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shaula, 32 anni
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STO LEGGENDO








HO VISTO

I miei angeli custodi





STO ASCOLTANDO

Il mio cane che abbaia, abbaia, abbaia, abbaia, abbaia...



.. senza dimenticare Grace Papaia.


ABBIGLIAMENTO del GIORNO

Come un’adolescente in crisi di identità.



so anche essere così sportychic o trendychic, come dice la mia consulente d’immagine...



e poi sciatta, soprattutto sciatta... E maldestra, e mi macchio sempre...



... oppure faccio porcherie come questa...



... o quest’altra...



Diciamo che non ho una mia identità. Ma ho una mia moda..



ORA VORREI TANTO...




STO STUDIANDO...

Un modo per limitare il mio pericoloso autolesionismo

OGGI IL MIO UMORE E'...

Arranco... ma con stile.


ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


1) Dimenticare

MERAVIGLIE


1) ... l'instabilità del caso ... sapere che vivere nn è una teoria matematica e in ogni attimo tutto può essere rivoluzionato anche da una semplice frase...



********************


Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor




***********************

C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.

***********************




"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".



Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.




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venerdì 14 aprile 2006 - ore 09:44


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non sono una spendacciona, sono molto più formica che cicala, ma ci sono due tentazioni per me troppo forti, due tipi di acquisti impulsivi davanti ai quali non riesco a impedire alle mie dita di estrarre cartamoneta dalla saccoccia, due acquisti che sono tappe obbligate di ogni viaggio e/o spostamento, due solo due: mutande e libri. Anche nel mezzo di una crisi economica e con prospettive di spese milionarie (in lire) che mi travolgeranno prima della fine dell’anno per le mie evazioni vacanziere, non ho potuto resistere al richiamo di uno slip azzurro banda fucsia con applicazione di Biancaneve e scoiattolini, e un libro di calvino. Che appaiati in questo modo hanno senso quanto mangiare una riga di dolci e poi mettere il dietor nel caffè (e io lo faccio, ma sono solo la conferma di me stessa).
Alla fine comunico tutto ciò con orgoglio e fierezza, e mi vanto smisuratamente di essere una professionista, una specialista del gusto – nulla è lasciato al caso, il colorismo deve essere efficace, emblematico, funzionale ed esteticamente pregnante. Diciamo che uso intimo da intenditori. Cioè solo chi nota la riga rosa sulle mie scarpe da ginnastica può supporre l’utilizzo di calzini e slip intonati alla perfezione – anche ciò che è nascosto va calcolato meticolosamente. Ed allo stesso modo vedermi addosso una sciarpa verde non crea problemi se sono in total balck, in quanto è ovvio che il mio intimo presenterà un abbinamento cromatico perfettamente coincidente (oltre a mollette, elastici per capelli e bracciali che vengono dopo, ma gli accessori sono sempre fondamentali). Questa mia ossessione per l’intimo mi porta quindi ad una shopping mania neanche troppo dispendiosa, ma ingombrante. Sembra strano, ma tra i miei cassetti quelli che traboccano nel vero senso della parola sono quello delle calze e quello dell’intimo: in un’orgia di righe, fiori, pupazzetti e faccine sorridenti, pallini e quadretti.
E tutto nel segno della sobria varietà, mai pacchiana ma sempre personalizzata.
Parlo con troppo orgoglio delle mie mutande. Dovrei ridimensionarmi. Vengo rimproverata di acquisti infantili e di indossare intimo anti sesso – non mi assumo nessuna colpa, i gusti sono puro DNA, non si possono cambiare!



Ma ditemi, alla fine, come posso scrivere cose serie sul blog se lo sventurato visitatore si trova davanti due orecchie di radicchio? Come posso scrivere seriamente se c’è il mio naso che domina la pagina? Se il mio faccione sovrasta queste poche righe di spicciolo dilettantismo? Non posso fare l’intellettuale se la reazione più moderata dell’ospite è una risata fracassona e burlesca. Ispira forse maturità questo naso proporzionalmente scorretto in mezzo alla mia faccia? Ecco, e allora come faccio a dedicarmi a discorsi seri? Poi stona… e gli abbinamenti non vanno mai fatti a caso.


