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Gli occhi di chi incontro.

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Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


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Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

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Volere davvero.

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Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







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1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.

Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."


Thomas Stern Eliot
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da: "The Waste Land"



Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877

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sabato 30 dicembre 2006 - ore 16:36


L’anno che è passato
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Forse non ve ne sarete accorti, ma domani è capodanno. Difficile a dirsi, vero? Qui tutti fremono per cercare qualcosa da fare, per trovare un modo di divertirsi per forza. Tutti a infilarsi in casa d’altri, nei cenoni, nelle feste pubbliche e/o private e (possibilmente) nelle mutande di qualcun altro - sono troppo prosastico? - .

Mah... non che mi faccia impazzire questa festa. Anzi, mi mette ansia. Però adattiamoci: facciamo tutti simpaticamente "ciao ciao" con la manina al 2006 e accogliamo con orgoglio questo benedetto 2007 con un orgia di alcol e bagordi degna di questo nome.



Devo ammetere che, però, di tutte le pratiche inerenti al capodanno (bacio sotto il vischio? ma quando mai!) una non mi dispiace: il riepilogo dell’anno passato e i propositi per quello nuovo. Sì, lo so, può essere spiacevole guardare dall’alto e dritta negli occhi la propria vita, ma penso che sia un buon modo per non lasciarsela sfuggire.

Più di un anno fa, proprio in questo blog, avevo stabilito degli obiettivi per il 2006. Li ripiglio, in corsivo, e li commento con un voto. Vediamo se abbiamo fatto un buon lavoro.

1. Capelli: voglio allungarmeli. Per la prima volta cambio pettinatura. Questo comporterà un paio di mesi di situazione tricologica insostenibile (e forse ci sono entrato già) ma spero che alla fine il risultato sarà meritevole. In caso contrario, si fa presto a fare retro front.

Voto: 6,5 Posso testimoniare che la crescita è durata ben 12 mesi, con due spuntatine occasionali, e l’imbarazzante situazione tricologica sembra ancora ben al di là dal desistere. Ma tengo duro anch’io, vediamo questa strada dove porta... o faccio male?

2. Musica: voglio intensificare, e di un bel po’, l’attività concertistica. Meno indugi, più divertimento. E più schei.

Voto: 4 Beh, devo dire che qui c’è poco di cui stare allegri. I Soul Balde si sono sciolti all’apice della gloria, l’ambizioso gruppo acustico con cui ho provato per 7 mesi mi ha scaricato due settimane prima del concerto, l’ipotesi "Phonica-gruppo-di-Loris-carletto" sembra essere sfumata per sempre e adesso vivacchio con un solo gruppo per divertimento ma senza ancora un’identità definita. Tristessa davvero, ma posso ben dire che non è stata colpa mia. Ma anche qui non mollo: continuo a studiare e ho un progettino interessante in merito che potrete presto vedere proprio su questo blog.

3. Giornalismo: intensificare le collaborazioni. Dipende anche dagli eventuali impegni scolastici, ma mi devo dare da fare. In seconda battuta, diventare pubblicista a marzo prossimo.

Voto: 8 Le collaborazioni, ad onor del vero, sono molto diminuite, ma il 2006 è stato certamente un anno ottimo dal punto di vista profesisonale. Nell’arco di un anno ho fatto addirittura la combo: sono diventato sia pubblicista che praticante giornalista, vista l’ingresso nell’ottimo e divertente master in giornalismo a Padova. Intanto ho concluso anche un altro master in Comunicazione delle Scienze; altro legno in fascina. Per non parlare poi dell’ occasione-di-una-vita in corso a Parma, e di cui dovrei cogliere i frutti fra qualche mese (incrociamo le dita)

4. Sport: devo trovare qualche attività fisica decente. Anche perchè ho dei trascorsi da difendere... Basta divano o altro! Spero di trovare un squadra di basket dove fare un paio di partite in libertà alla settimana: niente campionati o roba stressante, solo gioco, sudore, divertimento.

Voto: 6 Non che abbia fatto molto, ma tra il baske estivo e il calcetto invernale almeno due volte la settimana hanno impedito alla ciccia di aggredirmi. Sufficienza.

5. Volontariato: tornare a fare qualcosina non sarebbe male.

Voto: 5 Vabbè, sono stato impegnato, ma almeno la tessera di donatore di sangue potevo farmela. Mi dò cinque solo in vista delle prossime nottate che passerò in Caritas a Vicenza.

