Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...
.. senza dimenticare Grace Papaia.
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
Come un’adolescente in crisi di identità.
so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...
e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...
... oppure faccio porcherie come questa...
... o quest’altra...
Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..
ORA VORREI TANTO...
STO STUDIANDO...
Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo
OGGI IL MIO UMORE E'...
Arranco... ma con stile.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Dimenticare
MERAVIGLIE
1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...
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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol Stea dell’universo Dime che no a ga perso a strada Dime che in scarsea ga sempre Un toco del me cuor Un toco del me amor
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C’è un attimo da fermare: chi lo riconosce è felice.
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"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".
Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi. Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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sabato 18 ottobre 2008 - ore 09:19
Miniminismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E allora ditelo che volete veramente farmi arrabbiare. Ho accettato che per la città girino delle Mini Station Wagon.
Un insulto al buon gusto. Un affronto alla decenza. Ma oh, non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace. Però le Mini Suv no, questo no, non lo tollero.
I designer, i produttori e tutti quelli scellerati che ci hanno messo testa e mani sarebbero da mettere in galera. È come quelli che fanno il tiramisù mettendo la ricotta nel mascarpone. Così snaturi il tiramisù. La Mini Suv. Ma giudacane. La Mini Suv. Adesso mi dite che cavolo c’entra la Mini col Suv. Ma che cosa diavolo si sono andati a inventare. Quando bastava non toccarla di un soffio.
Guarda, se vincevo al superenalotto me la compravo. Quella vecchia, quella che dico io. Purtroppo non ho vinto, e lo si evince (notare il raffinato gioco di parole) dal fatto che sono ancora in Italia. E che non ho una paralisi in faccia dovuta a un sorriso da 94 milioni di euro. Ho un sorriso lo stesso. E a volte penso che valga quanto o forse più di 94 milioni di euro. Certo che potrebbero farmi davvero comodo, 94 milioni di euro. Basta pensare ai soldi. Come sei venale.
Meccanica irrazionale
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Meccanicamente. Solo per tenerci la testa ficcata dentro. Solo per non pensare ad altro. La settimana enigmistica con me sotto le coperte. Riempire una lettera dietro l’altra, come unire i puntini. Una dopo l’altra, terminare il piccolo schema e partire con un altro, meccanicamente. Saltare le barzellette (già lette…), saltare i Forse non tutti sanno che (già letti…), saltare le Spigolature (già lette…) e completare meccanicamente schema dopo schema. Poi arrivo alle parole crittografate, mia passione. E lì smetto la meccanica operazione di muovere il pennino sulla carta mantenendo la posizione nei quadrati, e vedo. E finalmente torno Silvia. Sono cambiate le lettere guida nelle parole crittografate. Prima erano in corsivo, e in alcuni casi la l minuscola traeva in inganno passando per una I maiuscola. E adesso le hanno cambiate, omologate, ridimensionate assecondando la grafia dell’utente: la parola chiave è in stampatello. E mi sono piaciuta per aver notato e per aver sorriso a questa variazione sul tema. E poi sono tornata a scrivere meccanicamente le mie letterine. Senza goderne. Senza provare soddisfazione, con la sola ansia di finire. Provando ogni tanto una sorta di leggero compiacimento nel vedere il reticolo completo dei suoi neri e dei suoi segni. Ma breve, fuggevole cinereo segnale d’arresto. E si ricomincia. Volta la pagina e cominciane un altro, meccanicamente. E non mi sono piaciuta. Ho iniziato un nuovo libro di Coe, “L’amore non guasta”. Mi è toccato riporlo sul comodino, mio malgrado. Ieri sera ero troppo meccanica e il libro diceva cose che mi facevano pensare troppo. E di pensare a quelle cose, ieri, ero davvero stanca. E oggi che è venerdì tredici mi chiedo e cerco di non chiedermi cosa succederà, ancora. Cosa potrà peggiorare la giornata di ieri. E mi sorprendo nell’ipotizzare mille altre cose che possono sfondare la porta aperta della mia malinconia. Il cielo fuori è di un grigio silenzioso. Una linea di nebbia ferma il volo degli uccelli. Scompaiono, non li si vede più, dopo che si sono alzati da terra per raccogliere la briciola sbattuta fuori dalla mamma. L’aria profuma di freddo. Arriva l’autunno e io sono già vecchia, per un altro autunno.
Orsetti gommosi alla frutta.
