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Una corrente sottomarina
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Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
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giovedì 22 febbraio 2007 - ore 13:16
La democrazia tradita
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E’ caduto il governo Prodi. Il paese è piano di gente - giustamente - arrabbiata. Alcuni danno al colpa ai senatori ribelli. Altri puntano il dito contro i vari Cossiga, Andreotti, Pininfarina. Alcuni incolpano D’Alema di essere stato troppo duro, troppo chiaro. Altri danno la colpa a Prodi, incapace di tenere salda con la giusta forza la sua coalizione. Altri ancora accusano i “poteri forti” - governo Usa e Vaticano - che avrebbero fatto non precisate pressioni al fine di alterare il voto al Senato. Insomma: il balletto dello scaricabarile è già iniziato, e questo la dice lunga sulla “maturità” democratica e istituzionale del nostro paese. Ma, aldilà delle evidenti difficoltà di questo governo e le particolarità dei singoli, io cercherei di fare un discorso più ampio; culturale.

Nella sedicente “democrazia matura” italiana, a mio parere, in pochi hanno davvero capito che cos’è questa benedetta democrazia. Se la si conoscesse davvero, si avrebbero in mente ben chiare due cose: che essa è basata sulla rappresentanza e che la politica che la governa è l’arte del compromesso.
La manifestazione di una settimana fa nella mia Vicenza ha dimostrato che molta gente non ha compreso il primo punto. Democrazia non vuol dire richiedere il parere del popolo ad ogni piè sospinto, anzi. Ciò, oltre ad essere materialmente impossibile, non è nemmeno garanzia di una scelta corretta. La moltitudine, infatti, spesso non può avere tutte le informazioni necessarie per decidere, e dunque è giusto che deleghi la scelta ai propri rappresentanti eletti, confidando che essi possano prendere la decisione più saggia nel momento della scelta. Se poi la decisione non piace, si può certo manifestare e mugugnare, ma non si può parlare di “democrazia tradita”.
Ieri, a palazzo Madama, alcuni senatori dell’estrema sinistra hanno dimostrato di non aver compreso il secondo punto. C’è una differenza tra ideali e pratica politica. Le battaglia campali, quelle dei “senza se e senza ma”, non hanno ragione dessere fuori dalle piazze. All’interno di un incarico istituzionale non deve mai prevalere una idea rigida, ma anzi deve avere la meglio la mediazione, il compromesso. E questo proprio perchè fare politica vuol dire mediare tra posizioni diverse e spesso opposte. La coscienza rimane certo un affare serio, ma se un senatore - come ha legittimamente affermato l’oramai famigerato Turigliatto - non si sente di votare contro le proprie convinzioni pur se in ragione di una causa politicamente più “alta”, allora qualcuno deve avere il coraggio di dirgli che ha sbagliato mestiere.
Insomma: popolo insofferente da una parte, politici integralisti dall’altra. Poco da stupirci se il sistema democratico, quando le sue basi vengono ignorate, ha la peggio e il governo cade. Forse faremmo meglio a riflettere su questi aspetti, prima di cominciare cercare il solito grosso capro espiatorio da immolare sull’altare della “democrazia tradita".
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PERMALINK
martedì 13 febbraio 2007 - ore 11:20
Base Usa a Vicenza: si giochi a carte scoperte
(categoria: " Vita Quotidiana ")
"Non è un problema politico". Ebbe davvero un bel dire Romano Prodi, in quel della Bulgaria, ad affermare che la questione legata alla base Usa a Vicenza fosse solo "urbanistica e territoriale". In realtà, quello del Dal Molin pare essere “solo” un problema politico. Anzi, etico-politico, che è pure peggio. E forse a qualcuno è scappato un po’ da ridere nel ripensare alle parole bulgare del presidente del Consiglio quando la sua maggioranza si è spaccata in Senato e ha dato il via libera al trionfo politico dell’opposizione in questa legislatura. Accidenti se questo è un problema politico per il governo!

Ma nonostante le parole avventate, la presa di posizione di Prodi riguardo l’allargamento della base Usa è coraggiosa. E, dal mio punto di vista, condivisibile. Per due semplici ragioni: se c’era un impegno istituzionale precedente, lo si doveva onorare e, in secondo luogo, queste scelte spettano al governo centrale. Ma mentre sul primo principio è facile trovare accordo (la scusa per cui è stato il governo precedente a firmare il patto, infatti, non regge), sulla seconda immagino che già parecchi tra i lettori avranno storto il naso.
In molti il prossimo 17 febbraio scenderanno in corteo a Vicenza urlando il nome di una democrazia tradita, in quanto – secondo loro – il “potere al popolo” pretendeva che quest’ultimo fosse interpellato in decisioni così importanti. Beh, queste persone dal mio punto di vista, hanno capito ben poco del funzionamento di un impianto democratico. Esso non è infatti basato su un potere al popolo continuativo, ma anzi si fonda sul concetto di rappresentanza.

Democrazia non vuol dire dare voce al popolo ad ogni piè sospinto, ma anzi dargli la possibilità di eleggere lui stesso chi quelle decisioni dovrà prendere. E i rappresentanti democraticamente eletti – di qualunque colore essi siano – hanno tanto più diritto di far valere la loro presa di posizione e la loro delega di fronte a scelte delicate come quella del Dal Molin. E ciò per sintesi di opinioni, per maggiore disponibilità di informazioni, per un angolo di interazione privilegiato e per tutta una serie di altri evidenti motivi. D’altro canto, sentire il parere di tutti per ogni delicata questione nazionale sarebbe in primo luogo difficilmente attuabile e, in secondo luogo, non garantirebbe affatto di una scelta corretta.
