BLOG GEMELLO:

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"La bellezza salverà il mondo."
F. Dostoevskij

Canova. "Amore e Psiche".
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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.
Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."
Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"

Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877
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Il mio romanzo:

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LA MIA BAND

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[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
martedì 13 giugno 2006 - ore 02:30
Mistico!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
1. Avvicinati allo schermo e fissa per almeno 40 secondi l’immagine sottostante puntando lo sguardo sui quattro puntini al centro
2. Volgi lo sguardo ad una parete a te vicino, possibilmente liscia e di tinta unita.
3. Vedrai formarsi una macchia, fissala per cinque secondi poi sbatti gli occhi e guarda ancora.

BU - BU - SETTETE!
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venerdì 2 giugno 2006 - ore 18:48
Annunciazione! Annunciazione!
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Data la sorprendente carestia di concerti e occasioni di ritrovo, mi assumo la responsabilità di proporre/organizzare, date le capacità e le movenze offerte alle quattro di notte nel parcheggio del Dna qualche settimana fa, la prima partita
IBEEHIVE & FRIENDS
vs
IRRIDUCIBILI & FRIENDS

Squadre misto-fantasia under-un po’ di tutto
----o----
I CONVOCATI
- I possibili giocatori -
AkiraFudo, Centipede, Zorrobobo, Jethro, mr.D, Millebirre, Bocio, Jashugan, GenjoSanzo, ilBello, GinoPongo, Viper, Galvan,Vanessa, Lordzoster, Void, Fabio, Zilvio, 25, Deppo, Ottelrak (leggi "Loris"), ChrisRubio, Nickyts, Gatsu81...

- I possibili supporter -
Girella, Beatrix_K, Chobin, [KBL]Sandy, yaku, deepblue, marrabbia, darknight, dott.ssa_I...

(scusate se dimentico qualcuno o ho messo qualcun’altro nella categoria sbagliata, comunque il senso è "più siamo meglio è").
----o----
La sostenuta attività sportiva potrebbe essere, a seconda del luogo e del giorno di organizzazione, accompagnata dalle seguenti attività.
* Magnada e bevuta in compagnia con ovviamente, birra e carne all’aria aperta.

* Visione di una partita dell’Italia ai mondiali.

----o----
In base alle ultime consultazioni il tutto dovrebbe svolgersi
Sabato 17 Giugno
a casa del Centipede
- Grumolo delle Abbadesse -
Ma dato che non è casa mia, vi invito a sentire cosa ne dice il sopracitato

Allora? Chi ci sta?
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lunedì 29 maggio 2006 - ore 13:02
Wow..
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Esisto davvero!
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PERMALINK
venerdì 26 maggio 2006 - ore 14:47
Strange how...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Strano come non ti ricordi mai di Venezia, quando ci torni. E’ come un errore gratuito, o un tic fisiologico. Ci torni - senza cartina - e ricordi che i Veneziani sono strani. Che, oltre a progettare una città sull’acqua a forma di pesce e a girare per strada col naso all’insù (una redenzione teologico-urbanistica dovuta alle strette calli della città?), oltre a questo, dicevo, amano visceralmente perdersi. E fare casino. E’ evidente. Venezia è costruita sulle fondamenta dei ricordi e della follia.

E così, appena posato piede sul lasticato grigio delle calli venziane, sei perduto: mezzo arrabbiato perchè hai sbagliato strada per la sesta volta e mezzo felice perchè sei in un posto così speciale. E vorresti trovare la strada perdendoti.

Venezia è una città che vuole non volere. Lo si vede da un sacco di piccole cose. Lo vedi negli occhi dei negozianti consci del loro privilegio di operare nella città piu bella del mondo(e di praticare prezzi da applicazione della sharìa: mutilazione delle mani) ma che scambierebbero lo zucchero a velo dei prorpi dolci con l’antrace, alla terza richiesta di informazioni in cinque minuti. Lo vedi nei palazzi, orgogliosi e quasi prepotenti nelle loro bianche facciate smerigliate dall’acqua, ma stanche e corrose dal muschio e dalle mareggiate alla base. Lo vedi, ovviamente, nei Veneziani, che odiano i vaporetti, i ponti, i turisti e l’acqua come un allergico può odiare un campo in fiore, ma basta una vista della Salute al tramonto che si riappacificano sul mondo, sospirando dai loro balconi.

