PENSO DI ESSERE CIO’ CHE DICO:
SPERO DI FINIRE COL TRASFORMARMI
IN CIO’ CHE DICO DI ESSERE
*** Per Aspera Ad Astra ***
Il nostro albero genealogico, da un lato, è la trappola che limita
i nostri pensieri, emozioni, desideri e vita...
e dall’altro è il tesoro che racchiude la maggior parte dei nostri valori.
[A. Jodorowsky]
A me occorre una vita divorante.
Ho bisogno di agire, di spendermi, di realizzare;
mi occorrono una meta da raggiungere, delle difficoltà da vincere,
un’opera da compiere.
[Simone de Beauvoir]Sono semplicemente quel che sono...complicata e contraddittoria, cinica, anticonformista, spesso sprezzante, a volte brutale, difficile, eccentrica, sincera, sempre e comunque onesta con me stessa e con gli altri, perennemente inquieta...
Volli, sempre volli, fortissimamente volli!
[V. Alfieri]
Il cinismo è l’arte di vedere le cose come sono, non come dovrebbero essere.
[Oscar Wilde]
AVVISO AL LETTORE: in questo blog scriverò tutto quello che mi passa per la testa... e per la testa mi passano, sempre, un sacco di riflessioni, di pensieri, di considerazioni, di connessioni, di associazioni, di frasi e di poesie della più varia e strana natura...
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domenica 26 novembre 2006 - ore 14:59
IL SUSSURRO. LA VOCE. L’URLO
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Dai sospiri nasce qualcosa,
Ma non dolore, questo l’ho annientato
Prima dell’agonia; lo spirito cresce,
Scorda, e piange;
Nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
Non tutto poteva deludere;
C’è, grazie a Dio, qualche certezza:
Che non è amore se non si ama bene,
E questo è vero dopo perpetua sconfitta.
[D. Thomas]
Tutto è iniziato con un sussurro... con il fruscio delle foglie: quel suono secco e lieve che contraddistingue questo periodo dell’anno... il rumore delle foglie autunnali quando si posano a terra, con elegante rassegnazione, una sopra l’altra... è iniziato circa 4 settimane fa, quando l’autunno ha preso definitivamente il sopravvento sulla bella stagione... Ho sentito un rumore che era un impalpabile sussurro: un suono indistinto che non riuscivo a capire, che non riuscivo a comprendere... sapevo che era un messaggio, ma non lo comprendevo, non lo decifravo...
Poi il sussurro è diventato, a poco a poco, una voce: una voce che mi risuonava nella testa, mentre camminavo per strada, mentre me ne stavo ranicchiata a leggere sulla poltrona, quando mi ritrovavo in compagnia di amici... una voce che parlava e parlava e parlava, ma attraverso un linguaggio misterioso: una lingua oscura, un insieme di suoni, che diventavano a mano a mano sillabe e parole... sempre diverse... E un’angoscia sottile ha cominciato a pervadermi, si è insinuata in me, perchè non capivo cosa questa voce volesse dirmi. Ho cominciato a prestare sempre più attenzione a questo monologo interiore, a questo mio soliloquio interiore... E, a poco a poco, la voce è diventata un urlo... Un urlo che mi rimbomba nella testa: ma non ne capisco le parole... mi sfuggono le parole! Adesso sono sempre vigile, sempre attenta, perché ho paura che, distraendomi, potrei perdere l’attimo in cui il significato di tutto questo mi verrà rivelato... il momento in cui il non senso troverà una spiegazione... E, quindi, ascolto me stessa e aspetto: aspetto di capire...
Il ripetersi delle esperienze ha un’unica finalità:
insegnare quello che non si vuole apprendere.
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mercoledì 22 novembre 2006 - ore 23:37
ANNEGARE NELLA RIVELAZIONE...
(categoria: " Riflessioni ")
A. Jodorowski ne Il figlio del giovedì nero ha scritto: ”...l’istante promesso, quello in cui l’intero universo si dissolve nel punto originario. E’ il primo pensiero di Dio, quello che nessuno può comprendere né concepire, il limpido Aire Interiore, inafferrabile, quello che contiene sotto forma di amorosa volontà le essenze, le cause, le cose, quelle che sono state e quelle che saranno. E’ il centro dove tutto si crea e tutto si consuma. Raggiungerlo equivale a ritornare a se stessi, perdendo l’individualità delle radici, le idee, i sentimenti, i desideri, la memoria. E’ annegare nella rivelazione originaria e trasformarsi in niente, vale a dire in speranza”...

Ho riflettuto molto su questo
brano di Jodorowski e penso che ognuno di noi dovrebbe provare a percorrere il percorso delineato dall’Autore, cioè “
ritornare a se stesso”, perdendo la propria
individualità, la propria
definizione interiore, per poter così
capire tutto l’esistente (o almeno
tentare di capirlo). Ritornare al
punto originario, dove
tutto si crea e tutto si consuma. Così si trova la
pace, perché ci si trasforma in un essere, sorretto solo dalla sua
volontà, che tende sempre e comunque alla
speranza… Questa idea
mi affascina e, visto il
periodo in cui mi trovo a vivere,
mi rasserena... ho bisogno di
quiete e, soprattutto, di
speranza... Devo ragiungere l’
istante assoluto, l’
istante promesso e agognato in cui tutto mi sarà chiaro... Eppoi
silenzio...