In quest’ottica, ha poco senso anche la protesta di chi, dal governo Prodi, dice di sentisi tradito. Certo, i propositi elettorali dell’Unione erano diversi, e il governo ha il dovere di attenersi il più possibile al patto di idee che ha stipulato alle urne con i suoi elettori. Ma chi ha eletto esprime un appoggio, una fiducia, una delega: insomma, confida che il proprio rappresentante sarà un giorno in grado di esprimere una giusta posizione riguardo svariate delicate questioni di politica nazionale. In base al principio democratico, allora, l’elettore deve perciò rimettersi alle decisioni di chi ha eletto, e accettarlo, nella misura in cui, ovviamente, non vada a ledere i principi democratici. dopo di che, avrà ogni diritto di mugugnare quanto gli pare.

Posto ciò, il problema maggiore legato al Dal Molin rimane: questo è un dilemma etico. E fa benissimo chi sabato scenderà in piazza per le vie di Vicenza ad affermare la sua posizione contraria alla discutibilissima politica estera di Bush jr ma, se lo fa, deve metterlo subito ben in chiaro. Fa un po’ sorridere chi infatti sostiene che l’opera non vada fatta per aspetti di bilancio (che sono evidentemente vantaggiosi: oltre a quelli economici si pensi solo alla costruzione di un ospedale da parte degli Usa, di cui Vicenza ha bisogno come il pane), oppure per imprecisati problemi di servilismo internazionale del nostro paese.
Questa è una protesta contro l’attuale presidenza americana: che tutti coloro che manifestano abbiano il coraggio di dirlo ben chiaro. D’altronde, chi può seriamente affermare che lo stesso problema politico e civile si sarebbe presentato se gli
States avessero deciso di aprire da noi, che so, un’università? Forse il problema non si sarebbe presentato nemmeno nel caso in cui la base, invece che americana, fosse stata francese. D’altronde, non si può esattamente sapere che ne faranno gli Usa delle truppe dislocate all’ “Ederle 2”: potrebbero utilizzarle per alimentare una guerra senza senso come quella irachena oppure mandare un prossimo domani condivisibilissimi aiuti umanitari al Congo o in Somalia. Questa base, per i manifestanti, è il simbolo della politica estera di Bush, e come tale è sacrosanto protestare. A patto, ripeto, che sia chiaro perchè e su cosa si protesta.

Che poi la questione Dal Molin sia l’ennesima occasione persa per fare una seria riflessione sui rapporti Nato tra i paesi aderenti al patto e sulla politica interna riguardo la possibilità di lasciare appostamenti militari ad altre nazioni sul nostro territorio – Aviano, Isola della Maddalena... -, è tristemente evidente. Ma nemmeno ci si può aspettare che aspetti così noiosamente burocratico-politici tocchino il nervo scoperto della nostra società civile. E aspettarsi una riflessione su questo argomento da questo governo, con le sue evidenti difficoltà politiche, pare, se possibile, ancora più illusorio. E fortuna che era solo un problema urbanistico...
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PERMALINK
mercoledì 31 gennaio 2007 - ore 10:47
In questi giorni sono polemico...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Quanto mi diverto... 
Lettera aperta - ma spedita ieri -al quotidiano "Il mattino" di Padova
Applausi alla professionalità
Gentile redazione de "Il Mattino",
desidero esprimerVi tutto il mio stupore e gratitudine. Lo ammetto, sono un tipo che spesso si lamenta della qualità della stampa italiana, e che altrettanto spesso trova degno materiale su cui scatenare la propria verve accusatoria. Devo quindi la mia riconoscenza a diversi periodici italiani per il loro prestare il fianco al mio cinico dileggio ma voi, signori - lasciatevelo dire - battete davvero tutti! Mai, nemmeno nei miei sogni più sfrenati, avrei potuto desiderare argomentazione migliore del Vostro giornale per sostenere la tesi per cui il giornalismo italiano sta raschiando il fondo del barile. Voi sarete ragione dialettica di vittoria per me nei prossimi anni, ogni qual volta mi troverò a parlare di questi argomenti coi miei amici al bar. Già mi immagino citare l’esempio del vostro giornale e mettere tutti i miei ottimistici oppositori a tacere.
Lo ripeto: grazie. Grazie davvero per la pagina 3 dell’edizione odierna. Con questo pezzo, il signor Barsotti dimostra una volta per tutte la falsità della tesi per cui "i giornali di oggi sono il fondo della pattumiera di domani". E’ evidente, infatti, che Barsotti è un precursore dei nostri tempi -di almeno di 24 ore -. Quale sagacia, anche da parte della redazione, nel proporre come argomento del giorno la goliardia degli universitari! Quale sottile spirito di indagine vi porta a trascinare agli onori della cronaca il fatto che dei giovani universitari festeggino la palma appena raggiunta con dileggi e imprecazioni profane! E’ certamente una notizia di prim’ordine per risvegliare il perbenismo della prima ora e innescare una futile e stupida polemica su valori che non sono mai stati messi in discussione. E con quale obiettività si corre alla ghiotta occasione di etichettare un’intera generazione come un gruppo di depravati basandosi su un singolo, risibile, isolato episodio! Complimenti vivissimi davvero.