6.Lingue: imparare lo spagnolo, e magari anche il francese.

Voto: 6,5 Grazie a due corsi estivi di spagnolo, posso dire di saperne di più sulla lingua iberica. La padronanza totale dell’idioma di Cervantes è ancora ben lungi da me, ma passi in avanti sono stati fatti.

7.Viaggio: se non si concretizza quello di volontariato, almeno un viaggetto all’estero da solo me lo devo fare. Magari in Spagna da qualche collega del mio zio prof universitario, a lavorare un po’ e ad imparare la lingua.

Voto: 4 Ma quali viaggi! Mai stato così tanto fermo in un luogo geografico come quest’anno. L’unico viaggio di pochi giorni in camper in Croazia sarà meglio non rinvangarlo, e quel che è peggio è che i futuri stage mi impediranno ancora per due anni di partire. Vabbè, per la carriera questo e altro...

8.Scrittura: cominciare a scrivere questo benedetto secondo romanzo che è da un pezzo che creo in testa ma che non comincio mai a scrivere.

Voto: 8 Anche se un po’ a rilento, sono a tre capitoli dalla chiusura del romanzo. Poi ci sarà la fase di rilettura e sistemazione,l ma sono molto contento del prodotto.



Che dite? Non male, mi pare, o no?
Presto i propositi 2007.


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giovedì 28 dicembre 2006 - ore 19:48


Buon Natale a me!
(categoria: " Vita Quotidiana ")







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giovedì 21 dicembre 2006 - ore 09:06


Severgnini pubblica e risponde!
(categoria: " Vita Quotidiana ")




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Per la quinta volta!
Che bello, che bello, che bello! Queste sì che sono soddisfazioni!



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lunedì 18 dicembre 2006 - ore 16:55


Il comunicattivo di San Pietro
(categoria: " Vita Quotidiana ")


«Prendete, e bevetene in molti». Pare che, sull’altare della Chiesa Cattolica, non ci sia più posto per tutti. Per molti sì, ma non per tutti. Cambia la formula della consacrazione del calice della Santa Messa. Marcia indietro: per il Vaticano si torna al 1969, prima della allora progressista rivoluzione di Paolo VI, per tornare ad un rito più fedele alle origini. Così, nell’osservanza delle più nette radici di greco antico (la lingua in cui furono tradotte le prime bibbie), il sangue di Dio ritorna a ad essere uno strumento in qualche modo elitario, più che universale.

Dal punto di vista linguistico nessun dubbio, assicurano gli esperti: ha ragione il Vaticano. Eppure, la tentazione di abbandonarsi a sentenze e ironie politiche, sociali e culturali è forte. Così come quella di disegnare questo provvedimento come una svolta epocale. Cerchiamo di resistervi, ma lo stupore, ad un primo impatto, rimane. “Cosa sta accadendo sotto la cupola di San Pietro?” viene da domandarsi. Eravamo abituati ad un Papa amato da tutti, gentile, moderatamente aperto alle novità… insomma, che metteva d’accordo tutti. Invece, ora ci troviamo al soglio pontificio questo arcigno teologo bavarese, che vuole far tornare la Chiesa un club per pochi intenditori.

Questo, quel che salta alla mente in prima battuta. Ora, ragioniamo. In realtà, il problema è uno e uno solo: l’evidente impaccio comunicativo della Chiesa in tempi recenti. A guardar bene, infatti, non è particolarmente un problema di contenuti quello che sta facendo recentemente scontrare la Chiesa Cattolica con buona parte dell’opinione pubblica. Il Papa si oppone ai Pacs e ai matrimoni tra omosessuali? Discutibile, ma che ci aspettavamo? E’ forse il rifiuto dell’utilizzo di cellule embrionali nella ricerca medica a scandalizzarci? O la dura condanna all’eutanasia?

Ad essere sinceri, i provvedimenti concreti lanciati da Ratzinger non sono affatto più conservatori o reazionari di quelli adottati dal cauto ma amatissimo Giovanni Paolo II. Anzi, l’attuale pontefice ha dato uno slancio alla politica ecumenica del Vaticano che era sincermanete difficile potersi aspettare, dopo un Papa giramondo come Wojtyla. E pure la capacità del pontefice bavarese di entrare in contatto diretto con altre religioni (Turchia e Sinagoga di Roma in primis) è lodevole. Ma allora perché questi contenuti suonano, ai nostri orecchi, così poco suadenti, per non dire ostili?

