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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor

***********************
C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.
***********************

"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".

Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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mercoledì 24 aprile 2013 - ore 09:55
Questismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
In questo momento, un anno esatto fa, ero a Roma a fare l’esame di stato. Ero disperata. A quest’ora ero dentro, nella grande sala dell’Ergife. Forse ci avevano appena consegnato i compiti. Fra un’oretta il mio sguardo si sarebbe incrociato con quello della Alice perché era un delirio. Nel pomeriggio, alle cinque più o meno, sarei uscita. Sotto la pioggia. Senza ombrello. A cantare improvvisascion. A incazzarmi perché era andata male. E invece.
Fra l’altro,
in queste ore, secondo le mie previsioni dovevo partire per Perugia, e invece non posso. Potrei, ma non me la sento, per non perdere il posto qui. Ecco cosa succede, nel mio mondo. E aprile doveva segnare il cambiamento, la nuova vita, le grandi scelte. Invece le elezioni sono state a febbraio e saranno di nuovo a maggio e giugno, e i miei piani saltano. Di nuovo. Non posso neanche organizzare la mia vita.
Ma lasciamo stare. Se no mi viene l’angoscia.
In questi giorni sto mangiando un po’ troppo per i miei standard. Devo rimettermi in dieta. Altrimenti non riuscirò a guardarmi allo specchio fra un paio di settimane. E mi pentirò di tutti questi biscotti.
In questo posto non si può stare tranquilli, un giorno piove l’altro c’è il sole. Ti vesti con cinque strati di vestiti perché la mattina è grigio e dopo due ore vorresti avere addosso una canottierina di cotone. Grazie, marzopazzerello e aprileconlombrello. Speriamo in maggio.
In questa foto non sono venuta benissimo, non ero in gran forma e mi stavo lamentando del vento che mi scompiscia i capelli. Ma i miei capelli hanno un colore fantastico. Ed è una bella foto, l’ha fatta un professionista. E si vede.
In questo sito ormai non ci viene più nessuno. Il blog non lo legge nessuno. Un collega ha saputo che ho un blog, mi ha chiesto l’indirizzo. Non gliel’ho dato. "Che gusto c’è ad avere un blog e non lo legge nessuno?". Ha ragione. Ma non gliel’ho dato lo stesso.

Mi sento sola anche qui. Una volta c’era vita, su spritz.it. Poi ci siamo dispersi. E’ davvero un peccato.
In questo stato, però, dove volete che vada.
Sogno, e basta.
Ho deciso di smettere di parlare col mio amico immaginario. Non va bene. Devo trovare un altro modo per parlare con qualcuno che mi ascolti.
In tutto questo, io resto qui.
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lunedì 22 aprile 2013 - ore 14:49
Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ho bisogno di carica, questa settimana. Mi sono messa un sacco di impegni. E vorrei trovarne altri, da incastrare nelle poche ore libere da lavoro.
Voglio andare a comprarmi gli occhiali da vista nuovi. Ho deciso. Poi la macchina dal meccanico, per ridare la Micra ai miei. E vedere la Fede. Prove extra di teatro. La gonna per Gwendolen. E la chiavetta internet. Una puntatina al Capitel, se ci sta. E amici, dai, per ritrovare un po’ di relazioni. Finire il libro della Vargas che ne ho altri due in coda. E dovrei sistemarmi un paio di abiti e pantaloni, roba da ago e filo. Ce la facciamo. Su su.
Negli ultimi giorni entro molto in empatia con le persone. Anche se questa cosa, devo ammettere, mi mette in difficoltà. Mi pare che mi capiscano di più gli estranei di quelli che mi stanno intorno. I tizi che mi hanno offerto un lavoro solo sentendomi parlare e sorridere. Il libraio che mi ha tenuta a discutere di libri alla cassa. La Daniela dell’Urp e Giorgio B che dall’espressione che ho sul viso sanno esattamente come sto. La signora in piazza domenica mattina. Persone che conosco da pochi mesi e che mi offrono un aperitivo. Un’amica che adesso è amica, e pensavo conoscente. Ma la adoro.
Gente che mi guarda e sa.
Forse sono io che mi nascondo. Forse non riesco a farmi capire. Forse non mi vogliono capire. Forse si vergognano di me e fanno finta di niente. Chissà.
Eppure oggi mi sento sola. Sola da mettermi a piangere.