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mercoledì 12 aprile 2006 - ore 13:06


Bambinismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


C’era una volta un bambino che diceva sempre no. Un giorno arrivò una bambina con un sacchetto di caramelle colorate, e chiese al bambino se ne voleva una. Il bambino non era più abituato a dire di si, così rispose di no.
E non mangiò nessuna caramella.



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lunedì 10 aprile 2006 - ore 13:32


Esamismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Perchè è così che si fa, no? Cioè, mi lamento che non capisco, che sono indietro, che non ce la faccio e che mi dimentico le date e i titoli. Ma poi sono davanti al PC, e non è un controsenso? Si, ma non so, capita. Sono esaurita. Ogni volta che rileggo mi viene il vomito in gola. Insomma, Lomazzo Barozzi da Vignola Scamozzi - non è uno scioglilingua. E poi i moralisti, che in teoria sono quelli che so meglio: questa cosa della Chiesa come istituzione, dell’intento pedagogico ed educativo dell’arte mi ha sempre imbarazzata. QUesto Gilio mi starebbe anche simpatico. E’ che lo confondevo con Giovio, che è tutt’altra cosa.

Però alcuni nomi li so, dai... Confusi, ma li so.

E cerco le immagini su google, perchè c’ho un libro di storia dell’arte senza immagini. Ma che, siamo impazziti? Come un libro di ingegneria senza formule. O un libro di medicina con gli schizzi disegnati da studenti delle elementari, con il corpo umano costruito di bastoncini e stuzzicadenti inrociati. Bah...

Hannibal si è definitivamente impossessato del mio corpo. Dentro di me batte un cuore malato, omicida, sanguinario. Pazzo.

Non dire mai a un pazzo che è pazzo, non ti dirà mai che è pazzo...

E continuo a pensare che dovrei essere di sopra a studiare. Però intanto mi sono letta tutto il blog 7 in condotta - notadisciplinare e mi sono fatta quattro risate. E le ho stampate da portare a Nick oggi pomeriggio. Così ride pure lui, e ripercorriamo le nostre adolescenze e i bei tempi della scuola.

Silvia!!?? Dove sei?? Dove ti sei nascosta??

RIPOSSEDUTA



Oh, io le immagini le ho trovate. Ma se su google metto Eros Michelangelo viene fuori un film di Antonioni. Sono attonita.




= AGGIORNAMENTO =

Come se non bastasse, mi è spuntato un enorme, rubicondo, fastidioso, doloroso brufolo sulla punta del naso. L’unico modo per coprirlo sarebbe questo. Ma non so quanto migliorerebbe la situazione. Suppongo sarebbe ancora più appariscente.
Provar non nuoce.



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domenica 9 aprile 2006 - ore 13:03


Padovismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Mi lamento sempre di Treviso, che i parcheggi sono tutti a pagamento, che non si trova mai parcheggio, che se non arrivi in centro per le 9 devi girare mezz’ora e affidarti alla tua allegoria del "culo" che rimbalza sul cruscotto, come un Elvis ballerino a molla. E invece venerdì sera ho avuto una spiacevolissima sorpresa. Padova è peggio di Treviso. Voto zero ai parcheggi di Padova, voto 9 alle macchine che riescono a parcheggiare a Padova, voto 1 a chi ha parcheggiato prima di me a Padova venerdì sera.

Ah. E ho visto una funzione religiosa davanti ad una farmacia, in un incrocio in pieno centro. Padova mi stupisce e mi stordisce. Forse non ci vengo più.