La ragione, a mio parere, sta in due distinte motivazioni. La prima: una certa mancanza di sensibilità comunicativa da parte del Santo Padre e relativo entourage. In tempi recenti, infatti, troppo spesso il Vaticano ha esposto incautamente il fianco all’esaltazione dei toni, alla denigrazione dei frettolosi, finanche alla mistificazione dei media. Prendiamo il caso Ratisbona. D’accordo, Santità, era solo una citazione, e Lei è stato mal interpretato, ma che necessità c’era di scegliere un testo con contenuti così dotti e oscuri; in due parole, così facilmente travisabile? E a che pro, pur all’interno di una legittimissima posizione contro l’eutanasia, affermare che essa “va contro la pace”? E, cardinaleTarcisio Bertone, era proprio il caso di annunciare, di questi tempi, la prossima discesa in campo della “Squadra di calcio dello Stato Vaticano”? Niente da stupirsi se, poi, qualcuno dileggia o mal comprende.

Ma se da una parte c’è una scarsa attenzione alla comunicazione – peccato non veniale, intendiamoci: a contenuti mal interpretati seguono spesso effetti disastrosi -, dall’altra c’è un problema non meno grave: la serpeggiante superficialità e pregiudizialità con cui, recentemente, buona parte dell’opinione pubblica accoglie i proclami vaticani. Se un contenuto è espresso male, infatti, di solito non è comunque impossibile comprenderlo. Oggi siamo circondati da gente che gongola, aspettando il prossimo intervento vaticano per tacciarlo di gretto conservatorismo. Oppure da altri che preferiscono etichettare velocemente come “solitamente reazionaria” una posizione della Chiesa, senza cercare di capirne le ragioni, pur non condividendole.

Il Vaticano chiude i cancelli: il sangue di Cristo non è per tutti, ma per pur molti eletti. Altra posizione reazionaria? In realtà, bisogna ricordare che, spesso, quando un’istituzione decide di chiudersi in sé stessa, lo fa perché si sente attaccata. Eppure, farebbe bene, invece, ad affrontare i suoi numerosi problemi a viso aperto. Così facendo, invece, il Vaticano da solo un messaggio di paura e scarsa lungimiranza. Un altro messaggio mal interpretato, Santità? Speriamo sia così.




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lunedì 18 dicembre 2006 - ore 09:26