Su Silvietta. Una settimana d’inferno, ma da lunedì inizia l’ultimo mese. E poi le ultime due settimane. E poi puoi andare tranquillamente a buttarti giù da un ponte. Prima no, prima bisogna lavorare.
Uno non può neanche deprimersi in pace che ha da lavorare.
(Aggiornamento serale: ho pianto. Ed è appena iniziata)
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giovedì 18 aprile 2013 - ore 19:58
Modernismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sono senza televisione da ieri. L’antenna ha deciso che non funziona più – l’ha fatto per dispetto, sono sicura. E posso dirvi? Mi manca, sopravvivo ma mi manca. Non mi straccio le vesti, non ho tic nervosi, sono serena nel silenzio surreale della cucina senza televisione dopo lavoro. Ma mi manca il telegiornale. Mi mancano i miei telefilm. Mi manca la pubblicità rumorosa che non seguo ma mi fa sempre tanta compagnia. Mi manca poter scegliere di tenerla accesa o spenta. Mica la guardo tutti i giorni, anzi ci sono giorni in cui non la accendo proprio. Ma mi manca la scelta. Essere io che decido.
Che poi, io quelli che non hanno la tv non li capisco proprio. O mi dite che non volete neanche la lavatrice e l’aspirapolvere, e rifiutate la tecnologia per incompatibilità manifesta o per una questione di coscienza, o compratevi una tv. Io lo farei.

Unica cosa positiva: ho seguito lo spoglio delle elezioni del Presidente della Repubblica su Twitter invece che in tv. Niente audio, niente immagini. E mi sono persa i risolini, gli applausi, le facce degli imbecilli che hanno ben pensato di votare nomi assurdi. Trapattoni, il capitano Ultimo, Valeria Marini, Fiorello, Rocco Siffredi.
Siete ridicoli. Questo è il rispetto delle istituzioni e dei cittadini, questo è quello che voi ritenete di dovere alla nazione. Scrivere il nome più scemo per vincere la gara col compagno di banco. #scuolemedie.
A volte mi chiedo se ce lo meritiamo, dato che li abbiamo spediti noi, lì.
A volte mi rispondo di sì.
E spero sempre di sbagliarmi.
Ma non devo parlare di politica. Non devo parlare di politica.
Qui solo cose serie.
Oggi sono quasi morta perché ho involontariamente inalato lo spray anti formiche. Il mio errore è stato spruzzarlo in cucina in un raptus di follia quando le ho viste camminare sul piano vicino ai fornelli, e so che avrei dovuto ragionare a mente fredda. Invece ho spruzzato.
Io però lavoro in cucina.
Mi sentivo quella roba già dentro i polmoni - mi sono anche un po’ preoccupata perché mi stava venendo mal di testa. Allora mi sono messa con la sedia fuori in giardino a lavorare. Che non è una roba piacevolissima, ma si può fare.
E comunque se mi trovate morta domani mattina nel letto, sappiate che è per l’assunzione indiscriminata di spray anti formiche.
Questo è un formichiere. Se non se ne vanno con lo spray ne adotto unoPS: La cosa bella della Nutella è che aiuta a dimenticare e lenire il dolore. Solo che poi ti dimentichi anche quanta ne hai mangiata.
Avevo detto che l’avrei tolta, in questo periodo di gastrite fulminante. Ma non ce l’ho fatta. Bisogna pensare prima alla mente. E avevo bisogno di staccare.
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giovedì 11 aprile 2013 - ore 08:57
Sognismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Buongiorno.
Oggi parliamo del talento. Ad esempio, io ho un incredibile talento a farmi prendere in giro dalle persone, a comprare biscotti al supermercato, a cantare in bicicletta, a inventare le storie, a parlare da sola, ad abbinare i colori, a preparare ricette con le zucchine, a fare le scelte sbagliate.
Poi ho amici che hanno talenti veri. Tipo scrivere. Tipo recitare.
Tutte cose che vorrei saper fare anch’io, e invece mi areno sulle potenzialità. Perché un conto è volerlo fare, un conto è saperlo fare.
Poi volere è potere, quindi puoi farlo. Il risultato, poi, dipende dal talento.