Dialoghismi

ore 01.01 - tangenziale di Mestre, direzione Treviso. Silvia col collo a pezzi che tenta di tenere su la testa. L’autoradio crea rumori inquietanti. Maury guida tranquillo, con spensieratezza.

M: bla bla bla...
S: bla bla bla bla...
M: ha!! bla blabla...
S: ...ha!! blabla bla bla...
M: ???? Amore, la vedi?
S: No, cosa?
M: Dietro di noi... Ci sta superando una Pa..

vvvvWWWWWOOOOOOOMMMMMMMmmmm

..nda con le luci di posizione. Forse è posseduta dal demonio.
S: Ci ha dato 400 metri in tre secondi... pazzesco!
M: Andava almeno a 180.
S: Cazzo! Ci ha superato una Panda verde acqua?! Ha senso?
M: ...
S: Non aveva nemmeno i fanali!!
M: ...
S: Correva in autostrada con le luci di posizione??
M: ...
S: ...
M:...




Non ci avevo più pensato. Ma oggi, una domenica mattina vista crescere dalle 8 e mezza, sui libri a studiare come una qualsiasi secchiona, per ricordare un decimo di quello che ho letto, oggi ho bisogno di pensare a quella Panda verde acqua. Perchè l’ho trovata nelle immagini di Google. Esiste. Non l’abbiamo sognata (o incubata, non era così bello...).

Esaurita. Mi sento un po’ Hannibal Lechter.
Schizzata, pazza, maniaca, diabolica. Geniale, ma in trappola.
Viva l’umiltà.





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venerdì 7 aprile 2006 - ore 20:23


Esamismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non male. Ieri, a un tiro di schioppo dall’esame, ho capito quello che sto facendo. Sono riuscita a fare passaggi, a scremare, a ridurre mille pagine a qualche facciata. Schemi sintetici, chiarissimi. Perfetti.
Potrei adesso citare Giovio, Vignola, Pino, Bellori, Carracci, Paleotti, Landino, Bocchi, Serlio, Giovio e mille altri, solo per fare sfoggio di erudizione. Cosa che non farò, perché i nomi non sono il mio forte e al momento alcuni mi sfuggono. Come mi sfuggono i nomi delle opere, e la corretta collocazione spaziotemporale. Ma ho ancora tempo per fare tutte queste cose.
Oggi, a un alito di vento dall’esame, non solo capisco, ma riesco a memorizzare. La memorizzazione è il passo successivo della comprensione, e io signori miei oramai sono a cavallo. Ho quel leggero sentore di onnipotenza che precede la battaglia, quella sensazione paura terrore misto esaltazione agitazione, che mi condurrà alla fine certa. Quell’adrenalina che precede il fallimento inaspettato. Chi vivrà vedrà. Comunque sono a metà, domani le restanti 600 pagine.

Mi sono anche tolta lo sfizio di mandare una mail alla casa editrice delle antologie di critica per sottolineare la quantità abnorme di refusi orrori ed errori presenti nei testi. Ho perfino fatto la figa con i redattori dicendo che sollecito una pronta revisione eccetera eccetera...

E ora che i miei libri sono un’euforia di colori, ora che il mio astuccio trabocca arcobaleni, ora che la mia borsa da libri esorbita materiale cartaceo e paracartaceo, e che i miei quaderni sembrano più gli appunti di un pazzo maniaco pluriomicida che schemi di critica d’arte, posso dire che sono soddisfatta fin nel profondo del mio io.
Del mio ego e superego, tutti, toh.



