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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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mercoledì 29 novembre 2006 - ore 17:11
Mi giustifico
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sì, è vero. Sono stato via. Assente. Ma ho la giustificazione, maestra. La mia vita si è mangiata i compiti, è morto mio zio “tranquillità” e ho avuto un sacco di motivi familiari. Sarà per questo, sarà per altro ma, ultimamente, ogni volta che entravo nel mio blog sapevo di dover aggiornare, ma non me la sentivo mai di parlare di me. Sarà che il mio io si sta annichilendo in mezzo ai mille impegni moderni; al cambio di vita. E, cosa ancora più strana, questo mi piace. Sono più felice quando faccio mille cose. E’ perché sono contento di quel che faccio (bicchiere mezzo pieno) o perché non ho il tempo di pensare alle cose che non vanno (bicchiere mezzo vuoto)? Forse sono malato.
Mah… come al solito, ultimamente, mi immergo nella corrente (che, sembra, debbo dire, placida e benigna) e mi lascio un po’ trasportare.
Comunque il blog è mio, è su di me, sopra di me, e mi quindi tocca parlare di me. Avanti.
Insomma: ho scritto una tesina in due giorni e mezzo. Non male. Sono otto ore al giorno al master in giornalismo e principalmente mi uccido di giochetti flash on-line. Per il resto, lezioni sufficienti, qualche insegnante stronzo, compagni di corso molto simpatici e indigestioni di pizza e panini a tre euro a pranzo. L’altro master è momentaneamente finito ma, come ho appena detto, devo consegnare la tesi domani, e la discussione è l’11. Tesi e discussione sull’ “occasione di una vita” a Parma (roba da Tg nazionale in prima serata) che però pare essere tale solo per me, visto che l’università della città emiliana continua a prolungare i tempi, facendomi incazzare a morte. E intanto a me cresce la cagarella che qualcuno mi batta sul tempo. Ma, si sa, se hai meno di 30 anni in questo paese non hai ancora capito un cazzo dalla vita, e devi pure farti mangiare in testa qualche volta. In più, mi sta venendo sempre più voglia di fare in futuro l’esperto pr-stampa piuttosto che il giornalista. Vedremo…
Veniamo al lato “artistico”. Musica: dopo la tegola del gruppo acustico (hanno trovato un cantante due settimane prima del primo concerto dopo che era 9 mesi che ci preparavamo insieme... simpatici) ho trovato un gruppetto di cittadella, che fa roba abbastanza arrogante da soddisfare i miei standard (dream theater e queen) e con cui mi diverto parecchio. Ma, intanto, passerà almeno un anno dal mio ultimo concerto prima che io possa ancora calcare un palco; sto entrando in crisi d’astinenza. Il libro: manca molto poco, ho ottime idee, ma non trovo il tempo di finirlo. L’obiettivo è scrivere la parola “fine” prima di Natale.
La vita campagnola a Campodarsego, nella casa dei miei furono nonni paterni, è come un affacciarsi ad una finestra sul passato e contemporaneamente sul futuro.
Nel passato perchè, nelle poche ore che sono a casa, ogni tanto i profumi o i ricordi visivi mi azzannano alla giugulare e vedo quasi mia nonna che costruisce con le mani ruvide i suoi famosi gnocchi sul tavolo scuro e crepato in mezzo alla cucina, oppure mio nonno che respira piano e mortalmente dentro l’aerosol sulla sua poltrona preferita nell’angolo, mentre al notiziario passa un Tg1 con una scenografia vecchia di decenni e l’aria è appestata di odor di brodo di gallina. Guardi fuori dalla finestra e vedi il ghiaino dove una volta ti sei rotto un braccio giocando a calcio, e il pesco che hai coperto con una cerata con tuo padre in mezzo alla neve, in un inverno molto rigido di tanti anni fa. E tu avevi dieci anni, forse. Ma certe cose ti si ficcano in qualche stupido angolo nella testa e, quando passi di lì per caso, saltano fuori, a ricordarti quanto tempo è passato.
Nel futuro perchè vivo solo, o quasi. Fuori casa; indipendente. Come farò un giorno, credo. Torno a casa la sera stanco morto e il secchiaio è pieno, e non ho nemmeno al forza di liberarlo per mettere a scongelare le bistecche per la cena. E la tv a sette canali e mezzo è tornata a diventare il rumore di sottofondo della casa. Il letto è sempre sfatto, e puzza di domani. I vestiti non lavati si ammucchiano nell’angolo. Ti affacci fuori e la notte è così buia e consolante, nella tua solitudine. Ti stravacchi sul divano, dormi un poco, ti risvegli, bevi una birra, e ti sorprendi disgustato a rispondere alla domande di Carlo Conti. Solo verso le dieci butti su la pasta, e quando senti il rumore dell’acqua bollire anche se sei nell’altra stanza, scopri di essere davvero solo. E non va bene non va male. Perché solo stai bene, se sei stanco, ma anche qualcuno attorno a stancarti un po’ non guasterebbe.
Non so che dire. Forse è meglio non pensarci. Sì, forse è decisamente meglio.
Intanto ho trovato il paragone perfetto per la mia vita: la Transiberiana. Gran bel viaggio, paesaggi da mozzafiato, ottime certezze che si muovono con me e il treno che fila leggero e risoluto in territori inesplorati dove sembra non essere mai pssato nessuno. Il guaio? C’è un binario solo. Si viaggia da soli. Poco male: a me piacciono l’indipendanza e la solitudine. Gli spazi aperti. O, almeno, credo.

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mercoledì 15 novembre 2006 - ore 09:14
Felicità... ?
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Qualche minuto fa risalivo la corrente di corso del Popolo a Padova, dalla stazione per venire qui a lezione. In una giornata ferma a metà, freddina ma non fredda, grigia ma non triste, in mezzo al traffico sonnolento e allo scalpitio meccanico dei pedoni, qualcosa mi ha colpito. Adesso voi direte che è una cazzata, ma a me ha fatto effetto.
Un donnino minuto, di mezza età, rossa di capelli, con le gambe corte ma veloci, è schizzata la mio fianco saltando su e giù dal bordo del marciapiede, divisa tra la voglia di correre più veloce e la necessità di non farsi investire. Stava inseguendo l’autobus, che stava per partire dalla fermata qualche metro davanti a lei. Correva, agitando il suo cappotto rosso e la sua borsetta da chiesa della domenica. E sapete cosa? Rideva.
Ecco io vorrei arrivare cosi: a 40 o 50 anni rincorrerendo un bus una mattina di mezzo inverno. E ridere. Non so, ma mi pare di capire che, se lo farò, sarò abbastanza vicino alla felicità da potermi permettere di riderci sopra.
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PERMALINK
sabato 11 novembre 2006 - ore 19:42
Il dittatore e i giornalisti italiani
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Recentemente, sulla prima pagina del corriere sono apparsi due interessanti articoli.
