“Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande. Ho una scusa seria: questa persona grande è il miglior amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa: questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini; e ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata. E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa persona grande è stato. Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano). Perciò correggo la mia dedica: A LEONE WERTH quando era un bambino”
(A. de Saint-Exupery, Il piccolo principe, 1943).
E’ il 1943 quando
A. de Saint-Exupery, aviatore di professione e scrittore per passatempo, manda alle stampe
Il piccolo principe , il suo romanzo di maggior successo. Un libro per bambini, un libro per ragazzi, un libro per giovani, un libro per adulti, un libro per anziani. Un libro immortale, insomma. Il senso dipende dallo stato d’animo con cui il lettore s’addentra tra le pieghe di queste pagine colorate di disegni e impreziosite di poesia.
Un piccolo principe dai capelli dorati, una volpe capace di addomesticarlo e una rosa da coltivare: un piccolo mondo antico in cui il principe impara a vivere nel difficile mondo degli adulti. E tutt’attorno i mille volti dell’umanità: il re, il vanitoso, l’ubriacone, l’uomo d’ffari, il lampionaio e il geografo. Salito sul treno che porta chissà dove, il principe è spaesato:
“Hanno tutti fretta. Che cosa cercano?” – chiede al controllore.
“Non inseguono nulla – gli risponde –
Dormono là dentro, o sbadigliano tutt’al più. Solamente i bambini schiacciano il naso contro i vetri”.
“Solo i bambini – conclude il piccolo principe -
sanno quello che cercano” (XXII).

Tutti corrono…! Anche
Claudia Colacione, ragazzina dal sorriso abbagliante e dai sogni giganti, correva. E correva veloce veloce dentro ai quartieri del mondo. S’era data addirittura un nome d’arte per sfondare:
Koll Claudia. C’erano i banchi di medicina a farle compagnia… ma la testa era fissa su quella collina che da Hollywood plana verso gli schermi mondiali. Correva…perché Madre Natura è stata generosa: alla bellezza c’aveva unito l’intelligenza, la grazia, la leggiadria di quelle vecchie muse che ispiravano i poeti dell’antichità. Correva… perché tutti corrono. E gli applausi erano tanti… I film di Tinto Brass ne hanno esaltato il corpo, sul palco di Sanremo Pippo Baudo ha innalzato la sua delicatezza, la serie televisiva di
“Linda il brigadiere” e
“Valeria medico legale” hanno messo in luce le sue doti di attrice. Aerei, macchine da presa, carte patinate, soldi, successo, una fama lungamente inseguita e ora conquistata, cittadina onoraria di un mondo incantato e dorato.
Correva quand’era bambina, correva quando divenne ragazza, correva da attrice, correva… ma non sapeva che da tempo Qualcun altro aveva allacciato i sandali e s’era messo sulle sue tracce per sedurla.
“Verrà un giorno – aveva predetto
Lèon Bloy, altro grande convertito francese –
in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini che basterà loro parlar di Dio per vederli piangere”.
E alla soglia dei suoi 35 anni anagrafici…il mondo di Claudia avverte la stanchezza. Quel vecchio Amante ne approfitta. La cattura e le regala un viaggio romantico per conquistarla: un biglietto aereo per i tropici africani. Atterra in Etiopia. Scenario da Hollywood: bimbi che muoiono letteralmente di fame, bambini pelle e ossa tutto il giorno con gli occhi chiusi, bambini impestati di fango e senza l’acqua per lavarseli. Lei, attrice… si siede, ci pensa e capisce che quell’Amante così delicato ma preciso dietro quei volti c’ha messo una scritta a caratteri cubitali:
“Claudia, perché corri se non sai dove andare?” . Ciò che conta non è la corsa, ciò che conta è la direzione.
E l’attrice che una volta correva sente vibrare il cuore di bambina e s’arresta. Si ferma giusto quell’istante per sentir risuonare nel suo cuore una canzone:
“E ti viene da vivere/e ti viene da piangere/e ti viene da prendere un treno/andare affanculo e lasciare tutto com’è/che qui non è facile, ti senti fragile … Com’è straordinaria la vita” (DOLCENERA, cantante, 2006).