Ecco, questo che pubblico qui sotto è quello che io intendo per scrivere bene. E sto tizio, che sarebbe pure amico mio, non se ne rende conto. Più glielo dici più fa il buffone e sostiene che non è vero. Ma secondo me uno capace di scrivere una cosa del genere, e non è la prima volta, dovrebbe fare altro nella vita che il segretario, o il pizzaiolo.
Il titolo è “Del segreto della besciamella”Quando entri in cucina, la prima cosa che ti insegnano a fare è lavare. Lavare i piatti dalla merda che ci lasciano i clienti, lavare le pentole dalla merda che ci lasciano i cuochi, lavare i pavimenti dalla merda che ci lasci tu,umile mozzo, ultimo degli stronzi (concetto questo che viene ribadito più volte, sempre con discrezione e con crescente convinzione). Per ogni tipo di sozzura ti indicano il detergente adatto, lo straccio adeguato, e la quantità di calorie/bestemmia necessaria alla rimozione. Quando hai imparato a lavare tutto molto bene, e hai appreso la sottile arte di esprimere il tuo odio verso il cliente, il padrone, il cuoco e la divinità cheti ha messo al mondo, sei pronto per la sala. La sala è un’esperienza che ogni cuciniere dovrebbe provare, onde mitigare il suo odio perenne e profondo per i colleghi che lavorano al di là di quel confine spesso invalicabile e minato a forma di passavivande o porta basculante (Qui urge aprire una parentesi importante sulla porta basculante: perchè è chiaro che se al mondo c’è una genìa di persone più odiate dai camerieri rispetto ai cuochi, ai clienti e ai padroni, è quella degli arredatori di ristoranti, che secoli fa hanno deciso che una porta a doppia apertura elastica con rimbalzo mortale programmato fosse la migliore soluzione per persone che quotidianamente la devono oltrepassare carichi di piattibicchieritazzinetovagliebricioledipane. Tra i camerieri, nei sottoscala bui dove si ritrovano periodicamente per venerare i loro dei pagani e non paganti, si narrano leggende a proposito dei nuovi ritrovati della tecnica, per cui, secondo alcuni, chiunque si trovi di fronte le moderne porte a scorrimento con fotocellula da ristopub fighetto si ammala nel giro di 5 mesi e scompare nelle segrete di qualche ristorante da matrimoni da 450 coperti nelle valli del Molise). Se più cucinieri provassero l’ebrezza di lavorare insala, l’odio di classe cucina/sala sarebbe sicuramente mitigato. Ad ogni modo,solo dopo aver appreso la sottile arte dell’ "attesa imposta", e gli oscuri trucchi de "l’ordine invertito" (grazie al quale la modella vegetariana si trova a dover mangiare un filetto al sangue e il culturista spocchioso si riduce ad addentare una tristissima lasagna al seitan misto tofu), solo dopo aver vinto la propria personale guerra contro i bambini che si alzano a tradimento mentre passi con 80 euro di bevande in precario equilibrio su un vassoio, solo dopo aver fatto fronte alle giuste lamentele di un cliente che si vede arrivare una pasta che era già cotta ai tempi del Governo Spadolini, solo dopo tutto questo il cuciniere può tornare in cucina, e mettere mano, per la prima volta, alle padelle. Perchè il successivo passo nella formazione professionale e sentimentale (spesso coincidono, ho visto cuochi strofinarsi su un prosciutto) (non scherzo) (e comunque poi alcuni di voi lo han mangiato) del buon cuciniere è costituito dalle preparazioni di base. Pulisci le cozze, taglia i pomodorini, trita il prezzemolo, prepara la maionese (25 uova), togli il grasso alla carne, trita il ragù, spella l’aglio, trita la cipolla senza piangere e senza tritarti i coglioni, e via dicendo. Poi si può iniziare a cucinare. Tutto questo, ad uso dei vari mastesceffi o aspiranti tali. Se siete taggati è perchè sapete di che parlo. O vi piace il tofu.
Ecco, questo è quanto. Si meritava di essere valorizzato qui, se non altro per ricordarmi come si fa..jpg)
Ho sognato che ero in difficoltà e tu eri l’unico in grado di salvarmi. Bastava una parola.
E non lo facevi. E non la dicevi.
Dimmi solo perché ti vergogni di me.
Dimmi solo perché mi odi così tanto.
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martedì 9 aprile 2013 - ore 09:26
Teorismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ve l’ho mai raccontata la teoria che ho sul ghiaccio? Il ghiaccio ha un valore inestimabile, nel senso che non sai quale sia, e dipende dall’astuzia e dalla fame di chi te lo vende.