«Tutta questa agitazione dell’Europa contro la pena di morte a Saddam la trovo un po’ ridicola, o comunque poco seria [...] L’Europa non è mai unita su niente e lo diventa per salvare quel macellaio. Un modo per far bella figura a buon mercato e dire: ecco, i soliti barbari americani [...] Se l’ordinamento giuridico prevede la pena capitale, e quello iracheno, come in pressoché tutti i Paesi islamici, lo prevede, non capisco perché non giustiziare Saddam»
Giovanni Sartori«A me pare che Sartori si sia chiesto che vantaggio ci sia — se non quello di far "bella figura a buon mercato" — nell’investire di rilevanza morale le leggi di un Paese tanto culturalmente lontano da noi, mentre si possono comprendere molto più facilmente con argomenti empirici. Il suo ragionamento non è, infatti, un giudizio di valore sulla nostra idea della pena di morte — che ai più fa giustamente orrore, anche se è stato uno di noi, San Tommaso, a dire «chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio» — ma è un «giudizio di fatto» sull’idea che ne hanno loro. [...] A Bagdad si è celebrato — da parte di un tribunale iracheno — una sorta di «processo di Norimberga» secondo il rito islamico. Ma quegli stessi che plaudono alle condanne dei criminali nazisti lo stanno trasformando in un processo agli Stati Uniti (che non erano sui banchi dell’accusa)». 
Piero OstellinoLa pena di morte è sempre un argomento che scalda gli animi; divide e fa discutere. Una pentola a pressione che, già se applicata ad una persona "qualunque", ribolle violentemente in tutto il mondo. Figuarsi poi se il condannato è l’ex dittatore sanguinario di un paese invaso dalla prima potenza militare mondiale senza apparente motivazione: la pentola a pressione dell’eccitazione intellettuale finisce per schizzare vapore bollente ovunque, colpendo senza distinzione tra menti sottilissime o grossolane.
E’ stato solo uno stupore momentano, dunque, quello che mi ha colpito quando ho letto questi due articoli e ho pensato, da parte mia, che Sartori e Ostellino fossero stati ustionati da quei vapori di quella pentola a pressione impazzita. Non potevo credere ai miei occhi: questi due splendidi giornalisti (di cui, chiariamoci, io non sono degno nemmeno di "annodare i legacci delle scarpe"), solitamente dallo sguardo così lucido e incisivo, avevano, a mio parere, mancato di molto l’obiettivo.
Essi, infatti, si erano soffermati sulla legittimità e onorabilità di portare un giudizio di valore ad una realtà giuridica lontanissima da noi come quella Irachena. Proprio noi che di dittatori e di processi sommari a questi abbiamo i cassetti della storia recente pieni, ci mettiamo a giudicare le dinamiche giuridiche di uno stato che, sulla carta, dovrebbe avere la stessa autonomia e legittimita di qualsiasi altro (anche degli Usa, se si volesse leggere fra le righe, dove la pena di morte è oramai quasi un
habituè)? Questa, se ho capito bene, la legittima presa di posizione dei due. E tuttavia, pare evidente - almeno per me - come non sia affatto questo il punto della questione.

Fare una discussione di legittimità giuridica e di etica delle pene in un paese devastato dalla guerra civile e con una costituzione scritta sulla carta velina non sembra certo una buona idea. E questo lo hanno capito anche Ostellino e Sartori. Tuttavia, proprio loro, politologi così dotti, dovrebbero ben sapere che la sentenza di una corte non esprime solo il sentimento comune di un popolo verso la legalità, ma è la stessa voce dello stato che si incarna ed educa i suoi cittadini. Mi spiego meglio: se il neo-stato iraqeno emette una condanna a morte verso il proprio passato, dichiara di ritenere la violenta soppressione del proprio "nemico" una giusta via alla ricostruzione dell’armonia nella propria nazione. Non credo occorra essere certo un celebre
columnist del
corriere per capire quanto pericolosa possa essere un’affermazione simile in un paese ancora sconvolto dalla rabbiosa e sanguinaria lotta intestina tra le diverse etnie che lo compongono.

La via del disinteresse - o della distaccata disapprovazione - che suggeriscono Sartori e Ostellino, non è dunque affatto proponibile. Non solo perchè dimostrerebbe una straordinaria noncuranza verso un disastro sociale e umano che è in continuo svolgimento e rischia con questa sentenza di alimentarsi ancora, ma anche perchè è impossibile negare che l’Occidente di responsabilità e interazioni sul destino dell’Iraq ne ha avute e ne ha ancora parecchie. E una dimostrazione anche troppo evidente di ciò, dovrebbe essere la curiosa "coincidenza" di tempi tra la sentenza dell’alta corte iraquena e le elezioni mid-term statunitensi (di cui forse parlerò un altra volta).

Insomma: Opporsi alla pena di morte a Saddam non è una questione di etica facilona; non un modo facile per ribadire con sufficienza la sovranità del pensiero occidentale. E non è nemmeno - questa volta - la solita miope e grossolana polemica contro l’arroganza mondiale a stelle e strisce. E’ invece un preciso prendersi le responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni. Avremmo davvero un bel dire se, dopo aver sconvolto un paese - per ragioni non si sa quanto chiare - e averlo ordinato a nostra immagine e somiglianza, ora ci volessimo ritirare in un lassismo di comodo in nome delle diversità delle culture umane.
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martedì 31 ottobre 2006 - ore 12:28
Il paese dei poveri
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Colgo loccasione di un buco tra le lezioni del master per introdurre brevemente unidea su cui sto riflettendo da tempo. E possibile che la scarsa competitività del nostro sistema paese possa essere in qualche modo legata al concetto di "ricchezza" che noi italiani contempliamo?

Mi spiego. A mio parere, spesso - troppo spesso - in Italia la ricchezza è vista non come un fattore positivo, ma come un negatività. Peggio ancora: chi la crea o la gestisce viene quasi sempre dipinto come un bieco sfruttatore delle dinamiche sociali o, al meglio, come una persona che, incurante delle sofferenze dei meno agiati, vive nella propria torre davorio fregandosene del mondo.

Una concezione, questa, che forse ci deriva da generazioni di inciuci, di dinastie familiari protezioniste, di affaristi truffaldini. Epperò questo non può e non deve farci dimenticare che il creare ricchezza è un grande merito personale e un grandissimo contributo alla società tutta. Non fosse altro perchè la ricchezza (quella "dinamica", non quella secondo me minoritaria dei "figli di papà" che ereditano tutto e non si impegnano in alcuna attività) crea altra ricchezza, lavoro, progresso, condizioni sociali migliori.
Giusto qualche giorno fa ascoltavo un gruppo di universitari (in quel caso, soprattutto ragazze) che parlavano di cosa avrebbero voluto fare nella vita. Mi ha stupito molto laltissima percentuale di persone che desiderava andare a lavorare in una agenzia non governativa, senza scopo di lucro, come se il produrre ricchezza fosse un estrarre qualcosa dallambiente per bruciarlo per sempre.

