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giovedì 28 settembre 2006 - ore 15:32


Il pettine di Boemia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


IL PETTINE DI BOEMIA
"La parabola della gratuità"

di don Tonino Bello

“Due ragazzi boemi si erano sposati pur non possedendo nulla. Avevano, però, un grande amore l’uno per l’altro.
Vivevano in una capanna alla periferia dela città. La sera accendevano il fuoco e si riscaldavano in silenzio.
Lei era bellissima, aveva lunghi capelli d’oro. Quando li scioglieva arrivavano a terra.
Anche lui era molto povero, ma possedeva un orologio regalatogli da suo padre, al quale era stato regalato dal nonno, e al nonno dal bisnonno. Lo conservava in tasca e quando, alla sera, stanca, la moglie gli chiedeva l’ora, lui ci metteva un bel po’ per tirarlo fuori perché non aveva neppure la catena.
Un orologio senza catena!
Arriva il Natale e lui desidera tanto fare un regalo alla moglie. Lascia la casupola e va in città dove trova un rigattiere, uno che se intende: gli vende l’orologio e con il denaro si reca in un negozio dove vede dei bellissimi pettini in osso di Boemia, veramente degni dei capelli della sua donna. Chiede il costo e ne acquista uno. Lo fa incartare bene prima di tornare a casa.
Dopo aver bussato rimane sbalordito nel vedere la moglie con i capelli corti.
Cosa era successo?
Anche lei desiderava fare un regalo a suo marito ma, non avendo i soldi, aveva pensato di tagliarsi i capelli, e con il ricavato di comprare una catena per l’orologio.
Ma ormai non serviva più né il bellissimo pettine di Boemia né la catena per l’orologio!
La storia finisce così: che i due giovani si guardano negli occhi, si abbracciano e … vivono felici e contenti.
Ecco cos’è la gratuità.


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lunedì 25 settembre 2006 - ore 17:42


"Una luce nella notte" - settembre 2006
(categoria: " Vita Quotidiana ")


SCAMBIO D’OPINIONI
"Non c’è fedeltà senza rischio"

di don Marco Pozza

C’è chi entra con la chitarra, chi con i capelli impastati di gel, chi mano nella mano con il suo amore (di una vita o di una notte poco cambia), chi in religioso silenzio e chi con la confusione della città schiacciata in testa. Ognuno entra con la sua storia, scritta o scarabocchiata. Chi s’inginocchia, chi si siede, chi schiaccia un pisolino. Flash di storie quotidiane.
Un giovane m’incuriosisce: entrato forse per forza, distratto, dopo qualche minuto s’inginocchia e punta lo sguardo sull’altare lontano. E’ la cronaca bianca di un sabato notte nel centro di Padova. In via Anelli si combatte un’imbecille lotta tirando in ballo anche la diversità di fede, in via Roma centinaia di ragazzi s’inginocchiano di fronte allo stesso Dio a pregare. Da una parte si lanciano lacrimogeni, dall’altra si mettono fiori nei fucili; oltre la Stanga s’architetta un muro, qui dei giovani stanno rischiando di costruire un ponte. Segno di speranza quei settanta ragazzi delle nostre parrocchie, innestati di giovinezza e di sana incoscienza, che assieme ai ragazzi del Seminario Maggiore di Padova sono scesi nelle piazze ad espandere il profumo di Gesù di Nazareth.

“Una luce nella notte” – hanno intitolato la loro evangelizzazione, un segno di speranza è stato il “fatturato” di una notte di incontri, storie e percorsi variegati. “Alzatevi, andiamo!” è stato il grido evangelico lanciato da Giovanni Paolo II ai giovani: non è più il tempo di star chiusi nei nostri “cenacoli”, ma di uscire nelle strade, di andare, di predicare sui tetti. Se manca chi racconta la bellezza esigente di questo Dio, come crederanno? Questi germi di speranza, questi giovani coraggiosi sono come le sentinelle del mattino che ridestano nel cuore la passione di messaggi freschi da portare ad un mondo che si sente già vecchio. Sono i brividi dei primi cominciamenti…è il vangelo che non vogliamo più testimoniare, perché rischioso: affiancarsi come nella strada che portava ad Emmaus, accogliere l’adultera, farsi invitare da un Zaccheo ebbro di curiosità. Rischioso! Ma “non c’è fedeltà senza rischio” – amava ripetere don Tonino Bello,

Pensavo a tutto questo seduto sul fondo di quella vecchia chiesa diventata per due notti una cattedrale giovanile. E pensavo alla paura di chi, qualche volta, vorrebbe avvicinarsi a quei gruppi di giovani in motorino che abitano e rompono la nostra quiete per gridare loro che la cosa più bella che ti possa capitare è d’imbatterti in questo Dio spettacolare e che con Lui la vita è tutta un’altra cosa. Ma quanta paura! E poi, che cosa dire? Mi accetteranno? Chi sono io per dire loro qualcosa?
Ma perché non provi prima di darti per vinto?
Quei ragazzi – piccoli testimoni di un sogno che ancora abita nella storia – ci hanno rubato tutte le scuse perché ci hanno anticipato. Bibbia in mano, coraggio nel cuore e scelte concrete da testimoniare…sono entrati nella vita di una città per dipingere un segno. Ostacolati, criticati, derisi – magari da chi li dovrebbe incoraggiare nella loro formazione – non si sono arresi perché convinti che anche un giovane con i capelli da punk può diventare un grande santo celebrando le sue liturgie nella panchine e abitando il silenzio della notte.

Tra di loro non ho visto nessuno con riviste patinate di volgarità, con annunci di inaugurazioni di lap-dance o di bar dai gestori “innovativi”, non c’erano stelle dello spettacolo, della musica o dello sport a far loro da testimonial, non avevano riduzioni di discoteche da riempire a tutti i costi…avevano una sola urgenza da scrivere nella notte: annunciare al mondo che la sua storia non è ancora finita. Non hanno convertito il mondo, non hanno nemmeno convertito una città, nemmeno un quartiere se proprio vogliamo essere sinceri.
Hanno pregato, non parlato. Le parole sono pericolose perché “le parole sono una fonte di malintesi” (A. de Saint-Exupery).

don Marco Pozza

A proposito...! So che altri spritzini/e hanno partecipato a questa proposta nella loro parrocchia. Perchè non condividere le impressioni?
In fin dei conti... la fede si moltiplica dividendo.