27.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


- Un altro – dissi al barista, un omaccione biondo, con la barba ispida e due occhiaie profonde come due ciotole di zuppa. Mi guardò con uno sguardo strano, quasi di diffidenza, mentre mi passava sul banco un bicchierino pieno di un’acquavite tipica del luogo.
Presi il bicchiere e, prima di pormelo sulle labbra, mi guardai intorno. L’oscurità profonda della notte artica sembrava infiltrarsi tra le doghe di legno di quella taverna dove, silenziosi e ingobbiti dalla fatica, alcuni sparuti uomini dalle mani callose e gli occhi spenti stavano sui loro tavoli a bere. Indossavano pesanti maglioni e cerate impermeabili, le guance arrossate e i capelli arruffati che facevano capolino da sotto pesanti cappelli di lana.
- Alla salute - Dissi, rivolto a tutto il bar. Non vidi alcun segno di attenzione. Alzai il bicchiere e, rovesciando indietro la testa, ne inghiottii il contenuto in una sola poderosa sorsata.
Il barista non sembrava molto sorpreso di servirmi quattro bicchieri di acquavite uno dopo l’altro, pure se a quelle ore della mattina. La realtà era che lì, in quel luogo, il cui clima mi era così familiare, il tempo finiva di esistere, e sembrava sprofondare nella terra per poi congelarsi nel freddo dei ghiacci. Tutto era abbracciato da una notte profonda e densa, eterna, circolare, in cui la comune alternanza di notte e giorno perdeva di senso. La luce si muoveva come un intrusa in questa notte infinita, e agli uomini sembrava di vagare come ciechi in una cerchia di ombra continua, in cui l’esistenza del mondo sembrava provata solo da rapidi lampi taglienti, quasi onirici, di luce.
Niente da meravigliarsi, dunque, se pure a quelle ore antelucane il barista avesse ancora qualcosa da fare. In quella terra vuota di tutto, l’alcol era l’unica vera certezza granitica a cui, spesso, gli uomini si appoggiavano. Lo sguardo diffidente del biondo omaccione dietro il banco, dunque, era forse più dovuto al fatto che fossi uno straniero, piuttosto che al numero dei miei drink.
Tirai fuori il portafoglio dalla tasca, e sfilai una banconota di taglio alto.
- Tieni. Fai fare un giro a tutti -.
Il barista prese la banconota con un mezzo sorriso all’angolo della bocca – il massimo della gioia che aveva imparato ad esprimere, credo -, e disse:
- A cosa dobbiamo l’onore?
Mi alzai.
- Tra poco il mondo finirà. Forse è il caso che cerchiate di stordirvi un poco prima… lo spettacolo potrebbe non piacervi – e feci qualcosa di simile ad un quasi impercettibile segno di intesa.
Le teste di alcuni avventori si alzarono dal pozzo di alcol dove stavano nuotando. Il barista mi guardò ancora più strano, ma questa volta con uno sguardo di dileggio. Risposi al suo sguardo con un’occhiata seria, come a dire che non ero pazzo e facevo sul serio – dopo anni di pratica, quell’occhiata mi riusciva particolarmente bene -.
Il mezzo sorriso del barista si spense a poco a poco, facendo trasparire una sottile ombra di preoccupazione.
Mi avviai verso la porta nel silenzio generale. La aprii, e una voce mi chiamò. Era il barista.
- Ehi… non è che dovremmo buttarci sotto i tavoli con un sacchetto in testa o roba del genere? – disse con un tentativo di ironia che, però, non gli riuscì affatto bene.
- Se preferite…
- Sarebbe utile?
- Assolutamente no.-
E, così dicendo, uscii da quel buco, cercando di farmi spazio tra i frammenti congelati della notte artica.
Un’antica leggenda nordica, di cui ormai l’uomo aveva oramai perso memoria, narrava che il Dio che creò il mondo lo fece proprio dall’Islanda. Dove prima vi erano solo crateri lava e ghiacci, Egli creò mari, valli, praterie, montagne e colline. Poi, quando ebbe finito, si guardò intorno e se ne andò via soddisfatto, ma dimenticandosi proprio del terreno su cui aveva piantato i piedi. Così, l’Islanda era rimasta come unico angolo del globo testimone testimone di quella antica realtà atavica ed primitiva. Squassata da un’intestina forza tellurica, emergeva dal mare ghiacciato con violenza eruttiva, e la sua terra nera e dura sembrava schioccare con lavica forza tra l’oceano e i ghiacciai immersi nel freddo del tempo. Sembrava davvero che fosse un bubbone dell’interno della terra che fosse scoppiato in superficie, a testimonianza delle enormi e incontrollabili forze delle viscere della terra.
Usciii. Appena fuori, di fronte a quello spettacolo lunare di colline brulle e innevatem il freddo mi colpì forte come un pugno sul mento. La testa mi ondeggiava, le tempie pulsavano come impazzite. La stanchezza e l’alcol nel mio corpo si mescolarono e mi fecero quasi barcollare, mentre guardavo quel paesino islandese perso nella notte e nello spiritato vento artico.
L’acquavite trangugiata velocemente e in quantità sostanziose, contribuiva a tenere in qualche modo in piedi il mio organismo, ma al prezzo di un profondo stordimento mentale e fisico. Mi sembrava di vagare nell’insensibilità del mio corpo, come in una dimensione violenta e onirica. Il freddo e la neve turbinate mi ricordarono la mia casa, al polo Nord. Mi ricordarono di quando partii alla caccia di Drocek – o Shaytan o il demonio, se preferite – e pensavo dovessi solo affrontare una noiosa seccatura. Sembravano passati secoli, secoli di sogno e di perdizione, tanto sfocati e turbinosi erano nella mente gli eventi di quelle ore.
Mi strinsi il bavero della giacca, e avanzai nel freddo. Attraversai la strada di cemento, e percorsi il marciapiede sotto la luce sintetica dei lampioni, fino a che non giunsi ad un incrocio verso una via sterrata. Alzai lo sguardo, e vidi davanti a me la casa che stavo cercando, duecento metri più avanti, leggermente in salita, con la sola luce flebile dell’atrio davanti. Da dove stavo, due piccole colonne gelate, all’inizio dello sterrato, sembravano segnare l’inizio della proprietà privata, e un’arrugginita targa ne dava conferma recitando:

ISTITUTO GRENSEN
CASA DI RIPOSO

Ficcai le mani bene infondo alle tasche e, ritirando la testa sotto il cappotto come una vecchia tartaruga, mi avviai lungo la strada gelata, cercando di irrompere nel buio e nel ghiaccio islandese di quella notte ululante.


