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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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lunedì 2 ottobre 2006 - ore 12:00
Strano...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Se dici a qualcuno che ci sono 30 miliardi di stelle nell’universo, quello si fida.
Ma se gli dici che una panchina è stata riverniciata di fresco, deve per forza toccarla.
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giovedì 28 settembre 2006 - ore 23:54
Velina di regime
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ah bella, ciò. Ieri sono andato all’Associazione Industriali di Vicenza per un articolo. Il fatto: Unicredit banca e i suddetti industriali accordano una linea di credito per sovvenzionare le aziende associate che vogliano investire nel rispermio energetico.
Vado, ascolto, intervisto, riporto, scrivo. Mando il pezzo in redazione. La sera, però, mi richiamano. Con qualche giro di parole il direttore della cronaca mi chiede se può non stampare il mio articolo e sostituirlo con il comunciato stampa degli industriali. Cerco di capire se c’è qualche problema specifico con quello che avevo scritto, dato che nel primo pomeriggio mi avevano detto che il pezzo andava bene. E infatti me lo confermano al telefono: il pezzo va bene, ma il problema rimane. Provo a pensare quale possa essere lintoppo... capisco e non capisco. Forse realizzo, forne no.
Mi dicono che sarò pagato lo stesso. Mi chiedono se possono mettere la mia firma sul comunicato stampa degli industriali. Dico di no, ma anche che possono pubblicare quel che vogliono, se mi pagano. Ringraziano. Mi dicono di capire.
Capisco. Capisco che Confindustria Vicenza è il propietario fattuale del giornale in cui lavoro, e che probabilmente il comunciato stampa era un documento soppesato al bilancino con Unicredit, con cui i rapporti non devono essere poi così idilliaci come quelli che mi hanno presentato quando ero lì, ieri mattina, al momento della firma del patto finanziario.
Metto giù la cornetta. Poi, tra me e me, me la rido. Veline di regime. Caspita. Woodward e Bernstein mi fanno una sega.

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sabato 23 settembre 2006 - ore 17:24
In the evening
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Serata lunga. Quasi tra le più lunghe tra quelle di cui ho memoria. Serata strana, sorprendente, composita. Bella serata.
Serata sorprendente già dall’inizio, quando una schiera di laureate tue compagne di corso, che fino a ieri non ti convincevano più di tanto, con qualche spritz si trasforameno in una ridda sonora di risate e piacevole improvvisazione. Un conviviale momento di scoperta del lato buono delle persone, della cui esistenza sei sempre convinto, ma che spesso fai una fotttua fatica ad intravedere.
Serata spiazzante, con prova di un nuovo gruppo che definire inusuale è dire poco. ma forse proprio per questo anche stimolante. D’altronde, come si può definire altrimenti chi fa cover Dream Theater - e ne è anche in grado, per buoni frangenti - ma le deve tirar fuori da una stanzetta la cui aria è sudore e la cui strumentazione è essenziale come poche?
Serata che ti disorienta, con un cambio di vestiti dentro una macchina in movimento, un viaggio atttraverso un mondo oscuro come il sud di Padova, l’incontro inaspettato e piacevole di gente che ti conosce, ti legge, e che ti vergogni di non conscere altrettanto bene. Serata con ottima pancetta, mani che reggono tre bicchieri alcolici contemporaneamente. Serata che racconta come chi ci mette il buono spesso debba faticare e penare il triplo di chi se ne sbatte (solidarietà Enrico, ma grazie). Serata in compagnia di gente dai punteggi stima sempre più alti, di un incontro femminile ondivago ma che porta sempre buone situazioni, ma soprattutto di tre cavalieri di ventura che oramai sono certezze granitiche.
Serata strana. Così strana che quando torni a casa, alle sette e mezza del mattino, non hai neanche la forza di pensare ad una scusa. Ti svegli a mezzogiorno e dei ricordi vaghi ti ritornano in mente. Fai un po’ di fatica ad inquadrarli; sembrano quasi estranei , da quanto poco somigliano a quelli con cui di solito sei abituato a svegliarti.
Serata strana, sorprendente, composita. Bella serata.
P.S. E riesco anche a dimostrare tutto il mio innato talento nel venire da bestie e/o fare il deficiente in qualsivoglia foto 

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venerdì 22 settembre 2006 - ore 14:01
23.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La notte era nera e verticale sulle favelas. Il vento schioccava la lingua e colpiva le colline scure e sudice della povertà, scivolando giù per i suoi aspri declivi, vero valle, dove le luci della città brillavano piano, come una piccola galassia silenziosa. Mi ricordò Bombay, quando ci avevo volato sopra, alla ricerca di Morte. Gli edifici splendidi e modernisti della city, slanciati verso il cielo con le loro lame di luce che sembravano inondare la notte come piccoli fulmini perenni di una tempesta lontana, contrastavano con forza e amarezza sulla natura ancora segretamente selvaggia che circondava l’enorme città e la spaventosa inedia delle sue periferie. Qui però, a differenza della città indiana, l’effetto era però diverso. La galassia di Belo Horizonte non vorticava vertiginosa e sbavata come quella di Bombay, ma sembrava anzi un quasar lontano, un universo distante, quasi di un’altra realtà, bloccata dal freddo abbaraccio di una natura verde ed enorme ancora più grande di lei. Una realtà che per qualche misterioso e atavico motivo si poteva ancora vedere, dalla piccola e spigolosa terra delle favelas, forse ad eterno monito affinché i suoi abitanti non scordassero che un mondo migliore c’era, ma probabilmente non li voleva.
I nostri occhi e i nostri fucili erano ben puntati sullo spiazzo antecedente l’abitazione di Sid, una specie patio incorniciato da bottigliette di plastica e lattine a abbandonati in mezzo ad alcuni palazzi squamati e case tenute su col fil di ferro. Mi passai velocemente le dita sulle palpebre degli occhi, come a rilassarli un momento. Non ero più incredibilmente stanco come prima della Grecia – la pausa forzata di Gilgamesh mi aveva in qualche modo ristorato – ma la stanchezza era palpabile, insieme con a quella sensazione pervadente di estraniamento, quella certezza di trovarsi in un altro tempo e in un altro luogo di dove si dovrebbe essere, senza potersi spiegare il perché.
Mentre pensavo a queste cose, Sid richiamo la mia attenzione con un bisbiglio.
- Ci siamo – disse.
Avvicinò l’occhio socchiuso al mirino del fucile, e il suo indice sbiancò sotto la pressione del grilletto. Stava per far fuoco. Rivolsi lo sguardo all’esterno. All’inizio non vidi nulla, poi mi parve come se un piccolo pezzo dell’oscurità intorno a noi si addensasse per diventare a poco a poco solido, scivolando fuori dal resto delle onde non tanto per una flebile lucentezza, ma per una indistinta solidità che sembrava caratterizzarlo.
Mi voltai verso Eva.
- Corri dietro il divano – le dissi a bassa voce, e lei corse a nascondersi.