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giovedì 21 settembre 2006 - ore 18:52


Che città trovi?
(categoria: " Vita Quotidiana ")


IL CORRIERE DEL VENETO
"Un muro, uno spritz, un campanile.
E la battaglia tra il bene e il male"


di don Marco Pozza
Il Corriere del Veneto, mercoledì 27 settembre 2006, pag.2


Il treno corre sui binari con qualche minuto di ritardo. Mi siedo all’ingresso della stazione e scruto il passo dei viandanti. Un giovane studente, oriundo del sud, mi chiede dove raccolgono le iscrizioni per l’università. Tiene in mano una cartina illustrata con scritto: “Città di Padova”. Dipingo una battuta sul suo accento, gli offro un caffè, sbocciano due chiacchiere. Lui è uno dei sessantamila studenti (risorsa e disagio) che in questi giorni stanno tornando a vivacizzare e scombussolare la città di Padova. Cinque minuti, forse sei. Poi ringrazia e se ne va’. Mi sorge una domanda: “Che Padova ci sarà ad accogliere i sogni di quel ragazzo venuto da lontano?”.
Non certo quella delle guide turistiche, purtroppo…

C’è la sagoma di un muro che in questi mesi è diventato zona di guerra e passerella per vip: un giretto in via Anelli fa sempre notizia. Non fa notizia, però, la vita di quei poliziotti che, per lavoro, rischiano la vita e i sogni in mezzo a quei palazzoni intrisi di tristezza, di speranza e di disagio. E’ la Padova che si vede costretta a testimoniare la sua fede in Gesù di Nazareth: non dev’essere scontro di civiltà, ma bellezza e salvaguardia delle proprie origini cristiane questo si. Perché devo accettare che il mio Gesù, nella persona del Santo Padre, venga ridicolizzato? Dal mondo musulmano o su www.spritz.it poco cambia… Queste vignette non sono offensive al pari di qualche altra nel tempo passato? Sostengo la campagna di Magdi Allam:“Negare la realtà storica è semplicemente folle e non può che generare follia”. Stampiamo questa frase su una T-shirt e indossiamola tutti. Con i proventi che raccogliamo costruiamo un ponte di Verità, più che innalzare un muro di plexigas.
Così magari il New York Times non ci ride dietro…

Se giri l’angolo c’è il buon odore dell’Aperol – misto al vino bianco e all’acqua frizzantissima - che sale dalle piazze profumate di storia e arieggiate di giovinezza. E’ la guerra dello spritz, è la voce e la denuncia dei giovani, è il nervosismo di chi vorrebbe schiacciare un pisolino tranquillamente ad ogni ora del giorno. E’ l’urina sui portoni delle case ma sono anche i sogni di ragazzi sani e l’ansia di genitori preoccupati. Padova, città di gran dottori! Io, vicentino magnagati… Non m’arrabbio. Ma pensaci: basta un’università prestigiosa per essere intelligenti? Basta essere intelligenti per conseguire una laurea? Basta una laurea in tasca per risolvere i problemi? Lo spritz porta Padova sui giornali, ma i giornali non portano Padova a risolvere il problema dello spritz. Ghettizziamo questo popolo giovane? Guarda dentro: chi trovi? Trovi giovani volti che sognano in grande, che cadono, che si rialzano, che non vogliono arrendersi. Trovi uno spicchio di umanità che fatica a lasciarsi sconvolgere dalla fantasia di Dio ma che sa innamorarsi delle piccole e faticose conquiste di ogni giorno. Trovi ragazzi che hanno perso la voglia di sognare ma trovi anche giovani storie che la vita ha costretto a diventare eroi. E’ la Padova che la storia è andata costruendo rispettando la libertà dell’uomo.
Inutile arrabbiarsi per nulla…

Al di là della città senti il rombo dei motorini, la sirena di qualche volante, il cigolio delle chiavette, degli arnesi “ritoccati” all’ultimo, delle piccole baby-gang per cui la vita è un gioco d’azzardo. Salvo poi essere vittime e carnefici allo stesso tempo. Eppure è dal 1222 che c’è l’Università, la prima al mondo ad accettare studenti ebrei, ci sono 106 corsi di laurea… Ma i veri sogni si architettano ancora come una volta: attorno ad un vecchio camino fumante, seduti a tavola con mamma e papà, magari “arruolando” qualche anziano nella fase di progettazione. A Padova la vita vale il prezzo di un telefonino o di una partita a videopoker o di una serata folle… certo, ma non dappertutto. Perché Padova, “piazza Duomo” del Triveneto – come la definisce Sabino Acquaviva – ogni sera vede messa in scena la battaglia tra il bene e il male.
Anche il bene!

Suonano le campane. C’è anche una Chiesa a Padova: ma ti lascio la libertà di conoscerla da solo. Dentro a questa Chiesa io ci abito con una convinzione: “Accendere un fiammifero vale infinitamente di più che maledire l’oscurità” (T. Bello)

Il fischio del treno m’annuncia il suo arrivo. Dall’altra parte del piazzale la gente attende la fermata del metrobus.
I biglietti magari ci sono, ma per obliterarli sarebbe necessario salire…!

don Marco Pozza


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giovedì 21 settembre 2006 - ore 12:59


La verità storica
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"LA VERITA’ DELLA STORIA"

di Magdi Allam
Il Corriere della sera, venerdì 15 settembre 2006


"È desolante e preoccupante l’immagine dei musulmani che hanno dato vita a un fronte internazionale unitario per attaccare il Papa e esigere delle scuse pubbliche. Da Bin Laden ai Fratelli Musulmani, dal Pakistan alla Turchia, da Al Jazeera a Al Arabiya, si è riesumata quell’alleanza trasversale e universale già emersa in occasione della vicenda delle vignette su Maometto. E che attesta, in modo inequivoco, che la radice del male è una cieca ideologia dell’odio imperante tra i musulmani che violenta la fede e ottenebra la mente. Perché mai i musulmani, soprattutto i cosiddetti moderati, non si sollevano con tale e tanta foga contro i veri ed eterni profanatori dell’islam, i terroristi islamici che massacrano gli stessi musulmani nel nome del medesimo Dio, gli estremisti islamici che legittimano la distruzione di Israele e inculcano la fede nel cosiddetto "martirio" islamico, mentre ora si sentono in dovere di promuovere una sorta di "guerra santa" islamica contro il capo della Chiesa cattolica che legittimamente esprime le sue valutazioni sull’islam, con rispetto ma altrettanta chiarezza della diversità che naturalmente esiste tra le due religioni? Le considerazioni riferite dal Papa, citando l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo, sulla diffusione dell’islam tramite la spada, sia da parte di Maometto all’interno della Penisola Arabica sia da parte dei suoi successori nel resto del mondo (con talune eccezioni), sono un fatto storico incontrovertibile. Lo attesta lo stesso Corano e la realtà del passaggio all’islam dell’insieme dell’impero bizantino a est e a sud del Mediterraneo, più la successiva espansione a nord in Europa e a est in Asia.