Per dare un po’ di tono al post, dato che qualcuno potrebbe pensare a eccessi di pessimismo (sono semplicemente tornata agli standard passati) aggiungerò un consiglio letterario perché so che ne andate ghiotti, pur non condividendo i miei gusti narrativi. Per questo oggi vi consiglio un trattato, un saggio, un manuale del vivere sereni, datato 1641: un libro ancora attuale, contestualizzabile in una qualsiasi delle occasioni e delle situazioni quotidiane. Fidatevi della zia Silvia, merita davvero.
Torquato Accetto, Della Dissimulazione Onesta
“Meditando sul conformismo e sull’ipocrisia della società del suo tempo, l’autore si interroga su quali possano essere la risposta e la reazione dell’uomo onesto. Accetto vuole dimostrare che la dissimulazione, quando si identifica con la prudenza e non giunge alla volgare menzogna, diventa nelle mani del saggio un’arma per difendersi dall’oppressione dei potenti”.
Respirando – Lucio Battisti Respirando la polvere dell’auto che ti porta via mi domando perchè più ti allontani più ti sento mia respirando il primo dei ricordi che veloce appare sto fumando mentre entri nel cervello e mi raggiungi il cuore proprio in fondo al cuore senza pudore per cancellare anche il più antico amore respirandoti io corro sulla strada senza più frenare respirandoti sorpasso sulla destra e vedo un gran bagliore lontano una sirena e poi nessun rumore lasciarti è fra i dolori quel che fa più male fra tanta gente nera una cosa bella tu al funerale nananananana ... respirando i pensieri un po’ nascosti mentre prendi il sole ti stai accorgendo che un uomo vale un altro sempre no non vale respirando più forte ti avvicini al mare stai piangendo ti entro nel cervello e ti raggiungo il cuore proprio in fondo al cuore senza pudore per cancellare anche il più nuovo amore respirandomi ti vesti sorridendo corri e poi sei fuori respirandomi tu metti in moto l’auto ed accarezzi i fiori lontano una sirena e poi nessun rumore dolore una gran gioia che addolcisce il male fra tanta gente nera una cosa bella tu a me uguale tu a me uguale papapapapa... respirandoci uuuu respirandoci guardiamo le campagne e ti addormenta il sole respirandoci le fresche valli i boschi e le nascoste viole respirandoci le isole lontane macchie verdi e il mare i canti delle genti nuove all’imbrunire i canti delle genti nuove all’imbrunire i canti delle genti nuove all’imbrunire. papapapapapa...
I dream I never know anyone at the party and I’m always the host
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Devo lavorare sulla mia lateralità. Il mio insegnante di teatro mi ha scoperta, mi ha guardato negli occhi e mi ha detto: "Destra e sinistra". Eppure non l’ho mai nascosto, nè a lui nè al mondo intero. Non che io ne vada fiera, ma non mi vergogno più di tanto a parlarne. So di essere in ottima compagnia. Ho difficoltà con destra e sinistra. Mica a distinguerle, occhio eh. Ho difficoltà a utilizzarle contemporaneamente e distintamente. A volte a corredarle del linguaggio. Ma mica solo io: Daniele dice che capita molto, moooolto spesso. E che ce lo insegna lui, a suon di botte.
Devo lavorare sulla mia lateralità. Ieri sera sentivo che qualcosa non andava bene e così, dopo il corso, gli ho chiesto: "Ma Dani, non capisco, mi manca qualcosa... Secondo te cos’è?". Mi aspettavo qualcosa tipo concentrazione, esperienza, posizione, intonazione, voce, tecnica, teoria, che cavolo ne so. Qualcosa che sono perfettamente cosciente di non possedere. Invece mi guarda e mi fa: "Lateralità". E io lo guardo e con i punti di domanda sulle pupille mi faccio dare una spiegazione che posso comprendere. "Destra e sinistra - mi dice, cercando di non ferire troppo la mia sensibilità - usarle contemporaneamente compiendo gesti differenti".
Riporto da sito internet a titolo informativo: La strutturazione e la conoscenza della destra e della sinistra (lateralità), rispetto a se stessi, agli altri e agli oggetti nello spazio, già avviata nella scuola materna si consoliderà nella scuola primaria attraverso giochi e situazioni che avranno appunto l’obiettivo di raggiungere una sicura padronanza nel bambino di tali aspetti.
Mi chiedo in cosa ho sbagliato... Cosa...
Vi ho mai parlato della mia difficoltà a scuola guida quando Ismaele mi diceva di girare? Della mia difficoltà a dare indicazioni stradali precise e rapide? Di quei due secondi in più che mi servono per convincermi che destra è destra e si dice destra? Mi pare di sì. Devo averlo scritto più di qualche volta. Sono una persona trasparente...
