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HO VISTO

I miei angeli custodi





STO ASCOLTANDO

Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...



.. senza dimenticare Grace Papaia.


ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



********************


Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor




***********************

C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.

***********************




"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".



Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.




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mercoledì 13 marzo 2013 - ore 09:32


Macchinismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La macchina è arrivata ed è bellissima.
Ci ho fatto il primo giro ieri e mi sentivo una gran figa in una macchina finalmente normale, con un colore normale, che non fa rumore, con una radio, con l’aria condizionata, con tutte quelle cose che per la gente sono normali e che per me sono sempre stati optional lusso.
Ora ce li ho anch’io. E anche se oggi piove e me l’ha già sporcata, maledetto marzo pazzerello, è bellissima.

Il fatto è che non è ancora completa. Mi hanno dato un libretto di circolazione sostitutivo, il mio non era pronto (non era in sede, a dire il vero) ed è strisciata. Il giorno prima di consegnarmela un dipendente, che la doveva solo spostare, l’ha strisciata parcheggiando – peggio di una bionda neopatentata.
All’inizio questa cosa mi irritava. Capitemi, ho la sfiga che mi rincorre e non riesco a seminarla. Sempre qualcosa di storto. Macchina nuova. Macchina strisciata.
Neanche un giorno di macchina integra per godermela. Ma poi ho pensato... Il concessionario ha ammesso la colpa e ha detto che quando vorrò portargliela da sistemare mi farà tutto in mezza giornata. Inoltre lo prendo come uno striscio scaramantico. Tutte le macchine prima o poi se lo beccano. E questo non è neanche male, è piccolo e discreto. Sì, insomma. Dai.

Oggi vado a prendere quello che mi manca, il puzzle della mia Ypsilon dovrebbe completarsi. Speriamo.

Inoltre oggi mi sono svegliata con una giornata grigia e nervosa, ma è rapidamente svoltata e sono relativamente felice.
Quando una persona pensa a un buco, pensa a un cratere in mezzo a una strada, a uno strappo sui pantaloni, a un foro su una porta per spiare chi sta dall’altra parte (i più maliziosi lo so io a che buco pensano). Io penso al lavoro.
E oggi non mi rende ansiosa. Anzi. Oggi mi sento su. Perché il buco si dà e si prende. E io, oggi, finalmente do.

E farò un giro con la mia macchina. Con il cd degli Abba che ho inserito nel lettore appena uscita dal concessionario. A palla.
Oggi sono Dancing Queen.



Piove. Governo ladro.

...


Quale governo? Non si può neanche più imprecare contro il governo. Quando ti tolgono i diritti ci vuole la rivoluzione.

Hasta la victoria siempre.



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lunedì 4 marzo 2013 - ore 09:37


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La scorsa settimana cose in grande. Me ne sono successe di ogni.
Ho compiuto gli anni.
Ho fatto le elezioni.
Ho perso le elezioni.
Ho vinto un premio.
Ho festeggiato il compleanno con la Fede.
Mi sono presa un giorno libero dopo 7 mesi.
E ho comprato una macchina.



Sì, ho comprato la mia prima macchina, alla bella età di 32 anni.

E’ stata una settimana fin troppo ricca. Questa che inizia, rischio di annoiarmi. Ma la vita è fatta così, di alti e bassi. Di certezze e dubbi. Di bianchi e neri.

Sono tre anni e mezzo che devo comprarmi la macchina, e prendo/perdo tempo, e continuo a tenere quella della mamma - e lei a cadenze più o meno regolari mi chiede "ma quand’è che ti compri la macchina?". Nel giro di due mesi ho iniziato a cercare tramite amici che lavorano in concessionaria e siti, guardando prezzi e valutazioni. Il primo gennaio ho iniziato a informarmi ma mi vedevo, mancava qualcosa. Invece poi in una mattina ho fatto tutto.

Io sono fatta così. Sono a mio modo spiazzante.
Giro intorno alle cose per un pezzo, sto lì a guardare in giro per studiare la cosa, mi faccio prendere un po’ dalla paura, un po’ dall’esaltazione. Chi mi conosce mi dice, vabbè lo dici sempre e non lo farai mai. Io rispondo stizzita. "Lo faccio domani", e non lo farò mai. "No dai lo faccio domani così mi tolgo il peso", poi torno a casa mi guardo allo specchio e dico non ce la farò mai non posso farlo adesso. E poi un giorno FRAN. Mi prende all’improvviso. Non vado neanche a guardare altri prodotti, compro e basta.
Mi parte l’embolo, c’è il momento perfetto, le condizioni perfette. E via. Si fa.

Come sabato, che sono entrata da Billo con la Fede e ho detto, voglio una macchina fatta così. Lui me ne ha trovate tre. Potevo scegliere. Ho scelto. Ho firmato. Mi ha offerto una cicca, l’abbiamo fumata insieme in ufficio. Come un brindisi, ma senza vino (avevo già dato, la Fede è perdizione).