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martedì 21 novembre 2006 - ore 14:01
DEI FIGLI
(categoria: " Riflessioni ")
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi, ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri,
poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dar rifugio ai loro corpi, ma non alle loro anime,
giacché le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere come loro, ma non
di renderli come voi siete.
Poiché la vita non va mai indietro né indugia con l’ieri.
[Gibran, Il Profeta: Dei figli]In questi giorni in cui si sente parlare in ogni dove di
ragazzini con problemi, di
violenza nelle scuole, di
bullismo, di
infanzia negata, ecc ecc, in questi giorni in cui si sprecano fiumi di parole per cercare di capire perché gli
adolescenti di oggi siano così alienati, così insensibili e così problematici, mi sono tornati alla mente
i versi di Gibran... Personalmente,
non so se vorrò mai dei figli, perché questo mondo non mi piace: non so se voglio sentirmi addosso la
responsabilità di aver costretto qualcuno a vivere in mezzo a tutta questa
brutalità e a questa
ignoranza…
.jpg)
Ho però una ferma
convinzione: dei figli si debbono preoccupare innanzi tutto i genitori!
Sono i genitori che li rendono mostri! ... e quindi so che ai miei -ipotetici- figli io dovrò
attenzione e rispetto, dovrò saperli ascoltare, dovrò
aiuto e sacrificio... i miei figli dovranno diventare
persone vere, autentiche, non vuoti gusci da riempire con le sciocchezze che caratterizzano la nostra società e che portano poi i ragazzi ad essere
piccole belve, senza anima e senza sentimenti. I miei figli dovranno saper
piangere e ridere, dovranno avere
senso critico, dovranno avere delle
opinioni… I miei figli dovranno avere dei
sogni, delle
aspirazioni e dovranno
cercare di essere felici... I figli
albergano nella casa di domani, ma sono i
genitori che li rendono
brave o cattive persone, che danno loro una
coscienza e dei
valori, che insegnano loro il
giusto e lo
sbagliato!
La vita non va indietro e la nostra società non migliora:
cerchiamo almeno di salvare i figli da questo sfacelo!
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lunedì 20 novembre 2006 - ore 18:59
SILENZIO-PAUSA DALLA CACOFONIA DEL MONDO
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Tiziano Terzani in Un indovino mi disse scrive: “Inoltre ci eravamo impegnati a mantenere il NOBILE SILENZIO, cioè a non parlare e a non fare rumori che distraessero gli altri. E questo fu magnifico. […] Ognuno era sempre solo con se stesso. Il silenzio fu una grande scoperta perché, senza quel primo piano delle parole altrui, mi accorsi che anche la grandiosa bellezza della natura era nel silenzio. […] Mi parve che, questo del silenzio, fosse un diritto naturale che ci era stato tolto. Pensai con orrore a quanta parte della vita se ne va, calpestata dalla cacofonia che ci siamo inventati con l’illusione che ci faccia piacere o compagnia. Ciascuno dovrebbe, ogni tanto, riaffermare questo diritto al silenzio e concedersi una pausa, una pausa di giorni di silenzio, per risentire se stesso, per riflettere e ritrovare un po’ di sanità”.

Ecco, io sono
sola con me stessa in questo momento: è un momento di
pausa dalla cacofonia del mondo, un momento per ascoltare me stessa, per riflettere e per ritrovarmi…
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domenica 19 novembre 2006 - ore 13:21
IL BOZZOLO
(categoria: " Vita Quotidiana ")
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GIORNATA GRIGIA E PIOVOSA OGGI... E’ una tipica uggiosa giornata autunnale da passare in casa, chiusi nel bozzolo ovattato e accogliente delle pareti domestiche, isolati dal resto dell’umanità, completamente sordi ai richiami dellesterno: gli amici, le commissioni, gli impegni ed i doveri vengono cancellati dal freddo e dalla pioggia che sferzano impietosi sulle tapparelle, creando un muro fra me ed il resto del mondo. Questa è una giornata in cui cerco il silenzio, la solitudine: una giornata in cui voglio vivere per me ed in me, senza interferenze e senza contatti con chicchessia. L’unica presenza che non mi disturba è quella discreta e silenziosa del cane, che mi segue dovunque per la casa come un’ombra. In giorni come questo, i miei ritmi scandiscono lo scorrere del tempo, le mie volizioni determinano le mie azioni, le mie sensazioni diventano l’unico criterio da seguire: c’è un tempo per dormire e poltrire, al caldo, rannicchiata sotto la coperta morbida e lieve; c’è il momento del bagno, lungo e rilassante, passato in un ambiente umido, quasi tropicale, dove la tensione e la frenesia scivolano via dal corpo; c’è un tempo per leggere, dovunque e un po’ di tutto, seguendo l’estro, passando dai libri per studiare ai libri che mi servono per coltivare le mie passioni; ed infine c’è un tempo per pensare, per riflettere sugli argomenti più disparati, che mi possono riguardare direttamente o meno, prendendo spunto da quello che mi passa sotto gli occhi e nella testa: un articolo di giornale, un’immagine, un discorso passato che la mia memoria disseppellisce… In giornate come questa, cerco di ritrovarmi, di rimettermi insieme, perché nella vita frenetica che conduco solitamente qualche pezzetto di me si perde per strada e, giorno dopo giorno, questo mi porta a smarrirmi, a confondermi... Tutto comunque poi torna a posto, grazie a pause come quella di oggi, in cui ho il tempo di ricompormi e di tornare ad essere pienamente me stessa: semplice e complicata, solare e pessimista, socievole e misantropa… La solita Tele insomma!