Resta il fatto che devo migliorare la mia lateralità - un’altra cosa che il teatro mi insegnerà. Destra e sinistra non avranno più segreti. Non credevo di poter ricevere così tanto da questo corso.
Quest’anno si fa davvero sul serio. Daniele ci chiede molto di più, è molto rigido e a volte penso che goda nel farci soffrire, perchè gli brillano gli occhi quando ci dà le punizioni. Ci fa fare giochi difficili, ci fa fare stretching e allungamento (a me, che ho abolito volontariamente lattività fisica), ci rotoliamo su un palco sporchissimo che mi farebbe pure un po’ schifo, si ride meno e si lavora di più. Ma impariamo tanto: tecnica, teoria, movimento, posizione. Soprattutto posizione e movimento. E dobbiamo preparare un monologo e una poesia da recitare a un ipotetico provino. Bello. Quanto mi dà, il mio corso di teatro.
E fra pochi mesi non mi serviranno più i fiocchetti sui polsi. La Silvia diventa grande.
Daniel Powter - Bad Day Where is the moment we needed the most You kick up the leaves and the magic is lost You tell me your blue skies fade to grey You tell me your passion’s gone away And I don’t need no carryin’ on
You stand in the line just to hit a new low You’re faking a smile with the coffee to go You tell me your life’s been way off line You’re falling to pieces everytime And I don’t need no carryin’ on
Because you had a bad day You’re taking one down You sing a sad song just to turn it around You say you don’t know You tell me don’t lie You work at a smile and you go for a ride You had a bad day The camera don’t lie You’re coming back down and you really don’t mind You had a bad day You had a bad day
Well, you need a blue sky holiday The point is they laugh at what you say And I don’t need no carryin’ on
You had a bad day You’re taking one down You sing a sad song just to turn it around You say you don’t know You tell me don’t lie You work at a smile and you go for a ride You had a bad day The camera don’t lie You’re coming back down and you really don’t mind You had a bad day
(Oh.. Holiday..)
Sometimes the system goes on the blink And the whole thing turns out wrong You might not make it back and you know That you could be well oh that strong And I’m not wrong (ahhh...)
So where is the passion when you need it the most Oh, you and I You kick up the leaves and the magic is lost
’Cause you had a bad day You’re taking one down You sing a sad song just to turn it around You say you don’t know You tell me don’t lie You work at a smile and you go for a ride You had a bad day You’ve seen what you like And how does it feel for one more time You had a bad day You had a bad day
(Oh, yeah, yeaaah, yeah) Had a bad day (Oh, had a bad day) Had a bad day (Oh, yeah, yeah, yeeeeah) Had a bad day (Oh, had a bad day) Had a bad day... Had a bad day...
Distretto sanitario, ore 7.30 di lunedì mattina. Un’interminabile processione di anziani che strappano bigliettini per fare le analisi del sangue. Ogni quindici anziani un giovane, una donna in età fertile, un ragioniere che ha chiesto di poter arrivare al lavoro un’ora dopo, uno studente che salterà scuola per mezz’ora di prelievo. E anziani di ogni forma e dimensione, che sbuffano e chiedono di passare avanti. Fra loro una Madre e la Figlia: una in giacca e pantaloni, l’altra con una tuta da ginnastica tutta stropicciata e gli occhietti assonnati. Ogni tanto si strofina la faccia, come un orsetto lavatore. I minuti passano, i quarti d’ora passano, un’ora passa ed entrano insieme a fare gli esami: prima la Mamma, poi la Figlia. L’infermiere addetto capisce subito la situazione. Chissà quante ne ha viste di simili.
Atto I - Scena I
I: metta il braccio qui F: così? I: no, dritto. F (chiudendo gli occhi): così? I: no, si metta dove la metto io. F (strizzando gli occhi): così? I: no, braccio dritto ho detto. F (con gli occhi chiusi e girata verso la porta): così? I: no, ferma così, ecco. Adesso stringa forte il pugnetto. F: ok… I: forte forte il pugnetto… F: così? I (sorridente e rassicurante mentre lega un laccio emostatico): ecco qui, non le faccio mica male, non voglio perdere una cliente... F: ok… I: non sentirà niente… Non fa male vero? F: no. I: e allora perché fa così? Non le faccio male (con la rassicurante voce di un nonno buono). F: lo so ma ho paura delle punture. I: paura delle punture? E come mai? Non le faccio mica male… F: no, ma ho paura degli aghi, da tanto tempo, dopo un’operazione. I: eh, ho capito… ma non deve avere paura… F: no… I: su, dai, che è quasi finito. E non ha sentito niente vero? F (aprendo un occhio solo): no, dura poco. I: gliel’avevo detto io che non le faceva male (con una voce tranquilla, serena, diresti la voce di Dio, se mai dovesse averne una). F: sì lo so, due minuti ed è finita. I: ecco fatto. È stata bravissima. F: grazie. I: che brava. Cinque minuti col cotone e poi può togliere tutto. F: ok. Buona giornata, e grazie. I (sorridendo di bontà): ciao, buona giornata.