Devo mettermi nell’ottica di idee che adesso è così che vanno le cose - nel senso di agire e smettere di pensare. Devo scegliere. Decidere. Impormi. Fare quello che voglio io. E chiedere a chi mi sta vicino di fare altrettanto. Scelte.

"Aundattomomento" (cit.) bisogna decidere da che parte stare.

Io ho comprato una macchina.

Ah. Per la serie Cose Belle. Ieri pomeriggio sono andata a casa dei miei perché c’era in visita la zia Silvana con mia cugina Annalisa, il marito e i due figli di 7 e 11 anni. Non li vedevo da almeno sei anni, la piccola era appena nata.
Quando sono arrivata i bambini erano fuori con mia mamma. Mi guardavano come una sconosciuta, ovviamente non avevano ricordi di me, mentre i miei li conoscono bene. Allora mia mamma è venuta a salutarmi, mi ha accompagnata da loro e rivolta a Irene ha detto: "Questa è Silvia, la mia bambina".
Mi sono commossa. Sono ancora la sua bambina.
Non lo sapevo. Forse l’ho pensato, qualche volta, ma non lo sapevo. Sono ancora la sua bambina.

Quante delusioni le ho dato, e mi dispiace. L’ho fatta soffrire e lo farò ancora perché vediamo le cose in modo diverso. Ma la mamma è sempre la mamma. E mi ha dato il pasticcio da portare a casa.
Viva la mamma.



Io, la mamma e la nonna lo scorso settembre


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giovedì 28 febbraio 2013 - ore 20:34


Premismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ho vinto. È la prima volta in vita mia che vinco qualcosa. Ho sempre sognato di vincere qualcosa, un giorno, un premio qualsiasi. Ed è stato divertente. Così ho anche imparato a capire come reagisco a una buona notizia, la volta che arriva.



Il primo momento è di stupore. Un premio inaspettato e quasi sconosciuto, che non sapevo potesse essere assegnato – tanto meno a me. Poi la gioia, l’esaltazione – hey ho vinto proprio io. Le mani che tremano, la lettera fra le dita che sventola come una piuma se ci aliti sopra. Un paio d’ore di felicità, con la voglia matta di dirlo a qualcuno, la mamma che mi guarda come fossi fatta d’oro (era fortunosamente presente all’apertura delle buste, come agli oscar).
E poi basta. È una cosa bella, sorridi quando ci pensi, e poi basta. Ti rendi conto che non cambia niente nella tua vita. Che non ti aiuterà sul lavoro. Né in nessun altro posto al mondo. Che non basta a renderti felice – non è questo che ti può rendere felice.
È un peccato che le cose belle si possano godere per così poco tempo.
Sono altre le cose belle che ti rendono felice per tanto tempo.

Non lo chiamo pessimismo. Anche perché mi sono imposta una svolta semantica e culturale. Al bando il pessimismo. Il fatto è che lo stato d’animo dopo il pessimismo è la rassegnazione. Ne è la logica conseguenza. E non so quanto mi convenga.

La rassegnazione è la cosa più brutta che esista per un corpo, un cuore e una testa. Non hai più l’agitazione che ti teneva sveglia, non hai più la voglia di provare, non c’è più quella punta di ottimismo che non manca mai a un pessimista. Come una scaramanzia. Come un incantesimo. C’è sempre un velo di ottimismo in un pessimista, e io ne avevo fin troppo. Ma se manca l’entusiasmo manca tutto.
Il bello mio è l’entusiasmo. E se non ho più il mio bello, mi perdi.



Con il pessimismo ti aggrappi a un tentativo, comunque lotti, ti opponi. Vuoi che le cose vadano meglio, lo desideri fortissimo. Pensi che andranno male, malissimo, e ti prendi a frustate sulla schiena prima ancora di sapere che possono peggiorare. E quando peggiorano sei quasi sollevato di averci visto giusto. Ma senti che fa male e vuol dire che sei viva.

La rassegnazione è quando non ti interessa più. Hai smesso di lottare. Non ti fa più male niente. E non cerchi niente. Lasci che le cose scivolino via. Lente. Veloci. Chi se ne importa. Soffri meno, e forse è questo che volevi. Ma ti manca tutto il resto. Anche il dolore era un modo per rimanere legata al tuo desiderio.
Quando vince la rassegnazione, non desideri più.
E se non desideri più muori. Nel senso che ti perdono. Per sempre.

Ecco, sembrava un post allegro perché parlava del mio premio. Ed è allegro, se leggete fra le righe. Ho vinto un premio, è tutto mio. Me lo consegneranno in mano, io sorriderò nel mio profilo migliore e io farò un discorso carico di ironia e sentimento. Le mie doti recitative faranno il resto e poi mi vergognerò di aver detto una cosa stupida - dico sempre cose stupide quando sono tesa e sotto pressione, e rido e faccio battute idiote. Ma avrò il mio premio.

E questo era il post allegro. Pensate com’è quando invece sono triste.
Statemi benissimo.
Ciao eh.