Negare la realtà storica è semplicemente folle e non può che generare follia. Ricordo che uno dei più insigni islamologi contemporanei, l’egiziano Mohammad Said El Eshmawi, mi disse nella metà degli anni Novanta che lui non condivideva affatto la conquista militare attuata dalle tribù arabe dei Paesi cristiani del Mediterraneo e che avrebbe preferito che l’islam si fosse diffuso pacificamente così come avvenne nel sud-est asiatico. Ebbene il Papa viene messo alla gogna e minacciato per aver detto ciò che ogni musulmano onesto e raziocinante dovrebbe accettare: la realtà storica.
La lezione da trarre è che l’Occidente e la cristianità la smettano di considerarsi la causa di tutto ciò che succede, nel bene e nel male, in seno all’islam e nel resto del mondo.
L’ideologia dell’odio è una realtà ancestrale che esiste in seno all’islam sin dai suoi esordi, per il rifiuto di riconoscere e di rispettare la pluralità delle comunità religiose che sono fisiologiche data la soggettività del rapporto tra il fedele e Dio e l’assenza di un unico referente spirituale che incarna l’assolutezza dei dogmi della fede. Ed è una realtà che, a partire dalla sconfitta degli eserciti arabi nella guerra del 5 giugno 1967, ha registrato un’inarrestabile impennata parallelamente alla crescita del potere degli estremisti islamici dall’Iran all’Indonesia. Fino a sfociare nella deriva del terrorismo islamico globalizzato, che ha trasformato l’Occidente stesso in una «fabbrica di kamikaze».
Questa è la tragica realtà dell’ideologia dell’odio che riesce a coagulare il consenso tra tutti i musulmani obnubilati dall’antiamericanesimo, dall’antioccidentalismo e dall’ostilità pregiudiziale al diritto di Israele all’esistenza. I pretesti che possono scatenare la loro furia mutano, dall’occupazione israeliana alla guerra americana, dalle vignette su Maometto alle dichiarazioni del Papa. Ma il problema è tutt’interno a un islam trasformato dagli estremisti da una fede in Dio in un’ideologia tesa a imporre un potere teocratico e totalitario su tutti coloro che non sono a loro immagine e somiglianza. E mi spaventa constatare che anche i cosiddetti musulmani moderati hanno rinunciato al senno della ragione e si siano allineati alla "guerra santa" di cui loro saranno le principali vittime".

Magdi Allam


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giovedì 14 settembre 2006 - ore 18:01


Il prezzo di una vita...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


IL CORRIERE DEL VENETO
"Chi sei tu per dare un prezzo alla vita?"

di don Marco Pozza
Il Corriere del Veneto, venerdì 15 settembre 2006, pag. 14
Il Giornale di Vicenza, mercoledì 20 settembre 2006, pag. 17


Angelo, speravo di conoscerti in un’altra occasione, magari lungo le rive di quell’Astico che tutti e due ci accomuna, o su quelle colline che scendono verso la pianura dipinte di vigneti in autunno, o seduti al tavolo di qualche vecchio bar a raccontarci la vita come i nostri vecchi ci hanno insegnato… e invece guardo la tua foto sul giornale e leggo: “Angelo Borriero, 22 anni, assassino” .
Porca miseria…Siamo quasi coetanei, ma un abisso ci divide. Io prete vado cercando l’uomo nella sua nudità, cerco l’anima, cerco la storia, il nostro essere bambini…mi fa schifo la violenza, l’assenza di morale, la pornografia. Te lo dico con fierezza: non mi piacciono gli eroi. Anzi: ho paura degli eroi, mi fa paura il bisogno di eroismo dei ragazzi di oggi, del tuo bisogno di eroismo. Di questo “teatro degli eroi” – dice Vittorino Andreoli -, la società deve fare a meno perché saranno “beate le società che non hanno bisogno di eroi” (B. Brecht).
A me piacerebbe che stasera, attorno ad un fuoco acceso, tua madre ti raccontasse la storia di tua nonna: la dura giovinezza, la fatica di sognare sotto l’artiglieria nemica, la paura e la trepidazione per i primi amori, il sudore nel costruire una famiglia in tempi difficili, l’emozione nel coccolare i suoi nipotini. Vorrei che ti raccontasse di quel Veneto antico e cristiano nel quale è vissuta. Un Veneto di pianura, povero ma a suo modo straordinario e umano. E poi io ti farei una domanda: “Questa storia tu la vendi per 20 euro?”.

Chi sei tu per dare un prezzo alla vita? Ammazzi una povera donna – fragile, indifesa ma dignitosa – per vivere qualche ora di vagabondaggio, per mostrare che hai soldi e che sei generoso mentre stai semplicemente sperperando il valore di un affetto? Anch’io, come te, piango, ho freddo, ho fame, ho tanta paura… ma non voglio uccidere chi ha costruito a mani nude e ferite la mia storia di uomo. Al di là dell’Astico, a Calvene, i vecchi m’insegnano che io sono figlio di una storia che viene da lontano: una storia difficile, commovente, sacra perché scritta con lacrime di partenze, malinconia di emigranti, nostalgia di figli che la vita ha costretto ad andare lontano. E’ la terra che ti racconta tutto questo. Se l’ascolti. Noi giovani, caro Angelo, non saremmo nessuno se qualcun altro non ci avesse aperto la strada. Guardaci in faccia: diamo un prezzo a tutto perché abbiamo sempre sentito il profumo (o l’odore) dei soldi, perché la terra è bassa da lavorare, perché alla stalla da ripulire preferiamo il bar da abitare, perché a tavola abbiamo sentito parlare di euro, di sesso, di rapine e poco, forse, di passione, di amore, di umanità… C’è un “piccolo mondo antico” – come direbbe il nostro conterraneo Fogazzaro – che noi dobbiamo venerare perché lì dentro è nascosta la scintilla della nostra storia. Io sogno che un giorno un gruppo di giovani “folli” arruoli al suo interno un anziano per costruire un’azione sovversiva. A cosa serve un anziano? Ti racconta la storia, ti ricorda la storia, t’insegna a non sbagliare a scrivere la storia.

Tu a 22 anni in carcere. Se la vita è un’idiota sfida, hai già perso perché a Padova ti battono: a 16 anni si va in carcere perché orgogliosi d’essere un baby boss che pesta, che valuta la vita 60 centesimi di euro, che – seduto su un muretto – detta legge ad un branco di poveri diavoli che lo seguono. Una carriera criminale già molto lunga. Faccio due conti. 22 più 16: 38 anni… di giovinezza agganciata alle sbarre di un carcere! Ragazzi…!!! Penso a voi due, alla vostra voglia pazza di eroismo, e vi canto (anche se stonato) una canzone di Marco Masini: “Quando ho smesso di studiare/per campare di illusioni/sono stato il dispiacere/di parenti e genitori/ ero uno di quei figli/ sognatori adolescenti/ che non vogliono consigli/ e rispondono fra i denti: Vaffanculo!” . E la rovescio…! Perché non amate più le cose pulite, belle: la poesia, il sogno, la fantasia? Perché non benedite il Signore che vi da la possibilità di viaggiare senza biglietto, gratuitamente, lungo i meridiani e i paralleli della vostra vita? Perché non amate la vita, non scegliete per la vita?
“E’ una sfiga…” – mi dirai con la tua bulloneria -. No, è una sfida!
Un bambino, stretto vicino alla nonna, sta leggendo il tuo nome fuori da un’edicola. Poi la guarda con gli occhi lucidi. Forse le avrà detto: “Nonna, io ti voglio bene”.