Impossibile non ritornare al giovane
Geremia, profeta chiamato da Dio a giocarsi la vita. Quando non capiva perché Dio si prenda il lusso di “disturbare” la vita dell’uomo, si sentì rinfacciare:
“Scendi, Geremia, nella bottega del vasaio… Sono sceso e stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto. Allora mi disse: “Non potrei agire anch’io così? Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani” (Ger 18,1-6).
Stessa storia da millenni… Non era Claudia che cercava Dio, ma Dio s’era messo sulle tracce di quella donna dallo sguardo avvenente, dal fisico delicato ma dal cuore ancora malleabile. A 35 anni inizia la sua vera storia d’amore. Una storia che l’ha bloccata, distrutta, ridisegnata… fino a renderla orgogliosa di quel Dio che dall’eternità la stava portando sul palmo della mano rispettoso della sua libertà, dei suoi sogni, delle sue aspirazioni.
Forse ha proprio ragione
Max Pezzali quando canta:
“Com’è bello il mondo insieme a te/mi sembra impossibile/che tutto ciò che vedo c’è/da sempre solo che/io non sapevo come fare/per guardare ciò che tu/mi fai vedere./Com’è grande il mondo insieme a te/è come rinascere/e vedere finalmente che/rischiavo di perdere/mille miliardi e più di cose/se tu non mi avessi fatto/il dono di dividerle con me” (MAX PEZZALI, Il mondo insieme a te).
Chi trovi qui, oggi, Claudia? Trovi un gruppo di giovani volti che sogna in grande, che cade, che si rialza, che non vuole arrendersi. Trovi una comunità che fatica a lasciarsi sconvolgere dalla fantasia di Dio ma che sa innamorarsi delle piccole e faticose conquiste di ogni giorno. Trovi famiglie che hanno perso la voglia di sognare e trovi mamme e papà che la vita ha costretto a diventare eroi. Trovi un’estate costellata da 56 giorni di attività, giochi, riflessioni, preghiere e percorsi accompagnati e addomesticati da Francesca, il mio grande amore: nove anni di vita che per uno strano percorso Dio ha già trasformato in eternità. E’ l’estate che porta la firma giovane (e te lo sottolineo con un pizzico d’orgoglio… “firma giovane”) di tantissimi miei ragazzi/e che condividono con me il loro tempo, la loro fiducia e la loro passione.
Sono la mia gioia e la mia croce. E trovi due preti, uno di 73 anni e uno di 26 che testimoniano – con caratteri opposti, con tempi differenti e stili diversi ma con la medesima convinzione - la bellezza d’aver incrociato lo sguardo esigente di Gesù di Nazareth.

La mia, cara Claudia, è una scommessa rischiosa, provocatoria e azzardata: costruire un segno forte ed autentico di fede dentro le vie di una città che corre impazzita nella sua confusione. Vado cercando l’uomo nella sua nudità, cerco l’anima, cerco la storia, il nostro essere bambini… mi fa schifo la rassegnazione. Anch’io piango, ho freddo, ho fame, ho tanta paura… ma non voglio uccidere il bambino che sono. Perderò? Non te lo so dire. Ti ripeto solo quello che mi hanno sempre insegnato:
“i rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli” (R. Baggio).
Carissimi ragazzi/e, carissimi genitori oggi sono orgoglioso di poter realizzare uno dei mille sogni che viaggiano ancora nella mia mente di bambino.
A colloquio con una donna… applaudita da migliaia di uomini ma conquistata solamente da Dio. Sul suo volto… frammenti di vangelo.