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martedì 12 dicembre 2006 - ore 12:59


Gli strani colloqui di Io & Ego
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Cominciamo oggi una nuova rubrica; vediamo se avrà fortuna. Qualche esperimento simile c’è già nella rete (vedi italians), ma la formula mi piaceva, e l’ho riciclata . Fatemi sapere se la gradite.

Colloquium In Pacs


Io: "Lasciteci vivere in Pacs!"
Ego: "Fai lo spiritoso? Sei diventato un latinista?"
Io: "Gioco con le parole... per i miei diritti civili"
Ego: "Sarà, giochi con le parole... ma te e i tuoi amici mi pare non vogliate molto stare alle regole del gioco"
Io: "Perchè? Vogliamo solo che vengano rispettati i nostri diritti!"
Ego: "Per esempio?"
Io: "Che io e la mio partner, che non siamo sposati ma conviamo da anni, si possa avere tutti i diritti che ci competono: adozioni, previdenza sociale, diritti ereditari..."
Ego: "Ma questi privilegi te li sei guadagnati? Non sono diritti fondamentali... mica li puoi prendere solo per il "fatto" che stai insieme con qualcuno"
Io: "Sì invece, perchè non è giusto che vengano dati a gente identica a me diritti che invece a me vengono negati solo perchè non faccio una cosa in cui non credo"
Ego: "Dici il matrimonio?"
Io: "Già."
Ego: "Ma chi si è sposato ha preso un impegno, ha fatto qualcosa di scomodo: un impegno per la vita. Per questo ottiene dei diritti. E’ come iscriversi ad un club: se paghi la retta hai diritto ad entrare nella sede, se no niente. Invece c’è gente sulla strada che manifesta perchè vuole il diritto di entrare senza pagare... ma allora che senso ha il club? Perchè la gente dovrebbe ancora iscriversi?"
Io:"Ma iscriversi ad un club, come dici tu, è un gesto libero: non si può mica costringere la gente a farlo"
Ego: "E chi ti costringe? Ti si chiede solo di prendere un impegno formale. Senza impegni scritti, ti immagini come finirebbe? "Coppie di fatto"che si formano e si disgregano nello spazio di pochi giorni, tanto non gli costa niente. E intanto chi ci va di mezzo sono i veri indifesi: i bimbi".
Io: "Non è che con un foglio di carta la coppia dura di più..."
Ego: "Ma forse con la prospettiva di andare in tribunale per un divorzio..."
Io: "Non è così. L’unione di due persone non può essere grettamente costretta ad una firma su di un foglio. E’ l’amore e il rispetto che c’è tra due persone che conta, non gli atti depositati in comune".
Ego: "Può essere anche vero, ma sta di fatto che tu chiedi firme - adozioni, previdenza ... - ma non vuoi dare la tua".
Io: "Ti ho detto che non ci credo".
Ego: "Ti sta antipatico l’inchiostro? Qui mica si parla di entrare in chiesa e credere in Dio, ma solo di firmare un atto in comune; se ci tieni tanto a quei diritti, sposati: non costa nulla. Tanto, se proprio poi non ne puoi più, al massimo c’è pure il divorzio"
Io: "E i gay come fanno?"
Ego: "Quello è un altro discorso..."