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venerdì 17 novembre 2006 - ore 14:25
IL VAPOR CHE L’AERE STIPA...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Come quando la nebbia si dissipa,/ lo sguardo a poco a poco raffigura/ ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,/ così forando l’aura grossa e scura... [Dante]
Stamane, appena sveglia, ho guardato fuori dalla finestra e l’ho vista: è arrivata. Puntuale -e attesa-, come ogni inverno: è arrivata la NEBBIA...
Adoro la nebbia: mi piace perdermi nella foschia, ritrovarmi a vagare, soprattutto alla sera, in un mondo senza contorni, dai suoni attutiti e ovattati, dove la banalità del vivere di tutti i giorni viene ammantata da un alone di mistero... Mi piace camminare senza meta in centro paese, imbacuccata in sciarpa e cappello, sfiorando persone che mi conoscono, ma che non si accorgono della mia presenza, perché sono un’ombra intravista nella bruma...Qualcuno che cammina al mio fianco senza rumore, come se avesse i piedi nudi... La nebbia entra in bocca, occupa i polmoni. Verso il Canalazzo fluttua e s’accumula. Lo sconosciuto diventa più grigio, più lieve; si fa ombra... Sotto la casa dov’è l’antiquario, egli scompare all’improvviso. [D’Annunzio, Notturno]
Amo salire piano piano verso il Castello, attraverso i viottoli medioevali, con i ciottoli che risplendono lucidi per l’umidità, ascoltando in silenzio il mio respiro, unico suono fra i mille e mille rumori smorzati dal grigiore, e osservare le architetture medioevali, le trifore delle case, gli orli merlettati delle mura, i doccioni che sembrano prendere vita e sbirciarmi sogghignanti dai cornicioni...Dalla breccia dei bastioni rossi corrosi nella nebbia si aprono silenziosamente le lunghe strade. Il malvagio vapore della nebbia intristisce tra i palazzi velando la cima delle torri, le lunghe vie silenziose deserte come dopo il saccheggio. [Campana]
Amo la nebbia, perché rende tutto indefinito e sospende il tempo... così le sensazioni e le emozioni si stemperano, il dolore si allevia, il continuo lavorio della mia mente si affievolisce: e trovo un po’ di pace...
Attendo l’arrivo del crepuscolo: spero che scenda la nebbia...
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mercoledì 15 novembre 2006 - ore 15:57
SAPERE AUDE!
(categoria: " Riflessioni ")

Da ieri mi trovo a riflettere su questa frase di I. Kant, tratta da Risposta alla domanda: che cosè lilluminismo?: “Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Da imputare a se stesso è questa minorità se la sua causa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e di coraggio nel far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. SAPERE AUDE! Abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza!”... mi sono resa conto che pochi, al giorno doggi, hanno abbastanza coraggio per servirsi appieno del proprio intelletto... Oggi ci si omologa al pensiero forte, al pensiero della maggioranza, si tace e si vive la propria vita mediocremente, ma in tranquillità: non ci si confronta e non ci si scontra, perché i più sono deboli e non hanno idee o convinzioni: pochi osano pensare e stupidità e pregiudizi dilagano!

Aveva ragione
A. Einstein quando diceva: “
Il senso comune è quello strato di pregiudizi che si sono depositati nella mente prima dei diciotto anni” e “
La differenza fra la genialità e la stupidità è che la genialità ha i suoi limiti”... detto questo,
io continuo con
decisione ad
osare, continuo a
pensare, a
ragionare e ad
interrogarmi su tutto e tutti, continuo a vivere seguendo i dettami della mia
coscienza e la mia
morale, cerco di
non avere
pregiudizi e di
non farmi
condizionare da nessuno, tenendo sempre a mente che, qualsiasi cosa faccia o qualsiasi cosa dica, comunque ho usato il mio intelletto ed ho fatto e detto quello che reputavo giusto, tenendo sempre a mente ciò che diceva
Kant nella
Critica della ragion pratica: “
Il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me ”...
