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Gli occhi di chi incontro.

HO VISTO

Cose che voi umani non potreste immaginare... navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire... (beh, speremo de no) (?)


STO ASCOLTANDO

Il suono del mondo.

ABBIGLIAMENTO del GIORNO

E’ già tanto che ci sia l’abbigliamento...

ORA VORREI TANTO...

Volere davvero.

STO STUDIANDO...

Un putsch mondiale

OGGI IL MIO UMORE E'...

Il migliore che mi venga di avere.

ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Trovare troppo merito nella virtù e troppa colpa nelle errore.
2) Entrare in letto e trovarci Aldo Busi e Solange.
3) L'allenamento quotidiano per riuscire, quando arriva il momento giusto, a sorridere alla morte. Pur sapendo che non ci riusciremo.
4) Convincere ogni giorno te stesso che vali di più di quanto non pensi.

MERAVIGLIE


1) Svegliarsi una mattina di uno splendore che fa male. Andare alla finestra. Guardare la bellezza del Mondo. Andare a letto. Guardare la bellezza di chi ami. E scoprire che non c'è differenza.
2) Il vento in faccia in uno spazio apertissimo
3) spalancara le finestre della camera in una soleggiata mattina d'inverno e restare a godersi il calduccio sotto il piumone
4) La dolce illusione di non avere rimpianti.
5) Arrivare all'altare con il sorriso sulle labbra...
6) Straparlare abbracciati in colloqui notturni ubriachi di vino e stanchezza


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"La bellezza salverà il mondo."

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"Fleba il Fenicio,
morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani,
e il flutto profondo del mare,
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
gli spolpò le ossa in sussurri.
Mentre affiorava e affondava
traversò gli stadi della maturità e della gioventù
entrando nei gorghi.

Gentile o Giudeo,
o che volgi la ruota e guardi
nella direzione del vento,
pensa a Fleba,
che un tempo è stato bello e ben fatto
al pari di te."


Thomas Stern Eliot
"Death by Water"
da: "The Waste Land"



Edwar Moran, "Shipwrecked", 1877

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lunedì 12 dicembre 2005 - ore 12:42



(categoria: " Vita Quotidiana ")



CONCORSO LETTERARIO SPRITZ.IT



SECONDA PARTE:
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VOTA LA TUA OPERA PREFERITA!

Prima categoria: poesia
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Altre opere eliminate:LINK

Seconda categoria: racconti
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Terza categoria: opere sul Natale
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Se volete aiutare il concorso, anche se non partecipate, inserite nel vostro blog logo e link al bando. Dimostriamo che gli spritizini sanno fare altro che parlare di sesso e spettegolare. Grazie



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domenica 11 dicembre 2005 - ore 19:20


Bach Home
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Eccomi di nuovo qua.

La quattro giorni montanara è andata molto bene: tanto sole e tanta attività fisica dopo un periodo in cui stavo per "cavernicolizzarmi" in casa.

Bellissime piste (peccato per la Gran Risa chiusa ) non troppa gente, gambe che ancora tengono e vento a raffica nei capelli in mezzo a paesaggi spettacolosi.



Sono anche riuscito ad andare avanti col libro, producendo tre nuovi capitoli (già inseriti qua nel blog) e una linea più definita per tutto il romanzo. Certo, manca ancora una poderosa mano di sgrezzamento, ma l’idea c’è.

Ho poi approfondito la mia conoscenza musciale con Bach, King Crimson e i mai troppo sentiti Deep Purple.

Tutto ben insomma!

Una nota negativa c’è... ho smarrito il cellulare! Quello regalato da tutti i miei amicici per la laurea e con esso ho perso per sempre tutti i numeri contenenti in esso!

Colpa di una giacca ormai vecchia di anni, dell’alta velocità e delle tasche difettose.

Scuseme fioi. Mi mangerei le mani...

Vabbè. Forza e corajo. da domani di nuovo sotto.



P.S. Ahò... ma nessuno vota per il concorso???

P.P.S. Forza Inter!!!

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domenica 11 dicembre 2005 - ore 19:10


10.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Una semplice parola. Ma ne fui completamente colpito. Era decisamente un’ipotesi plausibile. Terrificante ma plausibile. E sembrava poter spiegare molte cose. Ma la domanda da porre era una sola:
- Perché?

- Cosa vuoi farci… anche Dio si stufa di giocare. Tu dovresti sapere meglio di ogni altro quanto la situazione stia lentamente diventando ingestibile, sia sul fronte umano che su quello “celeste”. Suppongo che il grande capo si sia stufato di fare da padre a tutti quanti, di rincorrere i bambini discoli e di riportarli all’ovile prendendoli per l’orecchio… No. La cosa sta diventando troppo complicata; meglio un bel colpo di spugna e ricominciare tutto da capo, magari dalla preistoria, con una vita più tranquilla.
- Mi stai dicendo che Dio sta pensando di andare in pensione?
- Più o meno… sì.
- E tu cosa c’entri con tutto questo? Come lo sai?
- Hai idea di cosa voglia dire sterminare, suddividere, giudicare e schedare sei miliardi di esseri umani? Non è certo roba facile… nemmeno per Dio. Avrà bisogno di parecchio aiuto, dell’attivazione di quasi tutti i suoi “collaboratori”, e indovina chi coordinerà il tutto?
- Tu?
- Già. In qualità di una delle entità più potenti del creato, sarò io – come accade da sempre; anzi, è proprio questo il mio compito – a fare il lavoro sporco per Dio; ad operare lo sterminio. I miei più stretti collaboratori saranno Morte, Ares, Fame e Pestilenza, come vuole la tradizione, ma quasi tutti gli angeli e i demoni saranno coinvolti nell’operazione. Sarà davvero una cosa in grande stile.
- Quando sarà? – dissi io, che solo in quei momenti cominciavo a realizzare la vera portata degli eventi che si preannunciavano, e ad averne paura.
- Presto. Da una decina di anni sono stato messo in preallarme. Tra poco dovrò mettere al corrente della cosa i miei più stretti collaboratori,s e non hanno già intuito qualcosa.
- Ma, se tutto è già pianificato, se tutto finirà presto, perché lottare? Perché tutto questo casino intorno alla bambina? D’accordo, è la figlia del demonio, ed è una grossa irregolarità, ma a questo punto… chissenefrega! D’accordo, Dio, perfettino com’è, avrà voluto sistemare comunque la questione, ma perché tutto questo mistero… il tuo coinvolgimento, la mancanza di un ordine di morte… tutto questo casino, come si spiega? Chi diavolo è quella bambina?

Shatian si alzò e andò alla finestra.
- Quella bambina è la salvezza del mondo – disse.
Vi fu un silenzio carico di speranza e di incredulità.
- Quella marmocchietta? Cosa potrà mai fare contro il più potente spiegamento di forze celesti che si possa concepire?

Shatian si voltò.
- Quella “marmocchietta”, come al chiami tu, è certamente il più potente incrocio tra uomo e entità che abbia mai calcato la polvere di questa terra. La miscela con cui è stata creata è talmente esplosiva che, in futuro, potrebbe addirittura rivaleggiare con lo stesso Dio.
Si avvicinò al caminetto. Poggiò una mano sul bordo superiore in cotto e chinò la testa.
- Da migliaia di anni mi preparo a questo momento. Migliaia. Ho provato decine di volte ad ottenere un incrocio umano perfetto. Migliaia di anni di tentativi falliti, di figli abbandonati per strada, di dolorosi sforzi e tragiche separazioni. E poi lei; un incrocio “casuale” genetico perfetto, proprio alle soglie dell’apocalisse… No, quella bimba è la nostra sola speranza.
- “Nostra”? Shatian, cos’hai in mente?

Sorrise amaramente.
- Hai provato a pensare a cosa accadrà a noi quando tutto sarà finito? Niente più svaghi terrestri, niente più tentazioni, niente più caccia ad entità disertrici… solo migliaia di anni a badare alle anime petulanti dell’inferno. Riesci a pensarci? Sarà peggio della prigionia.
- E cosa vuoi farci? Vuoi ribellarti? Hai presente contro chi giocherai questa partita? Devo forse ricordarti cosa è successo l’ultima volta che hai provato a fargli uno scherzetto del genere?
- Questa volta sarà diverso.
- E cosa te lo fa pensare? Come pensi di poter battere un essere onnipotente?
- Anche Dio deve rispettare certe regole; in particolare una.
- E cioè?
- Il libero arbitrio. Quello è il suo tallone d’Achille. Troppa gente non vuole questa apocalisse: gran parte delle entità e degli esseri umani. Se disapproveremo e ci ribelleremo tutti insieme, non potrà non tenerne conto.
- E come pensi di poter coordinare una tale massa di persone?
- Proprio qui entra in campo mia figlia. Lei dovrà essere per gli umani un nuovo Messia, dovrà vincere l’impresa impossibile di convincere tutti loro che la loro fine è vicina, e che dovranno ribellarsi. Dovrà convincerli di tutto ciò senza essere presa per pazza.
- E pensi che ci potrà riuscire?
- Grazie ai nuovi mezzi di comunicazione, alle sue capacità e a te, sì.
- Ecco. Cosa diavolo c’entro io?
- Tu dovrai prenderla con te e farle capire nel profondo la vera essenza della condizione umana; essenza che sfugge a me, a te e a lei, ma senza la quale la sua missione potrebbe dichiararsi persa in partenza.
- La vera essenza della natura umana eh? E come pensi che possa dargliela? Come giustamente hai detto tu, io non la conosco, e non possiamo certo andarla a chiedere a Dio!