Claudia, ti chiedo un piacere quest’oggi:
parlami di Dio! "Piango...ma ci guadagno il colore dei tuoi occhi"
di don Marco Pozza
(omelia di chiusura dell’estate 2006)
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Amatissima Francesca, stanotte gli occhi non si chiudono. E’ l’ultima notte dell’estate: così prendo carta, penna e fantasia, apro il mio cuore e sento il bisogno di scriverti questa lettera. Perché? Perché una bambina bella, simpatica, semplice, con un piglio da leader come te a me, prete, ha fatto perdere la testa. Capisci? Io non t’ho mai conosciuto, non ho mai stretto la tua manina, non ho mai incrociato quei tuoi occhi che hanno rubato al cielo un po’ della sua vernice, non ho mai abbracciato quel corpicino dilaniato dal dolore... Ho solo saputo dalla tua mamma che a te stava simpatico quel prete strano che fa ascoltare Vasco Rossi in chiesa, che parla con Pinocchio nelle prediche, che con i ragazzi alla domenica trasforma la messa in un festa di colori, di musica e di parole. Non t’ho mai conosciuto…eppure tu mi inseguivi da tempo.
Poi sul calendario si apre una data: 2 marzo 2006. Io me ne stavo lassù, a Cima Bianca, a metà strada tra la terra e il cielo, a sciogliere sulla neve la mia stanchezza. Quella sera l’hai studiata bene: hai aspettato che tutti dormissero, che io accendessi la televisione, che Dolcenera uscisse sul palco e presentasse la sua canzone: “Com’è straordinaria la vita” …hai aspettato che fossi solo per te e hai fatto scrivere un sms sul mio cellulare: “Dio l’ha chiamata, Francesca ha risposto. Stasera è volata in cielo”. Un brivido di ghiaccio ha immobilizzato il mio corpo. Sono uscito, mi son buttato sulla neve e, guardando il cielo stellato…mi sono disperato. Non poteva essere straordinaria la vita, Francesca… Una bambina era morta! Ma perché proprio fnchè Dolcenera metteva in musica quella poesia, quel testo, quelle parole? “Perché?” – il punto di domanda che mi ha lacerato l’anima per quattro mesi.
Marta e Margherita me l’hanno scritto su uno striscione di 6 metri che ha colorato le montagne di
Foza, la
Porziuncola ad Assisi, le rocce di
Cima Bianca, il silenzio di un monastero romano, le vie di questo nostro quartiere… Piangevo, m’arrabbiavo, ti cercavo tra le stelle, ho chiesto aiuto a Stefano (il mio primo angelo), avrei fatto qualsiasi cosa pur di rivedere quel volto. Ma nessun conto mi tornava… Una notte stavo preparando il grest. Ho aperto a caso
Il piccolo principe di
Antoine de Saint-Exupery e il mio sguardo s’appoggia su una frase:
“Ciò che abbellisce un deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo”. Da qualche parte… ma dove?
Poi, una sera (non una sera qualsiasi), la prima sera dei campiscuola ho incrociato gli occhi di
Nicoletta (la conosci, vero. Lo so è la tua mamma) e, parlando, ha detto:
“La mia bambina era straordinaria”.
“Straordinaria”: porca miseria…un aggettivo che mi ha folgorato. Poi ho stretto la mano a
Stefano, il tuo papà, e subito ci siamo capiti: Francesca deve continuare a vivere. Ho asciugato le lacrime a
Greta , la tua sorellina, e ho pianto assieme a lei. Dolcenera e Francesca: due strumenti pericolosi nelle mani di Dio che mi hanno frantumato.
Tu sai tutto, Francesca! Da quel momento ho perso il controllo. Lì è scoppiata un’estate da brividi, ho faticato a gestirla, le mie mani, i miei pensieri, la mia fantasia erano polvere al cospetto del tuo splendore. Ma capisci? Tutti vedono come sono: spericolato, un po’ pazzo, selvaggio, buffone, menefreghista… ma tu ricordi quando ho fatto portare questa gigantografia? Son tre mesi che è appesa sopra il mio cuscino! Quanto piango la sera vicino a te, quante volte ti racconto la mia stanchezza, le mie paure, le mie gioie, i sorrisi e le arrabbiature di un’estate folle che mi prometto sempre di non ripetere… Ogni sera sei l’ultimo e l’unico volto di donna che bacio, ogni mattina i tuoi sono i primi occhi che mi salutano.