E l’ha fatta uscire senza darle la caramella. Io mi ricordo che tanti anni fa mi davano la caramella quando facevo gli esami del sangue. Non ci sono più i distretti sanitari di una volta.
Fuori la aspetta la mamma.
Atto I - Scena II
M: tutto ben cea? F: sì, solo tanta paura… ma poi mi è passata. M: dai, non è niente, sono veloci. F: sì lo so ma sai che ho paura degli aghi. M: volevo stare dentro con te, quando ho finito, ho visto che ti sei girata dall’altra parte. F: … mamma… M: eh ho visto che avevi gli occhi chiusi. F: … mamma… M: sì beh poi ho detto no dai vado fuori… F: grazie. M: perché mi sembrava di ricordarmi che quando ti fanno le punture tu… (alcuni pazienti si girano e guardano amorevoli la scena. Mamma sorride a Figlia, come una Madonna col Bambino). F: parla piano. M: dai, tra cinque minuti non senti più niente. F: lo so, lo so. Adesso andiamo.
E non mi ha neanche portato a mangiare la brioche. Una volta gli infermieri mi davano la caramella e poi la mamma mi portava a fare colazione fuori. Anche dalla Adriana, che è la pasticceria più buona di tutta Treviso. E invece oggi, adducendo la scusa che la Adriana è chiusa di lunedì, mi ha riportata a casa. E abbiamo fatto colazione in cucina.
Il Cast: Silvia nella parte di Figlia Luciano nella parte di Infermiere La mamma Gianna nella parte di Mamma
Google Immagini è straordinario. Uno cerca “prelievo” per dare un apporto iconografico al post e trova questo. Meraviglia.
Ho ripensato a quando la mamma mi diceva di fare i pugnetti, da piccola. Fa i pugnetti. Così la manica della camicia non mi risaliva sul maglione, o il maglione non mi si arrotolava sul gomito quando mettevo la giacca. Prendevo un lembo di camicia fra le dita, stringevo forte e infilavo il capo successivo. Lo faccio ancora, non potrei farne a meno. Quando sono di fretta e me ne dimentico perdo il doppio del tempo a ricercare la maglietta che si è arricciata sull’avambraccio. Fa i pugnetti è una di quelle frasi meravigliose che ti restano dentro tutta la vita. Fa i pugnetti. Bellissima.
..e confondo i miei alibi e le tue ragioni..
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Siamo agli sgoccioli. Qualche conferma in più in questa soleggiata giornata ottobrina. Conferme lavorative, affettive, personali. E alcune feriscono, feriscono eccome. Ma si va avanti. Sempre avanti, piccola Silvietta.
Mi viene in mente una delle scene finali della Storia Infinita, quando l’Imperatrice Bambina chiede a Bastian di gridare il suo nome. E lui piangendo le dice "Ma io devo tenere i piedi per terra". Quel viso, quegli occhi gonfi di lacrime, la soffitta della scuola. “Ma io devo tenere i piedi per terra”, mentre lei insiste “Grida il mio nome”. Ma lui deve tenere i piedi per terra.
Io devo tenere i piedi per terra. Per terra. Tenere i piedi per terra quando voli è difficile. Ma non impossibile. Senza bisogno di zavorre: separare aria e terra. C’è modo tempo e luogo. E io devo tenere i piedi per terra.
E’ che poi Bastian grida il suo nome. E vola.
Posso gridare il tuo nome? Il pensiero felice per volare, come Peter Pan sull’Isola che non c’è. E poi torniamo qui, con i piedi per terra.
Non ho neanche letto l’oroscopo della Tribuna oggi. Mi leggi il mio oroscopo della Tribuna? Piccoli gesti quotidiani, per volare quand’è ora. E poi torniamo qui, con i piedi per terra.