Sfogliando quel capolavoro di kitch giornalistico che è la vostra edizione odierna, molte sono le modeste accuse che balzano alla mia mente, tutte però smorzate dalla rassegnazione più profonda di fronte ad una così scarsa professionalità (eufemismo). E pur tuttavia, quando giungo a pagina 19, un fulmine mi colpisce così violento e che non posso rimanere indifferente all’orrore che mi pervade. Cito testualmente l’incipit di Enzo Bordin, che ascende alle più alte vette della letteratura come non si ricordava dai tempi del "Chiamatemi Ismaele" di Melville: «Non è certo banale per una ragazza uscire del club notturno Banale e venire picchiata…». Signori, chapeau! Oltre alla forma degna della più squallida rubrica di posta del cuore, qui il mai domo Bordin si esibisce in un’apostrofe di ideologia e qualunquismo da far invidia ad un cabarettista. Non è "banale", dice? Ma si hanno altre notizie di abituali pestaggi di fronte al locale notturno? Oppure è solo un modo di fare i "simpatici" di fronte ad un grave episodio di aggressione? Immagino che i parenti della poveretta aggredita si saranno fatti quattro risate di fronte a tanta arguta ironia, e l’interessata - penso - sarebbe scoppiata anch’essa in un eccesso di ilarità se solo non avesse avuto la mascella fracassata. E due risate se le e saranno fatte anche gli esponenti delle comunità jugoslave d’Italia leggendo la splendida consecutio logica con cui Bordin descrive l’aggressore come uno slavo, feroce e spietato – non un inciso, si badi bene, ma un elenco -, come se le cose fossero naturali e conseguenti.
Potrei andare avanti ancora, ma non Vi voglio distrarre troppo dall’esercizio sempre puntuale della vostra professione. Solo Vi ringrazio ancora una volta per aver tolto in me ogni dubbio sul fatto che il buon giornalismo onesto in Italia sia, una volta per tutte, morto e sepolto. Continuate così, dunque. Chissà mai che di fronte a cotanto orrore qualcuno un giorno si levi indignato e decida di cambiare le cose in meglio; Voi siete un perfetto sprone per le future generazioni.
Sinceramente vostro,
Emil Zolà
Gli articoli dello scandalo (giornalistico):
Crocifisso
Banale

P.S. E oggi i nostri, non paghi, insistono, riprendendo la notiziona del laureato crocifisso per scherzo. Leggo dalle prime righe, pagina 24:
Titolo: Laureato in croce, condanna e censura del video scandalo
Incipit: <This video has been removed by the user>. E’ questa la scritta che appare adesso sullo schermo. Il video dello scandalo non si può più vedere nel sito www.youtube.com. Il sito, dove chiunque può inviare filmati fatti in casa, ed elimina i video che possono essere considerati illegali. Così è successo anche per il filmato che riprendeva...
Cretini! Almeno, quando scrivete dall’inglese, sappiate cosa significa! Quella citazione vuol dire che il filmato l’ha rimosso l’utente, non il sito! Falsità clamorosa e gravissima, dato che etichetta come illegale qualcosa che non lo è.
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PERMALINK
martedì 23 gennaio 2007 - ore 18:16
Dr. Commercial
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Okay. E’ domenica sera. Ho poco più di mezz’ora per stravaccarmi davanti alla tv prima di uscire con gli amici. FoxTv su Sky dà il Dr. House. Bene. Il telefilm è ben fatto, recitato bene, scritto con ingegno e un pizzico di "irrealtà" che a noi ci piace tanto.

La serie la conosco, ho presente nella mia mente i personaggi e le loro peculiarità. Parte la sigla, affondo un altro po’ nel divano. Okay... finita la sigla. Il cervello si spegne: niente più input esterni; assorbo e basta. Sono indifeso come un giovane cerbiatto nudo di fronte ad un cacciatore teocon.
Immagine: Primo piano di una scalinata e, sullo sfondo, una pista d’atletica.
Il mio cervello: "E’ cominciato... è cominciato".Immagine: Tipico bastone del Doctor House in primo piano e voce del protagonista fuori campo.
Il mio cervello: "Ma non era zoppo? Che ci fa in un campo d’atletica?"Immagine: Primo piano di due orologi strafichi e in posa plastica. Una mano li coglie da terra.
Il mio cervello: "Che cavolo è? Che immagine era quella?Pareva uscita da una pubblicità... boh, sarà un impressione sbagliata del mio giovane cervellino immaturo". Immagine: Una mano raccoglie gli orologi. Un uomo finisce di correre, si veste e va in ufficio. Il tutto senza dialoghi, tipica situazione da telefilm "attento che sta per succedere qualcosa".
Il mio cervello: "Adesso una putrella cade dal cielo e gli sfascia il cranio. Oppure comincia ad uscirgli sangue dagli occhi e capita in cura da House.."Immagine: Il tizio arriva in ufficio. E un dipendente medio inc amicia e cravatta. Passa il capo, gli dice di fare delle fotocopie. il tizio comincia a fare il lavoro, visibilmente contrariato. Poi, in secondo piano, sfocatissima, appare l’immagine di un uomo alto con un bastone (House, la figura è quella) che, con la voce di House e lo stesso arguto apostrofare, recita qualcosa tipo. "Ehi bimbo... non farti mettere i piedi in testa"
Il mio cervello: "No no... qua qualcosa non va... sento puzza da bruciato"Immagine: Il tipo, istigato dal simil-house, si ribella al capo. Fa ben vedere l’orologio strafico da sotto il polsino della camicia e poi parte il promoter "Cronotech: i migliori orologi di sto cippalippa".
Il mio cervello: - allibito -Immagine: mia madre: "Ehi, carino".