Mio fratello è figlio unico - Rino Gaetano

Mio fratello è figlio unico
perche’ non ha mai trovato il coraggio di operarsi al fegato
e non ha mai pagato per fare l’amore
e non ha mai vinto un premio aziendale
e non ha mai viaggiato in seconda classe
sul rapido Taranto-Ancona
e non ha mai criticato un film senza prima prima vederlo
mio fratello e’ figlio unico
perche’ e’ convinto che Chinaglia non puo’ passare al Frosinone
perche’ e convinto che nell’amaro benedettino
non sta’ il segreto della felicita’
perche’ e’ convinto che anche chi non legge Freud
puo’ vivere cent’anni
perche’ e’ convinto che esistono ancora
gli sfruttati malpagati e frustrati
mio fratello e’ figlio unico sfruttato
represso calpestato odiato e ti amo Mariù
mio fratello e’ figlio unico deriso
frustrato picchiato derubato e ti amo Mariù
mio fratello e’ figlio unico dimagrito
declassato sottomesso disgregato e ti amo Mariù
mio fratello e’ figlio unico frustato
frustrato derubato sottomesso e ti amo Mariù
mio fratello e’ figlio unico deriso
declassato frustrato dimagrito e ti amo Mariù
mio fratello e’ figlio unico malpagato
derubato deriso disgregato e ti amo Mariù



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martedì 4 aprile 2006 - ore 21:01


Primaverismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Con la primavera che avanza le considerazioni sull’avarizia climatica dell’Inverno si sprecano. Taccagno braccine corte che non è altro, l’Inverno si è divertito alle spalle di mezza Italia con fare malizioso, con il suo irriverente saltimbanco faccia da imbecille che se ne stavano lì sopra le nuvole a ridere come matti.
Ovviamente ironico, sadico e malvagio, con quel modi di fare da falso amico che mentre ti incula la macchina si beve anche la tua birra, si è improvvisato clemente questa settimana che “alcune persone” sono costrette a stare rinchiuse in stanze dall’illuminazione artificiale, assorbite in cumuli di polvere, chine su tomi di un miliardo di pagine, nel silenzio di un cimitero dei sensi – e senza possibilità di fuga.
“Alcune persone” sono talmente fortunate che Flora, Venere e le Grazie, hanno deciso di banchettare per l’inizio della bella stagione nel periodo meno opportuno. Ovviamente “altre persone” non hanno di che lamentarsi, in quanto la sessione d’esame per loro non è ancora giunta od è in qualche modo terminata, e possono giustamente ribattere che gli esami sostenuti in questo periodo potevano essere dati ancora mesi o anni fa.
A giustificazione di “alcune persone” non possiamo portare esempi significativi, quindi sono cazzi di “alcune persone” se il sole è spuntato ad aprile e non a marzo, se era da luglio che non si vedevano giornate così serene, se si sono iscritte all’appello sbagliato, se non si sono mosse a prepararsi più in fretta. E saranno cazzi di “alcune persone” se fra 15 giorni si ripeterà la drammatica successione di temporali dello scorso agosto – perché le sfighe non arrivano mai sole, perché il bel tempo viene quando non serve, perché Murphy c’ha sempre la sua buona dose di ragione, ed è giusto coronare le disgrazie con incidenti di percorso e tragiche lacrime di coccodrillo. Poi però saranno cazzi di “altre persone” quando “alcune persone” avranno voglia di sfogarsi per la deprimente evoluzione della primavera, che torna a rintanarsi in uno squallido motel sulla statale quando anche loro avrebbero qualche minuto per godersela in santa pace.
E comunque, senza tanto far le fighe, “alcune persone” dovrebbero aggiornare il software, e quindi aggiornare le gambe con le vetrine primaverili. Le pellicce non vanno più.
La bella stagione si porta appresso delle priorità che vanno rispettate.