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martedì 26 febbraio 2013 - ore 20:56


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sono arrivata al punto che mi fa incazzare quando mi dicono, avevi ragione. Dovrebbe essere una soddisfazione, invece mi fa incazzare. Datemi ragione subito, tanto lo sapete che va a finire così. Invece no, quest’aura di supposta superiorità non ve la leverete mai dalla testa.

Il mio compleanno è scivolato via senza colpo ferire. Compiere gli anni il giorno delle elezioni, per una come me, significa essere in quinta o sesta posizione, nel mondo, per l’ottanta per cento delle persone che frequenta. Di solito sto al secondo terzo. E non è bello il terzo. Ma essere quinta per scappare da un giorno orribile mi è andata bene.

Fra lavoro e assenza prolungata della Dany, non avevo nè modo nè tempo per organizzare l’unica cosa che avrei fatto. Così è scivolato via. Non ho festeggiato. Non ho ricevuto regali (non li ho voluti). Non ho brindato (tranne con la Sere, ma lei appena sa che uno ha un buon motivo per buttare da bere si piazza in osteria e da lì non si muove).
Chi doveva farmi gli auguri si è ricordato, chi non me li ha mai fatti si è confermato (siamo a otto mi pare, ho perso il conto, o forse non mi interessa più).

E insomma, sono trentadue. Il numero è da vecchia, la Fede già mi prende in giro, ma ne dimostro meno, davvero.

Ho deciso di cambiare la foto del profilo di Spritz: ero giovane e magra, e col b/n non si vedono i difetti. E non sono più così, e non ho più nè i capelli dritti, nè i capelli lunghi. Ho una frangia sbilanciata e sono simpaticamente sciatta.

E non chiudo i cassetti.
Ma questo per davvero. No come il post precedente.
Dimentico i cassetti aperti, sono tipo nel film Il Sesto Senso, quello con Bruce Willis, nella scena in cui il bambino è in cucina. Dai, che la mamma esce dalla stanza e sono tutti chiusi, rientra dopo due secondi e tutti gli sportelli e i cassetti sono aperti, ed è stato ( *attenzione spoiler* ) un fantasma.
Ecco, io sono uguale. Mi muovo e si apre tutto.

Ho troppi difetti. E’ questo il mio difetto.
E mi dilungo troppo a raccontarli.
Io penso di sdrammatizzarli, di esorcizzarli. Invece li evidenzio, magari qualcuno non se ne era accorto. E adesso sì. Invece parlo sempre delle cose brutte di me. Non di quelle belle. Quelle belle non mi vengono in mente.

Anche se c’è qualcuno a cui piacciono anche i difetti.

Appunto, a proposito di Fede.

Qualcuno oggi mi parlava di questa poesia di Bertold Brecht. Bellissima. E allora la dedico a te.




Da leggere il mattino e la sera - Bertold Brecht

Quello che amo
mi ha detto
che ha bisogno di me

Per questo
ho cura di me stessa
guardo dove cammino e
temo che ogni goccia di pioggia
mi possa uccidere




Ed è perché ami che tieni duro, sempre. Quando non ami più, è finita.


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sabato 23 febbraio 2013 - ore 10:11


Scatolismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ho un problema con l’ordine. Con le scatole, direi. E con i cassetti. Io non lo considero un problema, in realtà, è una cosa che mi dà molta soddisfazione. Solo che spesso questa necessità di ordine mi rende strana e incomprensibile agli occhi della gente, che ci vede un po’ di disturbo maniaco ossessivo compulsivo, e un po’ di sindrome di Asperger. Invece sono solo la Silvia.



Io adoro le scatole e i cassetti. Mi danno l’impressione di sapere dove trovare le cose, di averle tutte ben visibili, non accartocciate o accatastate l’una sull’altra, ma in fila chiare e ordinate, come i bambini alle elementari, quando facevamo ginnastica e la maestra ci metteva tutti schiena alla parete, in ordine di altezza. Il più basso della classe era Matteo, il più alto Francesco. Il tappeto della palestra della scuola era verde, aveva un fortissimo odore di gomma e c’erano tutte le scie delle suole delle scarpe da ginnastica – in realtà era una stanza che avevamo adibito a palestra. Io ero fra i più piccoli della classe. Adesso ho un’altezza ragguardevole diciamo, sto nella media e ne sono abbastanza felice, anche perché le bambine all’epoca più alte di me (e se ne vantavano) sono rimaste delle nane. Per davvero, non scherzo, e io invece sono quasi unoesettanta. La vita a volte è cattiva e ingiusta, mi dispiace per voi. Io le mie me le sto beccando tutte adesso, comunque. Quindi, a ciascuno il suo.
Ma sto divagando.

