genuinamente, sempre a testa bassa.
- Già – rispose.
E continuammo a camminare, uscendo dalla città e verso la campagna circostante, nel silenzio di una notte che sembrava non esistere.
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lunedì 5 marzo 2007 - ore 11:10
30.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sì, lo so. In questa storia non faccio altro che riaprire gli occhi, emergere dalle tenebre. Lo so. Vi sarete stufati. Ma questa volta, lo giuro, è diverso. Quella fu l’ultima in cui li riaprii davvero. E, come tutte le ultime volte, fu anche la più strana.
Fu come svegliarsi senza aprire le palpebre, come riacquistare la vista e la memoria all’improvviso. Come uscire da una stazione dopo un lungo viaggio e accorgersi di essere già arrivati. Come emergere dal mare dopo una lunga risalita, e trovarsi all’aria aperta, in un mondo diverso. Non opposto, ma diverso.
Non fraintendetemi: non fu affatto un qualche tipo di “rivelazione”, o una rinascita violenta come dopo essersi stati espulsi violentemente dal grembo della vita.. Fu piuttosto la presa di coscienza di un qualche tipo di passaggio. Una scena nuova. E non più ripetitiva. Aperti – o non aperti – gli occhi, infatti, fin dal primo sguardo mi accorsi che il gioco, stavolta, era definitivamente finito. La mia pedina era stata irrimediabilmente sbattuta fuori dal tabellone. Ora c’era da capire se si era vinto o perso.
Cominciai a sentirmi. Più leggero, quasi stordito. Non sentivo più addosso quella spossante stanchezza, l’alito pesante della vita sulla pelle. Anzi, a dire il vero, era quasi come se non sentissi più il mio stesso corpo. Era su di me, certo, presente… eppure così… poco rilevante. Come stare immersi nell’acqua perfettamente fermi, fino a quando non si sente più niente, attorno. Così maledettamente leggero e insensibile che non mi sembrava nemmeno di essere reale, se non fossi stato così convinto di esserlo. E lo stesso per quello che stava attorno a me: che vedevo. Tutto, perfino me stesso, dietro la scorza dura di un immagine nitida, mi pareva così etereo eppure solido, come se fosse fatto di puro pensiero. Trasparente.
Non ero steso a terra, né ero appoggiato a niente. Né, credo, posso affermare con certezza il fatto che mi stesi reggendo in piedi sulle mie gambe. Sembravano cose così incredibilmente poco rilevanti… Ciò che mi appariva davanti era, in realtà, era solo una strada. Una larga strada di una città in rovina. Deserta, abbandonata. Sopra un, cielo plumbeo, agitato da lunghe e contorte nuvole grigie.
Un vento di solitudine spazzava la strada, svincolandosi tra le mura in rovina, portando con sé qua e là cocci tintinnanti di una vita passata e brandelli di umanità. Da quel che ne rimaneva, sembrava la strada di un qualche tipo di antico mercato mediorientale, dove ancora qualche lembo di tenda di suk svolazzava qua e là.
Avanzai incuriosito tra quei brandelli di mura, agitandosi nel mio “nuovo corpo”, come a provare dopo molti anni qualcosa che pure si sa di poter fare; qualcosa che si sembra di essersi dimenticati ma che, quasi senza volerlo, ci viene così naturale.
Mentre avanzavo, mi guardavo attorno. Qualcosa si mosse al limitare del mio sguardo, e subito mi voltai a guardare. Nell’immagine di un attimo, vidi, a qualche passo da me, quel bambino bambino biondo gettato a terra giocare ancora con i suoi dadi. A anche lui mi vide, e subito si alzò e sparì, quasi spaventato, in un vicolo stretto. Feci per inseguirlo, ma quando mi avvicinai al vicolo e vi affacciai, vidi solo una tenebra densa e scura.
- Cerchi qualcosa? – disse una voce alle mie spalle.
Mi voltai, e davanti a me vidi un uomo più basso di me, di mezza statura, con folti capelli ricci, occhi scuri e grandi, tratti marcati e un grande naso a patata.