Ero spaventato da quella prospettiva. Era una responsabilità troppo pesante, che non volevo; un compito troppo arduo per essere assolto
- Ma poi, anche se fosse possibile, perché io? Perché, da bravo paparino, non la accompagni tu a scuola?
- Primo perché mi tengono d’occhio, e ho del lavoro da sbrigare.
“Come se io, la notte di Natale, non ne avessi!”, pensai io con un po’ di stizza.
- Secondo, perché tu sei l’unico che, anche se solo per stanotte, puoi giocare con le lancette del poco tempo a disposizone e trovare tutte quelle entità che potranno spigare la vera natura umana alla bimba. Sei un cacciatore d’entità dopotutto…chi meglio di te potrebbe assolvere questo compito?

Aveva ragione, naturalmente.
- Okay, okay, frena. Perchè dovrei poi fare tutto questo? – chiesi scettico.
- Per non finire anche tu per l’eternità a fare da barcaiolo nello Stige? – disse Shaitan sorridendo. Mi conosceva troppo bene, sapeva che non avevo scelta; era inutile stare lì a tirare sul prezzo.

In silenzio, mi alzai dalla poltrona, rigirando nelle mie mani il bicchiere di Scotch vuoto. Shaitan era ancora appoggiato al caminetto. Andai vicino al mappamondo.
- Non sarà facile. - dissi
- Non ho mai pensato che lo sarebbe stato.
- Avrò bisogno di aiuto. E copertura. Se i piani alti mi hanno ordinato proprio oggi di uccidere te e la ragazzina è ovvio che hanno già fiutato qualcosa, e certamente mi metteranno qualcuno alle calcagna.
- Sì, qualcosa sanno, è inevitabile – ammise Shaitan. – Fortunatamente anch’io ho le mie fonti e i miei poteri, e sono riuscito a cancellare il nostro nome dalla lista di Morte appena in tempo.
- Spero che tu ne abbia davvero tanti di poteri, perché dovrai usarne parecchi per coprirmi le spalle.
- Farò il possibile per aiutarti. Ho tutti gli interessi a far sì che la tua missione vada a buon fine.

Mi fermai un secondo a riflettere. L’idea di scarrozzarmi quella bambina correndo come un indemoniato su e giù per il globo non mi allettava affatto. Tuttavia, non avevo molta scelta.

Esisteva la possibilità che fosse tutta una bufala; che Shaitan mi stesse ingannando. Ci pensai, ma non vidi il movente di un tale inganno. Inoltre, la sua versione dei fatti era perfettamente credibile, e rispondeva a tutti i dubbi che fino ad allora mi avevano attanagliato sulla questione. Pensai a qualche altra versione dei fatti che potesse spiegare tutto quel gran casino. Non la trovai.

"Maledizione!" pensai. Ero certo che me ne sarei pentito.
- Accetto. – dissi.
- Sapevo che lo avresti fatto – e mi posò la mano sulla spalla.

Allora chiamò la figlia, e gli disse che avrebbe dovuto seguirmi per quella notte. La bambina fece comprensibilmente qualche resistenza, ma alla fine ubbidì. Poi fu mandata a prepararsi e io e Shaitan rimanemmo ancora soli.

Mi porse una busta.
- Questa è una lista delle entità che io credo tu dovresti cercare. Ho anche inserito, per ognuno di loro, il recapito più recente che sono riuscito a trovare, ma non è detto che basti.
Presi la busta dalle sue mani.

- Perché non mi hai parlato a Cracovia? Avresti risparmiato tempo e evitato rischi inutili – chiesi.
- Dovevamo rimanere “vivi” tutti e tre, ma in quella condizione era impossibile che nessuno ci rimettesse le penne. Lo sai benissimo; se mi fossi avvicinato e ti avessi spiegato tutto mi avresti sparato subito dopo esserti fatto un grassa risata. Solo ora, che hai visto cosa c’è dietro, sei pronto a capire. Avresti comunque ucciso qualcuno quella sera. Ovviamente io non potevo rimandarti al creatore, e la bambina si sarebbe certo persa nel limbo tra vita e morte che ho dovuto oltrepassare dopo che mi hai sparato.
- Ma come eri sicuro che non l’avrei uccisa?
- Beh… questo lo lascio scoprire da te.

In quel momento al bambina rientrò. Aveva smesso il suo pigiama di flanella e ora aveva indosso un cappotto pesante e un berretto di lana.
Shaitan le sorrise, si chinò e la baciò sulla fronte.
- Adesso và col signore - disse.
- Sì papà – disse, obbediente, la bambina.
Guardò verso di me. Sorrisi come si sorride ai bambini, mescolando sincerità e invidia. Le porsi la mano. Lei la guardò ma non la prese. Aveva carattere.
Mi avviai verso l’uscita. Lei mi seguì. Le aprii la porta e la bimba uscì dalla stanza.

Stavo per uscire anch’io, ma sulla soglia mi girai a guardare Shaitan. Stava ancora in piedi vicino al camino, in un espressione fiera e triste da genitore che vede il proprio bambino andarsene per un lungo viaggio.

Mi guardò.
- Si chiama Eva. – disse, in un filo di voce.
Gli feci un cenno d’intesa.

Allora uscii dalla stanza, con la strana convinzione di aver visto una piccola lacrima, furtiva e traditrice, risalire dall’abisso dell’occhio di Shaitan e urlare sfacciata, come un bimbo appena nato, la sua presenza al mondo.


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domenica 11 dicembre 2005 - ore 19:08


9.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Stavo lì, in piedi. Immobilizzato. Cercavo disperatamente di dare al mio aspetto esteriore un qualche tipo di apparenza di fermezza o decisione ma, nella mia mente, si faceva largo il sospetto di essere stato attratto nella peggior trappola in cui fosse possibile cadere, e l’idea mi faceva tremare le ginocchia.

Guardavo davanti a me il diavolo in persona tenere un sigaro in bocca, disteso su una poltrona di gran classe. Sapevo che l’unico modo per cavarsela in una situazione come quella era quello di farsi coraggio, di affrontare la situazione. Cercai dunque di scuotermi, ma non ci riuscivo. Ero come attanagliato; tutta la mia incauta sfrontatezza di qualche tempo prima mi aveva abbandonato non appena ero stato messo davanti al fatto compiuto; non appena avevo potuto sentire le sbarre della gabbia in cui mi ero ficcato chiudersi inesorabilmente alle mie spalle. Avevo paura. Ma c’era di peggio: lui lo sapeva, percepiva la mia debolezza; ne ero certo. Mi aveva in pugno, e sorrideva sornione da dietro i suoi occhialetti con montatura in oro.

- Mi devi diverse spiegazioni - dissi, cercando di assumere un tono piccato. Cercando di darmi coraggio.
- Ogni cosa ti sarà chiarita a suo tempo, te lo assicuro. - rispose lui calmo, con il sorriso compiaciuto di chi sa di condurre il gioco. - Intanto, ti prego, siedi e rilassati.
Mi avvicinai alla poltrona diffidente.
- Dov’è? - dissi
- Che mancanza di cortesia… - rispose, accendendosi con un fiammifero il sigaro e tirando qualche boccata - Non mi chiedi almeno come sto? Un po’ di conversazione prima di arrivare al punto?
Mi offrì la scatola di sigari. Feci di no con la testa.
- Allora? Come procedono i tuoi affari al Polo Nord? - chiese.

Quel suo comportamento da gran signore mi infastidiva. Tuttavia, sapevo che non stava usando quell’atteggiamento di superiorità solo per il semplice piacere di infastidirmi. No; era troppo furbo per quei giochetti. Probabilmente cercava di irritarmi per rendermi stupido e inoffensivo; la stessa tattica che avevo usato io poco tempo prima con Ares. Ma stavolta a lui non sarebbe riuscita.
Pensai di stare al gioco.