Lo si vede anche dai numeri civici. Cerchi Campo San Polo numero 2162 e scorpi che, incredibilmente, due edifici attigui passano dal 2156 al 2178. Dopo mezz’ora scoprirai che il posto che cercavi è in un vicolo dall’altra parte della piazza. E lo vedi anche nella calma composta della segretaria dell’ordine dei giornalisti, che ti spiega che, oltre a pagare 400 euro per far scrivere il tuo nome nell’albo dei pubblicisti, devi anche rifare le milioni di carte necessarie che gli stavi portando dlal’altra parte del Veneto perchè "si erano spiegati male". Ma tanto lei è tranquilla... vive a Venezia.

E così, tornando da quel posto un po’ magico un po’ maledetto, non ti accorgi neanche, in centro a Vicenza, di incontrare dopo anni una ragazza per cui appena cinque anni fa avresti fatto tutto e il contrario di tutto (e, forse, in effetti lo hai fatto). E la trovi cambiata, meno bella di prima, ma ti dà comunque un sussulto. Non si interessa molto di te... come allora. E ti saluta dandoti la mano, con una specie di batti cinque, prima di involarsi giù per la strada alla ricerca di un tram.

E tu non ti sei accorto di niente. E ti domandi se te ne frega davvero qualcosa. Tanto, vuoi non volere. Ma in centro a Vicenza non ci si perde poi così bene.
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giovedì 25 maggio 2006 - ore 01:01
18.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Stavo ancora seduto a terra nel buio. Respiravo affannosamente, anche se in realtà pensavo di rimanere calmo. C’era qualcosa di insopportabilmente opprimente in quella situazione. Per un momento mi meravigliai di essere ancora vivo. Era evidente che qualcuno mi sorvegliava, e se mi teneva lì invece che farmi fuori ciò voleva dire che egli voleva qualcosa da me; speravo che non fossi capitato nella trappola di qualche sadico frustrato, che mi avrebbe torturato senza alcun motivo solo per il suo piacere. Nel dubbio, decisi di stare al gioco del mio carceriere, di tenerlo impegnato, cercando di capire a cosa mirasse. D’altronde, se non avessi agitop in quel modo, temevo che si sarebbe presto stufato di aspettare e, qualunque fosse il suo scopo, avrebbe messo in atto sistemi più sbrigativi per metterlo in atto.
Mi feci coraggio.
- Stai solo cercando di confondermi! – dissi, in un moto di ribellione, a quella presenza misteriosa, ma nella mia voce una traccia della paura serpeggiava ancora. - Se pensi di farmi diventare scemo qui dentro, beh, ti sbagli!
Dopo qualche secondo la voce rispose:
- Al contrario. Sono qui per renderti le idee più chiare.
Pensai a qualcosa per controbattere. Intanto, mi mossi lentamente, senza far rumore, all’interno della stanza. Speravo di trovare qualcosa di nuovo, un qualche oggetto utilizzabile, qualcosa che avrebbe potuto girare la situazione a mio vantaggio.
- Mi aiuti dicendomi che niente esiste? E magari,s econdo te, neanche io esito…
- Laddove non esiste qualcosa, per contrapposizione almeno una cosa esiste. Se niente per noi esiste, almeno noi esistiamo. È così. Per noi stessi, all’inizio, noi soli esistiamo; tutto il resto dipende da noi, e dunque da noi è creato. Ognuno di noi nasce con una sola convinzione: “io esisto”. Poi, a poco a poco, poiché sente di esistere e tutto dipende dalla sua mente, egli cerca di creare qualcosa che sia diverso da lui stesso: crea il suo mondo, la realtà, con la mente.
Continuavo a girare molto lentamente a vuoto, ma non avevo alcuna percezione di dove stessi andando, né da dove provenivo.
- Ah, è così? E allora come si spiega, caro il mio intelligentone, che noi tutti abbiamo la stessa percezione della realtà? Perché tutti vediamo e sentiamo le stesse cose?
- Solo perché vogliamo farlo. Se gli uomini vogliono vivere tra di loro, devono accettare un visione della realtà largamente condivisa, qualcosa su cui tutti possono essere d’accordo.
- Sì certo… vallo a raccontare a quei popoli africani che si scannano tra di loro anche solo se chiamano lo stesso casco di banane in maniera diversa… - continuavo a perlustrare molto lentamente le pareti buie intorno a me: nessuna incrinatura, nessuna irregolarità.
- Non sto parlando, ovviamente, di ideologie. Sto parlando della concezione base del mondo: di regole di vita comuni, quali la concezione di causa ed effetto, il peso, il tempo lo spazio, la gravità…