Proprio mentre vedevo la piccola figura scomparire dietro la debole protezione di quel vecchio divano ribaltato, nell’aria esplose una luce bianca e un fragore secco. Sid aveva sparato. Mi voltai verso l’esterno, e dalle tenebre che si addensavano vidi emergere una figura piccola, completamente coperta da un saio, che avanzava con un passo inesorabile verso di noi. Non aveva rallentato né sembrava essere stato colpito; Sid aveva mancato il colpo. Subitò ricaricò e un’altra pallottola sibilante affettò l’aria, senza colpire il bersaglio, ma anzi rimbalzando sul terreno duro poco dopo di lui.
Imbraccia anch’io allora il fucile, e sparai. Il colpo andò a bersaglio, colpendo il monaco poco sotto la spalla destra. L’effetto però, non fu quello desiderato. La figura sembrò sentire il colpo, e l’abbondante saio svolazzo tutto intorno in un movimento improvviso, come se il copro avesse ricevuto una violenta pacca sulla spalla. Il busto si torse, ma un secondo dopo al figura stava di nuovo camminando eretta e solida verso di noi.
- Mira alle ginocchia! – disse Sid, proprio mentre faceva partire un altro colpo. Ma io avevo già puntato alla testa, pur mancandola di poco. Oramai sparavamo e ricaricavamo senza sosta, ma con nostro crescente terrore, la figura davanti a noi non sembrava risentire più di tanto dei colpi, che pure erano difficili da assestare sotto l’abbondante saio che copriva tutti i punti vitali del corpo. Oramai la figura si trovava ad una decina di metri dall’entrata, quando finalmente il colpo di Sid andò a segno, facendo esplodere il ginocchio sinistro del monaco, Il quale sembrò cedere per un momento sulla gamba, fino a cadere in ginocchio. Allora presi la mira alla testa, e colpii. Il capo della figura si ribaltò all’indietro in un movimento fulmineo, ma subito dopo si riassettò in posizione normale e, con una mano a terra, il monaco fece per rialzarsi. Oramai era a pochi passi dall’uscio.
Guardai con terrore quella inesorabile figura rialzarsi e avvicinarsi sempre più a noi: Sentivo il crudo brivido della fine giù per la schiena quando Sid mi afferrò una spalla e scappò dietro al divano. Lo segui. Quando fummo tutti dietro il riparo cercai il contatto con Eva. Sentii la sua mano nella mia e avvertii un tremito, ma non potei controllare quali conseguenze quel tremito aveva potuto portare al viso della bimba, in quanto stavo ancora puntando il fucile verso la porta d’entrata, che ora cominciò a vibrare rumorosamente come spinta da una forza violenta e brutale. Capii rpesto che non rimaneva poi molto a frapporci da quella terribile forza.
Sid allora mi chiamo, e urlò:
- Scappate sul retro. C’è una cherokee. Mettila in moto.
E così dicendo mi diede un mazzo di chiavi. Dietro lo sguardo duro e insieme spaventato, Sid impugnava una bomba a mano.
Non me lo feci ripetere due volte. Volai verso la fine della stanza e mi infilai nella porta sulla sinistra, appena un secondo prima che il comò messo a protezione della porta saltasse via in un esplosione silenziosa e la porta sembrò abbattersi. Mi infilai in una piccola stanza e uscì dalla porta che trovai. Eravamo di nuovo fuori. In quel momento, un’esplosione squarciò l’abitazione.
Senza voltarmi, mi fiondai verso la vecchia cherokee parcheggiata di fronte al retro della casa, aiutando Eva a salire dietro. Infilai le chiavi e avviai il motore. Appena sentito il rombo caldo dei cilindri che iniziavano a girare, mi voltai verso la casa, dove un principio di incendio si stava già sprigionando dal tetto dell’abitazione, andando a colorare di raggi violenti la note scura come un coltello. Mentre guardavo quella scena, sentii la porta alla mia destra aprirsi. Mi voltai di scatto, spaventato. Era Sid.
- Vai, vai, vai! – urlo, con al faccia sporca di cenere e sangue.
Non me lo feci ripetere due volte: innestati la prima e sgommai via.
Dopo un intricato slalom a tutta velocità, eravamo finalmente usciti dalle strette e caotiche stradine delle favelas, e ci dirigevamo di buon passo nei dintorni collinari che circondavano Belo Horizonte. Quando uscimmo dal dedalo di case di plastica e cominciammo a scorgere un qualche tipo di verde intorno a noi, Sid cominciò a sembrare leggermente più rilassato. Abbassò il finestrino con la manovella e tirò fuori dal taschino della camicia una sigaretta.
- Non le avevi finite? – chiesi io.
- Ne ho rubato un paio in casa – rispose.
- In quel casino?
Sid inarcò il sopracciglio, mentre si chinava per accendere la sigaretta con l’accendino.
- Non è mai troppo tardi per farsi ammazzare – disse.
Dopo un momento di pausa, domandai.
- L’hai ucciso?
- No. Ho solo guadagnato tempo. Non possiamo uccidere Gil. Lui non sente dolore, e può benissimo correrci dietro anche senza un braccio, ma se riusciamo danneggiare abbastanza il corpo di cui si serve, in modo che perda tempo a trovarne un altro adatto.
Mentre diceva queste parole, capii perché poco prima Sid mi aveva suggerito di mirare alle ginocchia: sapeva di non poterlo ammazzare, ma voleva fermarlo facendogli saltare le ginocchia.
Poco dopo entrammo in un piccolo conglomerato di case sulle colline. Si trattava di una delle ultimi appendici della grande città, che sotto le colline continuava a splendere pacata nella notte tropicale. Nonostante la vicinanza alla metropoli, sembrava che quel pueblo si fosse mantenuto inalterato nei secoli con le sue piccole case bianche e basse, tutte uguali con le loro porte blu; le strade larghe e la chiesa – anch’essa bianca – ruvida e spartana al centro. Attraversammo la via principale, nel silenzio più assoluto di quel paesino senza tempo: Unico elemento fuori da quel mondo sembrava essere lo scassatissimo semaforo giallo di fronte alla chiesa. Mi fermai al rosso. Sul crocicchio, una santino di San Paolo ci guardava, in un misto di posa rassicurante, con la mano alzata benedicente, e lo sguardo inquietante.
In quel mentre, guardai nello specchietto retrovisore: qualcosa attirò la mia attenzione. In fondo alla strada, dietro di noi, immersa nell’ombra e coi fari spenti, mi parve di scorgere un macchina. Guardai meglio, senza voltarmi, per essere certo di aver visto bene.
- Eva: allacciati la cintura – dissi. – E tenetevi forti. Abbiamo visite -
Inserii la freccia a sinistra. Il semaforo era ancora rosso. A quel punto la macchina accese i fari e si fece più vicina. Poi, qualcuno sembrò furtivamente scendere dal sedile anteriore del passeggero. A quel punto, accelerai forte attraversando l’incrocio a tutta velocità svoltando a destra, verso le colline. Dopo qualche secondo, sentii una sirena e dei lampeggianti urlare nell’aria: eravamo ufficialmente dentro un inseguimento.