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venerdì 31 marzo 2006 - ore 19:12


Lavorismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Giornata alternativa, ma che mi ha dato modo di riflettere sull’immensa quantità di aggettivi qualificativi attribuibili ad una stessa persona. Antinomie spesso incredibili, ma inconfutabili. Una fra tutte: sono una donna maschia. Sono inoltre una pigra stakanovista. E, ammetto, con una straordinaria capacità di resistenza (o sopravvivenza?), dopo una festa di compleanno che mi ha accompagnata a letto all’una e mezza ieri notte, e una giornatina di lavoro niente male: avete presente costruire una casa? Ecco, quasi.
C’erano da montare 200 gabbie e relativi tavoli espositivi, nonché organizzare un intero salone, appendere tende, inserire tagliole, spostare panchine di non so quale lega appesantita chimicamente e sollevare e spostare banconi, casse, blocchi di granito, grattacieli, elefanti e ippopotami.
Ed io sono stata femminilmente galattica. Mai un segno di cedimento, mai uno sforzo apparente, mai un lamento. Sinceramente, credevo di svenire quando padre Cionfoli ha scaricato quella mole incredibile di ferraglia dal camion, ma ce la siamo cavata, e mi sento orgogliosamente maschia. All’inizio speravo meglio, poi pensavo peggio. Insomma, fattibile.
Il signorotto creatore di tanti disagi e destinatario di tante maledizioni era un baffo sale e pepe con gambette magre e la pancia a palloncino: rotonda, divertente e galleggiante - stava sospesa sotto il maglione millerighe riempita d’elio. Personcina delicata e dal sorriso ingenuo e dolce, tutto sommato piacevole nonostante la scarsa propensione al dialogo con i sottomessi. Mi sono però tristemente imbattuta nel figlio, un giovane “saremo bauscia” con il viso più inespressivo mai esplorato, ragazzo di affascinanti fattezze (quindi subito istintivamente guardato con sospetto) e rivelatosi repentinamente privo di personalità, senso critico, interessi, affetti, espressioni, frasi compiute, tolleranza dello sforzo fisico e mentalità organizzativa. Che alla vista della mia neanche tanto esile persona, dopo aver intuito con un colpo di genio che se ero li alle 8.30 in tuta forse ero lì per lavorare, ha avuto la bella idea di guardarmi bieco bofonchiando “Tu? Guarda che sono pesanti, saranno 15 chili a tavolo. Mia sorella per dire non ce la fa…”.
Caro il mio fighetto, tua sorella sarà ovviamente una figlia di papà come te, e non avrà lavorato un giorno solo in vita sua, mentre io facevo la cameriera fino alle 5 di mattina. Ma le parole si sono fermate sulla punta della mia lingua, forse inconsciamente bloccate dal mio buon senso (che come detto è inconscio).
Risultato? Ho fatto un lavorone, 6 ore di filato con 20 minuti di pausa pranzo, e sono arrivata a casa che sembravo davvero una lavoratrice, stanca, stressata, nervosa, incollerita col titolare; sono entrata furente in doccia, sono rimasta sotto il getto caldo 25 minuti, ho fatto un sacco di bolle col bagnoschiuma alla vaniglia e mi sono andata a sdraiare a letto. Senza sapere che la prospettiva era non riuscire a raddrizzare la schiena. L’idea di scendere le scale di corsa si è svelata presto nella sua impossibilità, così ho optato per una lenta riflessiva passeggiata gradino per gradino. Ora sto bene, è stato solo un crollo di adrenalina e per fortuna sono una donna di mondo, forte, una donna di fatica. Sono eroica. Stoica. Stupida. Così è, se vi pare.
Oggi ho sfidato la logica, la coerenza, l’intelletto e la salute. Per sapere chi ha vinto non perdetevi la prossima puntata, in diretta da un letto d’ospedale con un ortopedico che cerca di ricostruire un femore.

Un futuro medico e la futura scrittrice di punta della Edizioni Deligiasi tramutano in montacarichi per racimolare quattro soldi e potersi permettere un settembre a New York. Con infinito orgoglio, fieri di esserceli guadagnati.



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martedì 28 marzo 2006 - ore 20:36


Shaulismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")




Ieri sera, se sono sopravvissuta alla solita deprimente quotidiana casalinga tragedia, è grazie a questo. Tutti dovrebbero possederlo *, tenerlo non su uno scaffale ma sul comodino, una paginetta ogni sera (per chi è capace di fermarsi, non come me): è un antidepressivo. Simile al naso da pagliaccio che mi scarrozzo dietro in tutte le borse, ma il Mirabiblia non è di tascabile misura né di agile trasporto.