- Certo: come se le mele cadessero dagli alberi solo perché tutti ci siamo messi d’accordo…
- Perché no? Pensaci: se la gente è convinta, per esempio, che una banca stia fallendo, quando in realtà gode di ottima salute, quella fallirà comunque, perché nessuno vi depositerà più i propri soldi.
- Sei pazzo…
- Forse. O forse lo sono solo per te. O per il resto del mondo, proprio perché non accetto in pieno quella base di concetti per cui esiste un mondo reale al di fuori di noi con cui ci misuriamo ed interagiamo. Pensaci: se uno è convinto di essere Napoleone, noi lo chiamiamo pazzo, e lo interniamo perché non rispetta le nostre regole, ma per lui l’unica realtà che conta è la sua: lui è realmente Napoleone. E se un giorno quell’uomo fosse pienamente convinto di saper volare, noi lo vedremmo schiantarsi al suolo ma lui, nella sua mente, volerà davvero.
Avevo completato lentamente il giro della stanza: le pareti erano lisce, regolari. Nessuna speranza di uscita.
- Bene… io voglio davvero uscire di qui, eppure non sono tra i campi a cogliere margherite.
- Ovviamente è praticamente impossibile liberarsi della propria visione del mondo una volta acquisita. Quando uno è in gabbia è già molto che si renda conto di esserci.
Quest’ultima frase mi sembrò alquanto allusiva.
- E una volta che l’hai capito, cosa puoi fare?
- Cercare e sperare fortemente.
- Pregare?
- E chi lo sa? – disse la voce, con una nota di scherno.
Tacqui. Era questo quello che voleva da me? Voleva che lo supplicassi? Voleva fare il Dio che gioca con il suo prigioniero e ne dispone a piacimento? No. Non l’avrei fatto. Ero già troppo abituato a quella situazione, e mi stavo già ribellando contro il vero Dio… figuriamoci se mi facevo mettere sotto da uno psicopatico recluso al mondo. Non avrei ceduto.
Tuttavia, mentre pensavo a tutto questo, realizzai con freddezza che, alla lunga, il buio e le necessità avrebbero avuto ben presto ragione di me: prima del mio orgoglio e poi della mia ragione. Lo sapevo bene. Tanto valeva farlo subito. Mettere da parte l’orgoglio e salvare almeno al ragione, che mi faceva notare che nulla avevo da perdere e che, se volevo uscirne, dovevo scendere a patti con il mio carceriere.
Attesi ancora un poco, appoggiato alla parete. Passò ancora del tempo: minuti, ore. Il silenzio e il buio totale mi stavano consumando a poco a poco, sentivo le loro spire stringersi attorno me e soffocare la mia mente in una morsa sempre più gelida. Non c’era nulla da fare. Dovevo arrendermi. Non sapevo se avrebbe funzionato, né ci speravo davvero, ma almeno covavo la speranza che qualcosa, qualunque cosa, accadesse. Fosse anche una punizione mortale, ma che mi portasse via da quel nulla implacabile.
Allora, lentamente, mi inginocchiai.
Poi, miracolosamente, qualcosa avvenne.
Vidi come una leggerissima luce cominciare ad aprirsi intorno a me. L’oscurità non era più totale: un timidissimo bagliore la stava sciogliendo da dentro. Non era sufficiente per scorgere qualcosa intorno a me, ma fu come acqua nel deserto per le miei pupille, da molto tempo oramai spaventosamente dilatate alla ricerca di un qualsiasi bandolo di luce. Mi sentivo rinascere. La mia mente vacillava, come prima, nel vuoto; ma non in un vuoto angoscioso, bensì uno splendido ed arrendevole fatalismo onirico, ultima ragione di chi non aveva più nulla da perdere. Era forse Dio stesso che stava venendo a salvarmi? O a prendermi?
Poi, sentii un rumore vicino alla mia spalla destra, e una botta leggera colpirmi il braccio. Con un balzo mi alzai in piedi scansai, spaventato. Aspettai qualche secondo, ma non accadde nulla. Allora mi riavvicinai alla parete dove stavo. Afferrai qualcosa, e subito la mia mente dissipò quella nube di incoscienza e tornò a farsi così spaventosamente lucida e razionale da fare male. Avevo tra le mani una scala di corda.
Alzai allora la testa verso l’alto, e vidi che la luce proveniva da lì. Con una inaspettata foga, salì – non senza qualche patema dovuto ai muscoli intorpiditi – la scala di corda per una cinque metri circa, poi fuoriuscii brancolando da quello che sembrava un largo pozzo, il luogo in cui fino a quel momento ero stato recluso.