Il mio cervello: - allibito e incazzato -
E così, la mia giovane mente è stata squartata e aperta in due dal chirurgo più famoso della tv: non House, ma la pubblicità, che infingarda e subdola come uno stupratore folle prima mi droga con un illusione e poi mi ficca un by-pass al pensiero che non voglio.
Sticazzi. Fortuna che l’anestesia non era ancora entrata completamente in circolo, così posso incazzarmi a fuoco e denunciare sto maledetto chirurgo criminale. Altro che malasanità...

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PERMALINK
martedì 16 gennaio 2007 - ore 17:26
29.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Da quel momento in poi, quello che seguì fu uno stato tanto simile ad un sogno o ad una specie di ipnosi dovuta a qualche droga pesante che difficilmente potrei catalogarlo come “realtà”. All’inizio fu abbastanza difficile distinguere quello stato confuso dalla comunque poco chiara situazione appena precedente, quando i fumi del sonno e dell’alcol stordivano la mia mente. Eppure, già in quel momento mia parve subito chiaro come quella in cui mi trovavo era una situazione del tutto differente dalla condizione stordita eppure umana che mi aveva fin lì accompagnato: E anche a pensarci adesso, pare davvero difficile pensare o raccontare di quanto forse diverso quel “sentire” dal comune realizzare o rendersi conto di una cosa. Anzi, diciamo che lo racconto e basta, senza pretese.
Anzitutto, c’è da dire che le cose sembravano accadere senza motivo, senza connessione logica o apparente causa. Ma questo penso che vada da sé, dato che non stiamo più parlando di “realtà”. In secondo luogo, tutto si muoveva sfocato e al rallentatore, scorrendo lentamente. Sembrava a tutti gli effetti una scorpacciata di oppio – per chi non l’ha provata, è come guardare una vecchia cassetta in un registratore che rallenta il nastro e con un video piccolo che annebbia gli angoli -.
In questa condizione di insensato stordimento, mi trovai sotto i cieli dell’Australia. Non chiedetemi come ci arrivai o come la riconobbi una volta lì: quando qualcuno vi racconta un sogno date per scontato che non ci sia una spiegazione logica ai particolari. E, a pensarci bene, nemmeno ai fatti principali.
Comunque sia, ricordo di essermi trovato a camminare lungo una grande strada sterrata, che correva lenta in mezzo a uno sparuto gruppo di case in legno. Fattorie, a dire il vero, con recinti intorno e mura circondate da vecchi calcinacci, ruote di carro abbandonate e catene di ferro che arrugginivano appese, tintinnando fra di loro al sorgere del vento. Tutto intorno, la luce rosea del sole appena nato, sopra una prateria di un verde stopposo e un cielo così blu che sembrava potesse schiacciare il mondo.
Camminai lungo quella strada e, improvvisamente, mi trovai davanti un piccolo bambino, coi capelli biondi a caschetto, la camicia a quadrettoni e i jeans strappati. Era buttato a terra, nella polvere, e giocava silenzioso con una coppia di dadi di legno. Il suo piccolo pugno chiuso agitava l’aria, scaldando i dadi, che cocciavano fra di loro in un rumore sordo e secco all’interno del suo palmo. Lanciava i dadi nella sabbia rossa, guardava per un secondo il numero risultante e poi, con inaspettata avidità, li riprendeva con veemenza e ricominciava a scuoterli. Rimasi a guardarlo per qualche minuto, in silenzio, per una decina di lanci, aspettando che si accorgesse di me. Ma sembrava troppo preso dal suo gioco, e non mi badò affatto. Allora mi decisi io:
- Salve - dissi.
Il bimbo mi guardò dal basso, mi dedico un’occhiata distratta e tornò a scuotere i suoi dadi. C’era qualcosa di malsano o di compulsivo nella ripetitività di quel gioco; una ripetitività che veniva però continuamente disturbata dall’alternanza dei numeri prodotti dai dadi, sempre così diversi pur con lanci uguali.
- C’è qualcuno qui intorno, piccolo? I tuoi genitori, forse?
Ancora l’unica risposta che ebbi fu un lancio di dadi. Subito dopo, però, il bimbo si alzò in piedi, e con lo sguardo spazientito di un commesso di un supermercato che non riuscisse a spiegare ad una vecchia cliente dove si trovava la salsa di pomodori, mi prese per mano e mi condusse via.
Camminando al breve ritmo dei passi di lui, sorpassammo le case e ci avviammo attraverso la prateria, nell’erba alta. Il sole cresceva a poco a poco, ma il cielo continuava a rimanere infuocato eppure terso. Alcune pietre interrompevano un paesaggio che sembrava creato con una sola lucida pennellata di campitura da un artista svogliato eppure ispirato: un mare di erba alta, qualche sparuto albero, alcune grosse pietre poste a caso, delle colline dolci in grandissima lontananza e la sensazione opprimente di uno spazio apertissimo. Il tutto, ovviamente, sotto un cielo opulento e tumefatto come la mammella di una vecchia, grassa madre.
Arrivati ad un certo punto, nell’erba, il ragazzino si fermò. Vidi un serpente nero strisciare davanti ai suoi piedi e fuggire via, quasi spaventato.
- E’ qui. – disse il bimbo, tornando a guardarmi. – Girati -, disse.
Mi voltai e mi guardai intorno: niente, anche le case di prima erano sparite. Solo il vento era rimasto a giustificare tutto quello spazio enorme ed immobile. Mi girai di nuovo verso il ragazzino ma, con grande sorpresa, mi accorsi che era svanito anche lui. Rimasi solo, in mezzo al nulla.