- Cosa ti fa pensare che non siano solo poliziotti? – mi chiese Sid, che aveva già tirato fuori la sua calibro sedici.
- Sento puzza di Plymouth e di santità a cento metri di distanza – risposi, ricordando a Sid che Gilgamesh non era l’unico a darci al caccia, come aveva dimostrato lo spiacevole incontro al parcheggio di qualche tempo prima.
La volante ci fu presto dietro. Inaspettatamente, non cercò di affiancarci, ma una raffica di colpi da mitragliatrice provenienti dal sedile del passeggero ci investì da frantumando il lunotto posteriore. Eva urlò, e abbassò la testa con la cintura intorno al collo. Sid allora mise il capo fuori dal finestrino e, voltandosi, cercò di rispondere al fuoco. Non era però facile: la nostra cherokee era decisamente più ingombrante della macchina che ci seguiva, e la carrozzeria gli copriva in gran parte l’angolo di tiro. Tuttavia, sparò qualche colpo per far capire che, se volevano combattere, non ci saremmo tirati indietro.
A folle velocità, cercai di seminare nei sali e scendi delle colline la macchina che avevamo dietro, zigzagando per renderci un bersaglio più difficile da colpire. Dietro di noi i colpi continuavano però a scoppiettare, e le pallottole a sibilare intorno a noi. Intorno, era tutta oscurità, e sotto gli abbaglianti un contorno nastro di asfalto liscio che non ci dava alcun vantaggio. Mi resi presto conto che, se avessi voluto sfuggire, avrei dovuto trovare un terreno più adatto a noi, fuori strada, ma buttarsi fuori a quelle velocità senza sapere cosa si nascondesse nella notte ai lati d ella strada non era una prospettiva rassicurante.
Un’altra raffica di spari ci colpì, e una pallottola attraversò tutta la macchina frantumando proprio al centro il nostro parabrezza, che esplose rumorosamente in una fragore di miriadi di pezzi di vetro che tagliarono a fette l’aria. Sid si sporse ancora dal finestrino e sparò verso i lampeggianti, cercando di mettere in difficoltà il nostro inseguitore, ma senza successo.
La volante si faceva sempre più vicina, e noi diventavamo dei bersagli sempre più facili. Poi, proprio quando pensai che non ce l’avremmo mai fatta, notai un cartello blu arrugginito e una piccola deviazione per una mulattiera. Infilai la strada all’ultimo, cercando di far perdere la direzione ai nostro inseguitori. Ci riuscii. La volante andò lunga al bivio, e dovette frenare. Nel suono dei freni dei nostri inseguitori che cigolavano, realizzai che adesso il vantaggio era nostro: la nostra vecchia jeep era sicuramente avvantaggiata sul quel tipo di fondo stradale. Non solo, ma i nostri inseguitori sembravano aver perso tempo all’incrocio, e non si vedevano più luci dietro di noi.
Sid si voltò.
- Li vedi? - mi chiese.
Guardai nello specchietto retrovisore.
- No
Non feci in tempo a dirlo che, quando riposai gli occhi sulla strada di fronte a me, un’ombra fulminea mi apparve. Istintivamente, sterzai con tutta forza sulla sinistra, per evitare quell’ombra. Troppo bruscamente. Finimmo definitivamente fuori strada, e in un lentissimo attimo mi accorsi che la nostra anteriore sinistra girava a vuoto, forse in un precipizio. La macchina si ribaltò violentemente, e prima che perdessi i sensi per il forte colpo del volante sul mio torace, mi ricorse in un flash la figura che, in mezzo alla strada, mi aveva fatto perdere il controllo della vettura.
Era la figura di un uomo. Un uomo avvolto in un saio sporco di sangue.
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venerdì 22 settembre 2006 - ore 14:00
22.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Ehi! E quello cos’era? – chiesi a Sid, avvicinandomi alla cucina e lasciando Eva dietro di me.
- Cosa? – disse Sid, sorseggiando il suo rum scuro.
- Quella scenata… ce n’era proprio bisogno? Davanti alla bambina, poi… era necessario? - mentre dicevo quella frase mi resi conto di quanto potesse sembrare lontana da me stesso. Sembravo una vecchia mamma iperprotettiva e isterica.
- No, non era affatto necessario. – rispose Sid, con una tranquillità che sembrava voler dire “non mi seccare”, ma io, ovviamente, non me ne curai.
- Allora cosa? Ti diverti?
- Per niente. Lo sai bene che non miro al piacere. Ricordi le prime due delle quattro magiche regolette? – e così dicendo alzò indice e e medio in sequenza - “La vita è dolore” e “il dolore nasce dal desiderio; bisogna annullare il desiderio”.
- Sicchè, vuoi dirmi non te ne frega niente.
- Se vuoi metterla così… – disse con un sorriso caustico. E ritornò verso il suo bicchiere di rum.
- Una volta dicevi anche che non si doveva recar danno ad alcun essere vivente…
- Ehi, al Nirvana ci sono già arrivato un centinaio di reincarnazioni fa e, ti assicuro, dopo un po’ ti fai due palle che non finiscono più. E poi, chi ti dice che non abbia fatto, dopo tutto, del bene?
- Non mi pare che a Camille l’essersi vista la morte in faccia servirà poi a molto.
- Ma forse al piccolo Carlos a qualcosa questa sceneggiata è servita -
- Sì certo… chissà quanto avrebbe riso a vedere sua madre che gioca alla roulette russa con uno sconosciuto e magari ha poca fortuna -.
Sid sorrise: lanciò verso di me la pistola, che sfondo il “muro” di perline per arrivarmi all’altezza del mio petto, in una roteante parabola discendente. La presi al volo. Era leggera. Controllai il tamburo. Era vuoto.
- Almeno adesso Carlos ha qualche occasione in più di farsi un’istruzione e smettere di drogarsi con al colla -. Disse – E adesso, Seguimi – e uscì dalla cucina. Arrivò in salotto, a fianco al divano. Si piegò sulle ginocchia,quasi volesse sollevarlo, poi si voltò verso di me.
- Beh? Ti muovi? – disse -. Questo coso non si rovescia mica da solo -.
Afferrai di malavoglia l’altra estremità del divano sudicio e lo alzammo. Rimasi sorpreso dal suo peso.
- Ora prendilo da sotto e rovescialo – disse Sid.
- Rovesciammo il divano vicino al televisore. Scoprii subito il perché del peso del mobile: dentro la parte inferiore era stata fissata una cassa di legno di grosse dimensioni: diciamo due metri per uno. Sid prese una sbarra di ferro da un’altra stanza e, usandola come piede di porco, fece scivolare fuori la cassa dal mobile. Poi, prese una chiave che era stata nascosta all’interno del divano e aprì la cassa. Al suo interno vi erano stipate diverse armi e pacchi di droga bianca, fermati con lo scotch da pacchi alle pareti di legno della casa in modo che non si muovessero. Sid tirò fuori due mitragliatrici semi-automatiche e me ne porse una. Si infilò poi alla cintura un paio di granate a mano e un bel pacco di munizioni. Passò anche a me le munizioni, insieme ad una comoda calibro sedici aggiuntiva. Vi erano diversi coltelli d’assalto nella cassa, ma Sid non li prese. - Se ci arrivasse così vicino da poterli usare, saremmo già morti – disse, indicando le lame scintillanti sul fondo della cassa.