Mi sono dimenticata di giocare al Superenalotto. Settantasettemilionidieuro. Mica monea. Settantasettemilionidieuro. Fai anche difficoltà a pronunciarli, ti mette perfino un po’ in imbarazzo. Ne parlavo proprio ora col mio amico Vitto (che ha detto di essere mio amico solo dopo che gli avevo falsamente annunciato la mia vincita, tra l’altro). L’ha detto mentre mi proponeva di volare con me alle Barbados, sottolineo. Con me e col gigolò che mi sarei comprata. Lo dice Vitto, eh, mica io, e lo sottolineo. Tipo, che ci faccio con settantasettemilionidieuro? Intanto svengo. E mi va già bene se quando mi sveglio non mi hanno inculato il biglietto vincente. Prima cosa che faccio vado a prendere una personcina al lavoro e lo porto alle fiere. Prima mi compro uno zucchero filato, e poi mi compro il baracchino che fa lo zucchero filato. E poi lo rompo e ne compro un altro. Per sfizio. Poi andiamo a prendere una frittella per lui, e poi gli compro la giostra dei cavalli e quella della pesca dei cigni. E poi… Va beh, mica devo dirvi tutto. Passiamo ad altri temi. Invito a cena gli amici più cari in un bell’agriturismo, per non fare troppo la sborona. Vino rosso e carne a volontà. Ci spanciamo di cibo e ridiamo come matti. E scappiamo senza pagare il conto, così per ridere. Poi io faccio finta di niente ed entro a pagare, dal retro. Perché c’ho i sensi di colpa. Poi mi vado a comprare una bella riga di libri. E siccome non so dove metterli, perché la mia libreria è piccola, mi compro una bella libreria. E siccome in camera mia non ci sta perché camera mia è piccola, inizio a cercare casa. Eh, bisogna tenere i piedi per terra, a un certo punto devi fare la persona matura. Un bell’appartamentino, non troppo grande perché io di pulire mica ho tanta voglia. Un attico, magari. Un paio di attici, magari. Uno lo affitto per garantirmi una rendita, bisogna pensare anche al futuro. Poi faccio un po’ di regalini: amici che hanno bisogno di saldare debiti, che hanno mutui, che sono incinti. Sti bambini li faremo andare a scuola, o no. Con quello che costano i libri. Ai miei amici che sono già ricchi faccio regali, scegliendoli con accortezza. Agli altri invece do un po’ di soldi. Bisogna fare delle distinzioni. Alla Fede compro quello che vuole, ma lo faccio scegliere a lei. Non so quanta beneficenza farei: questa è una cosa da valutare. Piuttosto vado io nei paesi poveri a dare il mio sostegno diretto, vado lì e gli do i soldi in mano, a chi ha veramente bisogno. Non so se fidarmi di certe associazioni. Che poi ti regalano targhe e braccialetti, e ti riempi la casa di cose che non vuoi. E che dovrai buttare via. E che di sicuro non sono biodegradabili. Poi che faccio. Ah, mi compro una macchina. Mi sa che la compro usata, perché conoscendomi sarei talmente contenta di essermi comprata finalmente una macchina che la striscerei il giorno dopo. Io sono fatta così. Sono maldestra, figurati quando sono tutta contenta. Poi vado a farmi fare la liposuzione. Un pochino, dai. Quei tre chili di culo che mi sono proprio di troppo. E poi… eh, mica ve lo vengo a dire. Mica lo dico a voi, che mi seguite. Sciacalli. Adesso non mi caga nessuno, voglio vedere poi quando vinco settantasettemilionidieuro quanti amici mi vengono a trovare. E io non vi dico dove sono. Se vince Vitto ha detto mi regala un appartamentino, anche fuori centro, ma con garage. E se gli avanzano 5 mila euro gli ho chiesto una smart usata. Che consuma poco e me la posso gestire agevolmente.
Scommetto che in questo momento qualcuno sta vincendo. Alla faccia mia e di Vitto che sogniamo e non ci abbiamo neanche giocato.
Ps: Mio fratello Giovanni ha gli orecchioni. Giudacane. Stasera scappo di casa. Cerco qualcuno che mi voglia per un aperitivo fugace. E qualcuno che mi offra una cena. Devo stare fuori casa finché non sarà andato a letto, e non si sarà chiuso nella sua stanza a incrementare l’apporto virale dei suoi stessi germi nell’aria che respira. (La butto sul ridere, ma sono preoccupata per lui, per una serie di motivi. Primo fra tutti che gli voglio un bene dell’anima. E perché è triste. Il mio cicciolo.)