Con un qualche timore mi guardai intorno, e con infinita sorpresa vidi Eva, ritta davanti a me; silenziosa. Non feci alcuna domanda. La presi per mano e la portai via. Uscimmo da una stanza e attraversammo alcuni corridoi. Dopo poco ci ritrovammo nel chiostro da cui eravamo entrati. Il vento notturno e il profumo di gelsomino ci accolsero di nuovo, e mi sembrarono la cosa più dolce del mondo.
Senza ragionare, a passo spedito, uscimmo dal monastero, e dopo pochi minuti eravamo di nuovo in sella alla mia slitta.
Volando via da quel promontorio maledetto, sopra il mormorio delle acque, guardai Eva. Avevo quasi paura a chiederglielo.
- Come hai fatto?
Lei non mi guardò neppure in faccia.
- C’era un passaggio molto basso nel pozzo all’altezza del terreno. Tu non l’hai sentito perché eri troppo alto, ma io ci sono passata. Ho trovato delle scale e una torcia alla parete. Le ho salite e sono arrivata alla sala della corda e l’ho calata giù.
Tacqui e la guardai, mentre il vento della notte le scompigliava i capelli sottili.
- E come facevi a spere che c’era quel passaggio.
Lei mi guardò con occhi grandi e disse:
- Ci speravo.
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martedì 23 maggio 2006 - ore 20:10
L’Italia che non cambia
(categoria: " Vita Quotidiana ")
C’è da giurarci: qualcuno sarà rimasto indispettito vedendo i titoli che molti autorevoli quotidiani esteri hanno riservato al nostro paese negli scorsi giorni. Se, in tempi non sospetti, il Financial Times, l’Economist o El Pais spendevano i loro migliori redattori su pagine e pagine di inchieste su Mr.B e il suo gigantesco conflitto di interessi, dipingendo il nostro paese come la classica italietta di provincia, ora quegli stessi giornali riservano un accoglienza piuttosto fredda al nuovo governo Prodi. Cosa simile si può dire sullo scandalo calcio: ora che il tempo di vacche grasse è finito e la bolla è scoppiata all’estero fanno la corsa per tirare fuori dagli armadi polverosi inchieste e articoli da sbandierare pubblicamente all’urlo di "l’avevo detto, io".
"Invidia", o "sensazionalismo" dirà qualcuno con faciloneria. Ma forse no. Forse, all’estero si rendono conto meglio di noi che nel nostro paese, anche quando si cerca di cambiare, non si fa altro che rimanere fermi. O magari ci si volta un poco.
Capitolo governo: 25 ministri, 100 alte cariche ministeriali, solo 6 donne tra queste senza portafogli, un Presidente della Repubblica ultraottantenne e e due presidenti delle camere ultrasettantenni (e per altro entrambi di estrazione sindacale, e quindi non proprio di mentalità progressista). Se il buon giorno si vede dal mattino, hanno ben ragione i giornali esteri a paventare una scarsa attività innovativa del (fragile, anzi, fragilissimo) governo Prodi. E questo alla faccia delle belle promesse riformiste del periodo pre-elettorale, che sembravano pronosticare un nuovo paese progressista con giovani e donne alla ribalta.
Capitolo calcio: Lippi rimane. Anche un uomo sensato e competente come il nuovo commissario Figc Rossi ha deciso - non so perchè ragione - di mantenerlo. E, si badi, non è cosa da poco, con i mondiali tedeschi - la più grande vetrina mediatica al mondo - alle porte. L’Italia in questo caso ha dimostrato ancora una volta di non saper distinguere tra opportunità politica e giustizialismo. Nessuno accusa Lippi in assenza di sentenze definitive, ma buon senso politico avrebbe dovuto convincere prima lo stesso Lippi e poi Rossi ad ottenere le dimissioni del commissario tecnico (e magari anche l’allontanamento dei vari Cannavaro, Buffon etct etc). Altrove, un provvedimento del genere sarebbe stato subito preteso qualora non fosse giunto spontaneamente. Ha invece vinto il garantismo; così come vincerà il sospetto e il dubbio anche qualora Lippi e la nostra nazionale dovessero raggiungere, nel prossimo torneo mondiale, il punto più alto. Si è persa, così, l’occasione di dare un segno forte di voglia di ricominciare. Fossimo stati anche buttati fuori dopo tre partite con un nuovo ct, non avremmo avuto nulla da rimproverarci, e avremmo fatto bella figura.
Che si cambi tutto e che si riconfermi, l’impresisone è sempre la stessa: qua non si va avanti da nessuna parte.
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lunedì 15 maggio 2006 - ore 17:28
Chi ha rubato il nostro giocattolo?
(categoria: " Vita Quotidiana ")