- No – dissi, sorpreso – mi era solo sembrato di vedere… una cosa… -
Lo straniero sorrise amabilmente, quasi in segno di assenso.
- Sì, qui succede spesso.
- Cosa?
- Sembrare.
- Chi sei? – chiesi io.
- Sei sicuro di non conoscermi? - mi chiese, con fare allusivo.
Lo guardai bene, socchiudendo un poco gli occhi. Poi feci di no con la testa.
- Forse questo ti aiuterà -, disse lo straniero che, a quelle parole, incredibilmente, sparì. Al suo posto, mi apparve un uomo alto, dagli incredibili occhi azzurri, lineamenti dolci e lunghi capelli lisci color miele. Era Gesù, il Cristo, il secondo Menshiah.
Fui subito colto da un ondata di meraviglia e stupore. Quasi il mio corpo lo riconoscesse impaurito, arretrai istintivamente di qualche centimetro. La mia mente sembrava essersi ritirata istintivamente, come fanno le pupille di fronte ad una forte luce: dominata. Rimasi a guardarlo a bocca aperta.
- Gesù?
- Sì – rispose lui.
Poi, dopo qualche secondo, mi scossi: Tornai ad essere me, e chiesi, diffidente:
- E io come faccio a sapere che tu non sei quello di prima? O magari nulla? O forse solo un’illusione -
- Ahahaha – rise lui, in maniera solare, quasi sguaiata – può anche darsi – disse - ma, a questo punto, che differenza può fare? Tutto questo ti sembra “reale”?– e con un gesto mi indicò le rovine tutt’attorno.
Non risposi, non guardai.
- Ehi, ma se non ti piace, possiamo anche cambiare – e così dicendo si trasformò in un ometto basso dai capelli di fuoco e lo sguardo vispo.
- Thus? – lo chiamai io, ancora più sconcertato. Ma poi fu subito la volta di un meticcio alto e possente, dal cranio rasato: Sid. Poi ancora Kung, e infine Morte. Poi, tornò al suo primo aspetto, quello dell’uomo coi capelli ricci e il naso a patata.
- Chi sei veramente? – chiesi, disorientato.
Lui si strinse nelle spalle con un sorriso – Beh, credo che l’importante sia chi tu credi io sia -
- Che vuoi dire?
Lui sorrise, emettendo una breve smorfia. – Ti voglio raccontare una storia. Un tempo, io giravo per questi luoghi, e parlavo alla gente. Che tu ci creda o no, la gente mi ascoltava, credeva in me. Non ti saprei dire il perché, ma mi credevano un uomo potente. E il fatto che lo credessero, faceva di me un uomo potente. Chi credeva in me diceva che facevo dei miracoli, chi non ci credeva, in me non vedeva altro che un pastore coi capelli ricci e il naso a patata…-
E qui sorrise di nuovo, toccandosi il naso con fare malizioso.
- Un giorno, mentre camminavo coi miei discepoli nella campagne, mi si avvicinò un uomo. Zoppicava vistosamente, la faccia sofferente come una piaga. Si buttò ai miei piedi e mi pregò, mi scongiurò di salvarlo, di sanarlo dal tarlo che aveva in testa. E non parlo in senso metaforico, diceva di avere davvero un insetto nel cervello. Era così disperato che non potei non aiutarlo. Allora mi avvicinai, e gli dissi che l’avrei curato se avesse avuto fede. Gli posai le mani sulla testa, poi feci per recitare una preghiera e, mentre ero chinato a terra con lui, furtivamente catturai con la mano un insetto che passava di lì. Allora posai le mani di nuovo sulla sua testa e poi le tolsi, mostrandogli l’insetto che avevo catturato. Beh, non ci crederesti… se ne andò via piangendo e saltando felice come un grillo.
E di nuovo qui rise.
- Un trucco da prestigiatore, insomma. Non l’hai curato davvero.