Ma pensiamo anche alla finanziaria, quando ricorreva la sfortunata formula "anche i ricchi devono piangere", come se fossero persone che non meritano un riconoscimento dalla società ma che anzi vivono alle sue spalle tra agi e sprechi esagerati.
Ovunque ci si giri sembra di sentire questo messaggio: è impossibile che esista una "ricchezza buona". Il sistema paese sta rallentando? Cè poco da stupirsi, se le nuove leve e gli italiani in generale pensano alla produttività e al creare ricchezza in questi termini.
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domenica 29 ottobre 2006 - ore 17:30
Lotta alla pirofilia
(categoria: " Vita Quotidiana ")

P.s. Scusate se recentemente il mio blog sta andando piuttosto in vacca, ma scrivendo ogni giorno non è che alle sette di sera la voglia di fare post sul tuo blog ti azzanni alla giugulare quando torni a casa dopo 8 ore di lezione. Eccomunque questo post lavevo promesso: detto, fatto. Sono uomo di parola.
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giovedì 26 ottobre 2006 - ore 10:01
13.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Qualche minuto più tardi, eravamo di nuovo in sala d’aspetto. Stavamo per avviarci verso le uscite. Camminavamo tutti e tre uno a fianco all’altro.
Sempre camminando, gli dissi:
- Allora Lazzaro… grazie dell’aiuto.
Mi guardò.
- Mi dispiace di non aver potuto essere più utile – disse, probabilmente conscio della mia incredulità e del fatto che stessi pensando di aver solo perso del tempo a venire fin là.
- Arrivederci - dissi.
Feci qualche passo. Poi lui mi si parò davanti, tra me e la porta di vetro scorrevole dell’uscita.
- Mi raccomando! Non parlarn…
In quel momento un boato irruppe nella stanza. Un fragore di vetri spezzati si diffuse tutto attorno. Il tempo sembrò rallentare, e vidi il volto di Lazzaro comprimersi in una smorfia di dolore e cadere in avanti, verso di me e la bambina.
Rimasi attonito. Qualcosa sembrò scattare in me. Ci sono momenti in cui il corpo esce allo scoperto. Momenti in cui scatta l’allarme rosso, e le braccia e le gambe e il busto sembrano correre molto più velocemente della mente e dirle: “Ok; non abbiamo tempo di pensare. Da adesso in qua comandiamo noi”. E allora succede che ti tiri in salvo. A volte. Ma a volte commetti gravi errori. Non fu quello il caso.
Nel momento in cui vidi gli occhi di Lazzaro spalancarsi; quando sentii il rombo abbattersi e le schegge di vetro impazzire, con uno scatto di nervi che, in altri momenti, non mi sarei riuscito a riconoscere, presi la bambina e mi tuffai al riparo, tra le fila di poltroncine della sala d’aspetto. Tutto intorno le urla dei presenti e le schegge di terrore si levarono alte, trascinandosi in un turbine nervoso di isteria. La gente cominciò a correre come impazzita. Il corpo di Lazzaro cadde pesantemente a terra, senza vita. O ancora per poco.
Tra il caos isterico generale di pazienti e personale medico, mi voltai verso l’entrata e vidi due figure ergersi poco oltre l’entrata in frantumi. Riuscii a distinguere la loro mole possente, la loro pelle nera nella notte, le loro tute mimetiche militari e i loro maledetti fucili a ripetizione.
Non ci fu bisogno di domande. Prima che si avvicinassero di un altro passo, presi rapidamente sotto braccio Eva e fuggii dalla stanza. La bimba cominciò subito a urlare, piangere e dimenarsi. Girai l’angolo e mi appiattii contro il muro del corridoio, tappando la bocca con la mano ad Eva, che presto si calmò.
Sbirciai da oltre l’angolo. I due miliziani erano entrati al centro della stanza, e urlavano qualcosa in una lingua sconosciuta, mentre tutti si buttavano a terra con le mani dietro alla nuca. Si guardarono intorno. Uno si avvicinò al copro di Lazzaro, voltandolo col piede e controllandone la targhetta sul petto; l’altro avanzò verso di me, circospetto. Non mi aveva ancora visto.
Mi mossi lentamente lungo il corridoio, verso le scale. Avevo ormai acquistato una decina di metri, e stavo per svoltare nuovamente l’angolo quando uno dei due mi vide. Urlò qualcosa all’altro e cominciò a correre nella mia direzione. Misi giù Eva e, prendendole la mano, le dissi:
- Corri!
Non se lo fece ripetere due volte e scattammo oltre l’angolo, passando oltre la grande porta ad ante scorrevoli del pronto soccorso.
Ci trovammo in un grande stanzone con due fila di letti sulle pareti, dove diversi pazienti erano distesi assistiti da alcune infermiere. Arrivammo al centro della stanza esentimmo la porta alle nostre spalle aprirsi. Svoltai violentemente a destra senza guardare, strattonando via Eva: appena in tempo per evitare la scarica dei mitra verso di noi. La gente alle nostre spalle cominciò ad urlare. Di nuovo anche i due inseguitori cominciarono ad urlare, minacciando i pazienti e il personale medico. Questo fece perdere loro un po’ di tempo.
Aprimmo una porta, e ci trovammo dentro una grande stanza buia, divisa in tanti piccolo corridoi da enormi scaffali di metallo traforato pieni di medicinali. Senza aprire la luce, chiudemmo la porta dietro di noi. Attraversammo la stanza al buio. Sfiorando la mano con lo scaffale mi accorsi quando fu tempo di svoltare. Girai a sinistra e mi acquattai a terra, trascinando con me Eva con le spalle appoggiate ad uno scaffale. Non potevo vederla ma dal suo respiro affannoso e dal tremito della sua mano nella mia potevo sentire la sua paura tagliare l’aria.
Sentimmo la porta aprirsi; i nostri inseguitori erano entrati.
Cercarono l’interruttore per un attimo, ma sembrarono non trovarlo. Mi guardai attorno. Vidi, lontano, una flebile luce filtrare da sotto una porta, a circa una quindicina di metri da me, nella stessa direzione in cui ci stavamo dirigendo prima.
I due avevano rinunciato a trovare l’interruttore, e cominciarono a muoversi circospetti nel buio.
Mi avvicinai ad Eva e le dissi con un filo di voce:
- Vedi quella porta laggiù? Quando te lo dico, corri verso la porta, attraversala, chiudila e poi aspettami dall’altra parte. Pronta?
- …
- Pronta?
- Sì.
Mi voltai verso lo scaffale, alzandomi lentamente in piedi. Sfiorando immobili con le dita avevo notato che le file non si trattava un blocco unico, ma di molti scaffali allineati, larghi circa due metri. Poggiai le mani sulla parte alta dello scaffale. Sentivo i passi avvicinarsi lentamente.