A quel punto spostammo un pesante comò, e lo appostammo davanti alla porta, per bloccarla. Quindi creammo una piccola fortificazione col divano, rivolto a protezione in direzione dell’entrata e vi lasciammo dietro diverse munizioni. Sarebbe servito se gli indesiderati ospiti si fossero introdotti fino a dentro casa. Una volta che fu tutto pronto, ci appostammo in fretta dietro la finestra della cucina, che dava sull’ingresso con un taglio molto accentuato, ma che permetteva comunque di coprire una certa distanza nel piccolo spiazzo antecedente l’abitazione. CI mettemmo in attesa, accucciati a terra sotto la finestra, con le canne del fucile di Sid che sporgeva all’infuori e i nostri occhi che sondavano nervosi l’oscurità, coi nervi pronti a scattare al primo segnale di pericolo.
A fianco di Sid, mi accorsi di quanto fosse davvero possente il suo fisico. Non sembrava a prima vista, ma sotto i vestiti unti doveva nascondere un corpo sodo e muscoloso. La sua testa pelata color caffelatte era costellata di una miriade di piccole gocce di sudore, mentre i suoi occhi granitici e penetranti restavano puntati come quelli di un serpente che, nella sua tana, scrutasse l’esterno alla ricerca di possibili pericoli e pronto a scattare.
- Da quanto sei in questa situazione? Dico… nello spaccio di droga – gli chiesi.
- In questa vita da quando avevo sei anni.
- Ufff… giocare coi robot no, eh?
- Le favelas non sono esattamente il parco giochi di un quartiere di Soho; i motivi di distrazione sono assai pochi. Quanto alla droga, qui i bimbi vedono le buste di coca girare anche prima di uscire dalla culla, e imaprano a distinguere un buona partita di coca ancora prima che saper contare,
- Disperazione?
- No. Necessità. Io iniziai perché la droga era l’unico mezzo per racimolare abbastanza soldi per mandare la mia famiglia fuori da questo inferno.
- Uhm… molto gentile da parte tua – dissi, quasi canzonatorio.
- Per niente. Era l’unico modo per levarmeli dalle palle.
Nonostante tutta la sua sicurezza e il suo sguardo duro e inamovibile, Sid non riusciva a ingannarmi del tutto. Sebbene né le sue parole né il suo corpo dessero alcun motivo per pensare che non stesse mentendo, c’era comunque qualcosa che non convinceva nella sua interpretazione. Sid era grande e ruvido come una roccia vulcanica; una roccia che aveva passato migliaia e migliaia di anni sotto pressione, e si era creata una scorza cruda tutto attorno, ma dentro il suo cuore pulsava ancora ed era ardente più che mai. Si nascondeva dietro la sua dottrina, il rifiuto del desiderio, a cui un giorno forse aveva davvero creduto, e con la quale forse aveva davvero sperato di rendere migliore la stirpe umana. Ed in fondo, era davvero bravo nel cercare di convincere la gente che a quelle sue idee ci credeva ancora; a suggerire che niente davvero gli importava, che niente davvero desiderava. Era caduto nella spirale del suo stesso insegnamento, eppure, nonostante tutte le sue manifeste intenzioni, era ancora lì, coriaceo e pronto a combattere per difendere la sua eterna vita di esule sulla terra, come e meglio potrebbe fare un essere umano che rimane disperatamente aggrappato con el dita alla coperta dell’esistenza, ignaro di cose l’aspetta. Uno che aveva passato millenni sulla terra come lui e ancora si batteva per il suo diritto a restarvici non poteva che avere una volontà ferrea nascosta dietro i suoi modi noncuranti. D’altronde, lo sapeva bene: per non volere bisogna, dopotutto, volere.
Sid si passò una mano sulla nuca, quasi a volersi rilassare.
- Gilgamesh ti ha parlato, quando sei andato da lui? –, chiese.
- Non so. Non so se fosse lui. Sono rimasto intrappolato in un pozzo buio, e una voce cercava di convincermi che non importava quello che sentivo, se ero cieco, ma che l’unica cosa che contava erala realtà nella mia testa… o una cosa del genre. Non credo di aver afferrato appieno il significato. Cercavo di scappare…
- Sì… è proprio una cosa da Gil – disse, sorridendo quasi beffardamente.
Poi la sua espressione mutò di colpo, e per un attimo il suo corpo si tese per scrutare nel buio oltre la finestra. Come un animale da caccia scrutava il buio; o come un attenta preda.
- Stai pronto – disse.
In un istante, i miei nervi si tesero, e le mani mi cominciarono a sudare, a contatto col metalloc aldo del fucile, che puntai oltre la finestra. Vidi qualcosa muoversi furtivo una decina di metri davanti all’entrata dell’abitazione. Presi la mira.
- Non sparare! – disse Sid. Si alzò e si affacciò alla finestra, aprendola. La figura furtiva nell’oscurità si avvicinò e si fece poi più definita: capì che era un bambino, probabilemnte una delle sentinelle di Sid con l’incarico di sorvegliare gli ingressi delle favelas e di informarlo nel caso di retate della polizia. Sid si sporse, parlò con il ragazzino con la pelle del colore del caffè e gli occhi neri nella sua lingua: poche battute nervose e il ragazzo scappò via.
Sid chiuse la finestra e si accucciò di nuovo.
- Preparati – disse -. Tra poco saranno qui. E qualcosa mi dice che non riusciremo a coglierli di sorpresa.
- Come fai a saperlo?
- Fefè è tornato vivo. Evidentemente, vogliono farci sapere che stanno per venirci a prendere.
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PERMALINK
venerdì 22 settembre 2006 - ore 13:59
21.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Le favelas di Belo Horizonte sono un cumulo pulcioso di capanne tirate su con pezzi di fortuna che sembravano un ammasso di quelle casette che a volte i ragazzi si costruiscono in giardino, con vecchio mobilio e pezzi di lamiera dalla discarica. Le vie erano così strette che a stento riuscivo a passarci: un continuo saliscendi buio e puzzolente di ciottolame infido e umido. Nel buio della notte che saliva da est, qualche cane, magro come una speranza, vagava pulcioso qua e là, mentre molte stelle, in alto, bisbigliavano piano.
Avanzavamo molto lentamente. Non c’era luce, da nessuna parte, se non il tagliente disco lunare, a mostrarci la via, e così sembrava di muoversi in un labirinto per topi in punta di piedi, guardando tra i tetti di lamiera arrugginita per scorgere il blu del cielo in contrasto col buio delle pareti, e capire la via. Sid, ovviamente, si destreggiava con grande abilità nei sordidi vicoli, ma io procedevo con grande titubanza, tenendo la mano di Eva e cercando di condurre le sue piccole gambe sul sentiero più sicuro.