Qui lui si corrucciò. – Come sarebbe a dire che “non l’ho curato”? Non era forse malato?
- Beh… no, certo che no. Non aveva nulla – dissi io, un po’ impaurito dalla sua reazione.
- Beh, era forse sano?
Tacqui.
- Lui credeva di essere malato, ed era malato. Lui credeva di essere guarito, ed era guarito. Alcuni credevano avessi fatto un miracolo, ed era un miracolo. Alcuni credevano che imbrogliassi, e imbrogliavo. Vedi, amico mio, da allora questo ho capito: non c’è alcuna differenza tra ciò che si crede essere e ciò che è.
- Non è quello che ho sempre saputo – risposi io.
- Infatti. E proprio per questo, non era vero.
Lo guardai inarcando le sopracciglia, con fare diffidente. Mi chiedevo chi fosse quell’uomo, cosa voleva dirmi.
- Pensaci – continuò - Ogni singola cosa nell’universo, ogni oggetto che vediamo, sentiamo odoriamo e tocchiamo passa attraverso il nostro cervello. Ogni cosa, davvero, passa, attraverso di noi. Se non passano attraverso di noi, semplicemente non esistono. Ma se tutto passa attraverso di noi, amico mio, mi spieghi perché alcune cose dovrebbero essere “reali” e altre “non reali”? Perché alcune cose dovrebbero esistere anche per il resto dell’universo e altre no? Se io credo di toccare una pietra la sentirò tra le mie mani indifferentemente dal fatto che lei “esista” o meno per il resto del mondo. Siamo solo noi che decidiamo cosa è reale e cosa no. Per questo dico che non è importante chi sono “veramente”… ciò che importa è solo quello chi tu credi io sia. Se vuoi credermi biondo con gli occhi azzurri ti apparirò così, se mi credi un idolo con la testa di vitello così ti apparirò… Se credi che io non esista, io sparirò…. Tutto sta a te.
Ero dubbioso. Non sapevo che dire: se cercare di stare al suo gioco o semplicemente fare finta di ascoltarlo, compiacente. In realtà, subito realizzai che, se avessi deciso di dargli corda senza veramente ascoltare quel che mi diceva, lui se ne sarebbe sicuramente accorto: voglio dire… era Dio. O qualcosa di simile. Dunque provai capire e a rispondere.
- Mi stai dicendo che sono gli uomini e decidere cosa è reale o cosa no?
- Ti sto dicendo che la condizione di “esistenza”, di “realtà” passa solo attraverso di te. Ognuno di noi forma il proprio universo. Per esempio: questo è solo un frutto della tua mente: un palcoscenico inconsciamente creato da te per il nostro incontro – e così dicendo, con un movimento lento del braccio, mostrò, per la seconda volta, il paesaggio che ci circondava.
Questa volta guardai. Guardai al strada grigia e vuota, le case diroccate e silenziose, il cielo uniforme.
- E perché avrei dovuto crearmi un posto del genere?
- Lo so, sei confuso – disse -. E’ normale che tu lo sia. Ora infatti sei indeciso sulla tua identità; sulla stessa realtà che ti vuoi creare. E’ come se ti fossi trasferito in un luogo lontano da casa e dovessi decidere a come ricostruire la tua vita: come apparire agli altri, che scelte fare. Ora, infatti, tu hai una sola certezza: sei morto. Ma non sai esattamente cosa ne è di te e del tuo mondo. Nella tua “rappresentazione” dell’universo, infatti, non credi che, dopo la vita, non ci sia nulla, ma nemmeno credi che ci sia un paradiso in cui riposare su di una nuvoletta o sdraiato in mezzo a quaranta vergini. Sei indeciso: su che ruolo darti, su che mondo creare attorno a te dopo al morte. Non credi di essere sparito ma nemmeno credi di poter esistere dopo al morte. Per questo hai creato questo strano posto. Devi ancora decidere.
– No, mi spiace… è una bella storia, ma i conti non tornano. Se è vero che tutto dipende solo dalla mia volontà, perché sono schiavo di questa realtà? Una realtà che non posso controllare, dove non posso fare ogni cosa che voglio.