"Mi hanno rubato l’anima". A te caro Luciano? E al calcio? A lui l’anima chi l’ha rubata? Perchè è evidente: il gioco del pallone è diventato un cartone vuoto; una macchina tritatutto dove il sudore e la gioia, i tiri alla "vivailparroco" e il fairplay sono una semplice patina sopra uno schiacciasassi miliardario quotato in borsa. Lo dicono tutti. E’ un calcio vuoto, perchè ha perso la sua vera anima: la speranza legata all’imprevedibilità. Ma chi l’ha presa questa anima? Ascolto un po’ in giro... vaglio varie ipotesi.

Non sono stati quei tifosi juventini (e spero che siano la maggioranza) travolti loro malgrado dal Moggi-gate. Quei tifosi onesti con una fede tradita, con un sogno sporcato. I bambini ingenui, cresciuti con le regole artificiali ma ferree della playstation che andavano a scuola fieri della loro sciarpa bianconera e ora se ne vergognano. Quei tifosi che sospettavano ma non volevano credere, perchè la fede è anche chiudere gli occhi. I tifosi buoni che oggi hanno il grande coraggio di vergognarsi ma che, al loro tempo, non si sono vergognati di gioire e festeggiare anche con la pulce nell’orecchio. No: non sono stati loro. Sono solo vittime di una fede.
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A sentire in giro, non sono nemmeno stati i tifosi imbecilli della vecchia signora. Quelli che a Bari lasciano spazio nello zainetto per striscioni del tipo "Il fine giustifica i mezzi: grazie triade" o "Luciano siamo tutti con te". Quelli che hanno anche il coraggio di urlare "Paparesta pezzo di m..." all’arbitro "colpevole" di aver riferito del sequestro di persona del "Lucianone". No: non sono stati loro, che non si fermano nemmeno per un secondo a pensare se tutto questo ha un senso, se davvero ha un significato vincere così, quando del Piero segna e viene ad esultare sotto la curva. Non sono stati loro a rubare l’anima la calcio: loro volevano solo vincere, ad ogni costo. E vince sempre il più forte; anche a costo della dignità.

E, si badi bene, non sono stati nemmeno i tifosi di tutte le altre squadre: quelli che oggi "rivogliono i propri scudetti rubati" o imputano i propri insuccessi solo alla "piovra" moggianiana. Quelli che urlano vergogna ad un sistema di cui non si accorgono di essere parte integrante, e forse pure colpevoli anche loro della rovina del calcio. No: loro non c’entrano. Sono le vere vittime del sistema, e come tali sono talmente docili e piccoli che le loro colpe non hanno potuto mai - nè possono ora - pesare davvero.

Non sono stati gli arbitri: vittime sacrificali e carne da macello di ogni domenica, insultati in ogni dove e alle strette con una piovra di controlli e di truffe troppo forte per essere spezzata da loro, semplici operai "cornuti" del calcio.

Non sono nemmeno stati i giornalisti: loro hanno solo raccontato i fatti. Loro non fanno processi in piazza, si limitano a raccontare, a fare il loro mestiere. Non creano sulla loro scrivania dei casi, nè fanno sensazionalismo su uno sport che, in fondo, solo uno sport è. Loro dicono solo ciò che si vuole sentire, e sentono solo quello che si dice. Creatori di un mostro spettacolare fatto di polemiche, colpi bassi, trionfi e cadute, non sono stati loro a far gonfiare e poi scoppiare l’anima al calcio.