- Ho i miei alti e bassi. - dissi, stringendomi nelle spalle.
Mi sedetti.
- Tu, invece, mi sembri in gran forma.
- Già. Da quando ho cambiato modo di lavorare, e devo dire che sto cominciando a rastrellare qualche soddisfazione in più. Basta con le produzioni su larga scala. Oggi si fa affari nei “servizi”, nelle piccole realtà diffuse, non nel grande mercato.
- E’ per questo che vai in giro vestito come un magnaccia di alto borgo dell’inizio secolo? - dissi, cercando di essere sferzante.
Sorrise:
- Fa parte del mio nuovo stile; la mia nuova tattica di gioco. Basta con pentacoli, sabba sacrificali, sangue, facce da caprone per spaventare i contadinotti e quant’altro… Niente più genocidi, stermini di massa, violenza diffusa, schiavismo… No; meglio agire nel piccolo. Nei piccoli cumuli di sudiciume di ogni persona. - tirò un grossa boccata dal sigaro - Poche guerre, poche carestie, pochi atti di oppressione, rispetto a un tempo; molti più inganni, raggiri, malizia, disonestà.
- Ares non sembrava affatto contento di questo tuo cambiamento di strategia…
- Già. Ma la sua paga minima ce l’ha comunque - sorrise, sornione.
- Perché hai messo quel deficiente sulle mie tracce? Potevi farmi seguire da gente molto più in gamba. Mi hai forse sottovalutato? Potrei anche offendermi… - dissi io cercando di portare il discorso dove più mi interessava.
- Proprio per questo… perché ero sicuro che Ares si sarebbe fatto notare da te…
- Già… lo sospettavo. Era un’esca perfetta, col suo risentimento verso di me e il suo bigliettino in tasca. E io ci sono caduto con tutte le scarpe. Sei sempre stato molto bravo a sfruttare le debolezze della gente; a inquinare il mondo.
- Via… così mi deludi. Non giudicarmi come farebbe un vecchio predicatore battista. Io sono al mondo non per distruggerlo ma per farne parte.
- Come no… - dissi io, sarcastico.
- Dovresti saperlo bene, invece. Io non sono un accidente, ma la naturalità delle cose. Non un virus ma una parte del sistema; della natura. Anzi; sono la natura stessa.
- Ma sentitelo… e magari vorresti anche essere osannato come salvatore del mondo? Io non mi farei troppe illusioni sai?
- L’etichetta che mi affibbiano oggi, quella di essere l’anti-cristo, l’anti-natura, è solo un vezzo relativamente recente. All’inizio io ero, per gli umani e persino per quell’accozzaglia di cretinate che è la Bibbia, solo una specie di “consigliere” di Divino; ed è quello che, in fondo, sono tuttora. Certo, un consigliere spesso disaccordo, ma pur sempre un giocatore autorizzato al tavolo, non una variante ribelle e distruttiva.

Cominciò a giocherellare col mappamondo antico, facendolo ruotare lentamente con la punta delle dita.
- Cosa credi sarebbe il mondo senza di me? Senza il nero della lavagna il segno del gesso non si vede. Se non ci fosse il male non ci sarebbe nemmeno il bene. Ci sarebbe solo il nulla, l’indifferenza; il che sarebbe molto peggio.
- Ma pensa! E quegli stupidi degli umani hanno anche il coraggio di prendersela con te… che razza di cafoni ingrati. – dissi io, cercando di marcare per bene il mio miglior tono sarcastico.
Ma lui sembrava non curarsi affatto dei miei tentativi di provocazione e, quasi parlando più a sé stesso che a me, proseguì.
- Già. Davvero poco acuto e grato da parte loro. All’inizio mi adirai, non lo nascondo. Ma dopo poco mi resi conto che la mia nuova immagine terrena, la mia “demonizzazione”, mi concedeva più di qualche vantaggio. Mi consentiva di guardare senza troppa pena da sotto il mazzo, e mi procurava un’incredibile pubblicità.
- Già. In effetti, come testimonial pubblicitario per giochi per bambini o per prodotti per la casa hai avuto una certa fortuna, lo devo ammettere.
- Scherza pure, se vuoi, ma più gli umani vedranno in me l’incarnazione del “male distruttore” più mi riuscirà facile affascinare la gente. Gli uomini sono stufi, vogliono trasgredire, e io per loro sono al trasgressione. Non esagero se dico che se oggi fosse indetto un ballottaggio nel mondo tra me e Dio forse qualche possibilità di vincere ce l’avrei. Una cosa che sarebbe stata davvero impensabile solo qualche secolo fa.

Tacque un momento, pensieroso.
- Chi lo avrebbe mai detto? In fondo il disprezzo umano è stata la mia migliore vittoria; lo scotto che il mondo deve pagare per non essersi assunto le responsabilità della sua malvagità e averle scaricate su di me.
- E’ questa la storiella che ti racconti ogni mattina quando ordini a qualche schiavista cinese di torturare alcuni bambini di otto anni solo perché la sera prima non gli è andata bene a letto?
- Io sono solo un giocatore sul tavolo verde, vecchio mio. Puoi ridurmi sul lastrico, ma non puoi buttarmi fuori dal gioco.
In fondo, sapevo che aveva ragione. Ma non volevo comunque dargliela vinta. Per cui al momento non trovai niente di meglio che cambiare discorso.
- Per quanto tempo ancora dovrò sorbirmi le tue masturbazioni mentali? Sai, avrei qualche piccolo affare da sbrigare.
- Naturalmente. La bambina… - Così dicendo premette un piccolo pulsante posto sul bracciolo della poltrona. Qualche secondo dopo l’omino stanco e vecchio che mi aveva accompagnato fin lì entrò.
- Signore? – chiese.
- Falla pure entrare. – disse Shaitan che, seduto, dava le spalle all’entrata.
- Molto bene signore. – E se ne andò di nuovo.

Qualche secondo più tardi, la ragazzina entrò aprendo la porta della stanza.
Il mio primo impulso fu quello di andare verso di lei, prenderla e andarmene, ma subito guardai Shaitan il quale, con un’occhiata perentoria, sembrò ricordarmi che il nostro incontro non era ancora finito
La bimba fece qualche passo avanti, osservando la stanza. Poi mi vide, seduto di fronte a lei, sulla poltrona. Si bloccò; non so se spaventata o indecisa.

Allora Shaitan si alzò. La bimba ebbe un moto di sorpresa quando, improvvisamente, vide quella figura alta e dinoccolata pararsi di spalle pochi metri di fronte a lei. Poi lui si girò. Il viso della ragazzina si dipinse subito di una grande espressione di sorprese mista a dubbio. Ma fu solo un attimo. Pochi attimi dopo un grande sorriso di pura felicità – non saprei come altro descriverlo – le attraversò il volto. Si mise a correre urlando.
- Papà!
Una piccola lacrima le percorse la guancia mentre correva ad abbracciare il padre.
- Salve piccola mia. – sorrise, affabile, Shaitan, prendendola poi in braccio.
- Sei vivo! Sei vivo! Lo sapevo… lo sapevo! - singhiozzava felice la bambina.
Rimasero abbracciati per un po’ mentre io, seduto sulla mia poltrona, col mio bicchiere di scotch vuoto in mano, cercavo di vincere il mio stupore e mettere in ordine le mie idee.

“Sicchè Drocek altri non era che il Diavolo in persona! – pensai. - Questo spiegherebbe perché non ho visto la sua entità alzarsi dal suo corpo ma… cosa ci faceva lì? Perché i piani alti non mi hanno avvertito di tutto questo? Perché Shaitan ha aspettato fino ad ora per riprendersi al figlia? Come faceva a sapere che non l’avrei uccisa?”

Shaitan si voltò verso di me, e vide il mio volto paralizzato mentre, con lo sguardo, scrutavo il terreno come se potesse contenere la spiegazione a quell’incredibile colpo di scena. Si rivolse alla bambina:
- Tesoro… ti dispiacerebbe aspettarmi un attimo di là? Devo parlare con questo signore. – e la posò a terra.
- La bimba esitò un attimo ma poi, obbediente, sia asciugò gli occhi e andò verso l’uscita, dove il solito omino era già riapparso per prenderla in consegna.
Shaitan si risedette. Eravamo di nuovo soli.
- Sicchè lei sarebbe tua figlia? – dissi, in tono incredulo.
- Sì.
- E Drocek eri tu? Sei tu quello che ho ammazzato a Cracovia? Tu quello che ho impallinato contro al testiera del letto?
- Già.
Silenzio.
- Io… io non capisco. Perché? Perché i piani alti, dopo tutti questi anni, lo hanno saputo solo ora? Perché mi è stato ordinato di uccidervi senza che ci fosse un ordine di morte pendente sulla vostra testa? Perché ho la maledetta sensazione che tutto il fottuto globo terracqueo sia coinvolto in questa vicenda?

Shaitan socchiuse gli occhi. Tirò l’ultima boccata di sigaro e ne schiacciò il mozzicone su di un portacenere d’argento. Poi, con calma, intrecciò le dita e guardò verso di me, come se stesse per dire qualcosa di estremamente pesante. Una cosa così enorme per cui pure lui doveva misurare le parole.
E lo fu. Una sola, semplice, singola parola uscì dalle sue labbra. Forse la più terribile.
- Apocalisse.


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domenica 11 dicembre 2005 - ore 19:05


8.

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il vestito che mi avevano affibbiato era decisamente scomodo. Era troppo stretto; il colletto rigido mi arrossava il collo incastrandosi nella barba, e i polsini erano troppo corti; sembravano volersi arrampicare su per le braccia. Mi sentivo in trappola… ma forse non era per il vestito. Anche lo schotch che mi avevano portato mentre aspettavo non era molto “confortevole”. Era troppo di qualità, di un’annata troppo buona per poter essere apprezzato senza un certo senso di colpa.

Sorpassai il caminetto ardente e mi avvicinai alla grande finestra che dava sul lago, tenendo in mano il mio drink. Nonostante fosse passata appena un’ora dalla mia colluttazione in quella tavola calda di Bombay, l’adrenalina scalpitava ancora nelle mie vene. Il taglio che mi ero procurato sopra il sopracciglio destro pulsava ancora sotto la spinta del sangue che si dimenava contro la recente cicatrizzazione, piccolo miracolo di un kit di primo soccorso speciale che mi portavo sempre dietro nella slitta.