Già cominciavo ad essere preso da una certa qual sensazione di abbandono quando vidi, socchiudendo gli occhi, cinque piccoli punti avvicinarsi lentamente da grande distanza, appena sopra l’orizzonte, giù dalle lontanissime e preistoriche alture in lontananza. Rimasi a guardare un poco, per decidere cosa fossero, ma l’unica cosa che mi riuscì di comprendere è che stavano venendo verso di me. Mi guardai di nuovo intorno e vidi, nella direzione opposta, altre tre figure che si avvicinavano.
Quando mi voltai di nuovo verso i primi cinque, vidi che si erano già notevolmente avvicinati: prima lontanissimi, ora sembravano essere lontani solo qualche centinaio di metri. Da quella distanza, vidi che la figura centrale era notevolmente più bassa delle altre, e anzi sembrava quasi tenere per mano quella direttamente alla sua sinistra. La mia mente pur confusa intuì qualcosa, e subito ebbi un moto di speranza. Aspettai che si avvicinassero un altro poco, e alla fine li riconobbi con grande gioia. Ai lati del quintetto stavano due uomini alti e risoluti: uno dall’andatura molto più sicura e scattante, l’altro aveva il passo più faticoso per via degli anni, ma comunque solido e vigoroso. Erano Sid e Khun. Al loro fianco due figure più basse, una tozza e scattante, l’altra un po’ piegata e lenta: Thus e Morte. Al centro, sicura e risoluta, camminava Eva, mano nella mano con morte.
Ebbi un tuffo di gioia al cuore quando li vidi lì, tutti insieme. Erano salvi, il mondo esisteva ancora, e forse, insieme, qualcosa avremmo potuto fare.
Ma il sollievo non durò molto. Mi girai dall’altra parte, e nelle tre figure che si avvicinavano riconobbi i due angeli miei inseguitori e, al centro, quella terrificante e sottile figura in saio. Il ricordo inesorabile del passato mi attraverso come una lama quando vidi Gil avanzare nell’erba alta, come a comandare quel lugubre terzetto.
- E così, il momento è giunto – disse una voce vicinissima e profonda.
Sobbalzai per lo spavento, e mi voltai. A fianco a me, Shaytan, il diavolo, sorrideva triste dentro il suo completo bianco con cravatta nera. Lo squadrai stupito, quasi a domandarmi da dove fosse saltato fuori, ma la mia mente mi ricordò che c’erano cosa più importanti a cui pensare, in quel momento.
Rivolsi di nuovo al sguardo alla scena: ora i due gruppetti si fronteggiavano, a distanza di alcuni metri, davanti a noi.
- Cosa accadrà, ora? – chiesi.
Non ebbi risposta. Le mie parole caddero in un silenzio totale, oscuro. Il mondo sembrava essersi fermato: il vento era improvvisamente sparito, l’erba non si muoveva più, e tutto era avvolto da un silenzio ovattato, dilagante, inarrestabile, come se un’enorme mano invisibile fosse scesa a tappare le orecchie del mondo.
La scena rimase immobile per un lungo, interminabile secondo. Poi, vidi che uno dei due angeli teneva in mano un corno dorato. Se lo porto alla bocca. Un suono lungo grave e potente come non se ne erano sentiti mai sembrò spaccare la terra per poter scuotere il mondo intero, vibrarlo fin nell’anima e correre tutto attorno ad esso in un solo attimo. A quel suono terribile, seguì un rombo come di tuono secco, proveniente verso l’alto. Alzai al testa, e con terrore puro vidi il cielo strapparsi a metà come un velo in un tuono accecante, rivelando un abisso enorme e vorticoso, che non sembrava né di luce né d’ombra, ma solo un enorme squarcio vero l’incomprensibile.
Per qualche attimo ritornò il silenzio, e quel mostruoso squarcio nel cielo continuò a vorticare minaccioso. Poi, all’improvviso, un vento terrificante ne uscì, e investì tutte le cose. Scese a terra come un maglio che viene a percuotere il mondo e, quando mi colpi, fu come se il mio intero corpo fosse stato investito in ogni suo centimetro da una forza sovrannaturale e irresistibile, che pure mi scuoteva ma non mi fece volar via. Guardai davanti a me: i miei amici rimanevano dritti e silenziosi contro quel turbine terrificante, uno a fianco all’altro, e anzi quasi sembravano risplendere di una luce flebile e indefinita, che correva dall’uno all’altro e sembrava avvolgerli timidamente.
Poi, un fischio sottile ma potente riempì il cielo, e vidi dalla voragine fuoriuscire, come lapilli infuocati, schegge rosse col volto d’angelo, che precipitarono verso al terra come un grappolo di meteoriti. Prima ne uscirono solo alcuni, poi il loro numero crebbe a dismisura e presero a tagliare l’aria in ogni dove.
La terrà tremo, e sembrò anch’essa aprirsi. Paralizzato rimasi a guardare la scena. Nel rombo del mondo che collassava su sé stesso, vidi con terrore che una di quelle meteore infuocate colpì Thus, facendolo sparire per sempre. Cercai di urlare, ma nemmeno io riuscii a sentirmi. Poi, altre due schegge di fuoco si portarono via Kung e Sid. Rimasero solo Morte e Eva, che ora risplendevano come due fuochi gialli e alti. Resistettero per qualche momento, ma poi anche Morte fu inesorabilmente spazzata via.