- Vai! – dissi sottovoce.
Eva cominciò a correre verso la porta, e subito i due vennero attratti dal rumore dei suoi passi. Cominciarono a correre verso di noi. Appena li sentii abbastanza vicini, spinsi con forza lo scaffale, che si rovesciò sopra di loro. Poi scappai anch’io verso la porta.
Sentì un urlo alle mie spalle, seguito da una scarica di mitra. Arrivai sulla porta insieme a Eva. La aprii e feci entrare lei. Nel chiarore della luce che penetrava sulla porta aperta mi voltai un secondo. Uno dei due uomini era a terra, ma l’altro mi stava puntando il fucile contro. Una pallottola viaggiò nell’aria e mi colpi la splla. Urlai. Attraversai la porta e la sbattei alle mi spalle, giusto mentre sentivo i colpi violenti del mitra abbattersi come grandine sull’altra parte del muro.
- Ti sei fatto male? - chiese Eva.
- Non è niente - dissi, reggendomi con l’altra mano la spalla - corri.
Continuammo a correre. Trovammo delle scale e vi salimmo. Rallentammo, affaticati, ma a metà della prima rampa sentimmo la porta della stanza dei medicinali sbattere.
- Presto ! Presto! Corri! - Urlai ad Eva.
All’altezza della terza rampa una scarica di proiettili venne dal basso. Continuammo a salire. Un medico uscii da una porta e lo spostai con violenza.
Arrivati alla fine della rampa, aprimmo la porta. Ci trovammo davanti un lungo corridoio trasversale, con molte porte che si aprivano sui lati. Chiusi la porta e presi istintivamente un lettino lì vicino, mettendocelo davanti. Svoltai a destra e ricominciai a correre. Sentii alle spalle il rumore del lettino spostato via; non aveva funzionato: la porta si apriva sull’esterno. Comunque avevamo guadagnato qualche secondo.
Svoltai l’angolo e entrai nella prima porta che trovai. Ci trovavamo in una piccola sala da operazione. Mandai Eva avanti, verso la porta dall’altra parte. Io presi un grande vassoio di metallo e aspettai qualche secondo dietro la porta. Quando lo sentii arrivare lo colpi fortemente di taglio col vassoio sul volto. Cadde a terra all’indietro, perdendo l’equilibrio e battendo leggermente la testa sullo stipite della porta. Approfittando di quel suo momento di spaesamento, mi accosciai a terra e presi il primo ferro caduto dal vassoio che mi capitò in mano – un paio di forbici operatorie – e le conficcai con forza nella coscia dell’uomo stesso a terra. Purtroppo mi accorsi di non aver preso in pieno il bersagglio ma solo di taglio.
Un grosso urlo di dolore si levò. Mi voltai e ricominciai a correre, maledicendomi subito dopo di non averne approfittato per sottrargli l’arma. Uscii dalla stanza, raggiunsi Eva e le ripresi la mano. Mi guardai velocemente attorno. Vidi un cartello sulla parete davanti a me con una scritta incomprensibile ma affiancata dal disegno di un elicottero. Seguii la freccia e, salendo una piccola rampa di scale di metallo. Arrivammo al tetto.
Uscimmo nella notte grassa e calda dell’Africa. Subito dissi ad Eva di correre dall’altra parte del tetto e aspettarmi lì. Poi mi infilai le dita in bocca e ed emisi un forte fischio.
Mi acquattai di nuovo dietro alla porta. Dopo qualche secondo l’uomo arrivò. Io saltai fuori e lo spinsi dalle spalle contro il parapetto. Urtammo violentemente contro la ringhiera di metallo. Ringhiammo entrambi epr il dolore delle reciproche ferite.
Le braccia dell’uomo erano rimaste oltre al parapetto, così sferrai un forte colpo dal basso ai gomiti dell’uomo, che mollò la presa e fece cadere il mitra di sotto. Riuscì però a recuperarlo per la tracolla, e subito dopo reagì veloce rifilandomi una forte gomitata sul naso. Indietreggiai confuso. L’uomo si girò per recuperare il mitra, ma proprio quando lo ebbe in mano mi scaraventai verso di lui afferrando la canna del fucile. Allora l’uomo sparò. Spalancai gli occhi. Per un secondo pensai che la mia corsa stesse finendo lì.
Incredibilmente però, non sentì alcun dolore. Forse i colpi erano passati sotto l’ascella. Comunque non ci pensai e cercai subito di alzare e muovere a vite il mitra per far compiere alle braccia del mio avversario un movimento innaturale. La mossa questa volta riuscì, seppure fu dolorosa anche epr me e la mia spalla. L’uomo si trovò in forte posizione di svantaggio. Lo sgambettai e lo feci cadere pesantemente a terra. Lo colpì dunque con un colpo alla mascella e gli strappai finalmente il mitra dalla mani, gettandolo lontano.
A questo punto lo colpii forte con un calcio in mezzo alle gambe. L’uomo si piegò in due dal dolore e io mi voltai. Sentii senza vcoltarmi che le mie renne stavano arrivando, attirate dal mio richiamo. le vidi con la coda dell’occhio atterrarare velocemente sulla piattaforma per elicottero.
- Eva! – urlai.
La bambina saltò fuori dal suo nasconfiglio, e non ci fu bisogno che le dicessi di saltare a bordo. Corremmo entrambi verso la slitta e velocemente vi entrammo. Guardai verso l’uomo. Si stava riprendendo, e stava per impugnare una pistola semiautomatica.
Spronai con forza le renne e partimmo veloci nella notte di melassa di Kinshasa, mentre alcuni piccoli tuoni gialli di pistola spezzavano l’aria sprizzando dal tetto sottostante.
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PERMALINK
giovedì 26 ottobre 2006 - ore 08:58
25.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La pioggia scendeva sottile, obliqua e fredda, sopra le campagne avvolte nell’oscurità. Un vento sinuoso sembrava aggirarsi tra l’erba, mescolando le sottili gocce taglienti in un ballo agitato, cosicché quasi non si riusciva a comprendere da dove venissero. Tutto intorno un silenzio profondo, segnato, aleggiava nell’aria umida. Un piccolo fiume faceva scendere le sue pigre e lente acque attraverso al terra, accarezzandola dolcemente in spire sonnolente.
Di fronte a me, nell’oscurità oltre al ponte di legno, niente dava ad intendere dell’esistenza del piccolo villaggio contadino di Daewon, nella più profonda campagna cinese. Solo la luce soffusa della luna piena illuminava a tratti i tetti scrostati e opachi delle abitazioni, dando al villaggio una ragione di esistere. Ogni casa stava rannicchiata nel terreno come un piccolo e indifeso animale; un animale che si fosse nascosto in qualche recondito meandro nella terra, addormentandosi pur se avvolto nel terrore che qualche ostile predatore sbucasse all’orizzonte per rapirlo nel sonno.