Ero arrivato fin lì precipitosamente, senza davvero pensare a cosa stessi facendo o a quali fossero le conseguenze delle mie azioni. Stavo seguendo una pista labile… a pensarci bene quasi ridicola: un invito ad una festa chic a Ginevra trovato dentro un cadavere senza testa. Naturalmente una persona assennata avrebbe potuto avanzare più di qualche ragionevole dubbio sulla effettiva concretezza di quell’indizio ma, lasciatemelo dire, sinceramente non ero mai stato tanto lontano dal somigliare ad una “persona assennata” come in quei momenti. Navigavo in uno stato di confortevole incoscienza, in un misto di alcol, adrenalina, eccitazione, confusione totale, sorpresa, piazzamento. In una parola: caos. In quelle condizioni fu già molto se mi feci scrupolo di non atterrare con le mie renne, in pompa magna, proprio sopra la jaguar d’epoca di uno degli invitati. Con un minimo di coscienza di me stesso avevo invece “parcheggiato” la slitta in un piccolo parco pubblico, poco lontano dal luogo della festa: un bellissimo palazzo in stile settecentesco che si affacciava, tramite uno splendido giardino sul retro, sul lago di Ginevra.

Mi avvicinai a piedi all’edificio, piccola roccaforte di borghesia immersa nella bellezza fredda dei monti svizzeri. Vedevo le grandi finestre del primo piano illuminate di una luce calda, interrotta qua e là dalle silhouette svogliate degli invitati, che svolazzavano leggere avanti e indietro, sempre con un bicchiere in mano. Sul retro, invece, la luce si annodava contro i rami e le fontane ghiacciate del giardino per poi tuffarsi nelle venature buie e distese del lago. Era davvero uno spettacolo suggestivo ma, sempre per la mia strana condizione di inettitudine mista ad incoscienza che in quei momenti mi affliggeva, non ebbi modo di apprezzarla appieno.

Lo stato confusionale in cui, evidentemente, allora versavo, era tale che, mentre mi avvicinavo alla villa, non avevo alcuna idea sul come vi sarei entrato. La mia mente, spersa nei fumi dell’adrenalina e di quell’instabilità programmata che mi aveva travolto nelle ultime ore, non si preoccupava affatto di problemi banali e pratici quali cercare di farsi notare il meno possibile, dubitare della propria pista, darsi un tono da persona rispettabile, pulirsi dalle macchie di sangue e cambiarsi d’abito. Questi aspetti,s eppur potenzialmente decisivi, semplicemente scivolavano in secondo piano rispetto al quadro generale; rispetto agli obiettivi immediati da raggiungere. Io dentro quella festa ci sarei stato, e avrei trovato l’uomo che cercavo. Come lo avrei fatto, non lo sapevo. Ma, ripeto, in quel momento la cosa non rivestiva per me la minima importanza.

E fu così che mi avvicinai alla villa: pericolosamente e piacevolmente incosciente. Sorprendentemente, il cancello era aperto e senza sorveglianza. Non era poi così incredibile, a pensarci bene, dato che mi trovavo nel paese più asettico e controllato del mondo, dove la passione per il cioccolato, così infantile e libertina, era non casualmente equilibrata da quella per gli orologi e per la produzione di medicinali.

Nel silenzio ordinato della notte percorsi i dieci metri di giardinetto che separavano il cancello dalla villa. La casa era isolata, situata nelle ultime propaggini, quelle più chic, della città svizzera. Non vi era neve sul terreno, ma l’aria era comunque sottile e fredda come la lama di un coltello ben affilato. Man mano che mi avvicinavo, sentii il rumore del chiacchiericcio e della musica da camera proveniente dall’interno. La festa doveva essere quasi arrivata al suo clou.

Varcai indisturbato l’ingresso, una porta di vetro che dava su di un atrio addobbato lussuosamente, con continui motivi di rosso e oro che si rincorrevano sontuosamente tra i tappeti, la tappezzeria e il mobilio d’epoca. Davanti a me si ergeva uno scalone di marmo che, presumibilmente, portava al primo piano e alla festa. Nell’atrio sembrava non esserci nessuno, ma mi resi presto conto che, nel via vai generale, se avessi salito le scale la possibilità che qualcuno notasse la mia infiltrazione poteva essere assai alta. Tuttavia, non vedevo altre vie d’accesso ai piani superiori, e d’altronde non potevo certo fermarmi lì. Pensai allora che la tattica migliore potesse essere quella di tirare dritto senza troppe scuse, come a dar l’impressione di essere uno che non aveva bisogno di presentazione o che si era assentato un momento e intendeva ritornare a godersi le ostriche e lo champagne del piano di sopra.

Andai dunque con passo sicuro verso la scalinata. Stavo per poggiare il piede sul primo gradino quando una voce dal tono patinato ma fermo mi bloccò:
- Mi scusi signore, posso aiutarla?

Mi voltai. Un uomo robusto, dalle spalle larghe incorniciate da un completo nero, sbucò fuori all’improvviso davanti a me. La sua faccia era controllata, ma vi si distinguevano comunque profondi segni di sorpresa. Mi guardò con stupore dall’alto al basso come se avesse visto un lottatore di wrestling cercare di entrare in un corso di danza classica. All’inizio non capii il motivo del suo stupore, ma presto ne realizzai la ragione. Era evidente che se in una tavola calda di Bombay la gente tendesse a non curarsi troppo di un tipo grasso, puzzolente, con l’alito che sapeva d’alcol e in più vestito da Babbo Natale ma, stranamente, ad un party natalizio aristocratico in una ricercata villa svizzera, la gente tendeva a notarle certe cose.

Improvvisai:
- Sono il Babbo Natale della festa. Devo distribuire i regali e fare il pagliaccio davanti agli invitati. -
“Sì” - pensai mentre mi inventavo quel pretesto - “Potrebbe anche bersela”.
- Non mi risulta che sia previsto un… “Babbo Natale”. - disse il grosso figuro, con l’aria dubbiosa.
- Beh, se non ci crede, ecco il mio invito. - e tirai fuori dalla tasca il cartoncino trovato sul corpo di Ares.

Solo quando l’inserviente lo ebbe in mano mi accorsi che era orribilmente stropicciato e sgualcito. In più, in un angolo, era persino macchiato di sangue.

Il tizio lo guardò e poi disse con tono pacato, con un sorriso di tronfia cortesia di circostanza:
- Potrebbe, per cortesia, andarsene senza creare troppo scompiglio? Dispiacerebbe a me, a lei e agli ospiti se fossi costretto a sbatterla a fuori sul vialetto di casa -.

Ci pensai un attimo. Dopo la mia esperienza nella tavola calda di Bombay l’ultima cosa che avevo voglia di fare era mettermi a giocare a chi era più uomo con quello schiavo del fitness. Inoltre, mi resi subito conto che, battendo la strada della resistenza e della rissa, non sarei certo riuscito ad entrare e incontrare chi stavo cercando. Dunque dissi:

- La prego.. mi dica che ne ha una voglia matta. Probabilmente non sottomette più nessuno dal tempo delle medie, quando cui ruppe un brufolo ad una compagna di classe.

Sorrisi incosciente. Il tizio mi sorrise di rimando con un ghigno sadico. Era davvero l’occasione che aspettava.
Qualche secondo dopo mi trovavo faccia a faccia col cemento della strada oltre il cancello da dove ero venuto.

“Perfetto” pensai rialzandomi, “adesso sì che sarà una passeggiata entrare…”.

L’ingresso principale mi era ormai precluso, ed eludere la sorveglianza sarebbe stata impresa assai ardua. Come avrei fatto ad incontrare la persona che stavo cercando? Avrei potuto provare a portare lui da me, ma non sapevo nemmeno sotto che nome si nascondesse. Avrei potuto fare qualcosa per “evocarlo” ma…
Proprio mentre pensavo al da farsi e guardavo la villa cercando di individuare un modo per accedervi, ecco che una macchina blu, ad occhio una rolls royce d’epoca, mi si avvicinò lentamente, costeggiando la curva. Quando fu a pochi metri da me, una figura veloce vi scese.

Era un uomo basso, stempiato, invecchiato nel volto e nell’espressione. Arrivò davanti a me e disse, in maniera lapidaria:
- Buonasera signore. Mi segua, prego. Mister Shaytan l’attende.
Lo seguii senza fiatare nella macchina. Ci mettemmo in moto e, proseguendo un poco lungo la strada, ci infilammo poi in una stradina in mezzo ai boschi, che tornò dalle parti della villa e attraversò un altro cancello, invisibile dall’accesso principale. Scendemmo in un sotterraneo adibito a parcheggio, dove erano posteggiate le auto di tutti gli invitati. Subito dopo fui portato in un piccolo sgabuzzino.

- Indossi questo - mi disse il piccolo uomo compassato, porgendomi un completo scuro di marca: giacca, cravatta e camicia inamidata di fresco non esattamente della mia misura.