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martedì 14 novembre 2006 - ore 15:08
HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI
(categoria: " Fotografia e arte.. ")
Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Da imputare a se stesso è questa minorità se la sua causa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e di coraggio nel far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. SAPERE AUDE! Abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza! [Kant].jpg)
Da un saggio, intitolato L’editoria come genere letterario, tratto da La follia che viene dalle ninfe di Roberto Calasso che parla di come un grande editore eserciti l’arte dell’editoria, cioè dia forma ad una pluralità di libri come se essi fossero i capitoli di un unico libro, ho tratto spunto per fare una piccola ricerca su quello che da molti è considerato il più bel libro mai stampato: l’ HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI (stampata da Aldo Manuzio nel 1499)…
Personaggio universalmente noto, ALDO MANUZIO fu non solo un maestro della tipografia, ma anche un intellettuale del suo tempo. Grazie alla sua intraprendenza e ad amicizie influenti, Manuzio, nato tra il 1449 e il 1450 a Bassiano, nel Lazio, riuscì a dare vita a una impresa epocale, tanto che il suo nome è diventato nei secoli sinonimo dell’arte della stampa.
Solo nel 1495, tuttavia, Venezia vide apparire il primo libro ufficialmente edito da Aldo, una grammatica greca di Costantino Lascaris intitolata Erotèmata, ovvero Questioni.
Prima di questi sviluppi la carriera di Manuzio fu quella di uno studente che frequentò Roma (e Ferrara) proprio negli anni in cui i torchi portati in Italia dai tedeschi Sweynheim e Pannartz giungevano a Subiaco e quindi, a partire dal 1467, nella città eterna.
La svolta fondamentale della vita di Manuzio fu l’incarico di precettore ricevuto presso i signori della città di Carpi, in Emilia. Caterina Pico, sorella di Giovanni Pico della Mirandola, aveva infatti deciso di affidargli l’educazione dei piccoli Alberto e Lionello Pio, suoi figli. Lo stesso Giovanni Pico, probabile ispiratore della scelta di Caterina, fu certamente soddisfatto della dedizione e dell’affetto che l’amico Aldo seppe dimostrare verso i suoi nipoti. Il metodo didattico del futuro editore si basava soprattutto su una grande familiarità con i grandi documenti letterari e filosofici dell’antichità (egli fu autore anche di una grammatica latina), senza però trascurare le novità provenienti dagli ambienti intellettuali di corti signorili come quelle di Firenze e Ferrara.
Nel periodo tra il 1479 e il trasferimento a Venezia, datato 1489, venne concepito con ogni probabilità il progetto delle edizioni aldine. Nonostante la mancanza di informazioni dettagliate in merito, è impossibile che all’avventura di Manuzio non abbiano almeno in parte contribuito i consigli degli amici più cari e una certa fiducia nel sostegno economico della corte carpigiana. Alberto, l’allievo prediletto, sarà il destinatario di numerose prefazioni contenute nelle pubblicazioni aldine.
A tale riguardo possono apparire assai significative le parole che Manuzio gli rivolge nel volume della Fisica aristotelica (1497): "Infatti, oltre a sostenere costantemente con il tuo aiuto la nostra missione, tu prometti pubblicamente di donarmi una vasta e fertilissima campagna, anzi mi assicuri che mi concederai un ameno castello [...] perchè ivi con più agio e comodità io rifornisca tutti di eccellenti volumi in latino e in greco, e perchè inoltre vi si istituisca un’accademia".
Altrettanto importante il riferimento contenuto nelle Opere Logiche di Aristotele (1495): "Conosco la tua grande passione per i libri greci: so che per procurartene non badi a spese, imitando tuo zio Pico della Mirandola, uomo di splendido ingegno e di dottrina insuperabile che la morte gelosa ci ha rapito da poco, in compagnia di Ermolao Barbaro e di Angelo Poliziano, i più dotti del nostro tempo".
La stamperia doveva originariamente sorgere nella stessa Carpi o presso la vicina Novi, ma fu Venezia, infine, città operosa e relativamente libera, centro di scambi commerciali e letterari, a ospitare Aldo nei primi anni novanta del quindicesimo secolo. Nella città lagunare il neoeditore seppe costruire una vasta rete di alleanze tale da consentirgli di procedere verso una meta ben delineata: la diffusione, con l’utilizzo delle tecniche moderne, di una collana di volumi in cui i testi fondamentali dell’umanesimo fossero riscoperti e attualizzati, con particolare attenzione per le opere provenienti dal mondo greco.
Egli strinse subito società con Andrea Torresani da Asola (1451-1528), che nel 1479 aveva già rilevato la stamperia del famoso Nicholas Jenson. Tale fu la vicinanza tra lui e Manuzio, che quest’ultimo, nel 1505, ne sposò la figlia, installando a casa sua tutta l’officina. Un altro socio prezioso fu Pierfrancesco Barbarigo, figlio del doge Marco, che senza dubbio portò in dote denari e conoscenze altolocate. Benché manchino prove inoppugnabili in merito, è da ritenersi che Alberto da Carpi contribuisse in posizione più defilata al consolidamento della società. Completava il gruppo dei soci e collaboratori, Francesco Grifo, geniale artigiano bolognese, responsabile della manifattura di tutti i nuovi punzoni e capace di forgiare tutto ciò di cui la stamperia veneziana necessitava.