Attraversai il ponte a passo deciso ma silenzioso. Le assi marce scricchiolarono sotto di me, mentre il fiume si srotolava sotto di me come un nero e lento serpente. Nell’oscurità, al cosa più vivida e lucida nella mia mente erano ricordi delle terribili ore appena trascorse, e della paura e la rabbia che si erano impadroniti di me durante quel periodo. Paura, terrore, angoscia. E infine, sollievo. Ancora vedevo la mano tesa di Morte attraverso la spettrale stanza in cui ero stato legato e quasi torturato; vedevo il suo volto teso eppure rassicurante; vedevo la vita tornare e, a fianco a lei, Eva. Lei; la speranza rediviva, portata e salvata da Morte. Ironico. O forse no.
Ricordavo ancora, quasi si fosse trattato di un lungo sogno liquido, le vecchie dita di Morte che mi slacciavano i legacci che mi tenevano prigioniero. Il viso inespressivo eppure consolante di Eva, che mi guardava da lontano. E poi Sid che, semicosciente, fu slegato, svegliato e trascinato fuori. L’ultimo disperato sguardo all’enorme stanza alle nostre spalle, al tavolo pieno di strumenti di tortura, e alla figura vuota del cadavere di Gilgamesh, steso a terra quasi al centro della stanza, investito e fatto a fette dalla spietata luce del neon. E poi le guardie a terra fuori dalla porta; morte. E ancora, la periferia di una qualche città che ci accoglieva, con la sua aria malsana eppure così splendidamente fresca e libera tra i suoi acri di pantano infestati dai topi e tra i suoi alti palazzi grigi infestati dagli uomini: e in mezzo a quell’aria, emerso dal buio, sorpresa! Zarathustra, Thus, che ci accoglie, ci dà una mano a trasportare Sid e subito mi investe di parole forsennate. E non mi piace, e non so cosa ci faccia lì, ma sono felice e grato di vederlo.
Scesi dal ponte. Davanti a me, una strada tagliava ampia e diritta il villaggio, lasciandosi ai suoi fianchi strumenti di coltivazione, carri, aratri e case. Le case si disseminavano, tarchiate e fatiscenti, ai lati dello sterrato, inframezzate da stalle e stie a cielo aperto. L’odore caldo del bestiame aleggiava nell’aria per alcuni istanti, prima di essere schiacciato a terra dalla pioggia e dal vento, e lì infine trasformarsi in un vapore indistinto che veleggiava a qualche centimetro da terra. Ogni tanto, qualche meteora sotto forma di un cane denutrito o di una gallina spelacchiata sembrava attraversare, nella penombra, quella via lattea che era la strada a cui sembrava aggrappato tutto il paese di Daewon; un luogo che conservava il suo nome al mondo solo grazie alla memoria degli uomini che lo abitavano. Uomini che così poco contavano e sapevano di contare.
Avanzai lentamente. Sotto la pelle, ancora le ferite lasciate dall’incidente in macchina e, ancora più in profondità, le angosciose sensazioni ancora vive delle torture. Ancora non riuscivo ad aprire appieno l’occhio sinistro, le gambe mi dolevano, la testa galleggiava quasi drogata e, nei momenti peggiori, ancora potevo sentire il tocco gelido di quel maledetto arnese di ferro sotto la palpebra paralizzata. Chiusi gli occhi, quasi a non ricoprdare, ma accaddeil contrario: risentii le urla di Sid mentre Gilgamesh gli staccava le unghie, e lo sguardo pazzo e frenetico di quest’ultimo che aleggiava davanti a me.
Mi scossi; spaventato, ancora sorpreso. Guardai avanti a me: non c’era anima viva. Non vedevo come avrei potuto trovare Kung, il terzo Menshiah, tra quelle case che odoravano di legno fradicio. Quando eravamo usciti da quella camera degli orrori in Brasile, Morte non aveva perso poi molto tempo. Aveva aspettato solo quei pochis econdi perché mi riprendessi dallo shock e aveva detto:
- Devi sbrigarti: devi andare in Cina a trovare Kung: siamo tutti in grave pericolo -.
- Ti sbagli: loro cercano me. E soprattutto lei -, avevo risposto, un po’ intontito, indicando Eva.
- Ho ucciso una persona che non era nella lista – replicò lei lapidaria -: non ci metteranno molto adesso a capire che si tratta solo di te e Shaitan. Adesso hanno al conferma che anch’io e altri siamo coinvolti, e reagiranno di conseguenza -. I suoi occhi balenarono nel buio. Non sembrava esserci più traccia della dolcezza e affabilità che avevo visto in lei nella sua casa, a Bombay.
- E cosa conti di fare? – ero ancora confuso: non ricordavo cosa mi aveva appena detto.
- Dobbiamo cercare di depistarli: loro credono che Eva sia con te. Ma andrai da solo in Cina in cerca di Kung, sperando che sappia come poterci dare una mano. Intanto io, Sid, Thus e Eva staremo qui, ci nasconderemo e organizzeremo la nostra difesa.
Avevo guardato Eva con un segno di diffidenza: avevo protetto quella bambina per troppo tempo per poter pensare di poterla abbandonare così, su due piedi. Ma Morte sembrò capire subito le mie intenzioni. Sorrise, di nuovo affabilmente, come faceva una volta. La pelle caffelatte si distese e il punto rosso sulla fronte si fece quasi più luminoso.
- Non preoccuparti: starà bene – aveva detto, mettendomi una rassicurante mano sulla spalla.
Camminavo tuffando i piedi nella nebbiolina che saliva del terreno. Faceva parecchio freddo. Ogni tanto qualche breve zaffata di calore proveniva da una delle stalle al lato della strada. Avanzavo nel chiaro di luna, seguendo il mio fiato che diventava condensa. Camminavo senza sapere esattamente dove stavo andando. Oramai lo avrete capito: non ero più in controllo di me stesso da tempo, e in particolar modo dopo le “attenzioni” di Gil la mia mente vagava in una coltre di incoscienza e indolenza degna di uno sbronzo irlandese il giorno di San Patrizio.
Così, camminavo nell’ombra senza curarmi davvero di dove andassi, quando una luce, inaspettata, si accese a pochi metri davanti a me. Proveniva da una delle case. Mi avvicinai in silenzio. La caratteristica forma del tetto, con spioventi a U, gocciolava della umidità raccolta sulla sua sommità. Sembrava una casa motlo scarna, ma robusta. Nonostante la sua estrema sobrietà, sembrava una delle meglio tenute del villaggio. Una flebile luce, come dki lanterna, proveniva dall’interno.
All’improvviso la porta si aprii, e ne apparve una figura alta e dinoccolata, di mezza età, con baffi e capelli cresci avvolti in un berretto di lana. Nelle mani, appoggiato sulla spalla, teneva qualcosa di molto lungo, tanto che dovette abbassarsi per farlo passare sotto la piccola porta. Appena uscito, alzò lo sguardo senza sorpresa verso di me. Annusò l’aria del mattino, tirò col naso e sputò a terra. Mi guardò ancora e disse:
- Seguimi.