Ad un certo punto Sid si arresto che alzò una mano in segno di saluto. Alzai al testa e vidi, pochi metri avanti a noi, appollaiata sopra il tetto contorto di una piccola casetta di lamiera gialla, la figura magra e spoglia di un bambino la cui testa, molto più grande delle spalle, si stagliava nera sul blu della notte. Stava facendo la guardia, probabilmente per coprire i loschi traffici di Sid dalle incursioni della polizia locale. La figura rispose al saluto, alzando la mano e mostrando quello che impugnava: una pistola di piccolo calibro. Passammo a fianco al bambino, i cui piedi, nonostante fosse sul tetto, oscillavano all’altezza dei miei occhi.
Cercai di guardarlo negli occhi, ma non ci riuscii per via del buio. Tuttavia, sentivo forte la presenza del suo sguardo del buio; lo sguardo di chi non ha mai visto la vita come una bambina e non ha mai potuto giocarci assieme. Lo sguardo di chi fin dalla nascita ha conosciuto la vita come una grassa e soda madre nera, dura come una matrona amerinda, che parla con voce profonda e non ha tempo di prendersi cura dei suoi figli; una vita inamovibile, che ti soffocava tra il suo seno enorme e non ti lasciva respirare se non crescivi abbastanza in fretta quel tanto che bastava per poterla circondare con le braccia. Fui afflitto da un’improvvisa, anomala, tristezza, seguito da un forte disgusto, come se avessi mangiato qualcosa di troppo salato. Erano sensazioni a cui non ero abituato.
L’appartamento di Sid era un disastro, ma immagino che, per lo standard delle favelas, lo si dovesse considerare un locale di gran lusso. Aprendo la porta, Sid spostò con lo stipite una lattina di quella che sembrava birra, che rotolò rumorosamente per la stanza, lasciando sul suo percorso qualche goccia fino al bracciolo dello squallido divano marrone dove, distesa nella semioscurità, stava una figura grassa, in canottiera bianca e coi lunghi capelli ricci bisunti. La figura non si muoveva, sembrava dormire pesantemente. Davanti ad essa, uno scassato televisore stava trasmettendo un chiassoso quiz brasiliano. Sul fianco dell’apparecchio, era ancora presente una fessura per monete per la visione a tempo: probabilmente era stato rubato da qualche motel di bassa lega. Su tutto il pavimento, carta igienica, mozziconi di sigarette e cartoni di pizza facevano bella mostra di sé.
Quando vide al scena, Sid scosse la sua grossa testa pelata in un evidente segno di disgusto misto a rabbia e rassegnazione. Svoltò però a sinistra, verso la cucina, da dove proveniva una intensa luce gialla. Lo seguimmo: da dietro di lui vidi che oltre a quegli stucchevoli fili di perline che si trovavano sulla porta e dovevano fungere da separè tra la cucina e il salotto, stava una ragazza dai capelli rossi e il trucco slavato, seduta sulla sedia e con la testa rovesciata mollemente sul tavolo. Sid ebbe un fremito e si arrestò.
- Aspettatemi un momento – disse.
Spinse via con stizza le perline, ed entrò nella stanza infilandosi tra la sedia dove stava seduta la ragazza e il sudicio piano cottura. Sorpassò la ragazza, toccò qualcosa sul tavolo con un dito e poi se lo portò alla lingua. Poi, senza far rumore, prese dal portacenere strabordante di residui di sigaretta una cicca ancora accesa, la guardò e poi, con un gesto forte e veloce, la piantò sulla mano poggiata al tavolo della ragazza. Dopo qualche secondo, lei sobbalzò in un urlo di dolore. Sid le prese i capelli tirandoli e urlò:
- Brutta Troia! Quante volte te l’ho detto che non devi toccare la roba buona! Lo sai quanto mi costa?
La ragazza non rispose, ma continuò ad agitarsi furiosamente e ad urlare. Sembrava in stato confusionale: doveva essere completamente fatta. Presi in braccio Eva e le chiusi gli occhi con la mano.
- Stronza! Te la sei voluta! Ti avevo detto che se lo rifacevi ti sbattevo a battere la strade delle favelas! Beh, vediamo se sarai ancora in grado di tirare questa merda se ti spacco il naso - e così dicendo spinse forte la faccia della ragazza sul tavolo, facendole sbattere violentemente il setto nasale sul legno scheggiato della tavola.
Lei sembrò accusare il colpo, e si calmò. La sua faccia era piena del sangue che gli fuoriusciva dal setto nasale. Rovesciò la testa sullo schienale, e si mise a respirare profondamente. Sid si spostò dall’altra parte del tavolo, di fronte a lei, in piedi. Lei cominciò a gemere.
- Ti prego, ti prego, ti prego… - diceva a voce bassissima.
- Come hai detto scusa? – urlò Sid portandosi teatralmente la mano all’orecchio destro.
- Ti prego, ti prego, ti prego … -
- Non mi pregare, bella. Avresti dovuto pensarci prima. Odio la gente che supplica gli altri di non punirli dopo aver fatto una cazzata.
- Ti prego… - disse lei, quasi piangendo stavolta.
- Ma allora non mi stai a sentire! – urlò Sid, e così dicendo tirò fuori dai apntaloni al sua pistola e la puntò sulla ragazza. – Pregami ancora una volta, e ti troverai un nuovo buco tra le orecchie – disse.
La ragazza si immobilizzò, con gli occhi spalancati. Sid prese una sedia e le si sedette davanti, mettendo i gmiti sul tavolo e continuando a puntarle la pistola contro.
- Allora, Camille… quanti anni è che lavori per me?
- Sei… - disse lei, dopo un poco di titubanza, oltre le nebbie della sua dipendenza.
- E dopo tutto questo tempo, pensi ancora che mi si possa fregare così facilemnte?
La ragazza non rispose. Solo scosse quasi impercettibilmente la testa.
Sid aveva ancora in mano il mozzicone con cui aveva ferito Camille. Cercò di tirarci una boccata, ma non ci riuscì. Intanto, nella altra stanza, il grassone dai capelli bisunti si era svegliato per il rumore e, con los guardo stralunato, assistette per un attimo alla scena. Quando realizzò quello che stava per accadere, prese velocemente i pantaloni dal divano e scappò via dalla porta in mutande e canottiera macchiata di Ketchup. Sid non ci fece caso. Stava ancora puntando la pistola dritta in faccia a Camille.
- Ora faremo un gioco, cara Camille. E’ il gioco della verità. Qui dentro ci sono tre pallottole su sei colpi. Io ti farò delle domande, e se mi mentirai guardandomi negli occhi premerò il grilletto, e allora dovrai appellarti alal tua buona stella.