Rimase solo Eva, ferma, impassibile che ora brillava della luce di un astro, e sembrava sollevarsi a qualche centimetro da terra.
- Fai qualcosa! – cercai di urlare a Shaytan, voltandomi, ma era sparito anche lui.
Guardai di nuovo il cielo. Vidi un’enorme palla di fuoco formarsi, al centro del vortice. Capì che stava per colpire Eva. Senza pensare, mi misi a correre verso di lei. Il mondo intorno a me sembrò andare più lentamente, mentre correvo verso di lei e ripensavo a Sid, a Thus, a Morte e a Kung. Correvo, e mi avvicinavo sempre di più a lei, anche se non mi sembrava di muovermi. Vidi che si librava verso il cielo a velocità crescente, ferma, le braccia molli e dritte sui fianchi, coi suoi piedi nudi che non toccavano più terra. La vidi infine schizzare via veloce, come ad essere inghiotta in quel mostruoso squarcio nel cielo. La vidi sparire, e poi una forza sovrumana mi colpì, il mondo si richiuse su sé stesso e sprofondò su di me, spazzandomi via da questa terra, nel buio.
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PERMALINK
martedì 16 gennaio 2007 - ore 17:24
28.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Entrai facilmente scassinando la porta sul retro. In realtà, l’operazione aveva richiesto un po’ più tempo del solito. Sebbene, infatti, la serratura fosse vecchia e fragile, le mie dita erano talmente congelate da avermi fatto perdere buona parte della mia solita sensibilità.
Appena dentro, apprezzai subito il calmo calore dell’edificio, le sue mura bianche e il pavimento pulito. Qualche luce tenue lungo i corridoi dava l’idea di un rifugio asettico e lontano dal mondo, ma insensibilmente piacevole. Istintivamente, mi sfilai i guanti e poggiai le mani su di un termostato lì vicino, per far riprendere colore alle mani, mentre scuotevo i piedi per far riprendere la circolazione e levarmi i residui di neve sugli scarponi. Aspettai, poco più di un minuto, credo, ma non mi pareva che la situazione migliorasse; anzi, un fremito leggero di freddo cominciò a scuotermi lungo la schiena. Mi avviai comunque nel corridoio bianco e semibuio, ondeggiando involontariamente tra gli assalti del sonno, del freddo e forse dell’alcol.
Risalii a passo leggero una tromba di scale, e mi ritrovai in un altro corridoio. Cominciai ad attraversarlo, e dopo alcuni passi ebbi una strana sensazione, e immaginai un topo che schizzava da una parte all’altra del corridoio, come un frammento emerso dalla mia memoria. Non ci feci caso, e proseguii fino ad una porta. La aprii piano.
All’interno, nella stanza semi illuminata dalla luce della notte che si rifletteva sulla neve di fuori, vidi una stanza piccola, semplice fino ad essere spoglia. Rannicchiato come una conchiglia in un letto incastrato tra un comodino e un termostato, sotto le coperte di lana, stava un omino sottile, che dormiva quieto. Mi avvicinai nel buio, e gli poggiai la mano sulla spalla, scuotendolo leggermente come farebbe un bimbo nella stanza dei genitori, dopo un lungo incubo.
L’uomo si svegliò al primo tocco, rivolgendo il suo viso vecchio e scavato verso di me. Una coppola di capelli bianchi e sfibrati, un tempo forse biondi, inquadravano un viso lunghissimo, smunto, dalle occhiaie profonde, il naso lungo e le labbra sottili. Aprì gli occhi piano, con un mugugno, rivelando uno sguardo azzurro e vivacissimo. Rimasi stupito e quasi spaventato da quello sguardo, che balenò esuberante nella semioscurità e puntò subito, selvaggiamente, impudicamente, sui miei occhi.
- Sei arrivato! – disse con sorpresa e meraviglia.
Lo guardai stupito, confuso. Senza perché, risposi
- Sì – e sorrisi.
A quelle parole, il vecchietto si alzò impaziente dal letto. Posò i piedi nudi sul pavimento freddo, quasi sulla punta dei piedi, davanti a me, imprigionato in un pigiama anonimo a righe verticali. Possibile che nelle mani ossute di quell’omino stessero tutte le mie sorti? Le sorti di tutti? Che sapesse già del mio arrivo, che ci avrebbe condotti alla soluzione, alla salvezza? La mia mente vacillava. E, insieme, sperava.
- Allora? Andiamo? – disse.
- Sì – risposi, confuso e speranzoso.
Uscimmo dalla stanza, lungo il corridoio, giù per le scale. Giobbe trotterellava gioioso e disincantato sulla pianta ballerina e sottile dei suoi piedi nudi. Lo seguivo a fatica, con la vista appannata agli angoli, attraverso le stanze bianche dell’istituto. Ad un certo punto, una porta si aprì alla nostra sinistra, e Giobbe vi ci si infilò. Era una stanza diversa da tutte le altra; non era bianca, ma ricoperta di legno scuro, con panche tutt’intorno dello stesso colore e un tavolo in pietra in fondo al centro. L’unica luce tutto intorno era data da alcune candele, poste agli angoli. Era una piccola cappella.