Uscimmo in silenzio dal villaggio, lasciando la strada principale e inoltrandoci in un sentiero quasi invisibile tra l’erba alta. I grilli a poco a poco tacquero e, oltre agli alberi e alle risaie, lontano, verso est, sembrò che per un attimo – Sì, anzi no – una pallida luce mettesse timidamente il capo fuori dalla coltre fredda della notte.
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martedì 17 ottobre 2006 - ore 09:05
24.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lentamente, riaprii ancora gli occhi. Ancora una volta il mondo mi accolse dall’incoscienza nelle sue braccia pure e, ancora una volta, mi stupii di essere ancora lì: vivo. Non lo capii dai pochi raggi di luce acquosi che penetravano nei miei occhi disorientati e gonfi; raggi di immagini sfocate e sfuggenti per lo più avvolte nelle tenebre. Fu invece l’insistente e diffuso dolore che invadeva tutto il mio corpo a trascinarmi fuori dall’oblio e scaraventarmi con violenza sulla terra.
Dapprima, uscendo dalla nebbia che mi avvolgeva, il dolore era come un alone avvolto attorno a me: non acuto né pressante, ma presente. Ovunque. Poi, a mano a mano che prendevo lentamente coscienza di me, il suo cappio si faceva sempre più stretto su tutto il mio corpo, comprimendomi il torace, le cosce, la testa e le braccia. Mi accorsi di essere seduto, con la faccia riversa sul petto, le mani legate dietro la schiena. A poco a poco, il dolore si fece sempre più acuto e più localizzato: ai polsi, alla tempia, alla mascella, al ginocchio destro ai polmoni e al piede sinistro.
Mentre riemergevo dolorosamente al mondo, nella sofferenza e nel pianto come fossi un neonato alla prima luce della vita, mi accorsi che faticavo ad aprire l’occhio sinistro, e il destro aveva la palpebra bloccata. Misi a fuoco: realizzai che stavo guardando le mie cosce, e che il mio mento premeva contro il petto. Cercai, con grande sforzo, di alzare la testa, ma non ci riuscii. In gola sentii il retrogusto amaro del sangue, e mi accorsi che una sottile filo di saliva rossastra mi stava scendendo giù dall’angolo sinistro della bocca, per posarsi poi sul mio ginocchio.
Passandomi istintivamente la lingua sul palato mi accorsi che qualche dente mancava all’appello, come il canino inferiore sinistro, e in fondo, sullo steso lato, sentivo chiaramente un molare scheggiato. Tuttavia, non sentivo dolore, e per questo ringraziai l’intorpidimento dei miei sensi.
Di nuovo cercai di alzare la testa, ma lo sforzo mi diede un capogiro, e per qualche secondo la vista mi si annebbiò ancora. Dopo qualche secondo le immagini davanti amme si sgranarono, e guardai a terra. Nella semi-oscurità che poteva provenire solo da una lampada al neon in un ambiente troppo grande per lei, un pavimento giallo incrostato di mattonelle quadrate e regolari mi scrutava dal basso. Qua e là, qualche crepa. Sembrava un pavimento di una di quelle toilette che si potrebbero trovare in un aeroporto di un paese del terzo mondo.
Improvvisamente, un’ombra attraversò il mio campo visivo, schizzando piccola e rapida tra i miei due piedi, e sparendo in alto, al di fuori della mia vista. I miei riflessi erano ancora rallentati, e non capì subito cosa fosse stato. Poco dopo la mia mente mi suggerì che era stato un topo, e io presi quella risposta per buona, e non ebbi più alcun dubbio a riguardo.
In un flash, mi rividi nel corridoio di quell’edificio a Cracovia, quando anche allora uno topo mi schizzò tra le gambe. Desiderai ardentemente essere di nuovo lì, indietro nel tempo, per lasciare Eva dove era a piagnucolare; per evitare tutta quella lunga, estenuante, terribile storia.
- Apri gli occhi – mi disse una voce familiare.
Cercai ancora una volta di alzare la testa, e questa volta ci riuscii, rischiando persino di farla scivolare all’indietro. Solo con estremo sforzo riuscii a bloccarla dal mettersi a rotolare attorno al mio collo come ribelle. Guardai di fronte a me, attraverso il mio unico occhio buono. Gilgamesh, l’uomo col saio macchiato di sangue, stava, piccolo e solido, al centro della stanza, qualche metro avanti a me, con le gambe solidamente piantate a terra sotto la luce artificiale del neon.
Non dissi nulla, ma mi guardai intorno. L’ambiente era enorme, scuro, vuoto. Sembrava un hangar in disuso, largo svariate decine di metri e con un ampio tetto a botte in lamiera. L’interno era puzzolente, e la lamiera del soffitto qua e là era crepata, arrugginita, e attraverso essa, in qualche foro, le stelle facevano capolino, immerse nell’ammasso blu della notte di quella notte brasiliana.
Analizzando l’ambiente, a convincermi subito che non si trattava di un vecchio hangar in disuso furono le pareti: di pietra e molto spesse, scrostate a e alternate da disegni e scritte spray. La puzza di olio e di escrementi d’animale era intensa. La parete di destra, macchiata da mille geroglifici di cui uno recitava “creer es matar”, era integra, mentre la sinistra era attraversata da larghissime campate, alte due metri da terra e che un tempo dovevano essere coperte di vetrate, ma che in realtà ora trattenevano solo qualche pezzo di vetro agli angoli e buona parte della struttura che quelle vetrate doveva un tempo trattenere. Fuori, intravedevo l’erba e i grilli che crescevano alti.
Doveva essere una vecchia fabbrica abbandonata.
Al centro dell’enorme sala stavamo, legati su di una sedia, io e Sid, il quale, alla mia sinistra, stava anche lui riprendendo coscienza. Davanti a noi la figura di Gilgamesh si ergeva solida e indifferente.
- Che cosa vuoi? – gli chiesi. Avrei voluto che la mia voce sembrasse sicura e autoritaria, ma in realtà uscì dalle mie labbra spaccate solo con un sospiro appena percettibile, mescolato ad eccessi di tosse e scatarri.
La voce che mi rispose fu sorprendentemente alta e sicura. Sembrava quella di un adolescente.
- Da voi? Non voglio niente. Tutto quello che mi servirà da voi, me lo prenderò.
In quel momento, a fianco a me, anche Sid si scosse dal suo stato di incoscienza. Vide Gilgamesh davanti a lui, il suo sguardo tradiva sorpresa e orrore. Un secondo dopo: rassegnazione. Mi guardò per un secondo e, incrociando il suo sguardo, capii davvero che era sconfitto. Non aveva più voglia di combattere; per lui era il capolinea. Una gran seccatura, certo, ma forse, dopo migliaia di anni, anche un certo sollievo.