Lo indossai. Poi lo seguii attraverso i saloni stuccati di nobiltà. Le facce degli invitati, truccate a sbeffeggio della sorte, impregnavano l’aria; un mare di gente che spendeva la propria vita a convincere sé stessa di essere più di quanto valesse. Gente talmente trattenuta che - ne ero certo - nel loro profondo avrebbero volentieri pagato chissà quale cifra solo per poter andare allo stadio e urlare “coglione!” o “vaffanculo!” ad alta voce ad uno sconosciuto senza per questo farsi troppo notare. Una cosa del genere sarebbe stata per loro come liberare una sonora flatulenza dopo un’intera giornata passata a trattenerla.

Fui portato in una stanza chiusa alla festa, un salone molto ben arredato, con una grande libreria sulla parete destra e un caminetto acceso sulla sinistra. Davanti a me, sul lato lungo della stanza, si apriva una grande vetrata con una vista incantevole sul lago e sui monti adiacenti, illuminati dalla luna. Davanti al caminetto vi erano un paio di poltrone stile settecento, e in mezzo a loro un grande mappamondo antico.

- Aspetti qui - disse l’omino -, mister Shaytan la incontrerà tra poco. Intanto, posso offrirle qualcosa da bere?
- Schotch- dissi io guardandomi intorno.
Poco dopo ero lì, dentro, e aspettavo il mio uomo. Come avevo previsto. O no?

Guardavo quel lago riflessivo e muscoloso nella notte, incoronato da tante piccole luci nevrotiche e da montagne dall’aspetto gelido; la luna alta e sottile come un guanto bianco da signora; il mio schotch stravecchio in mano. Osservando i riflessi sciogliersi nel lago, le sue profondità d’inchiostro, la mia mente ebbe subito a riconoscere quello che il mio corpo aveva ormai capito da un pezzo: non ero lì per caso.
Non parlo solo della situazione in generale, della strana catena di eventi che sembrava avermi guidato, consciamente o meno, in quella condizione così imprevedibile e complicata. O meglio; non solo di quello. Pensavo invece ai segni che mi avevano portato fin lì: il biglietto ritrovato “casualmente” sul corpo di Ares, l’inserviente sadico che mi aveva sbattuto in strada, la rolls royce blu e l’omino distinto… no, bisognava essere sciocchi per pensare che fossero tutte delle casualità. Evidentemente ero lì perché qualcuno lo voleva; forse la stessa persona che stavo cercando, l’uomo che aveva ordinato il rapimento della bambina.

Non ero molto preoccupato. I miei sensi erano all’erta ma non mi sentivo in trappola. Ancora vagava in me quella sana incoscienza che aveva caratterizzato le mie ultime azioni. Pensavo che ormai ero in ballo, e dovevo ballare fino in fondo, a costo di rimetterci le dita dei piedi.

In quel momento sentii la porta alle mie spalle aprirsi. Mi voltai. Nella stanza entrò un signore alto e molto distinto, con una curata barbetta bianca. Portava uno smoking bianco con cravattino nero, come un gestore di un casinò degli anni ‘30. Avrà avuto cinquant’anni. Sulla destra teneva un piccolo bastone. I capelli bianchi erano curatamene pettinati all’indietro e sul naso lungo e tagliente si posavano due occhialini leggeri, cornice perfetta per i suoi occhi neri e penetranti.

- Buonasera - disse.
Avanzò verso il centro della stanza e le poltrone davanti al caminetto. Si sedette incrociando le gambe.
- Prego, sediti - disse tirando fuori un sigaro da una scatola appoggiata su di un comodino liberty lì vicino.
- “Shaytan” eh? - dissi io, senza voltarmi ma continuando a guardare fuori dalla finestra. - Hai sempre avuto un debole per i nomi d’arte. Robe tipo “Faust”, o un qualche anagramma strano di “Mefistofele”. Questo da dove viene?
- E’ uno dei miei nomi arabi. Pare vada molto di moda ultimamente associarmi con quel tipo di cultura, e dunque l’ho trovato deliziosamente appropriato per una festa snob svizzera.

Sorrise, maligno. Dietro gli occhialini brillava una luce particolare; sapeva di avere il gioco in mano, il coltello dalla parte del manico.

Non riuscivo a pensare a nessuna persona al mondo di più pericoloso di lui in quella situazione: spietato e sicuro di sé. Lo guardai e pensai che, con ogni probabilità, il coltello glielo avevo messo in mano io.

Sbuffai con un certo sconforto. Lessi di nuovo nel suo volto sorridente, oltre l’elegantissimo completo bianco, una vena di diabolica sicurezza. Rabbrividii, di vera paura. Me lo sentivo, tutto me lo diceva: il mio corpo, la mia, mente, quegli occhi, quello sguardo… I guai, quelli davvero grossi, erano appena cominciati.


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mercoledì 7 dicembre 2005 - ore 08:46


Ahio, ahio... sui monti me ne vò

(categoria: " Vita Quotidiana ")


Titolo da leggersi in tono compassato


Dunque sono in partenza. Cinque giorni di sciate pagate (viste le prospettive) non si rifiutano nemmeno se la contropartita consiste nel:

1) Rinunciare ai PFM che ritornano dopo 25 anni a cantare de Andrè.
2) Rinunicare al mio oramai consueto tran tran ozioso casalingo.
3) Rinunciare al ritorno sulle scene dei Biaiv dopo 10 giorni ca () con consueto strafogamento di birre e risate.
4) Convivere per 5 giorni in uno spazio di 5 metri quadri (il camper) senza fratelli e coi due genitori (sopratutto la mamma) decisamente in vena di baruffa nelle sue più recenti apparizioni.
5) Ridere alle battute e sopportare la presenza di molti vecchi amici di mio padre - gente che ogni mattina si guarda lo specchio e si convince, alternativamente, di essere normale e di valere di più di quanto in realtà non sia - e i loro bambini che sembrano tirare avanti a nutella e sci carving ultima moda.

"Tutto questo per far scivolare due tavole da stiro un po’ strette sulla neve?" direte voi.





Più o meno. Diciamo che ci va di mezzo anche il mio buon cuore (o il mio essere decisamente pirla, fate voi), dato che potrebbe essere l’ultima vacanza coi miei di tutta la mia vita.

Inoltre, spero di trovare il tempo e la pace necessarie () per sviluppare un po’ il mio libro.

Beh... statemi bene. E continuate a votare per il concorso, che quando torno voglio vedere quei nuemrini di inizio blog alzarsi di un bel po’.

Ciao



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martedì 6 dicembre 2005 - ore 00:31


Istinto...

(categoria: " Vita Quotidiana ")







Questa immagine mi ha colpito. Senza una ragione. O forse per molte ragioni.

Dice molte cose. Sulla parte innata di noi; sul destino; sul crescere; sulla diversità; sull’arrendevolezza e sul coraggio.

O forse mi sono drogato senza accorgermene.


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domenica 4 dicembre 2005 - ore 19:36


CONCORSO LETTERARIO SPRITZ.IT

(categoria: " Vita Quotidiana ")




Si è conclusa la prima parte del primo concorso letterario di spritz.it

Innanzi tutto vorrei ringraziare sentitamente tutti coloro che hanno contribuito ad alimentare fin qui questa iniziativa: in primo luogo i partecipanti e in seconda battuta tutti i "simpatizzanti" che hanno sostenuto questa "competition".

Direi che, considerando l’ufficiosità del concorso, il numero di risposte pervenute è stato buono.

Come previsto da regolamento, la giuria ha provveduto a selezionare tre opere per ogni categoria: le cosiddette "finaliste". Non è stata una scelta facile, e i tre giurati sono perfettamente coscienti della perfettibilità di tale scelta. Comunque sia, rimane un giudizio che si doveva fare, e che non inficia affatto, in maniera assoluta, su quella che può essere la qualità dei lavori giudicati. Gli esclusi, dunque, non se la prendano troppo a male, ma anzi siano fieri dei loro lavori.

Ricordo comunque che il giudizio della giuria è INAPPELLABILE. Ovviamente avete la facoltà di dissentire da tale giudizio, ma dovete comunque rispettarlo e accettarlo, tenendo inoltre sempre conto che solo di un giudizio si tratta.

Detta tutta questa serie di banalità, ecco qua le finaliste:

Categoria 1: poesia
LINK

Categoria 2: racconti
LINK

Categoria 3: opere sul Natale
LINK


Si apre dunque la seconda parte: quella del VOTO POPOLARE

Potrete votare UNA SOLA VOLTA, tramite speedy a me inviato contenente titolo e categoria dell’opera prescelta. Si può votare UNA SOLA tra le TRE OPERE FINALISTE di DI OGNI CATEGORIA.

Può votare chiunque, anche i partecipanti stessi, che possono anche autovotarsi. I partecipanti e chiunque altro può certamente fare pubblicità alla votazione, ma NON PUO’ in alcun modo RIVELARE QUALE SIA L’AUTORE DI UN OPERA ANCORA IN CONCORSO. Se ci verranno date segnalazioni in questo senso, e tali segnalazioni saranno verificate, il trasgressore sarà immediatamente espulso dal concorso.