Ieri sera pensavo. Ogni tanto mi capita. Quando non ho di meglio da fare solitamente leggo o penso. E pensavo, perché leggere mi ha già soddisfatta ampiamente negli ultimi giorni, come vi scrivevo qui sotto. Così mi sono messa a fare ragionamenti sconclusionati e paradossali, in cui carico di significato eventi e persone che non ne hanno alcuno. E in tutto questo (dato che certe considerazioni devono rimanere oscure ai più) pensavo che la gara per essere "Il primo giornale di Treviso" non ha gran che senso. Il primo giornale di Treviso è la ciaccola, la piazza. Ma leggere ha sempre il suo fascino. E quotidiano sia.
In piazza sono tutti editorialisti, e hanno sempre tutti ragione. Sono anche tutti cronisti, raccontano e indagano, e tirano le somme. Sono anziani, pensionati, ex lavoratori che hanno una memoria storica multipla della mia. Che si ricordano chi ha fatto cosa e perchè, e cosa è successo quando e dove. E loro sono il primo giornale di Treviso. Lo so, è un discorso che così stringatamente non ha un grande riscontro, ma ieri mi sembrava logico e filante, anzi mi sembrava che fosse davvero geniale. Ieri sera era tutto così chiaro. Va beh. Pensavo questa assurdità ieri mentre “mi rendevo conto”. Perché una cosa è pensare, una è ragionare, un’altra è rendersi conto. E tutto questo mi mancherà. Perché so che tutto questo sta per finire, e quando da piccola pensi farò la giornalista non ti rendi conto di quanto sarà dura. Credi che basti crederci. Credi che basti l’impegno, che basti la disponibilità, che basti dare tutto e aspettare, sperarci. E poi ti accorgi che, come in tutte le altre cose della vita, niente basta. E “ti rendi conto”. Sono diventata grande – alla veneranda età di venti hemhem! anni. Meglio tardi che mai, dico io. I sogni li vivo da altre parti. Col lavoro non si sogna. Il lavoro deve farti mettere i piedi per terra. Io ho un altro sogno a occhi aperti e a occhi chiusi. E poi oggi ho letto questo blog sul microgiornalismo, e ho pensato ancora. Ed è meglio che non scrivo più quello che penso, che mi viene da rendermi conto ancora meglio.
Bruno Martino - Adorabile Cercasi
Mille tremila ho fatto diecimila esperimenti ho dato centomila appuntamenti ma tutte quante m’hanno detto no niente mai niente ho proprio una sfortuna eccezionale ma ora ho una trovata originale l’annuncio sul giornale pressapoco cosi’ A A A A A adorabile cercasi A A A A A di carattere docile dare referenze a fermo posta richiedesi bella di media statura che sappia baciar una bambola A A A A A adorabile cercasi A A A A A da sposare anche subito basta che mi ami e gia’ fin d’ora lo so che A A A A A adorarla sapro’ Venne domani trovai alla mattina fra la posta la lettera con dentro la risposta che mi diceva chiaramente si’ lessi felice scriveva con gentil calligrafia io vengo a dire a lei con questa mia e l’autobiografia pressapoco cosi’ A A A A A adorabile offresi A A A A A di carattere docile bella disinvolta intelligente di alta statura con lieve difetto pero’ so baciar una bambola A A A A A adorabile offresi A A A A A da sposare anche subito basta che mi ami e gia’ fin d’ora lo so che A A A A A adorarlo sapro’ Ci trovammo la’ A A A A A all’ingresso di un cinema io col fiore qui lei col libro di favole timidi per mano ce ne andammo cosi’ lontano insieme cercando l’amor...
(Faccio finta di rassegnarmi, di non sentire il peso dell’abbandono. Cerco di non sentire che mi fa male, tanto male. Forza e coraggio Silvietta. Che ti sei sempre rialzata. Non è ancora nato quello che ti toglie il sorriso. Vero? Vero????)
AGGIORNAMENTO - dopo aver finalmente sorriso, stamattina...
Dedicata a chi non crede che su Google Immagini si possa trovare di tutto. Ciao zio Paolo.
Ho finito di leggere pochi giorni fa il Diario Intimo di Sally Mara. Ah, Raymond, cosa mi hai combinato! Sei riuscito a stravolgermi di nuovo. Come cavolo fai, mi chiedo.