Camille rimase con lo sguardo insieme sfattoe pietrificato, dietro al rossa cortina dei suoi capelli secchi e corti. Sid inclinò un poco la testa, epr guardare bene dentro quegli occhi-
- Tu hai un figlio, vero Camille? – disse.
Lei non rispose.
- Rispondi! – urlò allora lui, avvicinandole la pistola alla fronte.
- Sì – disse lei.
- Come si chiama?
- Carlos.
- Quanti anni ha?
- Dieci
- E dove sta ora?
- A casa mia, con mia madre.
Sid sorrise, e fece di “no” con la testa schioccando la lingua.
- Tu non hai casa – disse -. Quella la mantiene tua madre vendendo pesce di seconda mano al mercato dei poveri . Spiacente. Ti sei giocata la prima possibilità -. E così dicendo, premette il grilletto.
Il tamburo girò a vuoto. Camille rimase con la bocca aperta e gli occhi sbarrati, combattendo tra un mondo di nebbia dura come un muro creato dagli stupefacenti e l’abbacinante realtà che le si parava davanti.
- Sei fortunata, bambina - disse Sid, sorridendo.
- Qual è la materia preferita di tuo figlio?
- Non va a scuola – rispose Camille quasi meccanicamente, come se la sua voce rifluisse misteriosamente fuori da un corpo gelido e senza vita, paralizzato dal terrore.
- E cosa vorrebbe fare da grande?
Camille titubò. Poi abbassò impercettibilmente lo sguardo e disse – Non lo so-.
- Bene, mia cara. Cominci a capire le regole del gioco. Cosa fa durante il giorno?
- Gioca a calcio. Va coi suoi amici… - rispose vagamente Camille.
- Ahi, ahi Camille – disse sospirando Sid – Non sai che tuo figlio si stordisce per ore con le esalazioni della colla che infila in un sacchetto di plastica? – E così dicendo, appoggiò la pistola alla fronte di Camille e premette il grilletto. Ancora una volta, il colpo andò a vuoto.
- Ehi, sei proprio una puttanella fortunata – disse ridendo Sid. Ora Camille tremava vistosamente. Si stava riprendendo dal suo come chimico e la relatà le si stava parando sempre più nitida e terrificante ai suoi occhi.
- Ho un’ultima domanda per te. Se risponderai bene ti lascerò andare, altrimenti… beh, non hai più molte carte da giocarti.
Camille degluttì forte.
- Ti prenderai cura di tuo figlio, da oggi in avanti? La pianterai con la droga e ti troverai un lavoretto onesto per poterlo portare a scuola?
I due si guardarono intensamente negli occhi per un attimo lunghissimo. Poi, Camille, senza distogliere lo sguardo e con un filo di voce disse: - Sì.
Sid la scrutò. Poi ripose la pistola sul tavolo.
- Vattene via - disse.
Camille si alzò piano. Uscì dalla cucina, spingendo via i fili di perline. Ci passò a fianco. Andò alla porta. Al momento di oltrepassarla, Sid al chiamò.
- Ehi Camille! – lei si voltò verso di lui. – Guarda che il gioco non è finito. Se scopro che mi hai emntito, ho una pallottola col tuo nome scritto sopra -.
Camille uscì dalla porta e la richiuse dietro di sé.
- Puttana – disse Sid. E si indirizzò verso l’armadietto dei liquori per versarsi da bere.
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giovedì 21 settembre 2006 - ore 13:44
Habemus Problemas
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Dopo qualche giorno, la polvere si posa. Si posa e rivela quello che l’aveva provocata: se il crollo di un grattacielo o solo il fastidioso e ossessivo scalpitio di alcuni esagitati.
Sono passati alcuni giorni dalla
lectio magistralis del buon Giuseppino in quel di Ratisbona (per chi fosse interessato a sapere davvero quello che ha detto, qui la versione integrale del discorso
LINK) e penso che i tempi siano maturi per fare qualche ragionamento, e individuare i relativi problemi da affrontare. Io ne vedo tre.
Primo: E’ evidente che nell’occidente tutto, e soprattutto in Italia, si registra verso la propria cultura originaria una certa insofferenza. Meglio: imbarazzo. Stupisce non poco, infatti, vedere come, nel mondo, i più grandi accusatori e critici della cultura occidentale - deficenti con la
sharia in mano esclusi - siano proprio gli stessi occidentali. In Vietnam adorano la Nike e i MacDonald’s, che non rappresentano certo il paradigma più prestigioso e difendibile della nostra cultura; da noi una semplice affermazione mal interpretata di una qualche personalità scatena uno psicodramma mondiale.
Da dopo le guerre mondiali, quando il baricentro del mondo si è spostato oltreoceano e poi nel mercato globale, pare che l’Europa abbia perso la fiducia in sé stessa enella propria cultura. Sarebbe bene che la ritrovasse. Non solo per il bene degli stessi occidentali, ma di tutto il mondo, che si trova a dover fare i conti con un enorme vuoto diplomatico e politico, a causa dei dubbi e delle ritrosie della cultura occidentale. Ennesima dimostrazione: il comportamento da tenersi nei confronti dell’esuberante Iran di Ahmedinejad. E’ questo un vuoto diplomatico e politico che è terreno fertile per quelle minoranze violente e fanatiste che hanno gioco facile a spezzare le reni a quel gigante dai piedi d’argilla che è oggi la cultura occidentale, e che proprio al suo interno trovano i loro più preziosi e inaspettati alleati.

Secondo: E’ davvero grave se l’impianto dei media, con un interpretazione quanto meno discutibile di un discorso di una personalità, riesce da solo a scatenare una crisi diplomatica internazionale. In questo modo, il giornalismo perde quella che è la sua più profonda missione, la radice madre che dovrebbe fondarlo: la ricerca della verità.
Il rischio della perdita di questa prospettiva è enorme: che non siano tanto i veri rapporti internazionali, i veri fatti di potere a comandare il teatro del mondo, ma bensì quel che passa per il giornale e infiamma l’opinione pubblica. Insomma: che non sia tanto la realtà ma quella che è spacciata per tale a determinare i giochi.
Di più: non c’è nemmeno un segnale di possibile marcia indietro da questo pericoloso processo. Tanto è vero che, dopo aver male interpretato un discorso papale tutt’altro che anomalo, i media hanno insistito nell’errore, dando dell’Angelus della scorsa domenica i tratti di una pubblica scusa: cosa che non era affatto.
E’ davvero grave, poi, il fatto che non esista un vero potere di revisione a queste "sviste"; che gli organi di potere non controllino davvero quello che i media dicono. O forse lo fanno, ma si comportano di conseguenza seguendo l’onda mediatica e la fallace interpretazione che a volte essa dà. Perchè è più facile forse credere e seguire la visione più popolare che alzare la mano e imporsi per la ripristinare la realtà. E questo servilismo del potere al media è, se possibile, ancora più preoccupante.