Gli autori delle opere escluse dalla finale possono "reimpossessarsene" e farne quel che vogliono. Eventualmente, possono anche chiedere di inserire il loro nick o nome vicino alla propria opera.

Ad ogni votazione ricevuta sarà mandato uno speedy di risposta a conferma dell’avvenuta registrazione del voto.

Il termine ultimo per votare scade alla mezzanotte del 23 Dicembre; le opere che, a quella data, avranno ricevuto maggiori voti saranno dichiarate vincitrici. In caso di parità di voto sarà ancora la giuria a decretare quale opera dovrà prevalere.

Ricordo che le opere vincitrici saranno linkate sulla home page di Spritz.it!

Allora cominicate a votare! E vinca il migliore!





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domenica 4 dicembre 2005 - ore 19:15


Opere finaliste categoria 3

(categoria: " Vita Quotidiana ")


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Frammenti da: "L’Ultimo Natale"


Killer:
“Quarantaquattro mila dollari. Non è poi tanto, in effetti, ma che volete farci: il lavoro è lavoro. Certo, un po’ mi ha deluso come cifra, ma in fin dei conti è giusta. Non era niente di impegnativo. Non dovevo far altro che andare lì e finirlo. Eppure per un attimo, un fottutissimo istante, un brivido gelido mi aveva trafitto da capo a piedi…”

B. N.:
“Sapete, anch’io pensavo di essere immortale. Ho letto da qualche parte, non ricordo dove, che ognuno di noi pensa di essere speciale, particolare, nessuno pensa mai di essere predestinato a soffrire, a essere la vittima di una catastrofe o anche di un più semplice e banale incidente. E allora perché mai avrei dovuto pensare io a queste cose?! IO che ho speso tutta una vita per rendere gli altri felici…”

Killer:
“…si, lo conoscevo, da molto tempo, ma non benissimo. Mi ricordo che un giorno, quando ero piccolo, passò anche nella mia città. C’era un’atmosfera strana, la senti che è strana. Capisci che c’è qualcosa che non va’, ma non capisci cosa. Così guardi meglio ciò che ti circonda, ascolti tutte le sensazioni che si appoggiano sulla tua pelle e senza saperlo costruisci un ricordo che ti resterà per sempre. Infatti posso sentire ancora adesso la musica troppo acuta che riempiva l’aria…”

B. N. :
“Un VIP. Vi rendete conto? Se già un semplice “mortale”, appunto, si crede Immortale, IO, che sono un Personaggio Very importante, non potevo immaginare di morire. Proprio mentre preparavo il mio solito tour mondiale. Ora vi racconto meglio com’è andata: ero sul tetto di una casa a tre piani giù nel Kentakuy. Ero lì con i miei inseparabili collaboratori, stavamo prendendo le misure per i cavi elettrici e le luci. Senza di quelle non posso muovermi…”

Killer:
“…e stavano tutti lì a guardare per aria i colori, le luci a intermittenza, il suo palco. Mia madre mi teneva per mano. Poi vidi i miei amici, così corsi da loro. In pochi istanti eravamo già sotto il palco. La mia prima fuga, la prima. E l’avevo fatta proprio per lui, per vederlo. Sono queste le cose ironiche della vita. Come potevo sapere che anche l’ultima sarebbe stata causa sua?!..”

B. N.:
“…è semplice, voi non c’avete mai pensato, forse, ma è così. La slitta vola, certo, ma noi ci si sposta sopra i cavi delle illuminazioni. Cerco di far riposare il più possibile le mie renne, stanno invecchiando pure loro e cominciano a lamentarsi del mio stato di forma. Avran poco da ridire ora. Ma dov’ero rimasto?! Ah si, ero su quel tetto e faceva un freddo cane e ad un tratto ho sentito qualcosa di ancor più gelido appoggiarsi alla mia nuca e una frase: “Allora, sono stato un bambino cattivo, babbo natale?!” e poi, bhe, eccomi qui…morto”

Killer
“Lo so, non è stato un gran che come frase, ma trent’anni prima non mi aveva cagato di striscio quel pezzo di merda! Sono cose che ti segnano! Essere ignorato da Babbo Natale davanti a tutti. Da quel giorno ho avuto parecchi problemi relazionali per quell’episodio. Per quello e per il fatto che sono un killer professionista. E soffro di aerofagia. Ma principalmente per il fatto di Babbo Natale credo. È stato un piacere puntargli il silenziatore alla testa e fargliela esplodere in mille pezzi. Certo, non pensavo poi di venire investito da una slitta e 8 renne. Soprattutto perché…”

Le Renne:
“…l’abbiamo assunto noi, si. E allora?! Avevamo avvertito più e più volte il boss di dimagrire un pochino, di smettere di mangiare tutto il tempo dell’anno, di fregarsene del peso. Gli avevamo anche regalato un abbonamento annuale in palestra. Niente. Lo abbiamo avvertito per l’ultima volta: “O perdi qualche chilo o te lo facciamo perdere noi.” Ci aveva riso in faccia, avete presente no, quella sua solita grassa risata. E adesso è morto! Allora Boss, chi ride adesso?!? Eh?! Prova a ridere adesso! Boss!! Ahahha, uahauh! Ah, perché abbiamo ucciso il killer? Bhe, siamo renne, non c’abbiamo mica 44mila dollari! E poi odiamo fare brutta figura, come glielo spiegavamo l’assegno a vuoto?! Nono, è stato meglio così… uhauha!”

Fine.

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Il Natale di...


Lo Scrittore si aggirava per la città, frugando in ogni angolo possibile alla decenza di un uomo di lettere..

Fondamentalmente, ci mancava poco che frugasse nei cassonetti, e per fortuna il gelo ghiacciava il fetore delle raccolte differenziate mal funzionanti.

Lo Scrittore cercava l’IDEA..Da quando aveva cominciato ad avventurarsi per le vie fatte di macchine da scrivere prima e di Office 97 (e successivi) poi, la ricerca ossessiva dell’Idea lo tormentava..Aveva bisogno di idee per poesie, articoli, saggi, racconti, romanzi e lettere.. E ora cercava una buona Idea per il Racconto di Natale..

Già, il Racconto..Era una delle cose per cui era famoso anche sotto l’Adige.. Da quando sapeva tenere la penna in mano ne aveva scritto uno..

Era cominciato nel ’62 all’età di dieci anni, su stimolo/imposizione della maestra....e da allora ci aveva preso gusto...medie superiori, università, giornale.. Uno all’anno..Per la gioia di insegnanti, genitori e grande pubblico. Ma l’idea non veniva e lo Scrittore la cercava.
Non era la prima volta, e non era assolutamente preso dal panico. L’idea sarebbe venuta, anche se era il 18 dicembre e il direttore aveva telefonato già due volte...Ancora 7 giorni e 3 chiamate a disposizione.

Sapeva dove cercare...Quando aveva dovuto scrivere della vita d’ufficio, l’idea si era nascosta nel caffé delle macchinette. Quindi, l’idea del Natale era lì fuori, trascinata dal vento gelido, nascosta in una vetrina addobbata o sotto l’albero in piazza. Da qualche parte..
Di certo l’aria era piena di idee usate..C’era quella del Natale degli innamorati (1974)che usciva sotto forma di condensa dal bacio di due giovani avvinghiati in un’unica espirazione vaporosa..Tra le pagine di LOTTA COMUNISTA si nascondeva il Natale in casa Smirnov (1989) e tra gli addobbi della Rinascente il Natale di Berlusconi (1995)

Operai, drogati, punk, barboni e perfino i commercialisti avevano avuto il loro Natale...Tutti?

Forse dalle bancarelle era uscita l’Idea giusta..Lo Scrittore non perse tempo..si infilò nel primo bar con l’urgenza di chi non ha tempo neanche per ordinare un caffé, e si buttò sul tavolino più vicino con la penna in una mano e l’inseparabile Moleskine nell’altra..Le parole scorrevano veloci..L’Idea era talmente magnifica da oscurare la sua semplicità.. Come aveva fatto a non pensarci prima...cominciava con..:"C’era una volta una coppia persa nella notte.. Entrambi portavano un fardello, ma erano felici..Lei, infatti era incinta e prossima al parto, lui trascinava l’asinello su cui stava la moglie gravida..."


"NO!" gridò lo Scrittore per lo stupore degli astanti...Stava scrivendo qualcosa di già fatto...il Natale del Presepe (2001)..solo quattro anni prima si era giocato il jolly dell’ Ovvio-ma-non-te-lo-aspettavi..e adesso era al punto di partenza..Considerando che si era giocato anche il Natale dei ritardatari (1993) poteva a buon diritto considerarsi nella merda.

Scaldato da una cioccolata consolatoria ma priva di spunti, lo Scrittore risolse di tornare a casa.. Magari una piccola Idea da due soldi, impietosita, sarebbe saltata fuori dalla cena, o dalle parole semi-comprensibili del figlio adolescente, che come i suoi pari esternava fonemi con il gergo della sub-cultura di riferimento (o almeno questo si ricordava delle parole illuminanti pronunciate dallo psicologo donnaiolo quando avevano parlato -appunto- del linguaggio dei "ggiuovani" su Telerete).