Dopo i Fiori Blu e gli Esercizi di Stile, libri ancora insuperati nel loro genere, nutro sempre enormi aspettative quando inizio un libro di Queneau. Incontrare Zazie nel Metrò è stata una meravigliosa sorpresa, la più incantevole fiaba moderna, incantevole come una bambina che diventa grande. Cos’hai fatto oggi? Sono invecchiata. Geniale. Icaro Involato è stato una mezza delusione, lo ammetto, ma penso anche che potrei non averlo capito appieno, essermi persa qualche particolare, dico, è Queneau, chi sono io per demolire un suo elaborato così, su due piedi? Detto ciò, a più di un anno dal mio tentativo icaresco, ho comprato Sally Mara (dovevo immaginare che Freud fosse lì, dietro l’angolo, nella scelta del mio libro, in agguato come un giaguaro). Fine della mia classica, inutile e prolissa introduzione al libro.
E ora, libro.
Prime venti pagine di puro studio: scrutavo Sally cercando Zazie, forse. Forse sono partita col piede sbagliato, forse dopo letture molto meno complesse mi ero adagiata su un registro di diversa semplicità. Scettica, incredula, incerta sulla prosecuzione, non mi attraeva, prospettiva in caduta. Ed ecco che una sera, all’improvviso, Sally mi appare nella sua comica malizia, nelle sue argute riflessioni incoscienti. Mentre distesa a pancia in giù sul letto, con i gomiti sul cuscino, sotto il mio strato di lana e piume, affondo gli occhi nel mio romanzo notturno. E la vedo, in tutto il suo splendore. Quelle prime venti pagine riesci ad apprezzarle poi. Ed è la magia di Sally. Sally Mara vive nell’Irlanda degli anni trenta protetta da un velo di sana e dolce ingenuità: solo questo le impedisce di scorgere l’erotismo e di recepire gli stimoli sessuali che uomini di ogni età le lanciano quotidianamente. Ha diciotto anni, è una cattolica rigorosa e molto osservante, crede che non si possa procreare al di fuori del matrimonio, che il ciclo sia dipendente dalle fasi lunari, e non sa come nascono i bambini. È curiosa, ma ha serie difficoltà a comprendere cosa succede a Barnabè quando si copre con un cappello, all’uscita dal cinema, dove lei gli aveva involontariamente toccato una coscia. Sally si imbarazza nello scrivere la parola “nuzialità”. E poi c’è l’alluce della statua di marmo, a cui si aggrappa voluttuosa. Sally scrive il suo diario in francese per omaggiare un insegnante di cui si era invaghita. E l’effetto della sua incompetenza linguistica le fa utilizzare termini ed espressioni ambigue. Come dire, aggiusta le frasi a modo suo, con modi di dire poco consoni, ma di questa ambiguità non si rende conto. Oppure usa termini aulici e frasi pompose per dare tono alle sue scoperte. “Dato che comincio a svegliarmi un po’ – scrive compiaciuta delle sue conclusioni, dopo aver attentamente studiato laccoppiamento degli animali– ho capito subito che trattasi di due esseri umani intenti all’eventuale procreazione di un terzo essere umano”. Questo è, secondo Sally. Nulla di più, nulla di meno. E qualche pagina prima: “È divertente ricevere fiori, è la prima volta che mi capita. È un gesto gentile, eloquente, allusivo. Si pensa subito al pistillo, al polline alla fecondazione. Ne ho stretto a lungo il gambo, prima di metterli in un vaso”. Così, lei scrive queste cose. Con la purezza nella penna, nella mente e nella mano. Poi, però, quando scopre le potenzialità e le virtù dell’atto in sè, avvicinerebbe anche il garzone del lattaio pur di poter provare di nuovo certe emozioni. Peccato per il finale: Sally rinuncia ai suoi esperimenti scientifici e all’empirismo. Si converte alla consuetudine di un matrimonio programmato senza ritegno da una madre che ha finito i soldi per le aringhe allo zenzero e non ha il coraggio di dirlo alla figlia. Leggetelo: voto 8/10
Come gioca con le parole Queneau, non lo sa fare nessun altro. Se un giorno dovessi riuscire a scrivere due righe alla Queneau potrei dirmi soddisfatta e abbandonare per sempre la mia brillante carriera letteraria. “Quando ne succede una, ne succedono due. Quando non succede niente, continua a non succedere niente”. Sally.
E vi do un’altra notizia letteraria: il vero capolavoro di Suskind non è il Profumo, ma il Piccione. E non lo sanno mica tutti, eh. E allora potete citarmi quando, durante una serata ad alto tasso di intellettualità, qualcuno dirà che il capolavoro di Suskind è il Profumo, soltanto perché ha letto solo quello. Quando di ritorno nella vostra solitudine casalinga vi vanterete del successo ottenuto, pensate a me. Sono piccole soddisfazioni, che durano il tempo di un batter di ciglia. Ma fanno bene.