State attenti, perché qui si va sul sublime. È una teoria elaborata in un brevissimo arco di tempo, da ché potete intuirne la semplicità e quindi lo straordinario effetto. Rimane in seconda fila rispetto alle altre, tipo quella del pan di spagna e del succo all’ananas. Ma io la trovo consistente e interessante - limportante, delle teorie, è sviluppare idee che per gli altri sono troppo stupide per meritare attenzione.
Inizio con una domanda: quanto costa un cubetto di ghiaccio al bar? Solo per solutori abili, direbbe la Settimana Enigmistica, perché c’è tutto un ragionamento da fare.
Il caffè shakerato costa tre volte un caffè normale. E solo per l’aggiunta di qualche cubetto di ghiaccio. Uno pensa, è la manodopera che porta all’applicazione di una tassa aggiuntiva sul caffè shakerato, che da 1 euro passa a due e mezzo; poi conti l’usura degli arti superiori, corsi di perfezionamento e di aggiornamento per osti e titolari di pasticcerie di moda. Resta il fatto che per la sola aggiunta di qualche cubetto di ghiaccio e una sbattarata dietro il bancone, la cifra sullo scontrino monta.
Ora, provate a ordinare uno spritz senza ghiaccio (a volte lo faccio quando il clima esterno è sotto i 3 gradi centigradi). In qualche locale ve lo fanno pagare di più perché il ghiaccio sottrae materiale costoso, e quindi il barista aggiunge aperol, campari e vino per arrivare a livello, o comunque prodotti che lui acquista e deve vendere rialzati.
Allora, qual è il prezzo del ghiaccio? Non ha prezzo. Non costa nulla. Nella coca cola non te lo fanno pagare, se c’è o non c’è.
In sintesi, il caffè shakerato è buonissimo d’estate ma è una delle più colossali truffe che siano mai state messe in piedi dall’astuzia dei commercianti e dei mercanti.
Per fortuna che ho smesso di bere caffè, così posso lamentarmi senza che nessuno mi dica “eh, fai a meno di ordinarlo”. Eccerto, io non bevo più caffè.
Non dovrei bere nemmeno alcolici, per lo stesso motivo per cui non bevo più il caffè. E neanche le bibite gasate.
Una cosa per volta, signor dottore. Il caffè l’ho tolto, la coca cola l’ho ridotta di gran lunga nella mia dieta quotidiana, e bevo alcolici solo in situazioni speciali. Togliermi tutto significa togliermi un pezzetto di vita. E già mi hai costretta ad eliminare il caffè.
Caffè.
Che buono il caffè.
Quanto mi servirebbe un caffè.
Ciao caffè.
Per dimostrarvi che non sono del tutto insana, vi lascio con una cosa molto bella che ho trovato in rete.
Il brontosauro opinava che il verbo brontolare l’avevano inventato per fargli rabbia.
Questa favoletta ne dice: che il permaloso è debole opinante.
[Carlo Emilio Gadda, Il primo libro delle favole].jpg)
Basta, devo smetterla di rincorrere le persone.
Non posso essere sempre io.
Sempre.
Basta.
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mercoledì 3 aprile 2013 - ore 09:08
I diari della bicicletta
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Come vi avevo promesso ieri, e alla stessa ora (sono stata attentissima) eccovi il
Capitolo dueQuando abitavo da sola avevo i delinquenti che passavano nel cortile del condominio, dove la mia bici era legata a una rastrelliera. Una mattina mi sono svegliata e ho trovato un pedale distrutto a mazzate, ipotizzo qualche strumento del genere per raggiungere quel risultato. Pezzi a terra, robe da non credere. Il mio ex biciclettaro di fiducia (beh, fiducia...) me li aveva dovuti cambiare entrambi (sì, entrambi, fiducia...) ed ecco la Silvia sborsare svariati euri.
Poche settimane dopo un’altra sorpresa. Il lucchetto quello piccolino montato sulla ruota posteriore, avete presente, quello che usano solo le nonne che non vogliono la catena, ecco quello lì. Io non lo usavo mai, la chiave era sempre inserita, ma figurati se mi vengono rogne. E invece i soliti delinquentelli per divertirsi una sera mi hanno chiuso la bici e hanno buttato la chiave nel Sile. Da morire dal ridere.