Scatole e cassetti, tutto lì. Ogni cosa al suo posto. Sia fisicamente, che metaforicamente, ovvio. Ci sono anche i cassetti nella testa. Giusto e sbagliato. Nero e bianco. Fare e non fare. L’altro giorno Albi mi ha detto, “Per te il grigio non esiste, tu vedi solo bianco o nero”. Forse un po’ di ragione ce l’ha. Ma gli manca un passaggio. Io il grigio lo vedo, l’ho sempre visto. E chi mi conosce da tanti anni lo sa. Sono cambiata, l’ho fatto per me e per gli altri, e adesso preferisco le scelte. O ci sei, o non ci sei. O vuoi, o non vuoi. O lavori, o non lavori. Non c’è lavorare a metà. Altrimenti non vale.
Quando la maestra ci metteva in fila, tutti in riga sulla parete, a volte cercavo di dire alla Cristina F che io ero più alta di lei, di poco ma lo ero, e ci tenevo che il posizionarci in ordine crescente fosse rispettato, per una questione di ordine, appunto, ordine, giustizia. Solo che siccome ero più brava di lei nei compiti, e avevo più amici di lei, ci teneva battermi in qualcosa e a stare dalla parte di quelli alti. Anche se non lo era. Io la lasciavo fare e invece di stare dritta impettita come la Cristina, con la schiena arcuata e le spalle rigide, mi tenevo un po’ più morbida, così sembravo più bassa di lei e l’ordine era giusto. Lo facevo per un sacco di ragioni, per lei che aveva bisogno di sentirsi migliore e per non entrare in discussioni inutili (sono sempre stata una bambina piena di giudizio) ma anche per questa storia dell’ordine da rispettare. Dovevamo essere in scala, questo era. E basta.
Ci sono ricascata. Ripartiamo.

All’Ikea domenica mi sono comprata due scatole grandi e un set di sette scatole minori per armadi. Quelle che servono a mettere insieme capi dello stesso tipo, magliette, cinture, canottiere. Le ho prese a fiori beige, per dare un tono un po’ più elegante ai miei scaffali.



Ma soprattutto per fare ordine. E l’ho fatto. Il mio armadio adesso, per lo meno nella parte estiva, è fantastico. Tutto inscatolato. Le t-shirt nella prima scatola grande, le magliette senza maniche nella seconda; camicie in un contenitore quadrato, cinture arrotolate in un mini box, le canotte che uso sotto capi larghi o trasparenti in un altro contenitore. Tutto in fila, tutto perfetto, tutto ordinato.
Guardo il mio armadio e ha senso. Mi aiuta a liberare la testa, fare ordine. Buttare via quello che non serve. Valorizzare ciò che c’è e uso poco. Scovare una maglietta che era rimasta in un angolo remoto e avevo dimenticato di possedere, ma sfoggerò con entusiasmo nonappena la stagione me lo consentirà. Stabilire priorità, occasioni d’uso, stili. Modi di. Fare, pensare, agire.
La scuola aveva un giardino molto grande, adesso è stato ridotto perché nel mio paese ci sono molti più bambini di allora e bisognava creare nuove aule. Ma c’era un albero che mi faceva venire voglia di arrampicarmi. E c’è ancora. Solo che a scuola non si poteva. Poi, quando tornavo a casa della nonna, lì saltavo sui pagliai e mi arrampicavo sul caco, che aveva un ramo orizzontale, sul fico, a prendere la frutta e mangiarmela fra le foglie, e sul morer che stava fra i campi, e tornavo tutta macchiata di blu. La mamma quando veniva a riprendermi si arrabbiava, la nonna tentava di giustificarmi. E ha iniziato a cambiarmi e vestirmi come una bambina povera (* ) appena varcavo la soglia di casa sua. Così avevo i vestiti belli per la scuola e quelli macchiati di frutta e fiori gialli (quelli che non vengono mai via) per il pomeriggio e i giochi.
Ok, prometto che è l’ultimo.

Per me le cose devono avere senso. E allora servono le scatole. Non siamo tutti capaci di razionalizzare così, al volo, come voi. A qualcuno servono le scatole. Perché ha la testa fra le nuvole e vive di sogni. E allora ha bisogno di scatole. E di pesi sotto i piedi per non scappare via con un soffio d’aria. I grigi erano ciò che mi impediva di essere razionale, di affrontare le situazioni in modo lucido, senza illudermi. Troppe volte ho sperato, e non è andata. Troppe volte ho sognato, e mi sono svegliata. Maury mi diceva sempre che dovevo essere più concreta. Che per certe cose non c’era più tempo. Era vero. L’ho ascoltato, e sono diventata quella che sono. E non mi dispiace.

Io vivo con i mattoni legati alle caviglie e circondata di scatole, negli armadi e nella testa.
Ma perché non posso fare altrimenti.
Ogni tanto mi dimentico (volontariamente?) di allacciarli, però, o di chiudere i coperchi. E allora torna la Silvia che vola. Mi piace un sacco, la Silvia che vola. Solo che deve imparare a tenere i piedi per terra. E dividere i cassetti e le scatole.
Non sono una maniaca dell’ordine, solo mi piace che le cose stiano al loro posto. Ho bisogno che ci stiano. Se no rimango la sognatrice illusa che sono sempre stata.
E io voglio solo salvarmi. Lo faccio per salvarmi. Per sapere che posso in qualche modo governare quello che succede. Almeno provarci.