Non sono stati i giocatori della Juventus: loro hanno fatto il loro dovere, e non sapevano niente di quello che accadeva alle loro spalle, anche se si sono rifiutati di giocare nelle squadre da cui sono stati prelevati dalla Juve per favorire lo scambio; anche se erano sotto la protezione della Gea e gli avevano detto che "era il solo modo di entrare in nazionale"; anche se scommettevano sulle proprie partite che sapevano benissimo avere una certa "tendenza" alla vittoria. No: loro non ne sapevano niente e hanno solo fatto il loro dovere. Hanno dimostrato di essere più forti sul campo, punto. Onore e gloria a loro: non sono stati loro a rubare l’anima al calcio.

Nè sono stati i giocatori e i presidenti di altre squadre: vittime designate di un potere troppo forte contro cui ribellarsi. Se volevano sopravvivere, dovevano per forza inchinarsi e baciare l’anello del potere: si può bisimarli se sono scesi a patto con l’onestà per avere un posticino alla tavola dei potenti e non restare, come i cani, sotto il tavolo ad aspettare le briciole?


E non sono stati nemmeno i vertici della Figc: Carraro che, da bravo presidente, non sapeva assolutamente nulla di un intrigo così vasto e palese in casa sua. Lui: solo vittima di un sistema troppo forte per essere contrastato anche dal presidente in carica. E non è stato nemmeno Marcello Lippi: selezionatore della nazionale traviato da "consigli" ben accetti della cupola, all’insaputa del "metodo Gea" del figlio di Moggi. No: non è stato lui. Lui è solo un selezionatore, un ct. E non è colpa sua se, nel caso in cui l’Italia vincesse i prossimi mondiali, molti (come me) forse non riusciranno pienamente ad esultare perchè si rendernano conto che, così, il "sistema-Moggi" avrebbe vinto un’altra volta (sperando che sia l’ultima).


Cosa rimane? Ah sì... la politica, il "vizietto" italiano della corruzione e della "via più facile". Ma no! Non può nemmeno essere colpa del sistema-Italia, dove l’illecito fa curriculum e dove ti insegnano persino a scuola che, se non ti fai passare qualche carta da sotto il mazzo, non puoi vincere. L’Italia senza vergogna, dove dovunque ci si gira basta grattare un pochino la superficie per scoprire che da tangentopoli non siamo davvero mai usciti (nè, forse, entrati); l’Italia dove tutti sanno ma nessuno parla, perchè tanto "non c’è niente da fare", l’Italia dell’omertà a colazione coi biscotti; non può essere colpa sua. Essa è solo schiava dell’arrogante imperialismo del mercato, solo vittima di quell’orribile sistema consumistico-capitalistico che è il vero orrore del mondo, dove bisogna guadagnare se si vuole sopravvivere o contare qualcosa.