Alla visione di quell’ambiente, le due parti di me stesso cominciarono a fare pensieri differenti. Una, quella razionale, che stava per soccombere, mi disse che, probabilmente, quell’istituto era gestito da un qualche genere di suore. Quella e motiva e onirica che stava prendendo il sopravvento, invece, mi riportò indietro all’inquietante chiesa di pietra del monte Athos, nella tana di Gilgamesh, il torturatore. Un brivido d’orrore mi scosse, e mi arrestai sulla soglia. Rimasi a guardare intontito l’esile figura di Giobbe, che attraversava le file di panche e inginocchiatoi e giungeva in un angolo, dove era stato allestito un piccolo presepe. Si accucciò sotto le statuine, quasi a cercare qualcosa, ma sempre agitato e entusiasta. Passò qualche secondo, poi mi guardò, lo sguardo evidentemente deluso.
- Dove sono i miei regali? – disse, corrucciato.
A quelle parole, sentì lo sconforto abbandonarmi. Era davvero tutto finito. Non sapevo a cosa si riferisse Giobbe, ma era chiaro che non mi sarebbe stato di alcun aiuto. Anche l’ultima carta, l’asso nella manica, si era rivelato un bluff, un buco nell’acqua. Una sottile disperazione mi pervase, seguita subito dopo da una montante rabbia, che trovò facile bersaglio nell’unico lì presente ad accoglierla: Giobbe. Mi diressi, furioso e quasi dal tutto irrazionale, verso di lui con passo collerico e viso paonazzo: volevo prenderlo e scuoterlo fino in fondo, quasi a spremerne l’essenza, non tanto perché pensavo potesse rivelarsi utile alla mia oramai fallita missione, ma perché volevo finalmente sentire di fare qualcosa, in tanta prolungata impotenza. Qualcosa di drastico e pur tuttavia inutile.
Giobbe però colse subito la mia ira, e scappò via di lato, e fuggì dalla cappella. Lo rincorsi: i nostri passi rimbombavano nei corridoi vuoti, la mia testa galleggiava quasi tramortita: non mi sentivo quasi più io. Raggiunsi Giobbe dopo pochi metri, lo afferrai per la spalla e lo sbattei contro un muro vicino ad una grande finestra e ad una porta che dava verso l’esterno.
-Bastardo! Tu non capisci! Tu ci dovevi salvare! Speravamo tutti in te! Invece siamo finiti! Finiti! Capisci, brutto stronzo?- urlai con forza la mia rabbia, quasi piangendo, mentre scuotevo contro il muro Giobbe come un sacco di farina mezzo vuoto.
Quando mi fermai, con la vista annebbiata e gli occhi pieni di lacrime, vidi che anche lui stava piangendo, terrorizzato.
- Lasciami andare – disse, implorante, piagnucolando in un filo di voce. – Lasciami andare, ti prego -.
Vidi i suoi occhi grandi e imploranti scavarmi dentro, e allora lo sconforto tornò, lasciando scivolare via la rabbia. Tutto era finito. Lo lasciai andare, e Giobbe scappò via verso l’esterno,a prendo la porta vicino a noi. Rimasi a guardarlo, mentre fuggiva corredo a piedi nudi nella notte bianca di neve. Aveva cominciato a nevicare piano. A est, la luce stava finalmente nascendo a spezzare il silenzio e il buio di quella notte eterna.
Stordito, guardai stralunato la veste bianca e leggera di Giobbe svolazzare sulla neve. Feci qualche passo in avanti, per uscire. Sentii i fiocchi di neve sulla mia testa, le orme dei piedi nudi di Giobbe sulla neve, davanti a me. Alzai lo sguardo ad est, vidi la prima luce del sole e ne fui quasi tramortito. Mi sentivo distante dal mio corpo come non lo ero stato mai. Intorno a me, la pressante sensazione di aver sognato per un periodo lunghissimo.
Era finita.
Docile, senza sforzo, una melodia dolce e leggera, di voci femminili, si annidò nel mio orecchio.
Silent night… Holy night…
Le voci provenivano dalla cappella vicina – così mi parve -, incomprensibilmente. Sentii una presenza leggera dietro di me. Mi voltai piano, e vidi, inquadrate nello sguardo stanco e offuscato delle mie lacrime, due figure alte e silenziose, in soprabito lungo e nero.
“Ci siamo – pensai -. Sono venuti a prendermi”.
Sorrisi loro spavaldamente, con un angolo ancora vivo di labbra, e sussurrai.
- Alla fine mi avete preso -.
Uno di loro fece un passo, e mi posò una mano sulla spalla. Contemporaneamente al suo tocco, mi sentii come gradatamente levitare, via dal mio corpo, sopra l’istituto Grensen, sopra le nevi e gli abeti secolari, sopra l’Islanda addormentata, incolore e vulcanica. Mi sentii alzare in alto, docilmente, sopra tutto.
Guardai un’ultima volta la notte profonda a ovest, e le lame di luce del sole della fine sorgere ad est. Una sola stella, cieca, rimaneva al centro del cielo. Guardai in alto, e mi lasciai andare verso di lei. Levitai. Sotto di me, Giobbe correva, seminando la sua esile figura dietro di sé, sparendo nel bianco del mondo.
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lunedì 15 gennaio 2007 - ore 10:51
Gli strani colloqui di Io e Ego - parte II
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Nella rete del video
Io: "Hai visto? Gandhi fa la lap dance!”
Ego: "Chi? Ah sì… quello indiano… ma è ancora vivo?”
Io: "Ma no! Parlo di un suo sosia. Si è messo a ballare su di un palo con le sole mutande addosso nel centro di New York. Ha addirittura fatto finta di sparare all’impazzata con un mitra giocattolo. L’ho visto sul giornale…"
Ego: "Deve essere stata una giornata densa di avvenimenti importanti nel mondo per aver dato spazio a questa notizia…"
Io: "Il fatto è che questo tizio è stato filmato, e il video è stato messo on-line, diventando subito un must. Peccato che alcuni non l’abbiano presa bene…”
Ego: "Chi? Gli indiani?”