Ps _ Sembra che i primi nodi stiano venendo al pettine (un modo di dire che non mi è mai piaciuto, ma non mi veniva in mente altro al momento). Non è ancora detta, bisogna sentire i piani alti adesso, ma credo che qualcuno abbia se non altro acceso la miccia. Poi, per la bomba, ne riparliamo più avanti – voglio solo passare indenne i prossimi tre giorni senza tensioni inutili e dannose.
Però qualcosa si muove. E io incrocio le dita.

E insomma. Inizia un altro week end - i miei cominciano la domenica mattina e finiscono la domenica sera.
Come sono corti, i week end.

E come sono lunghi, i week end.

(* ) I vestiti da bambina povera erano i miei preferiti. Erano quelli dei cugini più grandi, e mi stavano larghissimi, erano tutte sgualcite, pantaloni strappati, magliette scolorite, maglioni rovinati o pieni di pelucchi. E mi facevano sentire libera.
Mi piaceva vestirmi così. Forse è per questo che sono ancora irrimediabilmente sciatta.



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martedì 12 febbraio 2013 - ore 09:36


Nevismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Vi ho mai detto che ODIO la neve? Beh, io odio la neve.


Il lungomura esterno di Treviso

In città, ovviamente. In montagna è nel suo contesto ideale, ed è bellissimo quando fuori nevica e tu sei dentro, su un comodo divano davanti al camino a incalcarti di bombardino e brulè (può essere anche un te caldo, ma immaginavo proprio la situazione migliore).
In città la neve non c’entra niente. La neve in città è solo disagi male casino fastidio nervosismo (e morte dolore fallimento, mi autocito).
Rende difficile qualsiasi cosa: camminare, guidare, pedalare. Le mani si congelano; ieri poi veniva orizzontale e pur avendo l’ombrello ero la mutazione genetica di un pupazzo di neve, ce l’avevo dappertutto. Le scarpe si inzuppano - a meno che non metti gli stivali di gomma, ma allora si atrofizzano i piedi. Basta un alito di vento e la neve ti entra dai polsi delle maniche, dal collo della giacca. Trovatemi il piacevole di questa cosa. Che io non lo vedo.

Ti fa perdere la voglia di fare qualsiasi cosa, la neve in città.
Bella da guardare? Fin là, signori miei, fin là.
Se voi vi accontentate di vedere quattro fiocchi che scendono e imbiancano tetti e strade e poi il giorno dopo per terra c’è un fango che neanche a un rally dopo la pioggia, cioè, affari vostri io non entro nel merito.


Uno scorcio di Treviso, piazza San Francesco

Ma oltre alla neve ODIO gli automobilisti che mi superano con arroganza e supponenza schizzandomi la portiera e il parabrezza con quello che rimane sull’asfalto, sciolto e grigiastro.
Ho una micra di quindici anni, con le ruote lisce e ridotta a un catorcio, che ieri sera a un certo punto non mi funzionavano nemmeno i tergicristalli sotto la tormenta. Pensate che io possa fare più di cinquanta all’ora? Ma siete imbecilli?

E ieri mi è pure toccato difendere coi denti la sfilata dei carri mascherati. Che oggi salta, fra l’altro. E avanzo uno spritz, perché avevo ragione io che non si faceva. C’è qualcosa che non va in questo mondo. Va tutto alla rovescia. Non è bello.

Notte insonne.
Non è colpa della neve.
Non è colpa degli automobilisti.
Forse è colpa dei dieci biscotti che ho ingerito ieri per cena, dopo essermi incalcata di prosecchini con la Sere. Uno dice, vabbè, dieci biscotti. Sì, ma grandi come ruote di bicicletta e del peso di un bimattone.
Perché quando fai una roba bisogna farla bene, dico sempre io.



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venerdì 8 febbraio 2013 - ore 09:13


Pessimismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il pessimismo va coltivato, stimolato, accarezzato giorno dopo giorno. Se no poi a un certo punto credi di vedere il bello della vita, ti illudi che le cose si sistemino, che possano migliorare, o anche solo andare bene, per una volta. Che vadano bene a te, magari per mezza giornata.
Ma la delusione è quanto di peggio possiamo aspettarci.
La disillusione al risveglio.

Tanto vale continuare a far crescere come la gramigna il nostro pessimismo affinché diventi grande, forte e contagioso e si espanda sempre di più, sempre di più, fino a raggiungere le nuvole. Solo quando sarà arrivato lì dove nessuno lo può scalfire allora potremo ripensarlo e rimodellarlo a nostro piacimento, magari ridurlo e sminuzzarlo. Ma finché non arriva al suo massimo non avremo cognizione delle sue infinite e gradevoli potenzialità, e continueremo a pensare che volere è potere. Invece non è così. Qui ti prendono tutti in giro e basta.