- Immagino che vi starete chiedendo perché siete ancora in vita– disse, pacatamente, Gil.
Nessuno di noi due rispose.
- E’ che avevo una voglia matta di guardare in faccia chi poteva essere così idiota da rischiare così tanto per una partita che non si può vincere -, disse, avvicinandosi lentamente.
Fui io a rispondere, filtrando le parole tra labbra e denti spaccati.
- Non rischiavamo. Non avevamo niente da perdere – e, così dicendo, abbozzai un sorriso. Quel sorriso di chi sa che i giochi sono compiuti, e può permettersi di fare una scenata tanto per il gusto di farla prima di abbandonare il tavolo da gioco. Appena cercai di farlo, però, i muscoli delle guance si contrassero dolorosamente, le arcate sopraccigliari si infiammarono, in una fitta che sembrò percorrere tutto il volto. Emisi una smorfia di dolore,
- Cosa credevate di fare? - rispose severeo Gil - Forse non avete mai pensato contro chi vi siete messi? Con lui non avevate nessuna speranza di vittoria. Mai.
- Almeno qualche grattacapo glielo abbiamo procurato, a quel vecchio balordo – rispose Sid, con evidente soddisfazione e anche lui sfoggiando un lieve sorriso beffardo.
- Però ora siete qui – rispose -, legati a duna sedia e doloranti - un filo di godimento sembrò infiltrarsi nella sua voce -. E vi assicuro che quella che vi aspetta non sarà una mezz’ora di svago e di chiacchiere da bar. Non ho intenzione di lasciare solo a Lui tutto il divertimento per la vostra punizione –.
- E cosa vuoi che ce ne importi? Tra poco sarà tutto finito. Per tutti. Anche per te – gli dissi, ruotando al testa.
Gil rispose con una risata sarcastica, alzando le spalle. - Faremo meglio ad accettarlo dunque; e a conquistarci dei posti in prima fila per la prossima parte delle spettacolo -.
Ma Sid intervenne sospirando e disse: - Gli uomini. Gli uomini salveranno tutti noi -. La stessa speranza di Shaitan.
A quelle parole Gilgamesh proruppe in una sonora risata: sottile e nervosa, tagliente e sibilante come un rasoio
- Gli uomini! – disse con ilarità – Come sei invecchiato , caro Sid. Stai puntando su un cavallo drogato e tenuta in gabbia. Gli umani non faranno nulla. Sono troppo stupidi o con gli occhi troppo chiusi per poter anche solo capire lontanamente le loro potenzialità -.
In quel momento pensai ad Eva. Lei, aveva detto Shaitan, avrebbe saputo ridestare gli uomini e scongiurare quest’Apocalisse. Lei; una bimba. Chissà dov’era. Altre volte l’avevo persa, ma questa volta quasi non me ne importava. Anch’io sentivo di aver raggiunto il capolinea: di non poter far più niente per cambiare il corso degli eventi.
- Gli uomini sono esseri fragili – continuò con trasporto Gilgamesh; l’argomento sembrava colpirlo molto -: gli uomini, presi singolarmente, non sono che micini impauriti. Non possono fare a meno gli uni degli altri, e ciò li rende così vulnerabili. Per poter vivere insieme agli altri, per interagire, scendono fino al minimo comun denominatore, e finiscono per non credere più a nulla se non in ciò che sta sotto i loro occhi; ciò che è accettato da tutti.
E così dicendo si mise a camminare su e giù, davanti a noi. Sembrava nervoso. O impaziente. Fino a quel momento non aveva tradito alcuna emozione ma ora, acceso da quel discorso e da quei pensieri, sembrava essersi animato.
- Ancora oggi, quei ridicoli esseri credono solo alla percezione dei propri sensi – continuò -: credono solo a quello che vedono. Lo fanno perché così possono interagire, avere una base comune da cui partire: qualcosa che sia evidente e vero per tutti loro. Neanche quel ubriacone di San Tommaso sarebbe arrivato a tanto. Ma così facendo sfugge loro tutto il meglio. Credono solo ai propri occhi e non si accorgono nemmeno che tutta la loro vita, ogni cosa, passa fuori dal loro controllo sensoriale; dalla loro comprensione “razionale”-.
Si muoveva sempre più velocemente; quasi a scatti. Dandoci le spalle, si avvicinò al tavolo che stava dietro di lui. Ne prese qualcosa dalla sueprficie e si girò di nuovo, avvicinandosi lentamente, stringendo nel pugno qualcosa.
- E’ incredibile, poi, che non vedano la contraddizione. Dicono di credere solo nel concreto, nel sensibile, eppure tutta la loro vita è basata su cose intangibili; su delle ipotesi che non possono “controllare”. Dall’universo, di cui non conoscono che un’infima parte, agli atomi, che non hanno mai visto ma di cui parlano in teoria. Per loro è la realtà, ma sono tutte costruzioni che si creano e plasmano a loro piacere per poter essere tutti d’accordo. E ci credono così tanto, in queste cose, sono talmente convinti che siano la verità assoluta che, per non rovinare tutto ed essere emarginati, per non urlare la loro verità ad un mondo che li emarginerebbe preferiscono vivere con il paraocchi. Gli uomini… sono solo piccoli viandanti persi nel deserto, che per non morire soli credono nei miraggi che vedono e non si accorgono che la via di scampo è davanti a loro, appena oltre la duna che loro credono sia tutto il mondo.
E così dicendo, arrivò fino a pochi passi da noi. Non lo avevo mai visto così da vicino. Il volto, nonostante mi fosse quasi davanti, era ancora invisibile, calato dietro il cappuccio del saio. La sua mole era tutt’altro che impressionante, eppure la sua presenza trasmetteva un’aura di gelido terrore, tanto che sentii un fremito risalirmi lungo la schiena.
- Ma tutto questo ha poca importanza, ora. Voi siete qui; il vostro risibile tentativo è fallito, e tra poco farete i conti con lui: ma non prima che io mi sia divertito un po’.
E con nostro grande terrore, scoprì la mano, che risplendette terribile sotto al luce spenta del neon. Impugnava uno strano affare di metallo; una specie di uncino che però terminava con un qualcosa che sembrava un raschietto ad U. Lo guardavo pietrificato mentre balenava quel coso nell’aria, e mi sembrava di essere prigioniero dentro una gabbia – il mio corpo – che era di granito puro. Avrei voluto urlare, scappare, impazzire; ma il mio corpo, ancorato alla sedia, mi impediva anche solo di muoversi. Persino i miei occhi si rifiutavano di chiudersi.
Guardai Sid: i suoi occhi erano iniettati di terrore, mentre Gilgamesh gli si avvicinò, prese la mano legata alla sedia di Sid e accostò all’indice il raschietto a U.
- Cominceremo con qualcosa di semplice.