La macchina avanzava lentamente, causa traffico, e per fortuna il cielo plumbeo non sembrava voler infierire con neve (Bianco Natale, 1966) sulla martoriata viabilità periferica. Lo Scrittore guidava meccanicamente, evitando di pensare. Di tanto in tanto il suo sguardo si sollevava, cercando di vedere la fine del serpente motorizzato. Che coincideva con la più grossa Idea mai vista. E questa era quella buona. Arrivato a casa scrisse il racconto di quell’anno. Un racconto semplice, frammentato, non di ottima qualità ma di sicuro effetto sul pubblico..il titolo?

L’iKea di Natale (2005)


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- Senza titolo -


Prima, seconda, terza "Oleh ho messo la terza" disse fra se Nando che da un’ora era in coda in tangenziale. L’antivigilia di natale lo vedeva impegnato nella missione regali. Il più era fatto, padre e madre sistemati, doveva ancora accontentare il fratello Patrizio dodicenne, undici anni più giovane, che desiderava la playstation. La meta era il centro commerciale Errelunga, qui la console costava 15 € meno che altrove. Finalmente l’uscita della tangenziale, via verso il parcheggio seminterrato, si apre la sbarra, scende; ovviamente è saturo. Miracolo di Natale, Nando riesce a parcheggiare! Sale con la scala mobile al reparto giocattoli e avanzando tra la folla si rende conto che la viscosità umana è elevatissima. "Meglio fare alla svelta e fuggire!". Missione compiuta, finalmente fuori a rimirar le stelle.

Coda anche al ritorno, Nando pensava al sorriso del fratello quando all’indomani avrebbe usato il tanto agognato dono, si era già fatto prestare dai compagni di scuola i giochi. Bloccato, il traffico non scorre neanche all’antivigilia di natale, meditava sul primo regalo che aveva fatto al fratello, un parcheggio dove far correre le macchinine, con due rampe: "arriva la gt-turbo, alzo la sbara, scende la rampa forte, più forte, e parcheggia, escono il paolo e la mamma e camminano e poi tornano e su per la rampa piano, io alzo la sbara" così diceva il fratello, lo ricordava ancora nonostante fossero passati sette anni, l’aveva ripetuto fino all’epifania, come fosse una specie di mantra.

Parcheggiata la sua uno turbo, Nando sale la rampa delle scale si apre la porta di casa ed entra.

"Distendermi, ho bisogno di rilassarmi, il traffico mi stanca", pensava e si buttò sul divano….passavano donne bellissime, in sete, altere, passavano donne bellissime, in sete, altere…si svegliò al suono di questa canzone; era ora di cena. A tavola Nando e il fratello non si parlarono, la famiglia era devota alla televisione che spiegava come a Natale ci si possa anche abbuffare con ogni porcheria, perché si diventa tutti più buoni a mangiare il cibo buono. Questa notizia allietava la cuoca, mamma Assunta, che già aveva cominciato a preparare il cenone di Natale, e spiegava ai figli poco attenti, l’insuperabile bontà della sua faraona in brodo.

Parla e parla arriva la mattina di natale, si scambiano gli auguri, si aprono i regali, al babbo la cravatta, alla mamma il reggiseno, o viceversa??? Non importa… il piatto forte, oltre alla faraona che si sbrodolava nel suo stesso brodo, era riservato al Patrizio. Gli occhi gli luccicavano quando vide apparire da sotto la carta regalo la confezione della playstation, il sorriso scoprì il maestoso apparecchio ortodontico e poi Patrizio gridò forte "Urrah, era ora, me la attacchi Nando, dai veloce, veloce".
"Sì, ma almeno: "Grazie fratello negro" puoi dirlo", disse Nando contento che il fratello fosse contento.
"Grazie fratello ti voglio bene e anzi ti sfido!".
"Come mi sfidi?"
"Sì Nando giochiamo a calcio"
"Ma se fuori nevica" disse Nando ingenuamente.
"Mona, al calcio della playstation".
"OK". "OK".

Parte la sfida, tra i due non c’è partita, Nando completamente digiuno di videogiochi, viene surclassato dalla classe cristallina del fratello dodicenne che tra veroniche, tunnel, rovesciate batte il grande Napoli, squadra scelta da Nando, venti volte. Il minore dei fratelli non pago delle innumerevoli vittorie irride il maggiore con lunghe ole e corse attorno al salotto con la maglia che copre il capo, come insegna Ravanelli.

A Nando viene il classico attacco di bile, scaglia il fratello sul divano e comincia la lotta, ma una lotta senza botte, fatta di spintoni e sberleffi. Mentre i due si scontrano fraternamente, entra in salotto la madre che ammonisce entrambi con la definitiva frase "La faraona è in tavola, venite a mangiare" suggello finale al Natale della famiglia Carnevale



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domenica 4 dicembre 2005 - ore 19:10


Racconti finalisti categoria 2

(categoria: " Vita Quotidiana ")


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Per l’ultima volta


Stai cadendo. Te ne accorgi solo ora. Ma ti sembra di cadere da molto. Non sai perchè e non sai come ti è successo. Ma ad un tratto capisci. Tutto è chiaro. Ormai niente è come prima. Puoi cominciare. E parte il trip. Un’ondata di pensieri che si affolla nei corridoi più bui della tua mente. Stai facendo una cosa normalissima. Stai guardando la TV. Sei a casa da solo. Tutte le luci sono spente. Solo la luce della TV ti permette di scorgere qualcosa nel buio che ti circonda. Ma l’ombra sovrasta quella poca luce. Ti senti perso. E’ un momento. Quasi non te ne accorgi. Ma l’hai visto. Ma l’hai visto.

Un uomo. Incappucciato. Vestito di nero. Guanti. Acetta. Sbuca dall’angolo alla tua destra del soggiorno. Ti sorprende. Con uno scatto repentino ti è addosso. Vorresti. Vorresti reagire. Ormai ti è addosso.

Stanza buia. TV accesa. Nessuno la guarda. Due persone. In un soggiorno. In una casa. Schizzi. Di sangue. Un morto. Un figlio. Un padre. Piange. Suo figlio è stato ucciso. Ucciso a colpi d’acetta.


Delitto senza senso in una villetta a Padova.
Ucciso ragazzo diciasettenne.
Trovato massacrato a colpi d’acetta. Movente ancora da individuare.


Ma come ho detto è stato solo un attimo. Quasi non te ne accorgi. Ti giri. Verso l’angolo destro del tuo soggiorno. Solo l’angolo destro del tuo soggiorno. Nient’altro. E sei felice.

Ti alzi. Hai fame. Vai verso la cucina. Guardi distrattamente il corridoio che porta in camera dei tuoi e in bagno. La porta è socchiusa e improvvisamente un rumore. Una luce si accende. Hai paura. Sei improvvisamente sudato. Ma devi vedere. Chi? Apri la porta. Una luce verde ti colpisce gli occhi. Diventa improvvisamente bianca, rossa, no, viola, gialla, si spegne. Ma tutto quello che hai visto in quei pochi istanti non lo scorderai facilmente. Tua madre. Tuo padre. Impiccati.

Due coniugi trovati uccisi in una villetta a Padova.
Un altro omicidio senza senso a Padova.
Impiccati in camera da letto ai due coniugi mancavano le mani e i piedi.



Ma tu riaccendi la luce. Per un attimo le pareti sono ancora rosso sangue. Tua madre e tuo padre sono ancora legati con una corda al lampadario. Con le mani e i piedi mozzati di netto. Ti guardano. Ti fissano per l’ultimo momento, ma è solo un attimo.

Hai fame. Sei sudato. Vai verso la cucina. Apri il frigorifero. Stai sognando. I piedi e le mani dei tuoi genitori sono lì. Chiudi gli occhi per un attimo. Quasi svieni. Giri lo sguardo. E vedi una cosa. Una cosa che ti fa traballare. Non ci credi subito ma l’hai già capito. E’ proprio l’acetta. E capisci. Richiudi il frigorifero. Lo riapri. E’ ancora tutto lì. Non c’è cibo al suo interno. C’è puzza. Torni in camera dei tuoi. Le pareti non sono affatto bianche. Guardi il soggiorno e non ci sei tu. Ci sono le tue due sorelle.

Altre due vittime a Padova.
Trovati i corpi di due bambine straziati da un’acetta.
Padova di nuovo sotto shock. Si parla ormai di serial killer.



Torni all’acetta. La guardi: è totalmente sporca di sangue. Chiudi gli occhi per un attimo. Vacilli. Ancora. Riapri gli occhi. Ti guardi intorno. Ti accorgi di essere nell’angolo destro del tuo soggiorno. Con un’acetta in mano. Pronto a colpire. E sei felice. Sei felice perchè in quel momento è ancora tutto normale. E quel momento potrebbe essere l’ultimo.



Una mattina, nel carcere di massima sicurezza di Padova, un vecchio si sveglia. Al freddo. La cella è spettrale. L’atmosfera è traballante. Al muro della cella è appeso un ritaglio di giornale:

Famiglia di cinque persone massacrata. Indiziato n°1 il figlio.
Due bambine, il padre, la madre. Un’acetta e della corda.
Famiglia fatta a pezzi. E’ stato il figlio?