Ad esempio, se non ci aspettiamo nulla da domani, il fatto che le cose vadano male non sarà un dramma. È normale, ce lo aspettavamo. Se invece aspettiamo come l’acqua nel deserto un segno del destino, una mezz’ora di serenità, e il segno non arriva, fa tanto male che non si può descrivere.
Tanto vale vedere tutto nero. Così il grigio diventa una figata.



Ieri avevo bisogno di spendere soldi, immotivatamente oserei dire. Ho comprato una t-shirt turchese e un paio di pantaloni di tela grigi. Coi saldi, mi pare ovvio. Maglia 6 euro, pantaloni 12. Affari, secondo me. Solo che sono capi primaverili e prima di metterli devo aspettare almeno fine marzo, se non addirittura aprile (o maggio, se voglio in volto un colorito umano). I pantaloni li ho presi, per la prima volta, della mia taglia. Mi stanno giusti. Ho detto, per 11 euro posso provare.
Così se ingrasso e non mi vanno più bene un investimento da 12 euro è ammortizzabile rinunciando a dieci mozze dalla Gigia. Che è male, ricordiamolo, le mozze della Gigia sono la gioia. Ma si può fare.
Di solito li prendo più grandi così non rischio di buttarli via se e quando ingrasso. Sono una stratega, non so se ve l’ho mai detto. E questo fa di me una donna molto previdente e con pantaloni fuori taglia.

Invece una cosa che non vi ho detto è che alla fine non ho smesso di fumare. Ce l’avevo quasi fatta. Due al giorno, per quasi dieci giorni. E poi oh, che vi devo dire. Non ce l’ho fatta.

Ma pensiamo a noi, che ormai siamo diventate l’ultima fra le priorità. Pensiamo a noi e a come farci stare bene. Ad esempio, pensiamo ai progetti per i prossimi mesi.
Comprare la macchina.
Iniziare a pensare alle ferie con Dani e Fede.
Andare a Trento a trovare Jeff.
Andare a Padova a trovare Lollo.
Fare la serata (o pranzo) coi fioi dell’esame.
Trovare il modo di inculare Remo.
Trovare il video di Nyc 2004.
Trovare Gwendolen.

E farmi valere. Dimostrare quello che valgo. Che potrebbe essere tanto, se fossi giustamente stimolata.
Tornare in carreggiata. Puntare in alto.
Solo che c’è quella cosa del pessimismo che mi blocca.
Al punto che mi domando, vale la pena di puntare in alto se non ci arriverò mai? Se punti in alto magari ci arrivi, a metà strada.

Poi penso. Magari non mi ci vogliono, lì in alto. E allora cosa corro a fare.

“E pensa che sia una maledizione
Sentirsi addosso le ali e non poter volare”


Non è vero che non è mai troppo tardi.
Tardi, è tardi.

Così abbiamo mandato in vacca anche questo post.

Per rallegrarlo un po’ vi racconto una barzelletta.

Ci sono due mele.
Una marcia.
L’altra cammina.

Vogliatemi bene lo stesso, dai, che alla fine sono una meraviglia.



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martedì 5 febbraio 2013 - ore 21:34


Country road take me home
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ho passato indenne una settimana che si preannunciava parecchio difficile. Lunedì scorso sono stata sei ore a prendere la pioggia, altre sei ore sabato sotto il diluvio. Cortei, manifestazioni, sgomberi; mani congelate, piedi acrocianotici (adoro questa parola); capelli spazzi, pms, faccia biancocadavere, fame, sete, stanchezza, nervosismo, adrenalina. Mal di schiena, perché non ho più vent’anni. E via, dritta, perché la libera stampa non si ferma mai, neanche davanti a scudi, manganelli e menotregradi.
E ogni volta ho pensato: se non mi ammalo oggi mi faccio clonare. Vendo il mio dna all’asta. Usatemi, sono infrangibile. Chiamatemi the unbreakable. Come il film di Bruce Willis.
Devo dire che ha del miracoloso quello che avviene nel mio corpo sotto pressione. Vento e pioggia non mi scalfiscono minimamente. Vedo uomini incartapecorirsi per un nonnulla, mentre io margheritina di campo tengo botta come un vietcong. Due giorni di cortei, a calpestare il centro in lungo e in largo, in condizioni da fine del mondo, e non sentirli.

Solo che lo so, me la chiamo. Va sempre a finire così, coi primi caldi primaverili mi prendo la morte, non mi sorprende più. Mi ammalo allo scadere, quando gli altri iniziano a mettere i maglioncini di cotone colori pastello e le giacche leggere. E io devo imbottirmi di lana e sciarponi perché il Signore ha un’ironia tutta sua e mi fa ammalare quando credo di essere salva. Quando non si ammala nessun altro. Solo io. E mi guardano come un’appestata. Non è bello farsi guardare come un’appestata ad aprile.