Di’ la verità… ti sei commossa anche tu a Foza nel vedere i bambini che ti volevano in cerchio a pregare, che ti raccontavano
la storia di Pinocchio, della fata turchina, del grillo parlante , le mamme e i papà che la domenica piangevano, volti scatenati durante la messa a gridare
“Com’è straordinaria la vita”? Che brividi ad Assisi. A Cesena, in autogrill all’andata, eravamo solo noi due in pulmino e ti ho chiesto:
“Cosa mi combini questa settimana, piccola”. E tu, nascosta dentro il tuo sguardo, hai mandato in tilt quaranta ragazzi. E non era la fine. Salendo in funivia verso Cima Bianca tremavo perché se entravi nei cuori di quei “matti” cosa sarebbe successo? Neanche il tempo di scendere dal Land Rover di Giancarlo e già eri in cerchio con loro. Che complicità… E poi il tuo capolavoro che non mi da ancora pace: mercoledì a mezzanotte, a 2400 m., con le stelle come lampadine… una messa scioccante. Ma ti ricordi? Pippo, che mi fa innamorare e incazzare, l’ho messo a letto dopo tre ore. Ma cosa gli hai detto? Hai visto come piangeva? A qualsiasi domanda urlava:
“Francesca!”. Ma tu hai sentito cos’hanno confessato quei ragazzi? L’ultima che mi hai combinato? Lunedì mattina un bambino prende una maglietta del grest e la sistema sotto il tuo volto. Lo guardo e mi dice:
“C’è anche Francesca al grest”.

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Francy…ho ancora in mente ferragosto in Prato della Valle. Io me la facevo addosso dalla paura. Saliamo sul palco io e te: dicono 70.000 persone, fossero state anche 40.000. Dall’altra parte dondolava il seno di Sabrina Salerno. A me le gambe tremavano (tu lo sai quanto timido sono): ti guardo e tu mi sorridi. Saliamo, pronuncio il nome “Francesca”, racconto la tua storia e mezzo Prato della Valle ammutolisce. Tutti ci guardano, ci ascoltano, applaudono. Scendo, scappo nel camerino, ti guardo in faccia e tu mi dici:
“L’abbiamo combinata grossa anche stasera?”.
Un cane abbaia: alzo gli occhi e il cielo si sta già rischiarando. L’alba dalle dita di rosa sta ormai scendendo dal suo letto e io m’accorgo che è già mattina. Non sono andato a letto…perché, scrivendoti la mia lettera, ho ripercorso un’estate d’attività, di volti, di riflessioni e di percorsi. La tua estate, carissima bambina. La nostra estate.
Mi ritrovo seduto sulla sedia a parlarti, a ridere con te, a ringraziare Dio d’averti conosciuto… perché con te vicino è tutto più bello. Punto in faccia il mio vecchio Cristo di legno: non torna nessun conto. “T’avrò fatto un brutto scherzo. T’avrò addomesticato” – disse la volpe al piccolo principe. E Dio lo sta ripetendo ad un giovane prete in questi mesi.
Piango… ma ci guadagno il colore dei tuoi occhi.
Francesca, la mia lettera in una frase:
“Francy, ti voglio bene!” don Marco
e i ragazzi di Sacra Famiglia
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sabato 2 settembre 2006 - ore 15:47
Claudia Koll a Sacra Famiglia (PD)
(categoria: " Vita Quotidiana ")
ESTATE 2006
"COM’E’ STRAORDINARIA LA VITA"
A conclusione di tutte le attività estive della nostra parrocchia,
un incontro - testimonianza
per raccogliere l’ennesima provocazione
da un Dio semplicemente "straordinario"
"Applaudita dagli uomini,
conquistata da Dio.
Storia di una conversione".