Allora, signori miei, di chi è la colpa? Chi ha rubato il nostro giocattolo? Ah già scusate. E’ stato Luciano Moggi: tutta e solo colpa sua. E che però - povero Luciano! - faceva una cosa che fanno tutti, "solo era il più bravo". E anche Pairetto, Bergamo e Giraudo: come li si può davvero biasimare se hanno sbagliato in un sisterma dove sbagliano tutti, e per cui - poveretti! - dovranno pagare per le colpe di quei tutti?
Ripartire dopo "piedi-puliti"? Ridarci il nostro giocattolo, l’illussione di un pezzetto domenicale di puro gioco e divertimento in una settimana, in un mondo, di passioni sporche e traumatiche? Crederci ancora? Ripartire? E da dove, se tutti siamo colpevoli e tutti innocenti?
Che vergogna...
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lunedì 15 maggio 2006 - ore 15:50
17.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
- Svegliati -.
Aprii gli occhi, ma vidi solo buio intorno a me. Mi domandai se non stessi sognando. Il dolore alla nuca, però, era davvero molto forte per non sembrare reale. E tuttavia l’intontimento dovuto alla botta faceva ancora galleggiare il mio cervello, cosicché tutti i miei sensi sembravano arrivare confusi, mescolati e incerti. Al tatto, sentii che ero sdraiato a terra, con la faccia contro un lastricato freddo e ruvido; l’olfatto recepiva una certa umidità nell’aria, ma nulla più. Vista, udito e gusto sembravano fuori gioco.
Mugugnando per il dolore, mi alzai sulla schiena. Nello stordimento del risveglio, pensai di essere ancora nello stesso posto in cui ero stato atterrato. Dunque, da seduto, mi massaggiai lentamente la nuca colpita e mi rialzai in piedi. Non vedevo assolutamente nulla. Istintivamente, pensai di ritornare verso il chiostro, dove speravo di trovare almeno un poco di luce. Dunque, ancora intontito, mi voltai e mossi qualche passo, sicuro di trovare in quella direzione l’uscita. Dopo appena due passi quasi sbattei il naso contro una parete fredda e dura, del tutto simile al pavimento su cui poco prima stavo disteso, tanto che, per un secondo, mi domandai se non fossi caduto di nuovo accidentalmente senza accorgermene. No: ero ancora in piedi. Sorpreso, mi ridestai parzialmente dal torpore razionale in cui ero caduto, probabilmente a causa del trauma ricevuto: era ben evidente - pensai - che, una volta steso, i miei aggressori non mi avrebbero lascito lì da solo, incustodito, fino a che non mi fossi ripreso.
Confuso, decisi di cercare di capire al tatto dove mi trovassi. Poggiai dunque una mano dalla parete e cominciai a camminare tenendola sulla mia destra. Feci appena qualche passo e arrivai subito ad un angolo. Sembrava un locale piuttosto angusto. Pensai ad Eva: dov’era? L’avevano presa? Quanto tempo è passato dalla mia aggressione? Chi mi aveva aggredito? I monaci forse? Parrebbe strano… - dentro di me realizzai presto che, pur essendo degli intrusi, essere sopraffatti da dei monaci ortodossi e poi rinchiusi non era esattamente l’ipotesi più realistica. Ripresi lentamente a camminare lungo la nuova parete, mentre lo sconforto cominciava a crescere dentro di me: era piuttosto evidente che gli scagnozzi dei piani alti ci avevano finalmente anticipato e raggiunto. Se era così la mia corsa poteva ritenersi conclusa e senza speranza. Sarei stato presto incatenato per l’eternità in qualche contrada infernale a gestire una fiumana di esseri umani empi e urlanti.
Feci qualche passo in più rispetto alla parete precedente, ma presto arrivai comunque ad un altro angolo. “Se ci hanno catturato – pensai -, dove mi hanno portato? Non sembra l’inferno, né tantomeno il paradiso. Possibile che questo sia un qualche luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un angusto anfratto di spazio sospeso tra realtà e aldilà, creato apposta per farmi attendere la ‘giusta’ sentenza?”. Ero arrivato al terzo angolo. Oramai era evidente che mi trovavo in una cella, segregato nel ventre nero dei sotterranei di quell’antico monastero. Questo nel migliore dei casi. Istintivamente, alzai il braccio verso l’alto per sentire se riuscivo a toccare il soffitto ma, ovviamente, tagliai solo l’aria. Ciò, scioccamente, mi mise ancora più in apprensione, come se fossi sotto la minaccia verticale di qualche pericolo incombente; come se qualcuno mi stesse guardando dall’alto mentre brancolavo in quella cella.
Quasi per scrupolo, prosegui il mio cammino di ispezione per la quarta e ultima parete. Ma, dopo appena un passo, improvvisamente urtai col ginocchio contro qualcosa. Mi ritrassi spaventato: avevo certamente sentito un corpo. Non ero solo lì dentro.
- Chi c’è lì? – chiesi con voce tremante.
Nessuna risposta.
- Chi c’è? – chiesi di nuovo.