Tuttavia, devo ammettere, è un bel modo di farsi odiare.
"Stammi lontana, ho già dato a gennaio."
"Stammi distante, mi sono già preso l’influenza quest’inverno."



Che poi, parliamoci chiaro, mi cambia davvero poco. Tanto non sto mica a casa in malattia, se sono ammalata. Non me lo posso permettere. Negli ultimi due anni, per dire, sono andata a lavorare con 39 di febbre, quando mi avevano appena tolto il dente del giudizio, quando avevo la gastrite esplosa fino in gola che invece che in ospedale la gente voleva portarmi all’obitorio, anche quando il dottore ha sbagliato a darmi l’antibiotico e mi ha prescritto una bomba che mi ha messa ko per tre giorni (mi ricordo solo che perdevo i sensi mezz’ora dopo averlo preso e non capivo perché, e una volta stavo guidando). Noi, e per noi intendo quelli come me, non ci si può permettere di essere malati.
Poi cercano di comprarti con sessanta euro di Imu, siamo alle comiche.

O infuria vecchio tempo
nei miei versi vivrà
il mio amore giovane per sempre.


Ho preso un’altra decisione. Voglio drogarmi di Mumford & Sons, e voglio andare a un loro concerto il prima possibile. Mi piacciono tantissimo. Mi fanno stare bene.

Ho bisogno di stare bene. Ne ho un infinito bisogno. Voi dite, tutti abbiamo bisogno di stare bene. Lo so, lo so. Ma scusate se penso a me, almeno stavolta.

Stasera i capelli mi stanno da dio. E non mi vede nessuno.
Va sempre così, credo che sia una legge di Murphy. E se non lo è la aggiungo io. Come si chiamavano, non mi ricordo, qualcosa tipo corollario, una roba tipo “Corollario di Benjamin”.
Ecco, questo è “Corollario della Silvia”: quando i capelli ti stanno da dio non ti vede mai nessuno. Così nell’immaginario collettivo rimani la solita, inguaribile, impresentabile sciatta.

Oggi ho inciso il mio primo bicchiere di vetro. E l’ultimo. Ho realizzato una foglia con due bacche e un bocciolo. Sono abbastanza soddisfatta e il maestro mi è sembrato sorpreso della mia inimmaginabile perizia.

Apprezzatemi adesso, miscredenti, eviterete la coda quando andrò per la maggiore.

No, questa immotivata allegria e questa sorprendente botta di vita non significano che va meglio. Ho solo preso una pausa dal mio inguaribile pessimismo. Domani torna, eh.

Ho cenato a spizzichi. Prima un po’ di creakers con la maionese. Poi svariate gallette di riso (lacrime di coccodrillo) Poi una fetta di pizza congelata, avanzata da una cena solitaria di alcuni giorni fa, farcita con salsiccia, melanzane fritte e cipolla.
Non ha un senso che sia uno.
Gallette, maionese, pizza. Non è una cena. E’ un’accozzaglia di alimenti.
E pensare che volevo farmi una minestrina stasera. Ho sbagliato tutto. Ero partita con le migliori intenzioni. Poi mi sono resa conto che sarebbe stata un’altra sera da sola. E la minestra mi avrebbe solo fatta piangere sul brodo versato (eccolo che torna, il pessimismo, che vi avevo detto).

L’oggetto del giorno è il levapelucchi adesivo.

Ciao eh.



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sabato 2 febbraio 2013 - ore 09:30


Se pensier fosse la mia carne stanca
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ieri sera mi sono sentita felice.
Poi è passata.

Tutto passa.

"Tutto finisce, tutto passa, l’acqua scorre e il cuore dimentica"
diceva il poeta.
Il poeta lo diceva perché voleva essere ascoltato, e la gente ha bisogno di qualcuno che in una frase brevissima sintetizzi una speranza. Se lo dice un poeta poi vuol dire che ha sofferto ed elaborato. Si usano i sentimenti degli altri per eludere i propri. Sembra più facile, ma no lo è.

E poi i poeti mica hanno ragione a prescindere.
Infatti no, non si dimentica.


Oggi è il giorno della marmotta.
Credo di poter affermare, dopo anni di ossequiosa prostrazione, che Bill Murray è ufficialmente il mio attore preferito.



Steven dice che somiglio ad Amelie.
Da quando ho la frangetta me lo dicono in molti.
Inizio a crederci. E inizia a piacermi.

Che poi, diciamocelo. Io e Amelie abbiamo più cose in comune di quante ne potrei spiegare.



Ps: La citazione è di Flaubert


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giovedì 31 gennaio 2013 - ore 14:34


L’importanza di essere Silvia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Sto cercando di capire come mai non riesco a entrare in Gwendolen.
Devo affrontare questo problema, ho come la sensazione che potrebbe essermi utile. Il teatro ha fatto tanto per me in questi anni e forse un segnale me lo sta dando proprio ora.
Quindi, autoanalisi teatrale. Flusso di coscienza. Senza guardare. Via.