Sotto era appeso un altro ritaglio:

Imprigionato il figlio che massacrò la famiglia.
Ergastolo per il diciasettenne. E’ gia polemica.
Ha detto: Ho solo fatto a pezzi la mia famiglia.Che male ho fatto?


I due giornali erano dell’anno 2001. Oggi il piccolo calendario alla parete è quello di ottant’anni dopo. E il vecchio ne è quasi soddisfatto. Ancora. Per l’ultima volta. E’ soddisfatto.

---o---


- Senza titolo II -



E così oggi finirà tutto. È da quando avevo quattordici anni che pensavo a questo giorno, al giorno dell’addio supremo.

Perché in realtà per altri quattordici anni io ho continuato a sperare, e quella speranza illuminava ogni giorno il mio risveglio.

Ti stai per sposare, poi partirai per l’America, con la tua mogliettina perfetta, il naso all’insù, sofisticata. Snob.

Ma io non sarò qui. Io volerò via assieme alla mia speranza uccisa.
Voglio cullarmi ancora un po’ nei ricordi, prima che tutto finisca, prima che l’atroce angoscia mi ricopra, al posto della mia coperta amica, di nome Speranza.

Il primo ricordo è il tuo naso. Era orrendo, non c’è altro modo per descriverlo. Ma era tuo, e il fatto che fosse orrendo non mi impediva di amarlo; anzi, proprio per questo lo amavo ancora di più, ti rendeva più vero. In seguito il chirurgo ti ha addormentato, e quel naso tanto amato è scomparso. Eppure da qualche parte esiste ancora: nella mia memoria. È triste pensare che fra poco non esisterà più, se non in qualche foto ingiallita.

Eri il ragazzo al di là del fiume, il mio migliore amico. E, più di questo, eri una stagione, la mia primavera. L’odore di aglio della pasta della sera prima, mescolato a quello delle gomme della bici che correva con noi per arrivare a scuola in tempo. Gli anfibi grigi e i miei poeti maledetti, in quell’aria profumata.

“Il cielo è, al di sopra del tetto”. Verlain in prigione, che si rende conto che la vita nella sua semplicità brillava e risplendeva di dolce Bellezza, e che non c’era bisogno di nient’altro per essere felici.
Io che penso che forse per essere felici sarebbe bastato dirti quella verità mai pronunciata, quando me l’hai chiesta maldestramente in quella folle corsa in moto. Non sono mai stata coraggiosa e le mie parole sono volate via nel vento.

Il battello ebbro che, pur sapendo che in quei mari esotici avrebbe trovato la morte, capiva che non poteva più tornare nelle torbide acque dell’Europa, non dopo aver visto quei cieli, quegli odori, quegli occhi, quel sorriso. È un viaggio senza ritorno, non ti puoi fermare. Nulla ti può fermare.

“Né i vecchi giardini riflessi dagli occhi”. Né la lontananza, il lento distacco, né il dissolversi. È un viaggio eterno e mortale.

“Partirò! Piroscafo che dondoli la tua alberatura, leva l’ancora per un’esotica natura! Un tedio, desolato dalle crudeli speranze crede ancora all’addio supremo dei fazzoletti.”

Forse non vale la pena amare e avviarsi poi alla dannazione eterna, forse nell’ultimo estremo istante il battello ebbro ha rimpianto i sicuri porti d’Europa, io non lo so.

“E forse gli alberi che invitano le tempeste sono quelli che un vento chiama sui naufraghi perduti, senz’alberi, né fertili isolotti”. È questa la fine di “Brezza marina”, la poesia che gli leggevo sempre e che credevo potesse accendere gli occhi che inseguivano quella mediocrità che per loro era il rifugio della (o per meglio dire dalla) vita. Lui era rimasto nei porti d’Europa.

Resta però quell’ultimo verso, quello che ti fa capire che cadere a capofitto abbandonandoti all’acqua e al vento non è mai l’errore. L’errore è entrare in una chiesa con i tuoi pezzetti di vita identici l’uno all’altro e trovarne uno nuovo da incasellare. Mediocri, anonimi pezzetti di legno, rinunciando alla Bellezza che potrebbe farli brillare. Mettere insieme giorni tutti uguali per stare al sicuro: una casa, una moglie, un cane e dei bambini, la tua macchina nel garage. Costruirti una prigione con le tue mani rinunciando a quello che ho sempre cercato di insegnarti, cioè che è nostro sacrosanto dovere fottersi anche l’anima per un solo istante di vita vera.

E Mallarmè la pensa allo stesso modo: sono naufraghi, naufraghi della felicità. Potrebbero morire da un momento all’altro, lui lo sa. La fine è vicina, ma stanno inseguendo la vera Bellezza, e alla Bellezza si perdona tutto. La morte è ad un passo ma…
“Ma, o cuor mio, odi il canto dei marinai!”

A qualche chilometro di distanza un uomo fuggiva precipitosamente da una chiesa.


---o---

- Senza Titolo III -


La musica di Gustav Mahler non e` perfetta: e` viva, non e` ferma. L
, A , I
La musica di Mahler e` forse inelegante, ma la musica E` ineleganza, la
musica e` un’arte che disturba, che da` fastidio, che ti toglie il comfort,
che offende chi non vorrebbe essere offeso: la musica fa rumore.
A , E` , A
La musica e` eterna; cosa c’e` di piu` effimero della perfezione formale?
La musica stona. M , P ,
N
Stride. U , A , A
Rende sordi. S , C , !
.,.,.,.,,:,:,,:,:,:,..,.;.,.,:,:;.,.,,.;;:;,:,
La musica e` cosi`, come ho detto IO; talvolta di piu`, talvolta di meno,
ma. I , C ,
,.;.;.;.;.,.,:,:,:;;.,.;;.,,.;.,:,:;.;.,
Io sono goffo, zoppo; sono colui che...
Volete buttarmi assieme a (toilet) paper? C ,
H ,
,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,
E` ottobre, sento che l’anima mi e` diventata invernale... non ho piu`
voglia di Costiera Amalfitana, ma di Milano, di Parigi, di Natale...
,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,
,,,,,
Le luci scricchiolanti preannunciavano lo champagne,
la citta` era tutta in movimento,
mentre.
,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,,
Sono forse una sfera di cristallo io?
Piove, a Milano; scendo dall’Eurostar, prendo un taxi; il tassista sogna di
passare il Natale ai Caraibi, io no; ...che bello: stasera vado a cena da
Cracco; piove; faccio un metro di strada e mi bagno le scarpe... ... ...
...salgo in camera, ...sono in camera.
Apro la porta della camera, rido; la faccio entrare (chi? beh... le donne,
come i nomi, sono purissimi accidenti).
Parla, la stupida, e perde la scommessa.

A Bonilli non piace Cracco: Bonilli e` di sinistra e Cracco no.
...e` arrivato (chi? beh... gli accompagnatori, come i nomi, sono purissimi
accidenti).
Ed eccomi gia` con lui, di fronte alla "Zuppa" di cioccolato, crema
all’arancio e granita al melograno; egli ovviamente non la capisce: che vuoi
che capisca un... "altro"?
Ed ecco che la "Zuppa" mi porta in uno stato di trans medianica, mi immergo
in essa e incominicio a sognare: ...
OOooooOOOooOOooOOoOOOOOoO
, l’Arancione, il mio colore preferito; Ella era arancione, quando ci andavo
a letto;
Ella sara` rosa, un arancio, un
melograno che nascono, si mescolano con il caos metropolitano...
La "Zuppa" si trasforma: non e` perfetta, e` viva. Somiglia alle luci nella
mia sfera di cristallo.
OOOOooooOOooOOoooooOOOooooOO
Salgo le scale, mi spingo innanzi, penso, contemplo la citta`, pesto i
gradini, mi arrampico, odo campane sarcastiche, odo trombe, odo il rumore
del mio fuoco interiore che arde frizzandomi sul pene.
Pesto la citta`, penso, contemplo i gradini, mi arrampico.
Brucio il fuoco, sommergo il mare di Parigi, bestemmio, grido... mi hanno
rapito!
Sono a Tokio, sono a Roma, sono dove mi portano gli stolti.
I rapitori sono scemi. Li mando a quel paese e me ne torno a casa.

Venere mi aspetta.
Saprebbe farmi bene.
Siamo completamente vestiti, io. Sfogliamo un settimanale,
e in una pagina c’e` Simona.
Simona, Simona, io me la farei gia` solo perche’ si chiama Simona... ma
Venere e` bionda e ha i capelli corti fino al collo e liscissimi, e la pelle
scura.
E` alta un metro e settanta, porta trentotto di scarpe, e sta
muovendo l’alluce nella sua scarpa destra. Ha vent’anni.
E` molto magra, ha le orecchie
piccole e sottili, e in questo momento sta indossando degli orecchini
bellissimi.
Ha un nasino perfetto.
Si sta sfiorando gli incisivi con la sua appuntita
linguettina rosa.
Adesso pero` vado a scoparmela, e voi invece andate a fare in culo, cari,
carissimi lettori.


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Leonida, 23 anni
spritzino di Caldogno (Vi)
CHE FACCIO? Studente, aspirante giornalista, cantante
Sono sistemato

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