Ci sono momenti nella vita di una donna (sì, sto parlando di me, è inutile che facciate quell’espressione, sono una donna) in cui il cuore trasmette bisogni e necessità, e il cervello per quanto si imponga e sbraiti in direzione delle facoltà mentali ed intellettive non può farci niente. Allora, nonostante la stagione invernale sia alle porte, la donna si depila accuratamente le gambe e torna a sfoggiare una gonna di jeans senza calze, perché è ancora troppo presto per mettere nylon a contatto con la pelle. Depilarsi le gambe per il solo vezzo di indossare ancora una volta una gonna, approfittando di una tiepida mattinata ottobrina: oh, quale indice di frivolezza! Oh quale segno di intimo compiacimento! Oh donna, cosa non faresti per poter mettere un’altra volta quella gonna senza calze… Perché a ottobre, lo sappiamo benissimo tutte, la deforestazione si trasforma in un’attività di ben più rara frequenza rispetto ai caldi mesi precedenti. Ma le donne…
E così il dilemma si lega alla scarpa: un sandalo è troppo estivo, un decoltè basso rischia di far venire i reumatismi. Allora la donna indossa quel meraviglioso compromesso tra freddo e caldo che sono gli stivali. Ebbene, ieri avevo la gonna e gli stivali. Mi sentivo carina, mi ero anche appena lavata i capelli (nonostante quello spiacevole inconveniente che mi ha bruciato un ciuffo frontale nella ventola del phon, ma lasciamo stare) e ho deciso di mettere gli stivali. Beh. Mentre in bicicletta mi avviavo al lavoro, un gruppo di operai ha fischiato nella mia direzione. Non è questo, che vorrei comunicare al mondo, bensì il fatto che passo esattamente in quel punto e quasi esattamente alla stessa ora ogni mattina, e loro lavorano in quel cantiere da due mesi. Mi vedono ogni mattina da due mesi. E fischiano il giorno che ho la gonna e gli stivali. Allora non sono io, sono gli stivali. Ah, il potere degli stivali.
Sono finiti i bei tempi in cui il giovane settantaduenne Filiberto mi faceva maliziosamente notare che “Silvia ti sono cresciuti i seni”, e non si curava del mio abbigliamento. Così ieri mattina, mentre continuavo a biciclettare allegra interrogandomi sul potere degli stivali, un ultra ottantenne ancora arzillo mi ha fatto l’occhiolino incrociandomi per strada, puntando ai pedali. Stava guardando le mie scarpe. Il sig. XXX in Comune si è complimentato per la mia mise, quindi indirettamente rimproverandomi e rendendomi edotta sul fatto che solitamente sono troppo sciatta. Insomma, dopo tanti e tali complimenti, oltre ad essermi sentita molto, molto elegante (tres chic), credevo di aver raggiunto un altissimo grado di femminilità.
Ed ecco che in serata ricevo il colpo di grazia. Mentre cerco di fuggire a una telecamera che potrebbe inquadrarmi con un rosso in mano e un uomo sotto braccio, un avventore dell’osteria in cui mi trovo mi rassicura adagiandomi una mano sulla spalla: “Ma dai, non sei proprio da buttare via”. Solo perché l’uomo con la telecamera stava “stranamente” inquadrando due belle fighe che sorseggiavano in maniera anche direi un po’ equivoca e ambigua, sorridendo a un bellimbusto con degli occhiali da vista orribili.
Gli stivali ieri sera hanno miseramente fallito. Non potrei mai fare televisione, le scarpe non si vedono molto spesso. E il segreto sta tutto negli stivali.
E nel pane fresco di giornata.
E poi, dico io. Uno digita su google immagini boots & skirt e viene fuori come primo risultato un Ezio Greggio teutonico vestito da drag queen. Ditemi se questa è vita. Ditemi se questa è informazione.
Forse qualcuna di voi (ho usato un femminile) ricorderà la mia battaglia contro i jeans dentro gli stivali. Ogni tanto sono ripetitiva me ne rendo conto. Ogni tanto invece aggiungo capitoli di quello che un giorno sarà il regolamento dell’universo secondo Shaula – per non darmi troppe arie, quando sarò imperatrice della galassia userò il mio nome d’arte. Sono una persona di buon cuore, umile e mite.
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Sperando che la mia piccola dottoressa passi di qua, e legga le mie sciocchezze e le scappi un sorriso. Ciao Yellow Pecora. Ti voglio bene.