Gwendolen non mi è mai andata a genio, fin dall’inizio. Sarà perché ero convinta di interpretare un altro personaggio. Volevo essere lady Bracknel: una donna forte, inattaccabile, fastidiosa per il sostenuto compiacimento con cui si atteggia, cinica. Inconsapevolmente (forse) ironica e spiritosa. Acuta. Acida al punto giusto. Una donna che si impone. Che ha ottenuto quello che voleva dalla vita. Alla fine perde, la figlia sposa chi le pare, pur contro il suo volere. Ma ce l’ha messa tutta; perde, ma non per colpa sua.
Non sarò lei. Io sarò Gwendolen. E non la capisco. Non riesco a entrarci.

Daniele ci dice che dobbiamo affrontare i personaggi in questo modo: nessuno di loro è dove vorrebbe essere. Questa è la linea da seguire. Ma, se trovo che questa affermazione possa valere per i camerieri, per Algi e Jack, e anche per Cecily, non mi pare che si adegui a Gwendolen. Lei è dove vorrebbe essere e se non ci arriva in qualche modo ci arriverà. Ha un obiettivo. E lo raggiunge.
Ma scaviamo.



Lei è felice. È innamorata di un nome, e le basta. Voleva sposare un uomo di nome Ernest. Beh, l’ha incontrato e deciso che lui è l’uomo che sposerà. E dato che lui, in realtà, non si chiama Ernest, per non ammettere il fallimento è disposta ad accettare che lui si faccia battezzare col nome di Ernest. Semplice, come ragionamento – geniale, a suo modo. Tuttavia questa ingenuità di pensiero mi irrita.
Gwendolen è apparenza. Gwendolen è benestante, elegante, intransigente. Non cambia mai opinione, eccetto che negli affetti. “Lo sapevo, non sbaglio mai”, “La mia prima impressione di una persona non è mai sbagliata”. Invece sbaglia di continuo. In questo mi somiglia, potrei iniziare da qui. Ma lei non ammette l’errore. Lo trasforma in vittoria. Io non sono capace. La invidio? Neanche per sogno.

Non provo simpatia per lei. La trovo una ragazzina insulsa. La trovo superficiale. La trovo anche divertente, ha delle battute irreali e conversazioni al limite dell’assurdo che mi fanno sorridere. È sufficiente perché io possa credere in lei? No, allora approfondiamo.
Perché dovrebbe non essere dove vorrebbe invece essere? Perché la madre le ha imposto una rigida disciplina, e lei quindi osserva ossequiosamente le regole della buona società, le accetta. Anzi, le suggerisce al suo Ernest perché anche lui possa farne parte assieme a lei, per farle fare bella figura. Insieme a lei, certo, ma solo perché lei ha intenzione di rimanervi. Quindi è dove deve essere. Dove vorrebbe essere.

Insulsa. Innamorarsi di un nome. Come faccio io a interpretare una così. Una che finge di essere razionale e invece vive in un mondo perfetto e illusorio. Volersi per forza sposare per rispettare le consuetudini dell’Inghilterra vittoriana. Non si poteva fare altro, all’epoca, è vero. Ma perché dovrebbe voler essere altrove? Non ha mai provato altro. Si adegua.
Affronta il no della madre al matrimonio con il suo falso Ernest agendo per la prima volta in totale autonomia, quindi denota un minimo di cervello che inizialmente avevo dubitato avesse. Rimane il fatto che lo ama per la questione del nome, ma soprassediamo. È disposta a lottare: ecco, qualcosa di lei che mi piace. Affronta (parzialmente e con poco spirito) la madre; affronta Ernest che non si decide a chiedere la sua mano; affronta Cecily quando crede che voglia rubarle il marito; affronta Jack, finalmente svelato, per sottoporgli l’insormontabile problema del suo vero nome.
Ancora con questo nome. Ernest.
Chiede a lui un’onestà che lei non ha. Chiede a lui di mentire sul suo nome perché lei non potrebbe farlo, nella società in cui vive.

Gwendolen, perché non ti capisco? Perché ti odio così tanto?
È invidia, la mia, per la tua felicità? Per la tua fortuna di desiderare un Ernest che non si chiama Ernest e scoprire che si è sempre chiamato Ernest? Non ti invidio, ti compatisco. Ma vorrei essere felice come te. Buona, amata, adorata. Meravigliosa Gwendolen. Che solo io sembro detestare così tanto.

Faccio fatica, come mai mi era capitato. Puck, Helen, Papagena, la Regina della Notte. Con questi il paragone tiene. Gli altri personaggi erano minori, ci ho lavorato molto meno. Loro invece erano miei, tutti e quattro. Chi più, chi meno. Ma erano miei. Li ho vissuti, capiti, amati, affrontati. Li ho vissuti.
Gwendolen, dimmi dove sei. Cosa vuoi. Chi sei.

Ho come la sensazione che se non trovo Gwendolen, stavolta, mi mancherà un pezzo di Silvia.

O forse è perché mi manca un pezzo di Silvia che non trovo Gwendolen.



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