C’è ancora speranza…


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lunedì 11 settembre 2006 - ore 16:29


Storia di un incontro
(categoria: " Vita Quotidiana ")


A colloquio con Claudia Koll
"Applaudita dagli uomini, conquistata da Dio.
Storia di una conversione"


di Marco Pozza e Claudia Koll


“Domando perdono ai bambini di aver dedicato questo libro a una persona grande. Ho una scusa seria: questa persona grande è il miglior amico che abbia al mondo. Ho una seconda scusa: questa persona grande può capire tutto, anche i libri per bambini; e ne ho una terza: questa persona grande abita in Francia, ha fame, ha freddo e ha molto bisogno di essere consolata. E se tutte queste scuse non bastano, dedicherò questo libro al bambino che questa persona grande è stato. Tutti i grandi sono stati bambini una volta. (Ma pochi di essi se ne ricordano). Perciò correggo la mia dedica: A LEONE WERTH quando era un bambino”
(A. de Saint-Exupery, Il piccolo principe, 1943).

E’ il 1943 quando A. de Saint-Exupery, aviatore di professione e scrittore per passatempo, manda alle stampe Il piccolo principe , il suo romanzo di maggior successo. Un libro per bambini, un libro per ragazzi, un libro per giovani, un libro per adulti, un libro per anziani. Un libro immortale, insomma. Il senso dipende dallo stato d’animo con cui il lettore s’addentra tra le pieghe di queste pagine colorate di disegni e impreziosite di poesia.
Un piccolo principe dai capelli dorati, una volpe capace di addomesticarlo e una rosa da coltivare: un piccolo mondo antico in cui il principe impara a vivere nel difficile mondo degli adulti. E tutt’attorno i mille volti dell’umanità: il re, il vanitoso, l’ubriacone, l’uomo d’ffari, il lampionaio e il geografo. Salito sul treno che porta chissà dove, il principe è spaesato: “Hanno tutti fretta. Che cosa cercano?” – chiede al controllore. “Non inseguono nulla – gli risponde – Dormono là dentro, o sbadigliano tutt’al più. Solamente i bambini schiacciano il naso contro i vetri”. “Solo i bambini – conclude il piccolo principe - sanno quello che cercano” (XXII).

Tutti corrono…! Anche Claudia Colacione, ragazzina dal sorriso abbagliante e dai sogni giganti, correva. E correva veloce veloce dentro ai quartieri del mondo. S’era data addirittura un nome d’arte per sfondare: Koll Claudia. C’erano i banchi di medicina a farle compagnia… ma la testa era fissa su quella collina che da Hollywood plana verso gli schermi mondiali. Correva…perché Madre Natura è stata generosa: alla bellezza c’aveva unito l’intelligenza, la grazia, la leggiadria di quelle vecchie muse che ispiravano i poeti dell’antichità. Correva… perché tutti corrono. E gli applausi erano tanti… I film di Tinto Brass ne hanno esaltato il corpo, sul palco di Sanremo Pippo Baudo ha innalzato la sua delicatezza, la serie televisiva di “Linda il brigadiere” e “Valeria medico legale” hanno messo in luce le sue doti di attrice. Aerei, macchine da presa, carte patinate, soldi, successo, una fama lungamente inseguita e ora conquistata, cittadina onoraria di un mondo incantato e dorato.
Correva quand’era bambina, correva quando divenne ragazza, correva da attrice, correva… ma non sapeva che da tempo Qualcun altro aveva allacciato i sandali e s’era messo sulle sue tracce per sedurla. “Verrà un giorno – aveva predetto Lèon Bloy, altro grande convertito francese – in cui gli uomini saranno così stanchi degli uomini che basterà loro parlar di Dio per vederli piangere”.

E alla soglia dei suoi 35 anni anagrafici…il mondo di Claudia avverte la stanchezza. Quel vecchio Amante ne approfitta. La cattura e le regala un viaggio romantico per conquistarla: un biglietto aereo per i tropici africani. Atterra in Etiopia. Scenario da Hollywood: bimbi che muoiono letteralmente di fame, bambini pelle e ossa tutto il giorno con gli occhi chiusi, bambini impestati di fango e senza l’acqua per lavarseli. Lei, attrice… si siede, ci pensa e capisce che quell’Amante così delicato ma preciso dietro quei volti c’ha messo una scritta a caratteri cubitali: “Claudia, perché corri se non sai dove andare?” . Ciò che conta non è la corsa, ciò che conta è la direzione.
E l’attrice che una volta correva sente vibrare il cuore di bambina e s’arresta. Si ferma giusto quell’istante per sentir risuonare nel suo cuore una canzone: “E ti viene da vivere/e ti viene da piangere/e ti viene da prendere un treno/andare affanculo e lasciare tutto com’è/che qui non è facile, ti senti fragile … Com’è straordinaria la vita” (DOLCENERA, cantante, 2006).
Impossibile non ritornare al giovane Geremia, profeta chiamato da Dio a giocarsi la vita. Quando non capiva perché Dio si prenda il lusso di “disturbare” la vita dell’uomo, si sentì rinfacciare: “Scendi, Geremia, nella bottega del vasaio… Sono sceso e stava lavorando al tornio. Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli rifaceva con essa un altro vaso, come ai suoi occhi pareva giusto. Allora mi disse: “Non potrei agire anch’io così? Ecco, come l’argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani” (Ger 18,1-6).
Stessa storia da millenni… Non era Claudia che cercava Dio, ma Dio s’era messo sulle tracce di quella donna dallo sguardo avvenente, dal fisico delicato ma dal cuore ancora malleabile. A 35 anni inizia la sua vera storia d’amore. Una storia che l’ha bloccata, distrutta, ridisegnata… fino a renderla orgogliosa di quel Dio che dall’eternità la stava portando sul palmo della mano rispettoso della sua libertà, dei suoi sogni, delle sue aspirazioni.
Forse ha proprio ragione Max Pezzali quando canta: “Com’è bello il mondo insieme a te/mi sembra impossibile/che tutto ciò che vedo c’è/da sempre solo che/io non sapevo come fare/per guardare ciò che tu/mi fai vedere./Com’è grande il mondo insieme a te/è come rinascere/e vedere finalmente che/rischiavo di perdere/mille miliardi e più di cose/se tu non mi avessi fatto/il dono di dividerle con me” (MAX PEZZALI, Il mondo insieme a te).