Terzo: sbaglia, e non di poco, chi vorrebbe veder l’occidente reagire alla crisi in sè stesso con un atto di forza, mostrando i muscoli sul piano internazionale. E’ vero: ci sono due pesi (e che pesi!) e due misure per quanto riguarda la politica delle nazioni. E’ vero: se Ahmedinejad e Hamas possono tranquillamente affermare di voler distruggere lo stato ebraico nella quasi indifferenza della politica internazionale, da noi se un politico anche minore si azzarda a dire (sbagliando) che la nostra cultura è superiore accade il finimondo. E’ vero: da noi il Papa viene male interpretato e viene intimato a scusarsi, mentre nelle strade musulmane si bruciano manichini che proprio il Pontefice raffigurano e quasi nessuno ne parla. Tutto questo è vero, ma se un popolo e una cultura si comportano in maniera permalosissima e incivile, questo non deve in alcun modo giustificare anche noi dal farlo. Dove va rifondata la cultura occidentale non è all’estero, sulla testa dello "straniero", mostrando i muscoli e insistendo su posizioni di rifiuto che altro non farebbero che alimentare l’odio dall’altra parte della barricata (Israele, evidentemente, questo non lo ha ancora capito). Dove bisogna agire è nella nostra stessa società civile, affinchè riscopra i valori di una cultura che, dopo secoli e secoli di storia, in fondo poi così deprecabile non è.

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sabato 16 settembre 2006 - ore 14:38
Oriana Fallaci
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ora, mi perdonerete, ma è impossibile per un aspirante giornalista non parlare di questa donna almeno un secondo nel momento della sua morte. Anche se a lei non piacerebbe e, se lo sapesse, mi manderebbe al diavolo dandomi dello scribacchino incompetente. E’ impossibile perchè non si può chiedere ad un navigatore, anche se ha le carte nautiche e il radar, di non guardare le stelle per sapere la via.
Oggi, io credo, bisogna tributare un grande ricordo ad un’artista; una grande artista. E bisogna farlo prima ancora di fare i conti con i suoi contenuti e le sue idee. Di fronte all’arte, a questo tipo di arte, il messaggio che essa veicola - che pure è importante - diventa incredibilmente piccolo e irrilevante. Se la Callas avesse aperto bocca per bestemmiare, le avrei comunque tributato un applauso. Seguito da una feroce critica, ovvio.
Questo per me era Oriana Fallaci. Come si può non adorare una donna che, da sola, va in Iran a intervistare Khomeini e lo apostrofa come tiranno, mostrandosi a volto scoperto? Per una che ha fatto la resistenza, ha ridicoleggiato Mao, ha insultato Kissinger, è stata in Vietnam ed è stata sepolta dai corpi in Piazza delle Tre Culture, come si può non nutrire rispetto? Di fronte alla più grande giornalista italiana di sempre, non si può che restare ammirati.
Per me Oriana è stata la migliore, perchè è stata la più grande interprete di un giornalismo coraggioso, intraprendente, indagatore, quasi spudorato. Un giornalismo volto alla cruda verità unito alla penna intrisa di tale forza e purezza più di quanta mai l’abbiamo vista, qui in Italia. Un giornalismo che l’ha anche logorata, certo, e che l’ha portata ad ascendere in un vortice di orgoglio che diventava a tratti arroganza; e di anticonformismo che diventava eversione. Ma al coraggio delle posizioni - lo diceva anche Dante; il suo Dante - va tributato comunque grande onore.
In un mondo di ignavia giornalistica come quello di oggi, dove tutti hanno paura di pestare i piedi a qualcun altro, dove il giornalismo "Watchdog" sembra sepolto sotto una valanga di sterile "markettismo", Oriana era irascibilmente, insopportabilmente, melodrammaticamente e epicamente sicura e incorruttibile. Tagliente come una lama, e altrettanto clemente.
Montanelli, per sempio, per me è stato un grande, ma era l’incarnazione del genio meravigliosamente "tra le righe". Se ha scardinato qualcosa, Indro l’ha fatto dall’interno. Era un Bach, o Monet, un Gorbaciov o un Proust. Oriana era un Mozart, un Manzoni (Piero), un Alessandro Magno e un Bukowski. Un genio irrefrenabile che entrava sfondando la porta e senza chiedere permesso.
A me quel tipo di genialità affascina di più, perchè è quella che fa nascere leggende, che si fa odiare immensamente e insieme amare in maniera sconfinata. Perchè rimane incomprensibile, fulgida e distruttiva come un fulmine agli occhi di noi "mortali". Perchè è davvero quella la genialità che lascia il segno per sempre.

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venerdì 15 settembre 2006 - ore 00:52
Dinamiche dell’approccio di coppia
(categoria: " Vita Quotidiana ")
D’accordo, d’accordo. Non sono la persona più indicata per parlare di codesti argomenti. Eppure, complice una simpatica ma sciocca commediola che ho visto su Sky due sere fa - Hitch - e un divertente libro .- Alta Fedeltà - in questo periodo mi sto facendo un sacco di domande sui misteri delle dinamiche dei rapporti di coppia in generale, e sono arrivato ad alcune conclusioni interessanti.
Interessanti e forse completamente sballate, ma tant’è: questo non è un trattato di antropologia. Sono solo stupide considerazioni fini a sè stesse, e se le troverete sballate, non c’è da stupirsi.
Proviamo a seguire il percorso di una potenziale coppia che nutre della sana attrazione reciproca.
L’approccio.Lui:E’ forse il momento più difficile in assoluto, e di solito è una prerogativa maschile. Decidersi ad alzarsi e coprire tutta la distanza che lo divide dall’obiettivo non è cosa nè semplice nè grata per lui. Attraversare tutto un locale combattendo con una voce nella testa che ti dice di essere realista e che probabilmente farei una figura da fesso non è facile. In più, l’uomo sa che il 50% (almeno) delle sue probabilità si giocheranno nei primi 10 secondi (aspetto fisico più modo di fare), e vive nel terrore di fare qualcosa che mandi tutto a puttane.
Perlopiù, credo che gli uomini riescano a zittire la loro voce "realista" e i loro timori pensando ad un avvenire felice col bersaglio e credendoci fermamente. Se lo erano già immaginato, altrimenti non si sarebbero alzati. Lei a letto, certo, ma anche lei distesa sul divano accanto a lui mentre guardano un film insieme o lei al telefono che la chiama affettuosa quando lui è depresso. Come dire: se non ci credi tu, chi lo farà?
I risultati, solitamente, non sono dei più felici. Già gli uomini sono abbastanza imbranati nel mantenere normali relazioni, figuriamoci ad instaurarne una sul niente. Risultato: lei ci sgama subito. O pensa di averci sgamato. Sì perchè c’è una legge ferrea e quasi infallibile tra le donne: se uno sconosciuto comincia a parlarti, ha sicuramente intenzione di provarci (alcuni per questo fingono di non essere interessati, ma corrono così il rischio di diventare "amici", giocandosi così qualsiasi possibilità). E così il gioco è fatto: viene subito messo in chiaro chi avrà, da lì in avanti, il coltello dalla parte del manico.