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martedì 12 dicembre 2006 - ore 10:00


26.
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Arrivammo presto sulle rive di un ruscello. Lì, Kung posò il fardello leggero che portava in spalla e ne rovesciò a terra il contenuto: alcuni piccoli oggetti che produssero un rumore di legno cocciando tra di loro. Il vecchio cinese allora stese un tappetino di giunchi sull’erba umida, si rabboccò le vesti di color porpora per difendersi dal freddo e si sedette a terra. Silenziosamente, cominciò a prendere il contenuto della sua borsa di tela e a montare i pezzi l’uno sull’altro, avvitandoli e facendo scattare un piccolo meccanismo di sicurezza tra i vari pezzi. Stava costruendo una canna da pesca.
- Questo è il momento migliore della giornata per venire a pescare le carpe – disse.
Tutto attorno il vento freddo si agitava muovendo l’erba umida. Il ruscello gorgogliava contorcendosi tra le rocce sotto i raggi della luna, e alcuni alberi ruvidi e secolari lo fiancheggiavano qua e là. Alzando la testa, oltre il corso d’acqua, avvolta nel buio della notte, la campagna cinese era attraversata da dolci colline e boschetti silenti. Faceva freddo, un freddo umido che ti entra nelle ossa, e una pioggerella sottile e obliqua scendeva quasi evaporando. L’erba e gli alberi sembravano schiacciati sotto il peso dell’umidità della notte, e luna e stelle rilucevano opache oltre quel velo di pioggia leggera.
Kung finì di montare la sua canna. Tirò fuori da sotto al veste un piccolo barattolo di latta e ne estrasse un’esca, che infilò nell’amo accuratamente. Poi, con gesto esperto, curvò la canna e lanciò l’amo nel lago. Si mise dunque ad aspettare, silenzioso; quasi assente. La sua testa, rozza e semplice, sembrava poggiare sotto un cielo marmoreo. Gli occhi socchiusi in un placido mare di stanchezza e le labbra sottili semiaperte a sottrarre l’aria secca gli davano un’aria di serafica serenità. I capelli radi e bianchi, pettinati con cura poco prima di fronte ad uno specchio freddo, e i baffi leggeri, candidi e curati, sembravano approfittare dello stato rapito del loro padrone per ottenere vita propria, e rimbalzare sottili e leggeri tra i refoli d’aria che si alzavano giocosi e freddi, tra gli alberi .
- Siediti, amico mio – disse.
E mi sedetti accanto a lui sull’erba bagnata.
Ancora una volta non saprei dire il perché. Avrei dovuto scuoterlo, dirgli cosa ci aspettava, che qualcuno era sulle nostre tracce, che avevo un bisogno disperato del suo aiuto… Avrei dovuto sradicarlo da lì, prenderlo a schiaffi e ottenere quello che volevo. O almeno, così avrei fatto normalmente. Ma, come ho già detto, quella notte era strana, ed ero troppo stanco e stordito dagli eventi per cercare di prenderli in mano e gestirli a modo mio.
Stetti qualche secondo in silenzio con lui a fianco, in mezzo al sussurro docile dell’acuq adel ruscello. Poi dissi:
- Il mondo sta per finire.
Attesi, ma non udii risposta. Mi voltai a guardarlo: non si era mosso di un millimetro. Anzi, a guardare bene, sembrava che gli angoli della sua bocca sottile si fossero alzati in maniera quasi impercettibile, in un sorriso divertito così leggero che mi domandai al momento stesso se fosse tale o me lo fossi sognato nell’oscurità della notte.
- Dovrei pregare? – disse poi.
Non risposi.
- Mettermi a terra, a pancia in giù, e con le mani sulla testa? – chiese di nuovo.
- Se ti fa piacere… - risposi, ironia per ironia.
- Servirebbe a qualcosa?
- Con questa umidità e quest’erba gelata, forse a pigliarti un raffreddore.
- Già… ma tanto in pochi secondi sarei morto…
- Già… - risposi.
Qualche secondo di silenzio.
- Guarda bene tra quelle due colline, laggiù in fondo, ad est – disse poi, alzando svogliatamente il braccio verso un punto imprecisato dell’orizzonte in cui voleva che guardassi.
Alzai lo sguardo, e cercai nella direzione in cui mi era stata indicata. All’inizio non vidi niente, poi notai un piccola e flebile costellazione di luci, ad altezza del suolo, che brillava sicura in mezzo al valico tra i colli.
- Cos’è? – chiesi.