Chi trovi qui, oggi, Claudia? Trovi un gruppo di giovani volti che sogna in grande, che cade, che si rialza, che non vuole arrendersi. Trovi una comunità che fatica a lasciarsi sconvolgere dalla fantasia di Dio ma che sa innamorarsi delle piccole e faticose conquiste di ogni giorno. Trovi famiglie che hanno perso la voglia di sognare e trovi mamme e papà che la vita ha costretto a diventare eroi. Trovi un’estate costellata da 56 giorni di attività, giochi, riflessioni, preghiere e percorsi accompagnati e addomesticati da Francesca, il mio grande amore: nove anni di vita che per uno strano percorso Dio ha già trasformato in eternità. E’ l’estate che porta la firma giovane (e te lo sottolineo con un pizzico d’orgoglio… “firma giovane”) di tantissimi miei ragazzi/e che condividono con me il loro tempo, la loro fiducia e la loro passione. Sono la mia gioia e la mia croce. E trovi due preti, uno di 73 anni e uno di 26 che testimoniano – con caratteri opposti, con tempi differenti e stili diversi ma con la medesima convinzione - la bellezza d’aver incrociato lo sguardo esigente di Gesù di Nazareth.

La mia, cara Claudia, è una scommessa rischiosa, provocatoria e azzardata: costruire un segno forte ed autentico di fede dentro le vie di una città che corre impazzita nella sua confusione. Vado cercando l’uomo nella sua nudità, cerco l’anima, cerco la storia, il nostro essere bambini… mi fa schifo la rassegnazione. Anch’io piango, ho freddo, ho fame, ho tanta paura… ma non voglio uccidere il bambino che sono. Perderò? Non te lo so dire. Ti ripeto solo quello che mi hanno sempre insegnato: “i rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli” (R. Baggio).

Carissimi ragazzi/e, carissimi genitori oggi sono orgoglioso di poter realizzare uno dei mille sogni che viaggiano ancora nella mia mente di bambino. A colloquio con una donna… applaudita da migliaia di uomini ma conquistata solamente da Dio.
Sul suo volto… frammenti di vangelo.

Claudia, ti chiedo un piacere quest’oggi: parlami di Dio!



XXIII^ Domenica del Tempo Ordinario
"Piango...ma ci guadagno il colore dei tuoi occhi"

di don Marco Pozza

(omelia di chiusura dell’estate 2006)


Amatissima Francesca, stanotte gli occhi non si chiudono. E’ l’ultima notte dell’estate: così prendo carta, penna e fantasia, apro il mio cuore e sento il bisogno di scriverti questa lettera. Perché? Perché una bambina bella, simpatica, semplice, con un piglio da leader come te a me, prete, ha fatto perdere la testa. Capisci? Io non t’ho mai conosciuto, non ho mai stretto la tua manina, non ho mai incrociato quei tuoi occhi che hanno rubato al cielo un po’ della sua vernice, non ho mai abbracciato quel corpicino dilaniato dal dolore... Ho solo saputo dalla tua mamma che a te stava simpatico quel prete strano che fa ascoltare Vasco Rossi in chiesa, che parla con Pinocchio nelle prediche, che con i ragazzi alla domenica trasforma la messa in un festa di colori, di musica e di parole. Non t’ho mai conosciuto…eppure tu mi inseguivi da tempo.
Poi sul calendario si apre una data: 2 marzo 2006. Io me ne stavo lassù, a Cima Bianca, a metà strada tra la terra e il cielo, a sciogliere sulla neve la mia stanchezza. Quella sera l’hai studiata bene: hai aspettato che tutti dormissero, che io accendessi la televisione, che Dolcenera uscisse sul palco e presentasse la sua canzone: “Com’è straordinaria la vita” …hai aspettato che fossi solo per te e hai fatto scrivere un sms sul mio cellulare: “Dio l’ha chiamata, Francesca ha risposto. Stasera è volata in cielo”. Un brivido di ghiaccio ha immobilizzato il mio corpo. Sono uscito, mi son buttato sulla neve e, guardando il cielo stellato…mi sono disperato. Non poteva essere straordinaria la vita, Francesca… Una bambina era morta! Ma perché proprio fnchè Dolcenera metteva in musica quella poesia, quel testo, quelle parole? “Perché?” – il punto di domanda che mi ha lacerato l’anima per quattro mesi.

Marta e Margherita me l’hanno scritto su uno striscione di 6 metri che ha colorato le montagne di Foza, la Porziuncola ad Assisi, le rocce di Cima Bianca, il silenzio di un monastero romano, le vie di questo nostro quartiere… Piangevo, m’arrabbiavo, ti cercavo tra le stelle, ho chiesto aiuto a Stefano (il mio primo angelo), avrei fatto qualsiasi cosa pur di rivedere quel volto. Ma nessun conto mi tornava… Una notte stavo preparando il grest. Ho aperto a caso Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupery e il mio sguardo s’appoggia su una frase: “Ciò che abbellisce un deserto è che da qualche parte nasconde un pozzo”. Da qualche parte… ma dove?