Ad esempio, le “Passeggiate di un sinologo” di Peter Kien, una raccolta di scempiaggini annotate in un taccuino, sul quale il celebre sinologo trascrive tutto ciò che vuole dimenticare: nel taccuino registra data, ora e luogo, poi segue la descrizione dell’evento che deve dimostrare la scempiaggine degli uomini. Oppure “Coltivar fiori al lume di candela in camere d’albergo”, in cui Harriet Fine vedova Adams istruisce potenziali interessati sull’esatta azione narrata nel titolo, avendo vissuto per anni in una camera senza finestre, e avendo constatato che la luce di torcia è meno funzionale allo scopo di quanto non lo sia una lucerna – ma come le candele non c’è niente. Poi c’è il “Catalogo del mondo” di Donald Evans, una raccolta di francobolli inesistenti, creati dalla fervida immaginazione e stimolata fantasia di Evans, con valori, ritratti, paesaggi, dentature, timbri postali, animato da una strana passione per la sistematicità delle serie. E ancora, “Mentre ci cola il sangue dal naso”, dramma di passione e gelosia del drammaturgo scandinavo Jorgen Lovborg: l’ammaestratore di acciughe Moltvich viene a sapere che il fratello Eyewulf ha ereditato la grave malattia del padre, per questo va in tribunale per rivendicare il suo diritto. Il giudice dà ragione a Eyewulf, così il protagonista viene persuaso dalla moglie Netta a ricattare il fratello minacciando di rivelare alla polizia che questi aveva contraffatto la firma di un pinguino sulle polizze di assicurazione.

Il fatto è che l’antidepressivo funziona finché non ci si rende conto che quei meravigliosi libri, quei mirabiblia, non sono reperibili, non sono rintracciabili, non sono possedibili né leggibili, a meno che non abbiate come amico uno di quei fortunatissimi detestabili collezionisti. E ti autoflagelli con gatti a nove code puntate d’acciaio cosparse di chiodi al cianuro, ma non puoi sfogliare, toccare, leggere quei libri. Non puoi neanche vederli.
E, non dimentichiamo, sono sopravvissuta anche grazie al mio stereo, al tasto "repeat" e alla canzone numero 9 di Katie Melua.
Ma che triste ascoltare quella canzone, melodia lacrimosa, segnarmi un foglio di quablock zeppo di titoli, con gli autori, le edizioni, i prezzi in euri come fossero in commercio, e con l’intima consapevolezza che quei libri non li troverò mai.
Mai regalo fu più azzeccato. Mai regalo mi ha fatto penare tanto.


PS* - era un modo di dire, nessuno lo compri. E’ mio. Solo esclusivamente MIO.

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domenica 26 marzo 2006 - ore 13:37


Librismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Generalmente adoro i libri che avrei voluto scrivere io. O come diceva il giovane Holden, che i libri migliori sono quelli che vorresti conoscere l’autore per chiamarlo ogni volta che ti va. Questi sono i libri che io amo, le storie che mi contagiano, gli autori che stimo, quelli che realizzano su carta stampata i miei sogni e le mie velleità artistiche, quelli che scrivono come non riuscirei mai. Invece, invidiosa che non sono altro, provo un particolarissimo odio per i libri che avrei potuto scrivere, se ci avessi pensato - perché è un’idea che assomiglia alle mie, o che avevo avuto, o che bastava un input diverso e mi sarebbe venuta, o semplicemente una famiglia più comprensiva, più aperta, più culturalmente predisposta ad accettare che non ci fossero solo imprenditori triveneti in casa. Ci sono libri che odio pur provando un’innata simpatia per i personaggi, per i luoghi, per tutto.
Allora possiamo chiamarlo odio? Certamente sì. Ed è un odio singolare, perché c’è dell’affetto nascosto, che non voglio rendere noto a quello scrittore (non lo dovrà mai sapere, resterà fra me e l’inchiostro) o in questo caso a quella scrittrice, che non avrei mai incontrato se non su consiglio, su presentazione. Te lo regalo io, mi ha detto, e l’ho letto. E ne sono soddisfatta.