Questi personaggi tipicamente rinascimentali, divisi tra la cultura e la fabbrica, la ricerca sempre affannosa di finanziatori e la caccia ai codici più rari, bibliofili con l’occhio attento ai libri contabili, furono i responsabili di innovazioni decisive nell’arte tipografica. Fra tutte, basti citare il carattere corsivo o italico, apparso per la prima volta nelle Epistole di Santa Caterina da Siena (1500); il formato in ottavo, che permise la confezione di libri più piccoli e per un pubblico più vasto, antesignani degli attuali tascabili; il catalogo editoriale utilizzato come strumento di vendita ad hoc.
Su ogni innovazione particolare, prevale tuttavia il programma educativo di Manuzio, capace di tracciare il confine tra l’antica stamperia, disponibile a ultimare qualsiasi prodotto, e la moderna casa editrice, dove vengono pianificati volumi destinati a formare una rete di affinità reciproche. Naturalmente, le difficoltà del momento storico, l’eterna esigenza di sottostare a svariati compromessi e la morte dello stesso Aldo, nel 1515, non permisero di portare fino in fondo il progetto originale.
Tuttavia, già un esame dei volumi stampati a Venezia consente di rilevare alcune fondamentali costanti. Nel periodo tra il 1495 e il 1499, ad esempio, scopriamo una prevalenza di autori greci: i cinque tomi di Aristotele, ma anche Teocrito, Aristofane, Esiodo, i Carmi Pitagorici. A completamento, un gruppo di grammatiche (Lascaris, Gaza, Urbano Bolzani da Belluno) e un dizionario greco.
Sul versante latino riscontriamo invece un’attenzione più marcata per gli umanisti italiani: il giovane Pietro Bembo (De Aetna), la Cornucopia del Perotti, il Giamblico curato dal Ficino e l’Opera Omnia di Angelo Poliziano. Solo a partire dal XVI secolo, con Lucrezio, inizieranno a comparire pure i grandi nomi della latinità: Virgilio, Orazio, Marziale, Cicerone, Ovidio, Catullo, Tibullo, Properzio.
Quanto alla lingua volgare, vale la pena di ricordare l’Hypnerotomachia Poliphili del domenicano Francesco Colonna (tirata nel 1499 almeno in 500 copie), che rimane a tutt’oggi un volume tra i più intriganti e pregiati dell’intero umanesimo italiano, un vertice della produzione aldina: si tratta di un in folio composto da 234 carte in cui vengono ospitate ben 172 xilografie.

L’
HYPNEROTOMACHIA POLIPHILI (Battaglia d’amore in sogno di Polifilo) fu pubblicata nel 1499 da Aldo Manuzio in un’edizione preziosa per la bellezza dei caratteri tipografici e per lo splendore delle xilografie (attribuite a vari pittori tra cui Mantegna, Bellini, Raffaello).
Questa opera si presenta come un vero enigma: per quanto concerne l’autore, siamo certi del suo nome perché l’acrostico formato dalla lettera iniziale della prima parola dei 38 capitoli consente di leggere "
Poliam frater Franciscus Columna peramavit" (Frate Francesco Colonna amò moltissimo Polia). È indubbio che il protagonista Polifilo, innamorato di Polia, e l’autore del romanzo sono una persona sola. Francesco Colonna fu probabilmente un frate domenicano di Treviso, morto a Venezia nel 1517; altri invece hanno sostenuto che l’autore potrebbe identificarsi in un Francesco Colonna dell’illustre famiglia di Roma, nato intorno al 1430, signore di Palestrina, educato all’ Accademia Romana di Pomponio Leto.
Il libro narra in due libri il sogno di Polifilo che, dopo essersi smarrito in una selva, e dopo aver visto una straordinaria piramide e altre opere di architettura e scultura, sparse tra le rovine archeologiche, in giardini lussureggianti, raggiunge l’amata Polia. Con lei visita il palazzo di Venere, dove è la fonte della dea e il sepolcro di Adone; invitata dalle Ninfe a parlare di sé, Polia racconta nel secondo libro l’origine di Treviso e la storia del suo amore per Polifilo. I due amanti si confermano reciprocamente i loro sentimenti e mentre Polia sta abbracciando Polifilo, cessa il sogno e la donna scompare.
La lingua dell’
Hypnerotomachia è un volgare artificioso, costruito su base toscana ma del tutto deformato da forme latineggianti e arcaiche, erudite e inaccessibili. Si tratta di un’opera di difficile lettura, in cui si prefigura un percorso di iniziazione, un cammino verso la verità segreta del mondo, attraverso una serie di passaggi allegorici oscuri, culminanti nelle descrizioni delle architetture.
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lunedì 13 novembre 2006 - ore 15:04
ALEISTER CROWLEY
(categoria: " Riflessioni ")
Ultimamente mi sono imbattuta spesso, leggendo qua e là, in Mr. ALEISTER CROWLEY, che, nel mondo della magia cerimoniale di oggi, è il principale indiziato di satanismo e, conoscendo già un po’ il personaggio, ho fatto una ricerca ed ho deciso di scriverci un post “informativo”, che però non vuole dare giudizi di nessun tipo: non giudico il satanismo come non giudico nessun altra forma di religiosità, fintanto che questa non lede la vita ed il rispetto per la persona umana.