Lei:E’ forse l’unica parte del rapporto di coppia che sfugga al suo controllo. Per questo la teme tanto e, inseme, la eccita parecchio. Credo che le donne pensino molto a come arriverà il loro principe azzurro. Lui dovrà, in qualche modo, attirare la sua attenzione, ed è chiaro che difficilmente ci riuscirà se non farà qualcosa che a lei piace. Ma, ripeto, dipende da lui.
Per questo, nessuna donna si alza la mattina pensando "oggi incontrerò il mio lui". Più probabilmente penserà cose tipo "non mi serve una relazione, ho una carriera"; "ho bisogno di più spazio"; "c’è sempre tempo perchè qualcosa accada". Il problema è che non ci crede neanche lei. Dunque quando le si avvicina un uomo e lei si convince subito che è lui interessato (sbagliando o meno), lei starà sulla difensiva: odia non sapere cosa accadrà e chi la sceglierà. Per cui, solitamente non dice niente, e non dà segnali precisi. Un virtuale silenzio che può voler dire "non mi interessa" come "insisti, scemo".
Il corteggiamentoLui: E’ curioso. Lei sa benissimo che lui è interessato (e nel raro caso che non lo sia, non importa: lei ha già deciso), ma lui dovrà comunque dimostrare lo stesso il suo interessamento. Ci sono svariate tattiche - tutte potenzialmente goffe e sbagliate - per far capire che una persona ti interessa, erichiedono tutti una gran fatica, perchè per lui significa doversi esporre ancora una volta ad un rifiuto. E cio solitamente si trasforma in goffaggine e paura extra. a questa è la parte che in teoria a lei piace di più, per cui anche qui il margine di errore da concedersi è ristretto, e non è facile "osare" senza uscire dalle righe. In pochi lo sanno fare, ma comunque hanno poco da preoccuparsi su cosa dire o fare: lei ha già deciso da un pezzo. Il massimo che si può fare è accelerare gli eventi: nel bene o nel male.
Lei:E’ la parte migliore per lei: finalmente di sente desiderata. Tuttavia, ha il problema di rendere chiara la situazione: se è interessata o no. Se lo è, la cosa non è molto difficile. Solitamente bastano pochi segni per incoraggiare un maschietto: sedersi accanto a lui ad un tavolo, ravviarsi i capelli, ridere, chiedere come sta con quel vestito/profumo/acconciatura. Ovviamente non si tratta di un permesso di transito incondizionato (anche se molti maschi lo scambiano per una cosa del genere), ma per lo più di un invito a proseguire.
Primo incontro e seguentiLui:E’ più sicuro, tranquillo, intraprendente. Sa di aver già messo alle spalle la parte più difficile e che, in qualche modo, accettando di uscire ha già ricevuto un sì: l’unica cosa che deve fare adesso è non mandare tutto all’aria. Ma la maggiore sicurezza a volte rischia di essere un pericolo, cosicchè spesso i maschietti si sentono autorizzati a strafare. Il che, a volte, li fa cadere rovinosamente.
Se lui riuscirà, invece, a fondare la buona partenza allora raggiungerà la parte migliore per un uomo: non il sesso, si badi bene, ma il momento appena antecedente, cioè quando ci si vedono crollare davanti tutte le difese di lei e si può cantare vittoria. Lei ha scelto te. Tra tanti ha scelto te, e questo ti mette un gradino sopra il mondo. Hai vinto. Il primo sesso, è la coppa, ma la gara, quella che ti ricorderai e rimarrà nella storia, è stata già vinta. Tanto è vero che spesso molti lui calano di interesse dopo il primo rapporto: sentono di aver già vinto.
Lei:Scatta la crisi. Adesso è lei che si sente sotto esame. Non le basta pensare che a lui lei piace comunque: deve avere il vestito perfetto, il profumo perfetto, il sorriso perfetto, la risata perfetta altrimenti lui se ne andrà. Oppure penserà che lei è "una facile" e non è quello che vuole.
Il sessoLui:Ci sono un sacco di cose che gli possono andare male. Può fare cilecca, andare troppo veloce, partire bene ma spegnerti presto, non risucire a toccare i punti giusti, sembrare troppo aggressivo o troppo imbranato. E poi ci si domanda perchè a lui viene l’ansia da prestazione... E’ un vero e proprio esame! In più, lei sembra sempre preferire i preliminari. Il che è strano, perchè lui si ricorda del parco alle medie e dei primi anni di superiori, dove quasi tutto quel che gli interessava erano i preliminari, ma le femminucce si ritraevano inorridite e timide. Difficile fare pratica allora: si doveva andare subito al sodo. Oggi, invece, loro sono più mature e chiedono più attenzione, ma non è facile se hai passato tutta un’infanzia in cui ti si diceva che "toccare è male".
Lei:Paradossalmente, penso sia il momento più liberatorio. Non devono più preoccuparsi molto di piacere. Può andare bene o andare male, ma comunque il bilancio complessivo su di lei dovrebbe rimanere più o meno inalterato. La parte più difficile verrà dopo, quando dovranno mantenere la giusta tensione emotiva nel rapporto anche dopo l’alzata della coppa da parte di lui. Non è una sfida facile, che non sempre le ragazze si sentono di intraprendere.
ConclusioniVista la quantità di cose che possono andare storte - senza contare i colpi di sfiga - come è possibile che le persone si mettano insieme senza una reciproca e insistita volontà di soprassedere alle mancanze e alle gaffe dell’altro?
Nonostante quanto si dice nei film o nei libri, per cui l’amore è perfetto e unico e avviene come per magia, per una relazione di coppia sono necessari una gran quantità di compromessi. Il guaio è che non credo siano in molti coloro che riescono a far chiudere un’occhio al/alla potenziale partner. Ergo: c’è un sacco di gente sola là fuori. Forse sarebbe il caso di parlarne. O continuiamo a raccontarci una balla?

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mercoledì 13 settembre 2006 - ore 19:51
Alle spalle.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E’ definitivamente conclusa la storia dei Soul Blade. Nonostante il recente tentativo dei sopravvisuti del Mark I di far ripartire il progetto con un nuovo capace bassista, l’impossibilità di reperire un tastierista degno di questo nome ci ha costretto ad appendere le nostre speranze al chiodo.
Anche il sito del gruppo è scaduto, e il nostro ex-tastierista, l’ottimo Basaltman, non l’ha rinnovato. Peccato, perchè quando ci siamo sciolti stavamo per ingranare le marce giuste. Comunque ci siamo divertiti, siamo cresciuti, e forse ci portiamo a casa la consolazione di aver prodotto qualche concerto decente, oltre al fatto di aver fatto conoscere a qualcuno canzoni che, altrimenti, sarebbero state facilmente dimenticate.

Fa sempre uno strano effetto quando qualcosa ti si spegne alle spalle definitivamente. Ma è un ricordo che mi porterò dietro per sempre, credo. D’altronde, il primo gruppo non si scorda mai.
E intanto la mia prolungata astinenza da palco procede in maniera preoccupante...
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