Io: "Già… cose dell’altro mondo. Il governo ha chiesto le scuse ufficiali al sito che ospitava il video e forse anche ne chiederà la chiusura. Alcuni indiani hanno organizzato sit-in, altri hanno addirittura fermato un treno per protesta!".
Ego: "É davvero la farfalla che sbatte le ali in Brasile e che provoca un tifone in Giappone".
Io: "Più che di teoria del caos qui io parlerei della permalosità di questo mondo e della sua scarsa confidenza con le nuove tecnologie".
Ego: "Beh, ma accidenti! Non è nemmeno giusto che uno oggi cammina per strada, sbatte contro un palo, qualcuno filma e il giorno dopo tutto il mondo rida di lui. Mica ci si può comportare pensando sempre che tutto il mondo ci guarda!"
Io: “Nuove tecnologie comportano nuove responsabilità; e una nuova presa di coscienza. La rete è nata come scambio libero di informazioni… è ovvio che alcune cose possono non piacerci, ma dobbiamo accettarlo: così è il mondo. Se vediamo per strada un borseggio non ci meravigliamo più di tanto, ma se vediamo una brutta parodia on-line, subito gridiamo allo scandalo”.
Ego: "Questo perchè ci sono pubblici e conseguenze diverse. Una cosa è se ti chiamo stupido qui, hic et nunc, e lo senti solo te e i pochi qui intorno, una cosa è se tutto il mondo mi può sentire"
Io:"Vedi allora che è un problema di non saper prendere le cose per quello che sono? Il problema è che noi guardiamo ancora i filmato su internet allo stesso modo con cui guardiamo la tv: crediamo implicitamente che ci sia un controllo delle immagini e che dunque le informazioni che riceviamo siano controllate e affidabili. Ma on-line non è così. Se tu mi chiami stupido, la gente che lo sente on-line deve capire che sei solo tu a dirlo. Invece pensa sempre che sia una cosa seria, credibile, che ci sia qualcuno dietro, e poi blocca i treni per protesta".
Ego: "Ma appunto perchè la gente non è pronta che ci dovrebbe essere un filtro, un controllo sulle pubblicazioni on-line. Il sito che ha ospitato questo video di Gandhi doveva sapere cosa poteva provocare".
Io: "Cosa c’entra il sito? Vedi che anche tu non capisci le nuove tecnologie? La responsabilità non è di chi ospita il video, ma di chi lo pubblica. É come se, vedendo un manifesto scandaloso per strada, tu te la prendessi col muro su cui è affisso invece che con chi lo ha scritto e realizzato. Allora tiri un pugno al muro, tanto per sfogarti, dato che l’autore non è lì a tiro. Non è tanto una questione di responsabilità, ma di interpretazione".
Ego: "Sarà… ma se nessuno on-line si prende le responsabilità che deve, dovremmo affidarci al buon senso degli utenti…"
Io: "E siamo punto e a capo".
Ego: "Già".
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domenica 7 gennaio 2007 - ore 19:10
Musica!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Finalmente riesco a far entrare un altro pezzetto della mia vita in questo blog! Era da tempo che avevo idea di includere anche la mia passione per la musica e il canto in questo spazio personale, ma la difficoltà dell’impresa e il poco tempo non mi hanno mai permesso di realizzare questa idea. In queste vacanze mi sono però imposto di riuscirci: è stata molto dura, ma il primo prodotto adesso è qui, certamente assai perfezionabile, ma pronto:
Surrounded
Cosa c’è?Qui troverete una finestra in cui potrete scaricare un Mp3 in cui canto sopra la base di una canzone dei Dream Theater, e precisamente "Surrounded" dall’album "Images and Words". La canzone è stata scelta per la sua bellezza e al fatto che penso si presti abbastanza alle mie caratteristiche vocali - oltre a rappresentare un esercizio di tecnica non indifferente

-. Vi consiglio di scaricarvi anche l’originale, se vorrete, anche se il confronto potrebbe risultare impietoso.
Come fate a scaricare? Quando vi si caricherà la pagina del link qui sopra troverete, sulla destra al centro, un bottone marrone con scritto "download". Cliccate, vi apparirà nello stesso spazio prima occupato dal tasto una finestrella in cui dovrete ricopiare il brevissimo codice che trovate appena sopra e dare l’ok. Ora aspettate: se andate sulla barra blu in alto di explorer o di firefox e vedete che il cursore si trasforma in clessidra, vuol dire che sta scaricando. Abbiate pazienza, con uan connessione buona ci vorranno un paio di minuti, dopo di che sarà attivata una pagina quicktime in cui potrete sentire il file.
Avvertenze:Questo è il primo esperiento di quello spero diventerà una lunga serie di file. Come già detto, le cose perfettibili sono molte, a cominciare dal suono un po’ disturbato della voce e dalla regolazione dei volumi che ogni tanto lascia un poco a desiderare (occhio all’acuto centrale

), ma questo è quello che è venuto in una sola giornata di registrazione con una strumentazione molto casalinga e senza la disponibilità di effetti degni di questo nome. Spero in futuro anche di migliorare la stazione di host, in quanto questa è un po’ scomoda. Il risultato momentaneo, comunque, non è affatto male, ma i prossimi sarano migliori, promesso.
Fatemi sapere che ne pensate! Long Live Rock ’n Roll!
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