Pur ritenuto uno dei fondatori del satanismo come noi oggi lo intendiamo, Crowley non può esser considerato tecnicamente un satanista, perché era ateo e le forze occulte che intendeva mobilitare non vengono affatto identificate con il Diavolo della Bibbia di cristiani ed ebrei: egli stesso afferma "il diavolo non esiste", perchè per lui "non cè altro dio che luomo" e Satana è semplicemente un nome inventato dalle religioni per definire una componente dell’animo umano e non una componente malvagia, perché egli non contrapponeva Bene e Male.
Crowley definisce la Magia come "la Scienza e lArte di causare cambiamenti in conformità con la Volontà" e, nel corso della sua vita, divulgherà progressivamente tutti i rituali e gli insegnamenti della Golden Dawn di cui egli era a conoscenza nel suo giornale The Equinox (fu, probabilmente, la prima volta che apparvero in stampa i genuini insegnamenti operativi duna società ermetica, e non soltanto i semplici testi cerimoniali o le traduzioni in un linguaggio simbolico incomprensibile ai profani).
Crowley ebbe conoscenze illustri e fu di ispirazione a molti: incontrò a Berlino nellagosto del 1930 ed in quello del 1931 lo psicoanalista austriaco di idee socialiste Alfred Adler. Vi sono testimonianze di prima mano sul fatto che Crowley, a Berlino negli anni precedenti al 1933, abbia introdotto Aldous Huxley (autore di Le porte della percezione ed Il mondo nuovo), alluso della mescalina. Timothy Leary, portabandiera della rivoluzione hippie, sidentificò interamente con la corrente iniziata da Crowley e considerò una delle sue aspirazioni il completamento dellopera chegli aveva iniziato per preparare il mondo alla coscienza cosmica. Perfino i Beatles, si sospetta, subirono la sua influenza. Infatti, Crowley comparirebbe addirittura sulla copertina di un loro album, il famoso Sg. Peppers Lonely Hearts club band, tra “le persone che noi rispettiamo”, come vennero definite dagli stessi componenti del famoso quartetto.
EDWARD ALEXANDER CROWLEY nasce nel Warwickshire, nel 1875. Entrambi i genitori appartengono ai Darbisti, un gruppo di orientamento millenarista fondato su una rigorosa interpretazione letterale della Bibbia, sviluppatosi intorno al 1830. Il padre muore nel 1886 ed i rapporti con la madre peggiorano. Sembra sia stata lei la prima ad identificarlo come l’Anticristo. A 20 anni Crowley entra a Cambridge, al Trinity College. Qui Crowley ha la sua prima illuminazione; la seconda avviene il 31 Dicembre 1896, durante un viaggio a Stoccolma. Cambia il proprio nome, celtizzandolo, in Aleister ed entra in possesso di una cospicua eredità derivata dalla morte del padre; assumendo il motto magico Resisterò, si fa iniziare allordine ermetico della Golden Dawn e ne scala vertiginosamente i gradi. Nellordine fa le sue prime esperienze di magia cerimoniale, yoga ed uso di droghe. Successivamente Crowley crea un sistema filosofico indipendente, accostando metodologie antiche e moderne, cercando stati amplificati di coscienza. Nel corso di tre evocazioni, Crowley entra in contatto con un’entità che definisce Aiwass, dalla quale riceve i 220 versetti del Liber Legis, fondamento di un nuovo tipo di spiritualità, di scienza e di magia. In seguito a questa nuova rivelazione ed allurlo di guerra che levava contro gli ascetismi, cambia il proprio nome in Tò Méga Therìon, La Grande Bestia, e porta avanti lidea innovativa di un sacerdozio femminile nel quale la donna, liberandosi dalle catene di Eva, si identifica con la Meretrice Scarlatta di Babilonia, figura ribattezzata da Crowley con il nome magico di Babalon, colei che nellApocalisse cavalca la Bestia. Nel 1907 fonda lAstrum Argentinum, poi si unisce allOrdo Templi Orientis (O.T.O.), un ordine magico fondato in Germania nei primi del ‘900. Crowley diviene capo della sezione Inglese e nel 1920 si installa a Cefalù, fondando l’Abbazia di Thélema, basata su quella omonima che François Rabelais, nel Cinquecento, aveva fatto erigere ad uno dei suoi più celebri personaggi, il gigante Gargantua, con lunica regola del “Fa quello che vuoi, perché persone libere, bennate, ben istruite, che frequentano oneste compagnie, sentono per natura un istinto ed inclinazione che li spinge ad arti virtuosi, e li tiene lontani dal vizio".
Aleister Crowley muore il 1° dicembre 1947.