- Perché sei tu che credi di non poterla controllare. La gente crede che esista una realtà esterna che loro subiscono, che è indipendente da loro. Ma lo fanno solo per due motivi. Il primo è che non potrebbero sopportare l’idea di avere un intero universo che dipende esclusivamente dalla loro volontà, dal loro “credo”. Troppo impegnativo. In secondo luogo, credendo che al mondo esistano altre persone del tutto simili a loro, gli uomini devono ammettere che anche gli altri abbiano una loro volontà propria, indipendente. Ecco dunque perché creano la “realtà”: per misurarsi con gli altri. Un terreno “neutro e oggettivo” su cui ci si possa confrontare. Ma è solo una “convenzione”. E’ come una lingua: la si utilizza per capirci, è una convenzione. Ma per gli uomini non è “reale”. E’ reale e vero solo ciò che crediamo lo sia; nient’altro.
- Non sono sicuro di capire…
Così lui continuò: - Oggi la maggior parte degli uomini crede, per esempio, che la scienza sia attinente alla verità mentre, per esempio, la magia non lo sia affatto. Ma ciò non è “vero” in assoluto, ma solo nella misura in cui la gente ci crede. E’ un po’ come la storia dell’uomo pazzo e dell’insetto…
Mi vide perplesso.
- Ricordi Giobbe? Lo sai perché Giobbe era pazzo?
Alzai lo sguardo e lo scrutai. Mi chiedevo dove voleva arrivare.
- Conosci la storia di Giobbe?
- Sì.
- Raccontamela.
Stetti al suo gioco.
- Giobbe era un uomo pio, un prediletto di Dio. Un giorno il diavolo, invidioso delle virtù di Giobbe, sfidò Dio: fece una scommessa con lui. Disse che la devozione di Giobbe non era davvero sincera, e che se Dio lo avesse messo alla prova, colpendolo duramente negli affetti, nella salute e nei beni, allora Giobbe lo avrebbe rinnegato. E così Dio tormentò Giobbe, facendogli perdere tutti i suoi beni, i suoi affetti e colpendolo con malattie e dolori insopportabili. Ma mai Giobbe si piegò e rinnegò Dio, nemmeno quando tutto il mondo gli diceva di farlo.
Lui fece un cenno di assenso con la testa.
- Questa è la storia. Lo ammetto: Dio non ci fa affatto una bella figura. Giobbe battè Dio. Mentre Dio fa una magra figura torturando quel poveretto, Giobbe dimostra grande valore e continua a credere in Dio, anche quando tutti gli dicono che avrebbe dovuto insultarlo e rinnegarlo. E sai come lo chiamava la gente?
Feci cenno di non con la testa.
- Lo chiamavano “pazzo”.
Lo guardai,e qualcosa cominciò ad essermi più chiaro, nella mia mente.
- Già… Giobbe era pazzo, perché la sua realtà non coincideva con quella di tutti gli altri suoi simili. Nella sua realtà, Dio esisteva come per noi esiste una pietra, un albero o noi stessi; non c’era alcun dubbio nella sua mente, nient’altro importava. Ecco perché un uomo che crede fermamente, un uomo con la sua volontà, è più potente di un Dio. Ecco perché Giobbe era “più grande di Dio”: lui poteva tutto, ma nella sua mente.
Ripensai al mio incontro con Giobbe, al suo correre a piedi nudi nella neve, la vestaglia svolazzante.
- Lo hai visto anche tu no? – continuò – Giobbe era così. Se avesse deciso di poter volare dalla finestra, nella sua mente lo avrebbe fatto. Noi lo avremmo magari visto schiantarsi a terra, ma lui, per sé stesso, avrebbe volato davvero. E nessuno sarebbe mai riuscito ad impedirglielo o a convincerlo del contrario: né Dio, né la morte, né, tantomeno, l’apocalisse.
E mi fece l’occhiolino.