- Lì scorre il Grande Fiume Giallo. Stanno costruendo al diga più grande del mondo per fermare il fiume e imprigionarne l’energia. Quando la diga sarà finita, le acque del fiume cominceranno a salire lentamente: coprirà prima i fili d’erba, poi i cespugli, i tronchi, i rami e infine i tetti delle case… tutto quello che vedi ora sarà inesorabilmente e definitivamente inchiodato dentro una bara d’acqua: intere campagne, paesi città verranno abbracciate dal silenzio blu delle profondità, e lì rimarranno chiuse per sempre.
Osservai tutto intorno, la dolce e crudele campagna cinese circostante, e immaginai la scena.
- E tu cosa farai? – chiesi.
Il vecchio si strinse nelle spalle.
- Cercherò un nuovo posto dove pescar carpe – disse, voltandosi verso di me con un sorriso amabile.
- Molto spesso non serve lottare contro l’inevitabile – concluse.
A quelle parole ripensai a tutta la vorticosa avventura in cui ero stato coinvolto, sballottato da un angolo all’altro della terra. Sempre più stanco, sempre più intimamente inerme, combattendo contro un avversario troppo potente, e che nemmeno riuscivo ad identificare bene.
- Lo so, lo so. Non so perché, ma oramai devo finire questa cosa. Costi quel che costi. E’ dall’inizio di questa storia che mi sento come sballottato nelle mani di qualcosa di troppo potente e oscuro per me, ma non riesco a farne a meno: sento che devo farlo, anche se non so bene perché.
Mentre dicevo quelle parole, pensai che sembravano quanto mai uno sfogo, se non addirittura una confessione. Senza contare che, forse, Kung nemmeno sapeva di cosa stavo parlando.
- Beh, è ammirevole. Ma io, purtroppo, non posso aiutarti.
A quelle parole, un brivido di amaro stupore mi attraversò la schiena. Non sapevo esattamente in cosa contavo che Kung potesse essere utile, ma ero arrivato lì con la certezza di raccogliere, in qualche modo, una risposta. E quella risposta mi stava per sfumare davanti così come tutte le intenzioni e la volontà di proseguire in quell’assurdo viaggio campale.
Kung notò al mia delusione, e disse:
- Beh, come potevi aspettarti che un fallito Menshiah potesse aiutarti a battere il vero Menshiah? – e sorrise ancora.
- Ti sei mai chiesto perché io, Thus e Sid non siamo diventati dei Menshiah?
Non risposi.
- Thus aveva problemi con un bambinetto di nome fato: strano ragazzino, forse un giorno lo incontrerai. Lo fece esasperare con i suoi capricciosi sbalzi d’umore, Thus ne rimase tanto affascinato che non riusciva più a decidere, a scegliere, ma rimaneva ipnotizzato da quel bambino col caschetto. Fino a che… beh hai visto.
Annuii.
- Sid, invece, fu un passo avanti rispetto a Thus. Non rimase imbrigliato nei giochi di Fato, ma ha avuto un altro problema: quello della volontà. Non riusciva a gestire bene suoi poteri, a dirigerli verso un solo obiettivo. Vagava qua e là seguendo le proprie pulsioni, senza alcun contatto con il metafisico, o anche semplicemente la ragione…
- E tu? – domandai.
- Oh, il mio è un problema di fede – e sorrise bonariamente -. Per cosa credi che io sia qui? Da anni vengo a pescare carpe, ma non ho mai preso un granché. Un giorno, un vecchio epscatore mi disse che, per far abboccare i pesci, c’è un unico modo: essere convinti che lo faranno: da allora mi alleno qui ma, come vedi, nonostante i lunghi anni di pratica i risultati sono scarsi.
E fissai il galleggiante dell’amo, fermo al centro della corrente placida.
- E’ per questo che sei convinto che non si debba lottare? Che la mia è una battaglia inutile?
- Forse – rispose –. Ma forse c’è qualcuno che potrebbe aiutarti meglio di me. Lui non ha ami avuto problemi di fede, anche se è un povero disgraziato.
Un breve moto di speranza tornò a scuotermi.
- E’ stato l’unico a fregare Dio, una volta… forse proprio perché aveva così poco da fare e da dire. Non so…
- Chi è? Dove sta?
- Te lo dirò, ma sappi che probabilmente non ne caverai niente. E il tempo a tua disposizione è poco -, e così dicendo si rivolse di nuovo con un cenno ad est, dove sarebbe spuntato tra poco il sole, e dove brillava ancora minacciosa e bassa la costellazione dell’inondazione.
- Ormai non credo di avere molta scelta. Tanto vale che finisca questa cosa – dissi.
Silenzio.
- Si chiama Giobbe – disse Kung.
E, in quel preciso momento, un fremito scosse le sue mani, la canna da pesca si inarcò leggermente e il galleggiante dell’amo si inabissò nelle acque scure del ruscello.