Credo che ogni odio nasconda un substrato di amore, o paura, o riverenza, o malinconia – e che non sia mai solamente odio. Quindi questo singolarissimo odio mi spinge ad una comprensione molto profonda, come quella per i libri che invece amo. La studio, questa donna che ha vissuto una vita incredibilmente romantica, di una sensibilità eccezionale, con una personalità straordinariamente simile alla mia. O a quella che avrei voluto. Ha scritto insomma questa autobiografia in chiave adolescenziale, ma con la maturità e la coscienza di una 50enne che ha già visto e sentito, e che ha soprattutto vissuto. Quindi le speranze, i sogni della bambina che cammina sulle pagine sono quelli di una donna che ripercorre all’indietro la storia della sua famiglia tramite le parole dei suoi genitori, dei fratelli, degli amici di famiglia. Un lessico intimo, personale, che viene per lo più compreso solo dalla piccola ristretta cerchia dei Levi. Bell’idea. Anche noi a casa abbiamo un lessico famigliare. Solo che parla una persona sola, mancherebbero le interazioni, i dialoghi, le risate tra fratelli. Parlerebbe una persona sola, a cui non voglio regalare la posizione centrale nella mia opera, a cui non voglio concedere un primo piano, figuriamoci il ruolo unico in un monologo.

Riflettere aiuta a somatizzare questo odio, per il libro intendo. Odio meno la piccola Natalia che spedisce una lettera con le sue novelle a Croce. Odio un po’ di più la grande Natalia, che invita a cena Pavese, che lavora fianco a fianco con Einaudi e Calvino, che chiama zio Turati, che ospita Pitigrilli, che si telefona con mezza intellettualità piemontese della metà del Novecento. Libro consigliato.



PS - Voglio essere einaudizzata. O al massimo bompianizzata o longanesizzata.

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sabato 25 marzo 2006 - ore 13:45


Fallimentismi - ma fin la...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Perché, se una serata è un fallimento, non vuol dire che non sia stata divertente. Intendo, essere trascinata al Takabanda, andare in discoteca, fare da tappezzeria ammirando la variegata moltitudine di stronzi che popolano la mia città ed escono di notte come pipistrelli, musica che stordisce (ed è un eufemismo chiamarla musica), sentirsi vecchi e fuori luogo, la prima vera festa universitaria a 25 anni…
ma non ha paragone con la gioia di passare una serata con le mie stelle, ridere parlare stare insieme, riscoprirci invulnerabili e inossidabili, e poi vedere Maury e Luca in pista con ragazzi che avevano 10 anni meno di loro, e sentirli sproloquiare - ubriachi ballerini – e scatenarsi davanti allo slazzo, alle 3 di notte 2 panini salsiccia cipolla peperoni e ketchup.
Stomaci di ferro, da invidiare ma anche no.
E poi Maury quand’è particolarmente ubriaco, è l’emblema dell’ “in vino veritas”. Mi dice tutto. Io ne approfitto meschinamente, mi faccio raccontare quanto possibile e adoro quando mi loda e mi esalta all’ennesima potenza – gli unici slanci di romanticismo che mi concede. Il più delle volte è inguardabile, risulta irritante e mette davvero voglia di prenderlo a sprangate.
Ma quei momenti non me li negherei mai.

Grazie Dany, grazie Fede. Come voi nessuno mai.



Foto di repertorio, agosto 2003 - non dovrei postarla, siamo venute malissimo tutte e 3. Ma fa ridere. Ed eravamo felici. E sono le mie stelline. E le adoro.

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