Per fortuna davanti casa avevo un Carglass, quelli che riparano i vetri. Sono arrivata lì quella mattina, tutta trafelata, mi ricordo ero vestita di fiori perché ero pure di buonumore. I Carglass mi hanno smontato il lucchetto, anzi in effetti l’hanno praticamente divelto. Erano ragazzi giovani, hanno capito che ero incazzata nera – credo di averglielo spiegato in diversi modi e sempre omettendo le volgarità come si confà a una signorina per bene – e sono stati molto cortesi. Ci hanno messo un attimo, con quelle pinze enormi, ed erano dispiaciuti di averlo dovuto rompere, rendendo impossibile rimetterlo, pensate che carini. E quando gli ho chiesto se potevo dar loro qualcosa mi hanno detto ma no, figurati, ciao. Allora sono andata alla vinoteca di Odone (quella sì, di fiducia, come si fa a non fidarsi di uno che si chiama Odone e viene tutti i giorni da Sacile a portarti il vinello) a prendergli un paio di bottiglie di birra buona. L’ho fatto con piacere, dieci euro di birra non è una roba da tutti, ma mi hanno salvato la giornata.
E insomma, quando stavo a Fiera avevo la scusa dei malviventi. Adesso no, è solo colpa mia.
Di cose ce ne sarebbero da raccontare. Tipo quando mi sono saltati i fili dei freni che correvo con la Canzian verso il Comune e ho rischiato di finire sotto un bus. O quando ho bucato ed ero dall’altra parte della città e non sapevo tornare indietro. O quando ancora mi si è staccato il cestino perché l’avevo legato con il nastro invece di portarlo subito a saldare, e ho girato per Treviso con le mani che lo tenevano fermo. O quando mi si sono svitati i pedali davanti all’ospedale. O quando la ruota era troppo gonfia e mi ha fatto la palla d’aria ed è esplosa. O quando il copriraggi mi si è arrotolato sulle ruote e sulla catena in mezzo alle Stiore e la bici si è improvvisamente bloccata all’incrocio più trafficato di Treviso. O quando mi sono comprata il fanale figo per i giri notturni, e l’ho sventrato estraendo con troppa violenza la borsa e c’è ancora il mozzicone sul manubrio.
E poi ogni giorno una, dato che sono un po’ scapestrata in bicicletta. Chi mi riconosce e mi trova per strada, generalmente mi evita. Nel senso che o mi si tiene alla larga, o proprio mi evita in macchina prestando molta attenzione perché, 9 volte su 10, sto cantando e facendo l’aeroplano e della strada me ne frega fin là. Mi rimprovera chiunque, ma io tiro dritto. È il mio stile.
Ed eccoci quindi alla cosa più bella della bici bici, e cioè che si può cantare. E io canto proprio forte, mica solo muovendo le labbra, mi infilo l’Ipod e chi s’è visto s’è visto. Se no che gusto c’è. E superare i pedoni o le altre bici mentre canti Luci a San Siro ti rimette in pace con il mondo. O quando partono i Rolling Stones e si impadroniscono di te. E Vasco e i Journeys che fanno gridare.
Ultimamente mi sto dando agli Abba. Quando passi accanto alla vecchietta con le sporte della spesa gridando Fernandooooooo è da capogiro, e se c’è Mammamia e mi metto pure a scuotere la testa, faccio i versi e interpreto, e allora il miracolo è compiuto. La meraviglia negli occhi della gente però non si vede più. Io impazzirei nel vedere uno che canta in bici, invece quelli che vedono me si spaventano, quasi. Ed è questo il peccato, che tutti si insospettiscano e guardino storto una ragazza che canta in bicicletta e muove le braccia come fossero ali, invece di provarci anche loro e sentirsi liberi e felici.
Ali per cantare, ali per correre. Ali per andare via, una volta ogni tanto.
Ali per venire lì. E non arrivare mai.
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martedì 2 aprile 2013 - ore 09:08
I diari della bicicletta
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Le mie avventure in bicicletta meriterebbero un volume a parte, e non dico volume a caso. Ne avrei da raccontare, uh, sapeste.