Nel silenzio, mi avvicinai lentamente con la mano tremante protesa davanti a me. Sfiorai qualcosa, e subito ritrassi la mano. Poi la allungai di nuovo: una ciocca di cappelli lisci sotto il palmo della mia mano protesa. Scesi per gli zigomi e giù fino al viso: era Eva. La mia reazione fu davvero insolita: ero atterrito ancora più di prima. Pensavo a quella bimba inquietante, ritta nel buio, che non muoveva un muscolo né emetteva un fiato, nemmeno quando una mano dal buio la toccava. Arretrai sconcertato fino all’altro capo della stanza, battei la schiena contro il muro e mi lasciai scivolare fino a terra, nascondendomi il volto tra le mani.
Silenzio. Per quanto? Cinque minuti? Venti? Un’ora? Al buio e nel silenzio è difficile veder scorrere il tempo. Mi sembrava di scivolare sempre più una dimensione lontana, oscura, fuori dal mondo, dal tempo… fuori di me. Poi, proprio quando mi stavo abbandonando nel torpore dell’inconscio, improvvisamente sentii una voce bassa e sibilante provenire da dietro la mia testa.
- Svegliati.
Trasalii dal terrore. Balzai in piedi con un suono di raccapriccio e arretrai di qualche passo. IL buio mi circondava.
- Chi sei? – chiesi, dopo qualche secondo di silenzio pregno di paura.
- Questo non ha importanza… - disse la voce.
Comincia a muovermi molto lentamente in maniera circolare. C’era qualcuno in quella stanza. Qualcuno che mi aveva osservato per tutto il tempo, che mi vedeva e che mi aveva seguito nei miei spostamenti, evitando le mie mani goffe nel buio. Ero in competa balia di quella presenza: avrebbe potuto assalirmi in qualsiasi momento. Ero inerme come un pulcino nella tana di una tigre. Poggiai la schiena ad una parete, cercando scioccamente un qualche tipo di riparo. Eva doveva essere lì vicino da qualche parte, impensabilmente silenziosa. Avevo già perso il senso dell’orientamento.
- Dove siamo? -, chiesi, aspettando al risposta e cercando di capire da dove provenisse il suono.
- Fa davvero differenza, dal momento che non puoi uscire di qui? – rispose la voce, bassa e soffocata.
Il suono si propagava per tutta la stanza, rimbalzando su tutte le pareti, per cui era impossibile capire la vera fonte del suono, anche se ebbi la vaga impressione che venisse dall’alto, ma poteva anche essere un particolare effetto di risonanza, o la mia mente che cominciava a farmi brutti scherzi.
- Chi sei?
- Potrei essere molte cose. Forse sono il tuo compagno di cella. Forse sono il tuo cerceriere. O forse sono solo frutto della tua immaginazione…
Mi domandai se non stessi diventando pazzo. Esclusi i sensi, il loro riferimento con la realtà, il confine tra senso e follia mi sembrava sempre più debole e sottile. Come potevo decidere, solo, senza alcun riferimento, se quello che avevo in mente era realtà?
- Un uomo solo non è mai pazzo - disse la voce. – Sono gli altri che ci chiamano pazzi quando non vediamo più le cose che per loro sono evidenti. Per loro, ma non per noi. Anche io sono stato chiamato pazzo, solo perchè credevo in qualcosa che le persone non “vedevano”; qualcosa per cui non potevo chiedere ad altri se era reale o meno, dovevo solo fidarmi della mia mente. E adesso anche tu devi fare lo stesso. Perché c’è solo al tua mente. Tutto quello che vedi, senti, tocchi, respiri è nient’altro che la tua mente che ti parla attraverso i sensi: ma chi dice che ti puoi fidare?
- No… - dissi io confuso -. Io ti sento: devi essere da qualche parte. Da qualche parte deve venire la tua voce. Non sono pazzo…
- Davvero? E dimmi una cosa… i colori vengono forse da qualche parte? Il fatto che tu vedi una cosa di un certo colore vuol dire che essa ha intrinsecamente dentro di sé quel colore? No. Il colore è solo luce che si riflette su un oggetto e che noi interpretiamo secondo un codice… uno schema della mente. Una mela, per esempio, non è certo rossa di suo… in realtà non ha alcun colore, è solo una convenzione a cui noi tutti ubbidiamo per essere d’accordo, e ci illudiamo solo che la mela sia di suo rossa. Ma se ci illudiamo che la mela sia rossa… se è solo una nostra costruzione mentale, chi ci può garantire che anche la mela non sia un’“invenzione”? La verità è che tutto ciò che per noi esiste, tutta la nostra realtà, passa per la nostra mente, e solo per essa; e dunque non c’è null’altro che ci possa confermare la correttezza di quel che essa ci racconta.
Chiusi gli occhi. Li riapri. Nessuna differenza: solo buio. Davvero avevo passato il confine?
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domenica 14 maggio 2006 - ore 22:32
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E la chiamavano "Sudditanza Psicologica"...
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sabato 6 maggio 2006 - ore 12:38
Consigliato
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Magnum in motion
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