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lunedì 11 dicembre 2006 - ore 15:40


Perla
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ogni tanto, un paio di volte all’anno, Giovanni Sartori fa pubblicare un piccolo capolavoro sul corriere. Penso che oggi fosse uno di questi due casi:

È bastato un assassinio al polonio 210 dell’ex colonnello del Kgb sovietico Litvinenko, e una contaminazione a Londra del suo confidente italiano Mario Scaramella (consulente della melmosa commissione Mitrokhin) per scatenare anche in Italia — dove nulla è avvenuto — una «giornata di paura».
Esagerazioni esageratissime? Certamente. Ma non sorprende che la «morte radioattiva» di un singolo ci colpisca. I veleni hanno avvelenato re, imperatori, principi, duchi (oltre che banali mariti cornuti e consimili) da quando il mondo è mondo. Un Mitridate re del Ponto se ne cautelava vaccinandosi con quotidiane piccole dosi. Ma un veleno radioattivo è una novità terrorizzante: funziona in dosi infinitesimali di pochi microgrammi — milionesimi di grammo — non ha alcun sapore, ed è come una bomba che contamina chi tocca. E che potrebbe produrre sterminii di massa (se immessa, per esempio, nell’acqua potabile).
Per fortuna, e a differenza di altri veleni, il polonio non è fabbricabile in casa: richiede laboratori e scorie radioattive prodotte da centrali nucleari. Il che implica uno Stato territoriale che ne consenta la fabbricazione. Questi veri e propri «Stati canaglia» esistono o comunque sono in statu nascendi?
Sì, certo. E il nascituro più pericoloso di tutti potrebbe essere l’Iraq. Ma prima uno sguardo d’insieme.
Stavo dicendo che le armi di sterminio sono in terrorizzante aumento. Eppure, e seppure a torto, le bombe nucleari non ci angosciano più perché sono notizia vecchia, e perché siamo stati rassicurati dalla teoria della sicura distruzione reciproca (Mad). Largamente a torto, sia perché gli Stati canaglia (Corea del Nord in testa) sono anche Stati irresponsabili dominati da tiranni psicopatici, sia perché il terrorismo islamico ci potrebbe vulnerare senza ritorsione, senza essere vulnerabile. Ma non è che siamo valorosi; anzi siamo paurosissimi. Dalla mucca pazza alla aviaria, e ora al polonio, basta un nonnulla per ingenerare panico e isterismi di massa.
La metterei così: che mentre i rischi piccoli e casuali ci fanno perdere la testa, per i rischi nucleari, chimici e batteriologici, e cioè certezze infinitamente più grandi, abbiamo la panacea: il pacifismo, la pace universale, la «pace perpetua». Kant la auspicava nel 1795 ma da allora non è mai stata nemmeno in vista. Il problema è che i pacifisti prosperano negli Stati pacifici, dove servono a poco e sono semmai controproducenti, mentre non si vedono e non si sentono negli Stati dove servirebbero. Grossissimo modo, le nazioni pacifiche che davvero detestano la guerra mettono insieme, oggi, un miliardo di persone; mentre gli Stati dove i pacifisti, se ci fossero, verrebbero mazziati, ne annoverano 5 miliardi. E siccome il pacifista circondato da armati ne stimola l’aggressività ed è solo uno scemo che si fa picchiare offrendo l’altra guancia, la soluzione pacifista non risolve il problema; anzi lo aggrava.
Torno così, per esemplificare in concreto, al caso dell’Iraq. Fu una guerra sbagliata gestita in modo sbagliatissimo. D’accordo. Ma a frittata fatta la soluzione è di andarsene? Lasciando che cosa? Una guerra civile tra sciiti e sunniti? Fatti loro, rispondono (poco cristianamente) i nostri pacifisti. Ma anche lasciando spazio per l’insediamento di uno Stato o sottoStato terrorista in grado di produrre bombe «sporche» e ancor più indisturbato, terrificanti armi batteriologiche e chimiche.
Allora, pericoli minimi, spavento grande; pericoli grandissimi, spavento minimo. Meritiamo dieci in dabbenaggine e zero in comprendonio.



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sabato 9 dicembre 2006 - ore 02:46


Dicesi:
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Ballare sul cadavere di qualcuno




P.s. Grandi tutti, festa più che piacevole.


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