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sabato 11 novembre 2006 - ore 15:40
IL CONTE DI SAN GERMANO... L’IMMORTALE
(categoria: " Pensieri ")
Un post dedicato ad una delle figure più misteriose nella storia dell’esoterismo e delle società segrete, che ha stuzzicato per diverso tempo la mia fantasia: il CONTE DI SAINT-GERMAIN, conosciuto anche come Conte di Welldone, Marchese d’Aymar, Conte di San Germano, Monsieur de Surmont o Monsieur de Belmar. E’ storicamente provato che il Conte fosse compositore di musica (le sue sonate, stampate dall’editore londinese Waish tra il 1748 e il 1760, furono apprezzate da Mozart e da Gluck), eccellente violinista (il successo dei suoi concerti fu pari, si dice, a quello dei concerti dell’italiano Paganini), abile pittore (anche se privo di originalità artistica) e ingegnoso chimico (aveva elaborato centinaia di procedimenti industriali, per la tintura delle sete, per il cuoio, per la preparazione di oli ed essenze, oltre che per la cosmetica, arte in cui era considerato autore di ricette miracolose). Saint-Germain fu molto amato o molto odiato (Casanova fu suo acerrimo nemico) e di lui si ricorda soprattutto la diceria –ma è poi solo una diceria?- che fosse immortale …Questi versi, “Al pari di Prometeo, egli rubò il fuoco/ per cui il Mondo esiste e tutto respira./ La Natura al suo comando obbedisce e si muove:/ se non è dio egli stesso, un dio possente l’ispira”, accompagnano il ritratto esposto nel gennaio 1785 dal Berfinische Monatschnft, con il titolo ”Il Conte di Saint-Germain, celebre Alchimista”. L’incisione era stata realizzata due anni prima, da N. Thomas, sulla base di un ritratto del Conte, l’unico esistente, dipinto quando questi era a San Pietroburgo, nel 1760, opera del Conte italiano Pietro Rotari, artista della corte russa. Il dipinto era poi stato donato alla Marchesa d’Urfé, importante esponente della vita mondana parigina, che si dilettava in esoterismo.
Secondo la testimonianza dell’occultista Eliphas Levi, l’uomo noto come Conte di Saint-Germain sarebbe nato in un paese vicino Asti nel 1698, da una relazione fra la Regina di Spagna, Marie Annie di Neuburg (rimasta vedova) e l’Amirante di Castilla; altra ipotesi lo vuole figlio della Regina e di un certo Conte Adanero. L’ipotesi più accreditata è tuttavia quella che vede nel Conte uno dei figli di Francesco II Racokzi, Principe di Transilvania.
Questa nascita bastarda, ma regale, permise al Conte di disporre di ingenti ricchezze, di farsi una cultura vastissima e di essere ricevuto in tutte le corti d’Europa come un membro dell’alta aristocrazia. Il barone di Gleichen, Charles Henri, nella sua cronaca, lo descrive come "un uomo di taglia media, assai robusto, vestito con semplicità magnifica e ricercata, che aveva fronte spaziosa, occhi penetranti, statura media e forme aggraziate".
Apparso per la prima volta a Londra nel ’43, si schiera al fianco di Giacomo II Stuart nella speranza di farlo tornare sul trono inglese. Saint-Germain non era sicuramente il suo nome, ma piuttosto un omaggio ai Giacobiti, i nobili fedeli agli Stuart, che si erano rifugiati proprio a Saint-Germain protetti dalla Francia.
Fin qui, nulla di particolarmente rilevante. La sua storia, però, comincia a prendere forma a metà del ‘700, quando, ad un ricevimento tenutosi alla corte di Luigi XV incontra la contessa di Vergy. Questa lo saluta affettuosamente, chiedendogli informazioni sul padre che aveva conosciuto una cinquantina di anni prima a Venezia, ma la risposta che ottiene è semplice e sconvolgente: quell’uomo era proprio lui! Altra testimonianza di rilevanza storica notevole è quella di Giacomo Casanova: risale a un incontro con il Conte di Saint-Germain nel salotto della marchesa d’Urfè, avvenuto a Parigi, nel 1758. Il veneziano, massone e direttore delle Lotterie Reali francesi, si dichiarò affascinato dai modi, dallo sfarzo e dalle conoscenze del Conte in campo occultistico.
Dal 1710 al 1775 le testimonianze su di lui si moltiplicano per le corti d’Europa: "Un uomo che sa tutto e che non muore mai", così lo descrisse il grande Voltaire. Protetto da Madame Pompadour, era già seguito da leggende di immortalità ed eterna giovinezza, quando fu presentato al reggente di Francia che, piuttosto scettico, volle mettere alla prova le sue dichiarate facoltà paranormali e di veggenza, restando poi stupito dalle rivelazioni del Conte.
Saint-Germain era affiliato ai Rosacroce e proprio da questa appartenenza derivavano le sue conoscenze alchemiche, compresa la conoscenza della formula della pietra filosofale, della formula e dei riti per far resuscitare gli avvelenati dai funghi, della formula per far "aumentare di volume" le perle e per eliminare i difetti dei diamanti (come leggiamo nei Commentari di Horace Walpole).