In particolare ho da raccontare disagi infiniti, rotture di suole scarpe e sandali, ruote bucate, scivoloni, sbandate per le raffiche di vento, incidenti, pantaloni sporchi, cadute sulle foglie bagnate e ginocchia sbucciate a trent’anni suonati, clacson e campanelli che mi suonano, catene arrotolate e danni per un ammontare di più o meno un centinaio di euro su un mezzo che è stato valutato dal mio ex biciclettaro di fiducia (sì, fiducia... ecco perché ex) non più di venticinque.
Ma andiamo per ordine. Io amo andare in bicicletta, mi piace la sensazione di indipendenza che dà la bicicletta. Lavorando in centro, poi, la macchina diventa solo un peso. Inoltre tenete presente che faccio venti minuti di pedalata all’andata, e venti al ritorno, e il beneficio che ne traggono cosce e glutei è molto gradito. Spieghiamo però che amo la bicicletta da città, non mi parlate di sport e salite e fughe eccetera. Gironzolare in bici per le stradine del centro è una cosa favolosa. In particolare se non te ne frega niente di chi hai davanti e ti senti padrone del mondo, come me. Al di là del fatto che in questi giorni di pioggia ho praticamente smesso con l’unico barlume di attività fisica che mi concedevo, ma sono dettagli.
Poi succedono delle cose, e non ci puoi fare niente. Come quel periodo discretamente lungo che ho corso senza un freno, robe da capogiro. O come quel giorno che pedalavo allegra e spensierata come mio solito con le cuffie nelle orecchie e PATATRAN, mi si spacca tutto. È partito il cestino e con esso il ferro di cavallo che tiene i freni. Praticamente ero in balia di una bici da 25 euro. Prima di inveire contro la divinità zoomorfa ho preso le mie cose e legato il mio potente mezzo, sono andata a pranzo col capo (sì ho scroccato), ho atteso l’apertura del dottore delle bici più vicino e l’ho consegnato nelle sue mani. “Eh, con quella borsa pesante lì, è ovvio che si rompe” mi ha rimproverata con cipiglio l’anziano baffuto. In dieci minuti me l’ha sistemata. “Due euro” mi fa. Ma io avevo venti interi. Così mi ha detto “ripassi, non c’è fretta”, palesemente intendendo che sapeva in cuor suo che non sarei mai più tornata. Invece il giorno dopo sono arrivata con una moneta sonante da due, non ci credeva quasi e mi ha detto che non serviva, ma io ho insistito perché è una brava persona.
Questo mi ha fatto venire in mente che le mie disavventure potrebbero veramente riempire un libro. Quante ne abbiamo combinate io e te, vecchia mia. Io, più che altro, le ho combinate, e tu hai silenziosamente subito. Chi mi conosce lo sa, un oggetto non rimane integro nelle mie mani per più di qualche settimana. Figuriamoci un oggetto che uso tutti i giorni.
E che ho usucapito. Diciamola tutta. Era di mia madre e me ne sono impossessata con la mia consueta eleganza e leggerezza.
Siccome la cosa va per le lunghe, facciamo che questo è il
Capitolo uno. Vi regalerò presto il capitolo due.
Sì, la citazione che rimanda ai “Diari della motocicletta” è voluta, ma mi serviva solo per il titolo perché sono una che ai dettagli ci tiene.
Poi, il film non l’ho visto. E non ho letto niente a riguardo (insultatemi, ma mettetevi in coda).
Come supporto grafico vi sottopongo una foto di Pasqua, che è Pasqua ma sembra Pasquetta. Con gli amici, il vino, il cibo da picnic, togliersi le scarpe, fare i balli scemi, cantare a squarciagola, e cose così.

Pasqua is the new Pasquetta per chi fa il mio lavoro. Quella c’è, e il resto non c’è.
Non c’è mai.
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venerdì 29 marzo 2013 - ore 10:46
Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ieri ho fatto una riflessione importante. La cosa figa del barattolo gigante di Nutella è quando arrivi al fondo, e bisogna prendere i cucchiai da minestra per prenderla, che con i cucchiaini non ci arrivi perché hanno il manico corto. E sui cucchiai grandi ci sta un sacco di Nutella in una volta sola.

Detto questo, miei cari, buon venerdì santo. Mangiate di magro, mi raccomando, e che la gioia della resurrezione sia con tutti voi.
Io mi invento qualcosa per passare anche questa giornata.
Se fossi una mia amica, mi starei molto vicina in questo periodo.
Se fossi una mia amica, cercherei di non lasciarmi troppo da sola, in questo periodo.