Poi, una sera (non una sera qualsiasi), la prima sera dei campiscuola ho incrociato gli occhi di Nicoletta (la conosci, vero. Lo so è la tua mamma) e, parlando, ha detto: “La mia bambina era straordinaria”. “Straordinaria”: porca miseria…un aggettivo che mi ha folgorato. Poi ho stretto la mano a Stefano, il tuo papà, e subito ci siamo capiti: Francesca deve continuare a vivere. Ho asciugato le lacrime a Greta , la tua sorellina, e ho pianto assieme a lei. Dolcenera e Francesca: due strumenti pericolosi nelle mani di Dio che mi hanno frantumato.
Tu sai tutto, Francesca! Da quel momento ho perso il controllo. Lì è scoppiata un’estate da brividi, ho faticato a gestirla, le mie mani, i miei pensieri, la mia fantasia erano polvere al cospetto del tuo splendore. Ma capisci? Tutti vedono come sono: spericolato, un po’ pazzo, selvaggio, buffone, menefreghista… ma tu ricordi quando ho fatto portare questa gigantografia? Son tre mesi che è appesa sopra il mio cuscino! Quanto piango la sera vicino a te, quante volte ti racconto la mia stanchezza, le mie paure, le mie gioie, i sorrisi e le arrabbiature di un’estate folle che mi prometto sempre di non ripetere… Ogni sera sei l’ultimo e l’unico volto di donna che bacio, ogni mattina i tuoi sono i primi occhi che mi salutano.
Di’ la verità… ti sei commossa anche tu a Foza nel vedere i bambini che ti volevano in cerchio a pregare, che ti raccontavano la storia di Pinocchio, della fata turchina, del grillo parlante , le mamme e i papà che la domenica piangevano, volti scatenati durante la messa a gridare “Com’è straordinaria la vita”? Che brividi ad Assisi. A Cesena, in autogrill all’andata, eravamo solo noi due in pulmino e ti ho chiesto: “Cosa mi combini questa settimana, piccola”. E tu, nascosta dentro il tuo sguardo, hai mandato in tilt quaranta ragazzi. E non era la fine. Salendo in funivia verso Cima Bianca tremavo perché se entravi nei cuori di quei “matti” cosa sarebbe successo? Neanche il tempo di scendere dal Land Rover di Giancarlo e già eri in cerchio con loro. Che complicità… E poi il tuo capolavoro che non mi da ancora pace: mercoledì a mezzanotte, a 2400 m., con le stelle come lampadine… una messa scioccante. Ma ti ricordi? Pippo, che mi fa innamorare e incazzare, l’ho messo a letto dopo tre ore. Ma cosa gli hai detto? Hai visto come piangeva? A qualsiasi domanda urlava: “Francesca!”. Ma tu hai sentito cos’hanno confessato quei ragazzi? L’ultima che mi hai combinato? Lunedì mattina un bambino prende una maglietta del grest e la sistema sotto il tuo volto. Lo guardo e mi dice: “C’è anche Francesca al grest”.

Francy…ho ancora in mente ferragosto in Prato della Valle. Io me la facevo addosso dalla paura. Saliamo sul palco io e te: dicono 70.000 persone, fossero state anche 40.000. Dall’altra parte dondolava il seno di Sabrina Salerno. A me le gambe tremavano (tu lo sai quanto timido sono): ti guardo e tu mi sorridi. Saliamo, pronuncio il nome “Francesca”, racconto la tua storia e mezzo Prato della Valle ammutolisce. Tutti ci guardano, ci ascoltano, applaudono. Scendo, scappo nel camerino, ti guardo in faccia e tu mi dici: “L’abbiamo combinata grossa anche stasera?”.

Un cane abbaia: alzo gli occhi e il cielo si sta già rischiarando. L’alba dalle dita di rosa sta ormai scendendo dal suo letto e io m’accorgo che è già mattina. Non sono andato a letto…perché, scrivendoti la mia lettera, ho ripercorso un’estate d’attività, di volti, di riflessioni e di percorsi. La tua estate, carissima bambina. La nostra estate.
Mi ritrovo seduto sulla sedia a parlarti, a ridere con te, a ringraziare Dio d’averti conosciuto… perché con te vicino è tutto più bello. Punto in faccia il mio vecchio Cristo di legno: non torna nessun conto. “T’avrò fatto un brutto scherzo. T’avrò addomesticato” – disse la volpe al piccolo principe. E Dio lo sta ripetendo ad un giovane prete in questi mesi.
Piango… ma ci guadagno il colore dei tuoi occhi.

Francesca, la mia lettera in una frase:“Francy, ti voglio bene!”



don Marco
e i ragazzi di Sacra Famiglia



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sabato 2 settembre 2006 - ore 15:47


Claudia Koll a Sacra Famiglia (PD)
(categoria: " Vita Quotidiana ")


ESTATE 2006
"COM’E’ STRAORDINARIA LA VITA"



A conclusione di tutte le attività estive della nostra parrocchia,
un incontro - testimonianza
per raccogliere l’ennesima provocazione
da un Dio semplicemente "straordinario"



"Applaudita dagli uomini,
conquistata da Dio.
Storia di una conversione".

A colloquio con Claudia Koll, attrice




Domenica 10 settembre 2006 ore 16.30
Sala Polivalente del Centro Parrocchiale (Via Aosta,6)

(è previsto un intervento nell’omelia alla messa delle ore 19.00)


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sabato 2 settembre 2006 - ore 08:31


Riflessione della domenica
(categoria: " Vita Quotidiana ")


XXII^ Domenica del Tempo Ordinario
"I miei arnesi: la vanga, la zappa, la testimonianza"

di don Marco Pozza

Ti è mai capitato di andare da Trony e acquistare un telefonino nuovo? Fa mente locale: tornato a casa, la prima cosa che hai fatto è stata quella di leggere le istruzioni? Quando vai in farmacia a procurarti una medicina, cosa ne fai di quel foglietto che trovi ripiegato nella scatola? Hai acquistato in un concessionario un’auto nuova: puoi dire d’aver letto tutto il libretto d’istruzioni? Ti hanno appena regalato un computer. La prima cosa che fai è accenderlo o leggere come si usa? E’ il tuo primo giorno di scuola guida: inizi a fare i test o sfogli le pagine del manuale per imparare a leggere i segnali stradali?
Le istruzioni per l’uso! Forse i centimetri di carta meno letti dagli occhi dell’uomo. "Tanto…sappiamo già tutto! Ma se poi il nuovo acquisto non frutta quello che era pubblicizzato nel catalogo, la colpa è ovviamente del fornitore, non di chi, per modestia, non ha appreso le giuste istruzioni.




Più o meno come nel deserto qualche millennio fail popolo d’Isarele non aveva letto le istruzioni per l’uso scritte nel cuore da Dio. Siamo agli albori della storia sacra, il piccolo popolo scelto da Dio sta muovendo i primi passi. Qualche decennio prima era un’accozzaglia di straccioni. Dopo anni di cammino da quest’orda di beduini, attraverso un lavacro di conversione, Dio sta facendo germogliare la sua umanità. Oggi lo troviamo sulla soglia della terra promessa. Il vecchio Mosè, traghettatore di questo popolo sleale e inaffidabile, è la voce di Dio che risuona per tracciare il cammino a quei passi vagabondi e pellegrini. La raccomandazione è chiarissima: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non toglierete nulla; ma osserverete i miei comandi e li metterete in pratica perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza” (Dt. 4,2.6). Nel deserto con l’essenziale… La Parola, i sacramenti, la testimonianza: ecco gli strumenti del nostro servizio. Sono la nostra vanga, la nostra zappa, sono gli arnesi che il Signore mette nelle nostre mani perché possiamo dissodare il terreno e perché davvero il popolo di Dio che sta accanto a noi non abbia a patire il freddo.