A colloquio con Claudia Koll, attrice
Domenica 10 settembre 2006 ore 16.30
Sala Polivalente del Centro Parrocchiale (Via Aosta,6)
(è previsto un intervento nellomelia alla messa delle ore 19.00)
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sabato 2 settembre 2006 - ore 08:31
Riflessione della domenica
(categoria: " Vita Quotidiana ")
XXII^ Domenica del Tempo Ordinario "I miei arnesi: la vanga, la zappa, la testimonianza"
di don Marco Pozza
Ti è mai capitato di andare da Trony e acquistare un telefonino nuovo? Fa mente locale: tornato a casa, la prima cosa che hai fatto è stata quella di leggere le istruzioni? Quando vai in farmacia a procurarti una medicina, cosa ne fai di quel foglietto che trovi ripiegato nella scatola? Hai acquistato in un concessionario un’auto nuova: puoi dire d’aver letto tutto il libretto d’istruzioni? Ti hanno appena regalato un computer. La prima cosa che fai è accenderlo o leggere come si usa? E’ il tuo primo giorno di scuola guida: inizi a fare i test o sfogli le pagine del manuale per imparare a leggere i segnali stradali?
Le istruzioni per l’uso! Forse i centimetri di carta meno letti dagli occhi dell’uomo. "Tanto…sappiamo già tutto! Ma se poi il nuovo acquisto non frutta quello che era pubblicizzato nel catalogo, la colpa è ovviamente del fornitore, non di chi, per modestia, non ha appreso le giuste istruzioni.
Più o meno come nel deserto qualche millennio fail popolo dIsarele non aveva letto le istruzioni per luso scritte nel cuore da Dio. Siamo agli albori della storia sacra, il piccolo popolo scelto da Dio sta muovendo i primi passi. Qualche decennio prima era un’accozzaglia di straccioni. Dopo anni di cammino da quest’orda di beduini, attraverso un lavacro di conversione, Dio sta facendo germogliare la sua umanità. Oggi lo troviamo sulla soglia della terra promessa. Il vecchio Mosè, traghettatore di questo popolo sleale e inaffidabile, è la voce di Dio che risuona per tracciare il cammino a quei passi vagabondi e pellegrini. La raccomandazione è chiarissima: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non toglierete nulla; ma osserverete i miei comandi e li metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza” (Dt. 4,2.6). Nel deserto con l’essenziale… La Parola, i sacramenti, la testimonianza: ecco gli strumenti del nostro servizio. Sono la nostra vanga, la nostra zappa, sono gli arnesi che il Signore mette nelle nostre mani perché possiamo dissodare il terreno e perché davvero il popolo di Dio che sta accanto a noi non abbia a patire il freddo.
Parole che mettono i brividi, che ti costringono a sentieri di conversione, che chiedono obbedienza di figli! Si parla di una Parola che risuona limpida sulle nostre labbra, soprattutto vera, senza finzioni, non inquinata dalla saccenteria dell’uomo, da interpretazioni personali, da riduzioni di comodo.
“Non aggiungerete nulla…non toglierete nulla”. Risuoni tagliente, anche quando si ritorce come un boomerang contro di noi, perché non siamo abilitati a dire la Parola di Dio solo se trova verifica o adempimento nella nostra vita. Io, prete ai primi passi verso la mia Terra Promessa, ci penso ogni sera quando faccio l’esame di coscienza: se al mio popolo dovessi presentare solo la Parola di Dio che viene realizzata nella mia vita… presenterei una parola molto decurtata.
“Tu non discendesti dalla croce quando ti si gridava: Dicendi dalla croce e crederemo che sei Tu! – scrive il celebre romanziere russo F. Dostoevsky –
Perché una volta di più non volesti servire l’uomo. Avevi bisogno di un amore libero e non di servilismi entusiasmi, avevi sete di fede libera non fondata sul prodigio”.
Se le espressioni non si prestassero ad equivoci, mi verrebbe la voglia di dire che il cristiano è colui che non sa tenersi un segreto in bocca. E che non vede l’ora di tovare qualcuno a cui vuotare il sacco. E che si sente così schiacciato dal peso di un’incredibile “buona notizia”, che vorrebbe avere davanti a se le telescriventi dell’ANSA per poterla diffondere in un baleno. Il cristiano, insomma, è un “inviato speciale” che, una volta preso atto di un avvenimento, trova pace soltanto quando può comunicare con il suo pubblico.