PS: follia. Mi sono comprata un profumo che non è il mio. Un profumo diverso. Dopo 11 anni. Era il 2002, me l’avevano regalato per il compleanno perché lo volevo tantissimo.
Ho un odore diverso, mi sembra di essere diversa.
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lunedì 25 marzo 2013 - ore 22:54
Premismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Le brutte notizie non vengono mai sole. Pensi che sia un bel lunedì e poi all’improvviso, a pranzo, ti arriva la brutta notizia. Come quando ordini un prosecco e lo assaggi e non è buono. Piccoli choc. O che ne so, compri una vestito su internet, te lo provi e ti sta male. Solo per fare degli esempi.
Le brutte notizie non vengono mai sole. E riescono pure a rovinare anche quelle belle. Ad esempio un pomeriggio che poteva essere un bel pomeriggio. O ad esempio quello che è successo venerdì mattina a Mestre. Te lo rovinano.
Tuttavia vorrei parlare dell’altra notizia, quella bella, che il mio blog sta diventando un delirio di malinconia. E avevo promesso di cambiare.
La bella notizia, anche se non me la sono goduta, è il mio premio.Queste siamo io e la Alice prima di ricevere gli attestati. Se non altro non siamo verdi come nella foto fatta al ritorno dall’esame a Roma.
.jpg)
Questa sono io al termine di tutta la cerimonia. Ho ricevuto il mio attestato dell’esame, una bella targa da ufficio con la cornice blu e il mio nome inciso sopra e tre libri. Ma soprattutto ho ricevuto un premio, non avevo mai vinto niente in vita mia. Neanche al gratta e vinci i cinque euro per comprarne un altro.

Adesso che ci penso, una volta ho vinto ai cavalli quando lavoravo all’ippodromo. Ma era stato un caso. C’era un cavallo che si chiamava Follia Omicida, era la seconda corsa della sua esistenza, e anche i genitori avevano dei nomi simpatici. Non me li ricordo, ma è un dettaglio trascurabile.
Insomma, per una pura questione di simpatia ho puntato 2 euro su Follia Omicida (era la prima volta che puntavo dei soldi, non amo le scommesse sugli animali) e ne ho vinto 13 e rotti. Una bella esperienza. Che non si è mai ripetuta. Il mio unico momento di successo era stato quello.
Era stato divertente e piacevole, me lo ricordo ancora.
Ma non quanto vincere un premio vero.
Ad ogni modo, la foto del giorno è stata questa. E si intitola: C’è Andrea Ceroni?

Ma come, lui è quello a cui tengo la mano sulla spalla. Non si vede? Ah, è vero. Ma questa foto è favolosa. A Milano l’avevamo fatta così senza la Alice, con me che la abbracciavo davanti al Duomo e lei non c’era. Credo che farò foto come queste ovunque. Ne farò la collezione. Sono già entusiasta.

Questa foto si chiama, perché non è venuta la D’Este?
Quando dico che mi basta poco, è questo che intendo. Una foto stupida.
Idee come queste potevano venire solo a me, le riguardo e dico, sei una povera mentecatta.
Poi le riguardo e dico, non è vero, sei proprio una personaggia, Silvia.
Mi ringrazio da sola.
Mi faccio i complimenti da sola.
Credo di essere sull’orlo d una crisi di nervi.
(Ci sono troppi ospiti su questo blog, e non mi piace. Uno non è neanche libero di scrivere e sfogarsi che la gente viene a leggere cosa scrive? Ma non vi avevo detto che l’avevo chiuso?)
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martedì 19 marzo 2013 - ore 14:05
Librismi e altro
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Quello per i libri, in qualche misura, lo possiamo considerare una sorta di feticismo.
Me ne rendo conto quando vedo foto di librerie meravigliose in internet, o sfogliando dei cataloghi. Rimango a guardare foto di librerie, di libri in fila, vecchi e nuovi, ordinati chissà con quale criterio da un collezionista sciroccato quanto me, e spesso mi emozionano quando sono pareti sterminate, magari di legno, con la scaletta a pioli per arrivare a prendere quelli più in alto. Come nella Bella e la Bestia, che lei entra in quel salone immenso dove ci sono tutti i libri del mondo.
Ed è in quel preciso momento che mi sento uguale a quelli che comprano riviste di auto e moto (gente che fatico a degnare di umana comprensione). Di là non puoi guidare, qui non puoi leggere.