Parole che mettono i brividi, che ti costringono a sentieri di conversione, che chiedono obbedienza di figli! Si parla di una Parola che risuona limpida sulle nostre labbra, soprattutto vera, senza finzioni, non inquinata dalla saccenteria dell’uomo, da interpretazioni personali, da riduzioni di comodo. “Non aggiungerete nulla…non toglierete nulla”. Risuoni tagliente, anche quando si ritorce come un boomerang contro di noi, perché non siamo abilitati a dire la Parola di Dio solo se trova verifica o adempimento nella nostra vita. Io, prete ai primi passi verso la mia Terra Promessa, ci penso ogni sera quando faccio l’esame di coscienza: se al mio popolo dovessi presentare solo la Parola di Dio che viene realizzata nella mia vita… presenterei una parola molto decurtata. “Tu non discendesti dalla croce quando ti si gridava: Dicendi dalla croce e crederemo che sei Tu! – scrive il celebre romanziere russo F. Dostoevsky – Perché una volta di più non volesti servire l’uomo. Avevi bisogno di un amore libero e non di servilismi entusiasmi, avevi sete di fede libera non fondata sul prodigio”.



Se le espressioni non si prestassero ad equivoci, mi verrebbe la voglia di dire che il cristiano è colui che non sa tenersi un segreto in bocca. E che non vede l’ora di tovare qualcuno a cui vuotare il sacco. E che si sente così schiacciato dal peso di un’incredibile “buona notizia”, che vorrebbe avere davanti a se le telescriventi dell’ANSA per poterla diffondere in un baleno. Il cristiano, insomma, è un “inviato speciale” che, una volta preso atto di un avvenimento, trova pace soltanto quando può comunicare con il suo pubblico.
Senza quelle specifiche leggi gli ebrei non avrebbero attraversato popoli, terre e millenni della storia. Israele ha ricevuto vita solo dalla vicinanza del suo Dio. E, invece, io a volte mi sento figlio di quel popolo di beduini erranti entrato nel deserto, cerco delle cerniere, cerco di ammorbidire la forza d’urto della Parola di Dio per incastrarla un po’ alle nostre capacità recettive. A pensarci, a volte facciamo dei discorsi assurdi per noi credenti, dei discorsi che potrebbero fare i filosofi del mondo, i profeti del mondo…e abbiamo paura di annunciare il Vangelo. Non lo facciamo: perché abbiamo paura che ci prendano per matti, abbiamo paura di passare per ridicoli. I dotti, quelli che la sanno lunga, quelli che ci trattano con sufficienza, ci fanno paura. Per cui, proprio per essere in linea con la loro mentalità, “sfumiamo le finali”, come ci insegnavano in Seminario con il canto gregoriano.



Perché comportarsi così? “Udendo parlare di tutte queste leggi (i popoli) diranno: Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Che t’importa che le altre persone ci facciano naufragare nel sorriso della sufficienza? Pensa! Al di fuori della Chiesa ci son dei profeti che vanno riscoprendo le straordinarie ricchezze della nostra miniera cristiana e noi, che siamo i titolari di questa miniera, facciamo delle manipolazioni per sintonizzare la Parola di Dio con la logica del mondo…Splendida è la domanda retorica con cui Dio punzecchia il popolo d’Israele: “Quale nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi?”.



C’è un linguaggio che si parla in pubblico, negli incontri ufficiali: è un linguaggio “pulito”. E’ il linguaggio che usa l’alunno con l’insegnante, il parrocchiano con il parroco, il soldato che batte i tacchi per terra per dire al suo comandante che è qualcuno e il fidanzato con la fidanzata per i primi quindici giorni. E’ il linguaggio che parla con il cuore.
C’è un linguaggio che viene parlato in famiglia, specialmente quando si litiga, o si è scocciati, arrabbiati; quello che si usa quando si è tra amici di scuola, nel bar, ai pub, nelle discoteche. E’ il linguaggio della strada.
Il primo linguaggio è linguaggio di circostanza, il secondo è quello reale, non volgare. Io ho scelto quello reale, perché credo in un Gesù che parte dall’uomo feriale, dall’uomo senza maschere, senza coperture di facciata.
L’ha detto Lui: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo” (Mc 7,15).

Ci credi o non ci credi?

Buona settimana!
don Marco Pozza


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giovedì 31 agosto 2006 - ore 09:20


Linguaggio incomprensibile
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"A PROPOSITO DI LINGUAGGIO"
"La vecchietta snocciola il rosario"

di don Marco Pozza

Un giornalista chiede alla Presidente di un’associazione operante dentro la Chiesa: "Che problema le sta più a cuore?". "Il linguaggio - risponde - bisogna far breccia nel cuore della gente, superare l’ecclesialese" (Avvenire, 12 settembre 1999)



Il linguaggio usato dal clero (magari persino da qualche sacerdote giovane), è diventato come il latino usato accanitamente quarant’anni fa, anche se la gente non capiva niente. Gli scritti sono la stessa cosa: che ci capisce niente? "I preti palano a se stessi" , dice un ragazzo. "Io non vado, non li voglio disturbare, non capisco il loro linguaggio".
Le parole usate richiamano ben altro.
Ontologicamente conformati a Cristo: ogni sacerdote è alter Christus. In questo si fonda la vita del sacerdote, anche se giovane. Bisogna rendere presente l’evento del Cenacolo. Cristo offre se stesso per il ministero del sacerdote.
Affermare: "Siete testimoni di Cristo" significa: "Siete contrassegnati dal carattere sacerdotale". Questo carattere ci mette a servizio.
Cristo, l’alfa (la macchina?) e l’omega (l’orologio).
All’interno del presbiterio (presbite e miope...), liturgia delle Ore, ministero nella Chiesa...

Il popolo presente non capisce nulla. Il celebrante parla a se stesso.
E la vecchietta snocciola il rosario finchè i due fidanzatini si regalano effusioni.
Frammento di messa in una cattedrale toscana...

Orgoglioso di tentare nuovi linguaggi! Fallirò? "I rigori li sbagliano soltanto quelli he hanno il coraggio di tirarli" (Roberto Baggio).

Buona giornata
don Marco


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lunedì 14 agosto 2006 - ore 00:21


Lettera aperta al Vescovo
(categoria: " Riflessioni ")


PER IL VESCOVO DI PADOVA
Eccellenza,mi arrendo.
Ho perso la testa per una ragazza dolcissima!
Le presento la mia fiamma: Francesca


di don Marco Pozza
dal Monastero di Vallechiara - Lanuvio (Roma), agosto 2006

Rifugio Cima Bianca, 2200 m., Val di Scalve, 28 luglio 2006.
S’avvicina uno dei miei ragazzi, mi tira in disparte e, con lo sguardo puntato, mi intima: “Don Marco, ti ho pescato”. “A fare cosa” – gli ribatto un po’ esternato. “Ti sei innamorato, vero?”. “Ma cosa dici?” – gli replico. “Ieri sera tu non te ne sei accorto, ma io ero seduto dietro al rifugio e ti ho visto abbracciare una ragazza. Poi ti sei messo a piangere e le hai detto: Ti voglio bene. Non puoi mentire. Avevi ancora gli abiti della messa addosso. Eri tu”.
Un istante di silenzio…
“Hai ragione – gli ho risposto col sorriso nel volto, le parole che nascevano a singhiozzi, le gambe tremolanti – ho perso la testa per Francesca”.