E a quelle parole Sid proruppe in un urlo tremendo, lacerante. Il primo dolore gli stava squassando le ossa. Gilgamesh aveva staccato di netto l’unghia dal dito, facendo leva col suo strumento infernale. Il sangue colò giù dalla mano di Sid, e il nostro aguzzino sembrò entrare in uno stato di eccitata agitazione. Con mosse esperte e fulminee, staccò tutte le unghie delle dita al povero Sid, le cui urla rimanevano terribili, ma sempre più fievoli e stanche. Voltai la testa, per non vedere. Ma anch’io sentii il dolore che Sid provava, e istintivamente chiusi i pugni, quasi a tentare una goffa e improbabile difesa.
Poi le urla finirono, e sentii Sid ansimare singhiozzando al mio fianco. Infine smise, e pensai fosse svenuto. Poi, con terrore, sentii dei passi avvicinarmi.
Fu come un dolorossimo risveglio: fino a quel momento avevo assistito come intontito a tutto quello che mi accadeva intorno, quasi fossero cose che non mi potessero toccare. Ora, alla prospettiva del dolore vero, il mio corpò si tese dolorosamente e si ribello. Non ero più solo io a voler fuggire e urlare: tutto il mio corpo spingeva sulle corde in un vano tentativo di liberarsi, come una lepre incastrata in una tagliola. Chiusi insitentemente gli occhi.
Sid mi prese la testa afferrandomi i capelli. Me la rivolse verso Sid.
- Guarda cosa accade a volersi ribellare. Guarda! – disse con voce gutturale, invasata, spaventosa. - Ma io tenni gli occhi chiusi.
- Ah, non vuoi guardare, eh? Ti accontento subito! – e a quelle parole sentii qualcosa appoggiarsi appena sotto al palpebra dell’occhio destro. Capii subito cosa aveva intenzione di fare, e in un istinto di terrore puro, aprii gli occhi.
E vidi la sua faccia, grigia, irrughita, con lo sguardo contratto in uno spasmo di pazzia e in un ghigno diabolico. Alla prospettiva del dolore, il tempo sembrò scivolare via più lento, i miei sensi sembrarono acutizzarsi.
E poi, inaspettatamente, insensatamente, miracolosamente, qualcosa accadde.
Fu un lento, lunghissimo attimo. Fu come se ogni cosa si fosse improvvisamente immersa in un liquido densissimo, e il mondo si stesse sciogliendo lento e inesorabile davanti ai miei occhi e attorno a quel momento. Il sorriso sbieco e terrificante di Gilgamesh sotto il cappuccio si mutò lentamente in un moto di sorpresa; i suoi occhi pazzi si sgranarono, la sua pelle si tirò e sbiancò ancora di più. La pressione della micidiale arma di tortura da sotto il mio occhio si fece più leggera.
E poi Gil cadde, come un sacco svuotato del contenuto, immobile sul pavimento lurido.
Incapace di capire l’accaduto, intrappolato da una mente sconvolta, sembravo non capire. Poi alzai la testa verso il fondo della stanza. Poco oltre il tavolo, una piccola donna indiana stava davanti a me, con la mano aperta e tesa di fronte a lei, che puntava quello che oramai era il cadavere di Gilgamesh.
La riconobbi. Improvvisamente il mio corpo sembrò cedere, quasi con dolore, al sollievo, e proruppi in un singhiozzo mozzato, quando vidi la piccola e risoluta figura di Eva apparire a fianco di Morte, in fondo alla stanza.
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domenica 15 ottobre 2006 - ore 19:58
Giornali del futuro?
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Qualche giorno fa ero all’inaugurazione del Master in Giornalismo dell’università di Padova. Ospite d’onore era Claudio Giua, oggi direttore di Kataweb ma con un passato - e, penso, un presente - a "Repubblica" e altre importanti testate italiane. Tra le atre cose, Giua ci ha presentato un interessantissimo progetto: quello di "Repubblica ultimo minuto". Si tratta di un giornale on line in tempo reale (un po’ come i vari "corriere.it" e "repubblica.it") ma con l’impostazione grafica di un vero quotidiano, e pensato per essere stampato in qualsiasi momento dall’utente. In questo modo, ognuno può connettersi e stamparsi il giornale, appunto, "dell’ultimo mi nuto".
Ho trovato questo esperimento davvero stimolante perchè, a differenza di molti altri tentativi ibridi del passato, penso unisca davvero i vantaggi mediatici della carta stampata a quelli della rete. Mentre ascoltavo la spiegazione di Giua su come funzioni questo strumento, mi è venuta un’idea: perchè non sfruttare le sue potenzialità fino in fondo?
Mi spiego: utilizzando le possibilità della rete, attraverso un database personale che registri le preferenze tematiche di ogni utente, si potrebbe ottenere un vero e proprio giornale "personalizzato", stmpabile in ogni momento e sfogliabile come un qualsiasi quotidiano.
Per esempio: a tutte le notizie viene dato un coefficiente di importanza generale (torri gemelle 100, Kate Moss cocainomane 10...) da associare ad un coefficiente legato ai gusti espressi dall’utente (Cronaca 100, economia 80, gossip 20...). In base alla media dei due coefficienti, il computer organizza le notizie e le fa spostare dalla terza alla prima pagina, dalla prima alla decima e così via.
In questo modo, il giornale si potrebbe creare, impaginare e stampare con un taglio personalizzato, nonchè aggiornato ogni momento. Senza contare poi che il pc potrebbe anche fornire la cronistoria di ogni singola notizia, recuperando informazioni pregresse che spesso con la carta stampata si perdono.
Tutto ciò permetterebbe anche di superare uno storico problema del giornalismo italiano: quello dell’uniformità della salienza delle notizie. E magari aiuterebbe molti cittadini ad avvicinarsi ai quotidiani.
Che ne pensate? A voi piacerebbe?
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PERMALINK
lunedì 9 ottobre 2006 - ore 11:36
Misplaced
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Scrivo solo qualche riga per testimoniare il mio nuovo stato di transizione posto all’interno di quella eterna transizione che penso sia la mia vita. Adesso vivo a Campodarsego fino al sabato pomeriggio, e ogni giorno fino alle sei di sera sono a lezione a Padova.
A Campodarsego vita piuttosto monastica; ma mi piace. Potrei trovare più tempo per i libri, per riscoprire le mie vocazioni casalinghe, per gli amici improvvisamente più vicini e per la scrittura. Sì, direi che posso correre il rischio che la mia nuova collocazione mi possa piacere.
Vorrei scrivere molte cose: dei giornali del futuro e degli amici che si evolvono; della finanziaria e delle reminescenze giovanili del vivere in campagna. Della vita che cambia così silenziosa che fai fatica ad accorgertene, se non ci stai attento.
Epperò, ora non credo di aver tempo. Rimandare al futuro potrebbe essere uno dei miei nuovi must. Farò fatica ad abituarmici, ma anche questo, alla lunga, rischia di piacermi.
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