Il peso delle sue parole sembrava farsi corpo e attorniare la mia mente. Un timido vento si alzò ancora, tutto intorno, nella città distrutta. Il paesaggio sembrava immobile ma mutabile. Per sempre.
Poi mi disse: - Ora, seguimi -.
E io lo seguii.
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venerdì 2 marzo 2007 - ore 13:06
Soldi...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Conto intestato a: Riccardo Maggiolo
Saldo all’Agosto 2006: 1928 euro
Saldo al Marzo 2007: 675 euro

Detto ciò, notate bene che il sottoscritto:
* Lavora 9-10 ore al giorno. A volte anche nei week-end
* Ha quattro impieghi (pubblicista su "Il giornale di Vicenza" e "L’Arena", responsabile comunicazioni mediatiche ricerca scientifica, masterizzando in giornalismo a Padova e consulente comunicazione studio Maggiolo Pegoraro).
* Ha una laurea e un master a soli 23 anni.
* Porta a casa qualcosa come 300 euro al mese, 150 dei quali caritatevolmente profusi dai suoi genitori (che già pagano bollette e rette universitarie) come "compensazione" per l’attività di consulenza.
* Da mesi oramai dovrebbe andare a tagliarsi i capelli e comprarsi un paio di scarpe nuove, ma posticipa sempre perchè non se lo può permettere.
* Trucca i biglietti del treno per i trasporti quotidiani perchè non può permettersi l’abbonamento.
* Da 5 mesi mangia a pranzo solo tramezzini preparati in casa con roba presa dal supemercato e di seconda scelta. Quando va al bar ordina sempre e comunque quello che costa meno. Non mangia fuori pasto, non prende caffè.
* Scrocca tutte le telefonate dalla sede del master
* Sta passando 10 giorni senza soldi nel cellulare per potersi fare la ricarica quando non ci saranno più i 5 euro di trattenuta.
* Da più di un anno non compra cd nè dvd, non va al cinema nè in vacanza - a parte tre giorni al mare in camper ad agosto -, non compra alcun tipo di vestiario nè giornali o riviste.
* Questa estate dovrà fare uno stage obbligatorio di tre mesi. Fornirà il suo lavoro 8 ore al giorno ad una testata giornalistica completamente gratis, e anzi accollandosi tutte le spese per vitto e alloggio. Il tutto per sostituire probabilmente un vecchio cronista che starà trascorrendo le vacanze alle Mauritius. Pagato.

Ora... io non sono uno particolarmente attaccato ai soldi, ma ditemi voi se uno può avere un saldo del genere con quelle ore di lavoro e questo stile di vita.
Questo è quello che offre lo stato italiano ai suoi giovani. Anzi, non offre: prende. Sì perchè nel mio saldo si legge che le spese più rilevanti sono state le iscrizioni all’ordine dei giornalisti (700 euro!) e le tasse che mi trattengono dalla mia già magra busta paga. E non ho alcun tipo di rimborso spese nè indennità. E la pensione so già che non l’avrò, tra quarant’anni.
E per questo, ora mi vedo costretto a sospendere a tempo indeterminato le uscite serali - che già erano un paio alla settimana -. Ringrazio e saluto tutti.
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sabato 24 febbraio 2007 - ore 19:29
Guatemala City, 24/2/2007
(categoria: " Vita Quotidiana ")

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sabato 24 febbraio 2007 - ore 17:18
Sito
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E’ finito il sito dedicato a mia nonna, staffetta partigiana durante la seconda guerra mondiale. Nato come esercitazione per il master in giornalismo, come era facile immaginare, è diventato ben presto qualcosa di più.
Questo il risultato:
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Può e deve essere ancora migliorato, ma il risultato mi pare già piuttosto buono. Consigliato il vero cuore del sito, il filmato in soundslides (accendete le casse), che ho curato personalmente. Il sito, invece, è stato creato principalmente da una mia compagna di corso: Giovanna Faggionato.
Se vi capita di farci un giro, fatemi sapere che ne pensate.

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