Il 4 marzo 2006 Dolcenera cavalca il palcoscenico di Sanremo e lancia la sua canzone: “Com’è straordinaria la vita”. Poesia, emozione, caparbietà nella voce di quella donna. A metà canzone mi arriva un sms: “Dio l’ha chiamata, Francesca ha risposto. Stasera è volata in cielo”. Com’è straordinaria la vita? Ho guardato oltre le vette innevate, ho urlato la mia fatica di credere, ho bagnato di lacrime quel cielo stellato e io, prete, mi son sentito un perdente. Una vita straordinaria e una bambina che non c’è più: ma che razza di Dio c’è nel cielo? “Ciò che abbellisce un deserto è che nasconde un pozzo in qualche luogo” – si legge ne Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupèry. Non ho capito nulla, ho solo intuito che dietro quell’abbinamento (purtroppo mai casuale) il mio grande Amico Gesù di Nazareth poteva aver nascosto l’ennesimo “scherzo” alla mia giovane vita di prete. Quel ritornello è diventato il mio tormento, la mia “bestemmia” quotidiana che rivolgevo a Dio, la mia ossessione fino a farlo diventare lo slogan martellante di tutta l’estate della mia parrocchia. Nelle otto settimane di campiscuola sta campeggiando una scritta gigante:“Com’è straordinaria la vita. Estate 2006, Sacra Famiglia”. Volevo capire il perché, anche a costo di rimetterci la mia faccia di prete, la mia certezza che Lassù Qualcuno ama pazzamente la sua umanità.


“Perché corri se non sai dove andare?” – mi ripeteva sempre mio nonno da bambino. Il 18 giugno, la sera del primo camposcuola, sento una donna – che non conoscevo - parlare della sua bambina, del suo sorriso, della sua dolcezza. Sentivi parole profumate di freschezza, il brivido di acque cristalline, una passione divorante negli occhi di quella madre. Tutto avresti detto, ma non che le era morta da due mesi la sua bambina. Mi avvicino alla finestra della cucina, individuo chi parla e mi perdo nel suo sguardo. Le altre donne, al sentirla parlare, piangono. Lei conclude: “Francesca era straordinaria”. “Straordinaria”! Porca miseria, quell’aggettivo m’ha svelato il “gioco” di Dio: Dolcenera, quel titolo della canzone, Francesca. Ho preso il telefono, ho fatto fare una gigantografia del volto di quell’angelo, e l’ho presentata a tutti i ragazzi (alla fine saranno quasi 500) che sto incrociando in quest’estate di campiscuola.
Mi son venuti in mente i muscoli di Costantino, il sedere di Jennifer Lopez, il fisico di Aida Yespica, le veline, le velone, il “Grande Fratello”, l’ “L’isola dei famosi”, la “Fattoria”, le splendide pubblicità di donne nude dai sorrisi falsi…e mi son fatto schifo. Perchè ho visto bambini in lacrime, ho visto mamme commosse, sguardi di padri che nascondevano le lacrime davanti ai loro figli, ragazzi “bulli” singhiozzare specchiandosi in quegli occhi, ho assolto cuori sporchi desiderosi di brillare, ho potuto raccogliere fatti di vangelo nei volti della mia comunità giovane. Perché una bambina ci ha preso per mano e ci sta insegnando a vivere! E ho visto un prete, scanzonato, vivace e tanto discusso, che ha appeso la foto di quella bambina vicino al suo letto per farla diventare l’ultimo volto da osservare la sera quando il sole tramonta e il primo in cui specchiarsi il mattino quando sorge l’aurora.


Nascosto in un monastero a pregare, una sera d’agosto ho fatto un sogno. Ho sognato di prendere sottobraccio il quadro di Francesca, incurante di chi mi pensa pazzo, e correre per il mondo a bruciare le “false certezze” e a dipingere dubbi! Entrare nell’aeroporto di Londra con la foto e gridare a quella gente imbottita di falsa religione: Perché corri se non sai dove andare? Varcare le soglie del Billionare di Flavio Briatore e scarabocchiare sui calici di champagne: Perché corri se non sai dove andare? Avvicinarmi ad un ragazzo che sta giocando con i genitali di una ragazza e incidere su quelle mani porche una domanda: Perché corri se non sai dove andare? Smantellare la Casa Bianca, prendere Bush e i suoi marci alleati per i capelli e gridar loro: cosa state combinando. Ragionate: Perché correte se non sapete dove andare? Sedermi sulla panchina di Porto Cervo e su quella spiaggia dove i VIP (ammesso che lo siano) s’incornano a vicenda scrivere con un dito: Perché corri se non sai dove andare? Guardare in faccia Bobo Vieri che brucia un sogno per inforcare l’ennesimo seno da sballo e scrivergli sui muscoli: Perché corri se non sai dove andare? Sintonizzarmi sul telefonino corrotto e maledetto di Luciano Moggi e sbraitare: Perché corri se non sai dove andare? Passeggiare nel mio mondo con la foto sotto il braccio e dire a tutti, indistintamente: “Com’è straordinaria la vita!”.



Diventato prete chiesi a Dio due piccole accortezze: vivere i primi anni della mia vita sacerdotale in una parrocchia che non fosse in città e, se proprio dovevo, celebrare il funerale di un bambino dopo qualche anno, il tempo per capire su quali frequenze viaggia la vita dell’uomo. Consacrato prete il 6 giugno, il 17 agosto trovo sistemazione a Sacra Famiglia (in centro a Padova) e il 15 gennaio celebro, di fronte a migliaia di persone, il mio primo funerale: Stefano, un bambino di soli 4 anni, che dopo una malattia lunga ed estenuante è divenuto un angelo. L’anno successivo m’imbatto negli occhi di Francesca che, dopo qualche mese, Dio chiama vicino a Stefano per comporre la coppia d’angeli che deve vigilare sulla mia vita da prete.
Ho alzato gli occhi al cielo e son scoppiato in lacrime. “T’avrò fatto un brutto scherzo. T’avrò addomesticato” – disse la volpe al piccolo principe. E Dio lo sta ripetendo ad un giovane prete in questi mesi.

Carissimo Vescovo Antonio, Lei mi deve perdonare! Ma son sincero: ho perso la testa per Francesca.
Non se la prenda, perché anche Lei ne guadagna. Guadagna sul volto di un suo giovane prete il sorriso di chi si sente addomesticare da Dio.

D’altronde… degli angeli ci si deve innamorare!

don Marco Pozza


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