Senza quelle specifiche leggi gli ebrei non avrebbero attraversato popoli, terre e millenni della storia. Israele ha ricevuto vita solo dalla vicinanza del suo Dio. E, invece, io a volte mi sento figlio di quel popolo di beduini erranti entrato nel deserto, cerco delle cerniere, cerco di ammorbidire la forza d’urto della Parola di Dio per incastrarla un po’ alle nostre capacità recettive. A pensarci, a volte facciamo dei discorsi assurdi per noi credenti, dei discorsi che potrebbero fare i filosofi del mondo, i profeti del mondo…e abbiamo paura di annunciare il Vangelo. Non lo facciamo: perché abbiamo paura che ci prendano per matti, abbiamo paura di passare per ridicoli. I dotti, quelli che la sanno lunga, quelli che ci trattano con sufficienza, ci fanno paura. Per cui, proprio per essere in linea con la loro mentalità, “sfumiamo le finali”, come ci insegnavano in Seminario con il canto gregoriano.
Perché comportarsi così?
“Udendo parlare di tutte queste leggi (i popoli) diranno: Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Che t’importa che le altre persone ci facciano naufragare nel sorriso della sufficienza? Pensa! Al di fuori della Chiesa ci son dei profeti che vanno riscoprendo le straordinarie ricchezze della nostra miniera cristiana e noi, che siamo i titolari di questa miniera, facciamo delle manipolazioni per sintonizzare la Parola di Dio con la logica del mondo…Splendida è la domanda retorica con cui Dio punzecchia il popolo d’Israele:
“Quale nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi?”.
C’è un linguaggio che si parla in pubblico, negli incontri ufficiali: è un linguaggio “pulito”. E’ il linguaggio che usa l’alunno con l’insegnante, il parrocchiano con il parroco, il soldato che batte i tacchi per terra per dire al suo comandante che è qualcuno e il fidanzato con la fidanzata per i primi quindici giorni. E’ il
linguaggio che parla con il cuore.
C’è un linguaggio che viene parlato in famiglia, specialmente quando si litiga, o si è scocciati, arrabbiati; quello che si usa quando si è tra amici di scuola, nel bar, ai pub, nelle discoteche. E’ il
linguaggio della strada.
Il primo linguaggio è linguaggio di circostanza, il secondo è quello reale, non volgare. Io ho scelto quello reale, perché credo in un Gesù che parte dall’uomo feriale, dall’uomo senza maschere, senza coperture di facciata.
L’ha detto Lui:
“Non c’è nulla fuori dell’uomo che possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Mc 7,15).
Ci credi o non ci credi?
Buona settimana!
don Marco Pozza
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giovedì 31 agosto 2006 - ore 09:20
Linguaggio incomprensibile
(categoria: " Vita Quotidiana ")
"A PROPOSITO DI LINGUAGGIO" "La vecchietta snocciola il rosario"
di don Marco Pozza
Un giornalista chiede alla Presidente di un’associazione operante dentro la Chiesa: "Che problema le sta più a cuore?". "Il linguaggio - risponde - bisogna far breccia nel cuore della gente, superare l’ecclesialese" (Avvenire, 12 settembre 1999)
Il linguaggio usato dal clero (magari persino da qualche sacerdote giovane), è diventato come il latino usato accanitamente quarant’anni fa, anche se la gente non capiva niente. Gli scritti sono la stessa cosa: che ci capisce niente?
"I preti palano a se stessi" , dice un ragazzo.
"Io non vado, non li voglio disturbare, non capisco il loro linguaggio".
Le parole usate richiamano ben altro.
Ontologicamente conformati a Cristo: ogni sacerdote è
alter Christus. In questo si fonda la vita del sacerdote, anche se giovane. Bisogna rendere presente l’evento del Cenacolo. Cristo offre se stesso per il ministero del sacerdote.
Affermare:
"Siete testimoni di Cristo" significa:
"Siete contrassegnati dal carattere sacerdotale". Questo carattere ci mette a servizio.
Cristo, l’alfa (la macchina?) e l’omega (l’orologio).
All’interno del presbiterio (presbite e miope...), liturgia delle Ore, ministero nella Chiesa...
Il popolo presente non capisce nulla. Il celebrante parla a se stesso.