Nella prima metà del XVIII secolo, la figura di Saint-Germain si confonde con quella dell’alchimista Lascaris, perché tanti sono i punti di contatto e le coincidenze che taluni li ritengono un’unica persona. Entrambi boemi e legati alla corte di Prussia, riuscirono a trasmutare rame e piombo in oro alla presenza di testimoni attendibili; entrambi sembravano non invecchiare mai e più di un tratto somatico e della personalità coincideva perfettamente. Sadoul, un alchimista contemporaneo che si è interessato alla loro storia, ritiene che Lascaris possa essere un’identità precedente del Conte, che aveva scoperto l’elisir di lunga vita. Imprigionato a Londra per sovversione, riesce a farsi rilasciare e si sposta in Francia dove trova protezione, riuscendo ad entrare nelle grazie di Luigi XV come già detto.
Nel 1760 viene accusato di tradimento dal duca di Choiseul e deve riparare in Inghilterra. Da qui si trasferisce in Olanda dove apre un laboratorio alchemico e cambia il suo nome in Conte di Saint-Surmont. I guadagni fatti, non sempre in modo lecito, gli permettono di passare in Belgio da cui parte subito dopo alla volta della Russia. Nel 1768 si unisce al generale Orlov e viene nominato generale nella guerra contro i Turchi con il nome di Welldone. Sconfitti i seguaci dell’Islam, nel 1770 se ne va in Germania dove si stabilisce definitivamente.
Siamo giunti ormai al 1784 e Saint-Germain, che dimostra una settantina d’anni (anche se, come detto, era nato alla fine del 1600), muore a Eckernforde, nel castello del Principe Carlo di Assia-Cassel. A questo proposito, va registrato che, una settimana dopo, quando il Principe, tornato da una lunga assenza al castello, fece aprire la tomba per rendere l’ultimo saluto al proprio ospite, il cadavere di Saint-Germain non si trovò. Questo fatto si ricollega necessariamente con quanto accade l’anno successivo, quando Saint-Germain viene visto vivo e vegeto, ed enormemente ringiovanito, ad una riunione massonica tenutasi a Wilhelmsbad. Non solo: c’è chi giura di averlo incontrato a Parigi in compagnia di personaggi dalla fama sinistra e maledetta come Mesmer e Cagliostro.
Lo troviamo quindi nel 1789 al cospetto della Regina Maria Antonietta, destinata dalla Rivoluzione al patibolo. A costei predisse la fine imminente, con una lucidità che la allarmò e che per poco non costò a San Germano la segreta della Bastiglia, per volere del Ministro Maurepas, al cui cospetto pronunciò parole enigmatiche: "Voi mandate in rovina la monarchia, perché io ho pochissimo tempo da dedicare alla Francia, e mi si rivedrà solo tra tre generazioni. Non avrò niente da rimproverarmi, quando una tremenda anarchia devasterà la Francia”. Ma nella capitale francese è pericoloso essere amico dei nobili, quindi il Conte ritiene opportuno fare visita a Gustavo III di Svezia, mettendolo in guardia dai pericoli che lo minacciano. Una sua amica, la signorina d’Adhemar, annota sul suo diario lo stupore di averlo trovato giovane come sempre. Ancora giovane sembra essere nel 1882 e la sua leggenda cresce a dismisura tanto da meritarsi un’indagine ufficiale da parte di Napoleone III. Purtroppo non si addiviene a nulla in quanto tutti i documenti relativi alla sua persona erano stati distrutti da un incendio doloso nel ’71. La storia del Conte sembra giunta al capolinea se il suo nome non comparisse periodicamente negli elenchi di alcune sette esoteriche (come la Società Teosofica di Helena Blavatsky, che lo paragonò a Cristo, Platone e Buddha).
Nel nostro secolo il Conte di Saint-Germain viene tirato nuovamente in ballo per giustificare l’esistenza del grande alchimista Fulcanelli che si diceva fosse riuscito ad assurgere al massimo livello di perfezione, lasciando il nostro piano temporale e tramutandosi in un androgino. Tanto per cambiare, nessuno lo ha mai visto o può produrre alcuna prova.
A Roma, a mezzogiorno di ogni Natale, c’è chi giura che il Conte di Saint Germain appaia sul Pincio, tranquillamente seduto su una panchina ad attendere i suoi seguaci …
Quest’uomo straordinario, re degli impostori e dei ciarlatani affermava con la massima serietà di avere trecento anni, di conoscere il segreto della medicina universale, di essere signore dei quattro elementi e di essere in grado di fondere i diamanti. [Casanova]
Curioso scrutatore della natura intera,/ ho conosciuto dell’universo il principio e la fine, ho visto l’oro in potenza in fondo alla sua miniera,/ ho carpito la sua natura e sorpreso il suo fermento.// Spiegai per quale processo l’anima nel grembo di una madre,/ fa la sua casa, la trascina, e come un seme di vite/ messo vicino a un chicco di grano, sotto l’umida polvere;/ l’uno pianta e l’altro ceppo, sono il pane e il vino.// Niente c’era, Dio volle, niente diviene qualche cosa,/ ne dubitavo, cercai su cosa l’universo posasse,/ nulla conservò l’equilibrio e servì da sostegno.// Infine, con il peso dell’elogio e del biasimo,/ Io pesai l’Eterno, Egli chiamò la mia anima/ Io morii, L’adorai, non seppi più nulla. [Mercier di Compiègne, ma si dice che l’originale fosse di San Germano]
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