Non è una rivista di cucina, che impari, prendi spunto e poi metti in pratica. No. Ti guardi le “librerie più belle del mondo”, fanno anche le classifiche, questi squinternati.
Ed è un feticismo dei più appassionati e ossessivi, quello per i libri. Perché ti prendono e ti mangiano.

Sto leggendo un libro,
Storia di Neve. Mi dissero: ha un ché di te, la protagonista. Non erano le parole esatte, ma una cosa del genere. Così ho affrontato un libro di quelli che se non fosse per un consiglio spassionato non comprerei mai (c’avrà ottocento pagine).
Neve è una bambina magica, fatta di neve e ghiaccio, è buona e fa i miracoli alle persone buone. E muore a 29 anni perché non può innamorarsi o si scioglie – Mauro Corona si spoilera da solo, l’ha già scritto adesso che sono a pagina duecento.
Quindi credo che forse ho capito male io quando mi hanno detto quella cosa. Anche perché io i 29 li ho già passati da mò e la maledizione l’ho scongiurata.
E domenica facevano
Harry ti presento Sally. Il primo dvd che mi sono comprata, originale originalissimo. L’avevo comprato quando ero finita all’ospedale sotto flebo. Una storia molto triste. L’ho prestato e l’ho perso.
Due cose ho prestato, e due cose ho perso.
Questo e il Dialogo sui massimi sistemi di Galileo, libro meraviglioso che ogni tanto vorrei rileggere. Ma nella mia edizione, con le mie annotazioni, le mie sottolineature, i miei commenti a lato. L’avevo dato a Cristina, che me ne sentiva sempre parlare. E chissà dov’è Cristina oggi. E anche il libro. Forse in Madagascar. L’ultima volta che l’ho sentita voleva andare a coltivare birra in Madagascar. Cristina dico. Il libro invece l’avrà perso, conoscendola.
Per questo non presto più nulla a nessuno. Sono rimasta scottata e non ci casco più.
Ma non era questo il senso.
Harry ti presento Sally è un capolavoro. E volevo cogliere l’occasione per mettere la frase più bella che io abbia mai sentito. In un film, ovviamente. Perché queste cose le dicono solo nei film. Sono perfette, e la vita è imperfetta.
”Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della tua vita con qualcuno vuoi che il resto della tua vita inizi il prima possibile”.Maledetto romanticismo da quattro soldi dei film americani. Li adoro.

Vedete, alla fine si parlava di libri anche qui. Non ho divagato poi così tanto, che poi mi rimproverano sempre che tendo a volare da una parola all’altra – sono saltelli mentali, collegamenti, flussi di coscienza.
Sono triste. Sono stanca. E mi sento sempre più sola.
E vorrei una cosa soltanto. E non arriva. E non arriverà mai, perché il bene te lo devi meritare. Se non arriva vuol dire che non te lo meriti.
Non me lo merito.
Inizio troppe frasi con E. Forse è anche per questo che il dio del giornalismo mi punisce. E non solo lui.
E.
Sono una sfigata, alla fine. Sono senza garanzie. Che cosa ho da offrire. Niente, non ho niente, non ho un futuro. Sono un vuoto a perdere.
Alla fine ha ragione lui, sempre lui. Ha demolito psicologicamente me e la mia macchina in cinque minuti. Pareva che non vedesse l’ora. Sembrava che se la fosse studiata.
Ho fatto finta di niente, mi sono difesa. Ma mi sono resa conto che ho perso anche stavolta.
Perché non ho smesso di restarci male. Credo sia naturale, in fin dei conti. Ho smesso di crucciarmi e di tirare a indovinare dove sbaglio, ho smesso di cercare di renderlo fiero di me, ho smesso di lamentarmi e parlarne. Ma non ho smesso di soffrire per quello che mi dice, per come mi fa sentire ogni volta (poche) che ci incrociamo. Dovrei cedere, fare un passo verso di lui, come dice lei
"starghe". Ma poi penso che negli ultimi 18 anni ne ho fatti tanti, di passi, e sono stanca di essere sempre io a farli. E siccome lui non lo farà, rimarremo così.
E a nessuno dei due dispiacerà.
Siamo arrivati al punto che non sentiamo nemmeno la mancanza l’uno dell’altra.
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