E la vecchietta snocciola il rosario finchè i due fidanzatini si regalano effusioni.
Frammento di messa in una cattedrale toscana... Orgoglioso di tentare nuovi linguaggi! Fallirò?
"I rigori li sbagliano soltanto quelli he hanno il coraggio di tirarli" (Roberto Baggio).
Buona giornata don Marco
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lunedì 14 agosto 2006 - ore 00:21
Lettera aperta al Vescovo
(categoria: " Riflessioni ")
PER IL VESCOVO DI PADOVA
Eccellenza,mi arrendo.
Ho perso la testa per una ragazza dolcissima!
Le presento la mia fiamma: Francesca
di don Marco Pozza
dal Monastero di Vallechiara - Lanuvio (Roma), agosto 2006
Rifugio Cima Bianca, 2200 m., Val di Scalve, 28 luglio 2006.
S’avvicina uno dei miei ragazzi, mi tira in disparte e, con lo sguardo puntato, mi intima: “Don Marco, ti ho pescato”. “A fare cosa” – gli ribatto un po’ esternato. “Ti sei innamorato, vero?”. “Ma cosa dici?” – gli replico. “Ieri sera tu non te ne sei accorto, ma io ero seduto dietro al rifugio e ti ho visto abbracciare una ragazza. Poi ti sei messo a piangere e le hai detto: Ti voglio bene. Non puoi mentire. Avevi ancora gli abiti della messa addosso. Eri tu”.
Un istante di silenzio…
“Hai ragione – gli ho risposto col sorriso nel volto, le parole che nascevano a singhiozzi, le gambe tremolanti – ho perso la testa per Francesca”.
Il 4 marzo 2006 Dolcenera cavalca il palcoscenico di Sanremo e lancia la sua canzone: “Com’è straordinaria la vita”. Poesia, emozione, caparbietà nella voce di quella donna. A metà canzone mi arriva un sms: “Dio l’ha chiamata, Francesca ha risposto. Stasera è volata in cielo”. Com’è straordinaria la vita? Ho guardato oltre le vette innevate, ho urlato la mia fatica di credere, ho bagnato di lacrime quel cielo stellato e io, prete, mi son sentito un perdente. Una vita straordinaria e una bambina che non c’è più: ma che razza di Dio c’è nel cielo? “Ciò che abbellisce un deserto è che nasconde un pozzo in qualche luogo” – si legge ne Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupèry. Non ho capito nulla, ho solo intuito che dietro quell’abbinamento (purtroppo mai casuale) il mio grande Amico Gesù di Nazareth poteva aver nascosto l’ennesimo “scherzo” alla mia giovane vita di prete. Quel ritornello è diventato il mio tormento, la mia “bestemmia” quotidiana che rivolgevo a Dio, la mia ossessione fino a farlo diventare lo slogan martellante di tutta l’estate della mia parrocchia. Nelle otto settimane di campiscuola sta campeggiando una scritta gigante:“Com’è straordinaria la vita. Estate 2006, Sacra Famiglia”. Volevo capire il perché, anche a costo di rimetterci la mia faccia di prete, la mia certezza che Lassù Qualcuno ama pazzamente la sua umanità.
“Perché corri se non sai dove andare?” – mi ripeteva sempre mio nonno da bambino. Il 18 giugno, la sera del primo camposcuola, sento una donna – che non conoscevo - parlare della sua bambina, del suo sorriso, della sua dolcezza. Sentivi parole profumate di freschezza, il brivido di acque cristalline, una passione divorante negli occhi di quella madre. Tutto avresti detto, ma non che le era morta da due mesi la sua bambina. Mi avvicino alla finestra della cucina, individuo chi parla e mi perdo nel suo sguardo. Le altre donne, al sentirla parlare, piangono. Lei conclude:
“Francesca era straordinaria”.
“Straordinaria”! Porca miseria, quell’aggettivo m’ha svelato il “gioco” di Dio: Dolcenera, quel titolo della canzone, Francesca. Ho preso il telefono, ho fatto fare una gigantografia del volto di quell’angelo, e l’ho presentata a tutti i ragazzi (alla fine saranno quasi 500) che sto incrociando in quest’estate di campiscuola.
Mi son venuti in mente i muscoli di Costantino, il sedere di Jennifer Lopez, il fisico di Aida Yespica, le veline, le velone, il “Grande Fratello”, l’ “L’isola dei famosi”, la “Fattoria”, le splendide pubblicità di donne nude dai sorrisi falsi…e mi son fatto schifo. Perchè ho visto bambini in lacrime, ho visto mamme commosse, sguardi di padri che nascondevano le lacrime davanti ai loro figli, ragazzi “bulli” singhiozzare specchiandosi in quegli occhi, ho assolto cuori sporchi desiderosi di brillare, ho potuto raccogliere fatti di vangelo nei volti della mia comunità giovane. Perché una bambina ci ha preso per mano e ci sta insegnando a vivere! E ho visto un prete, scanzonato, vivace e tanto discusso, che ha appeso la foto di quella bambina vicino al suo letto per farla diventare l’ultimo volto da osservare la sera quando il sole tramonta e il primo in cui specchiarsi il mattino quando sorge l’aurora.
Nascosto in un monastero a pregare, una sera d’agosto ho fatto un sogno. Ho sognato di prendere sottobraccio il quadro di Francesca, incurante di chi mi pensa pazzo, e correre per il mondo a bruciare le “false certezze” e a dipingere dubbi! Entrare nell’aeroporto di Londra con la foto e gridare a quella gente imbottita di falsa religione:
Perché corri se non sai dove andare? Varcare le soglie del Billionare di Flavio Briatore e scarabocchiare sui calici di champagne:
Perché corri se non sai dove andare? Avvicinarmi ad un ragazzo che sta giocando con i genitali di una ragazza e incidere su quelle mani porche una domanda:
Perché corri se non sai dove andare? Smantellare la Casa Bianca, prendere Bush e i suoi marci alleati per i capelli e gridar loro:
cosa state combinando. Ragionate: Perché correte se non sapete dove andare? Sedermi sulla panchina di Porto Cervo e su quella spiaggia dove i VIP (ammesso che lo siano) s’incornano a vicenda scrivere con un dito:
Perché corri se non sai dove andare? Guardare in faccia Bobo Vieri che brucia un sogno per inforcare l’ennesimo seno da sballo e scrivergli sui muscoli:
Perché corri se non sai dove andare? Sintonizzarmi sul telefonino corrotto e maledetto di Luciano Moggi e sbraitare:
Perché corri se non sai dove andare? Passeggiare nel mio mondo con la foto sotto il braccio e dire a tutti, indistintamente:
“Com’è straordinaria la vita!”.
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Diventato prete chiesi a Dio due piccole accortezze: vivere i primi anni della mia vita sacerdotale in una parrocchia che non fosse in città e, se proprio dovevo, celebrare il funerale di un bambino dopo qualche anno, il tempo per capire su quali frequenze viaggia la vita dell’uomo. Consacrato prete il 6 giugno, il 17 agosto trovo sistemazione a Sacra Famiglia (in centro a Padova) e il 15 gennaio celebro, di fronte a migliaia di persone, il mio primo funerale: Stefano, un bambino di soli 4 anni, che dopo una malattia lunga ed estenuante è divenuto un angelo. L’anno successivo m’imbatto negli occhi di Francesca che, dopo qualche mese, Dio chiama vicino a Stefano per comporre la coppia d’angeli che deve vigilare sulla mia vita da prete.
Ho alzato gli occhi al cielo e son scoppiato in lacrime. “T’avrò fatto un brutto scherzo. T’avrò addomesticato” – disse la volpe al piccolo principe. E Dio lo sta ripetendo ad un giovane prete in questi mesi.
Carissimo Vescovo Antonio, Lei mi deve perdonare! Ma son sincero: ho perso la testa per Francesca.
Non se la prenda, perché anche Lei ne guadagna. Guadagna sul volto di un suo giovane prete il sorriso di chi si sente addomesticare da Dio.
D’altronde… degli angeli ci si deve innamorare!
don Marco Pozza
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