spazio di infiniti ritotni e slanci caratteriali e impressionistici...tutto il più eternamente coplicato che c’è
"NON MI CONFONDERE CON NIENTE E NESSUNO E VEDRAI CHE NIENTE E NESSUNO TI CONFONDERA’"
(questo BLOG è stato visitato 27951 volte)
ULTIMI 10 VISITATORI:
ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite, ospite
[ ELENCO ULTIMI COMMENTI RICEVUTI ]
mercoledì 28 giugno 2006 - ore 17:38
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Il nonno lo dice sempre...quando esplodono le bolle e piove e c’è il sole..quella è meravigliosa vita
LEGGI I COMMENTI (2)
-
PERMALINK
mercoledì 28 giugno 2006 - ore 16:43
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Nel mio piccolo mondo, si alle volte anche tra piccole iene e il sole sorge solo se conviene, il perbenismo mi ha sempre soffocata e alle volte ho preferito piuttosto amare d’essere odiata. Conosco i giochi e le ritualità e per timidezza come lame di rasoio sempre pronte ad incidere non ho mai cresciuto quei rituali che mi fanno sembrare così solitaria e giocatrice del tipo "io gioco da sola"...non so...quel modo d’essere taciturna non è affiliazione verso chissà quale spasimo di superiorità o presunzione...solo e semplice pura riflessione...
Una smisurata preghiera...
Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità
Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un’anestesia
come un’abitudine
per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità
per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità
ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere
LEGGI I COMMENTI (3)
-
PERMALINK
lunedì 26 giugno 2006 - ore 10:00
Pedinamenti serali
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lo abbiamo accompagnato quella sera, un po’ per noia un po’ per scoperta, curiosità di vedere anche le macchine parcheggiate male e abbandonate con malagrazia naturale. Sebbene fosse posto anche di famiglie nostalgiche, direi che comunque quello non fosse proprio l’ambiente adatto a un nonno e a un bimbo da sei, soprattutto nelle vesti notturne più conclamate quando si presuppone che entrambe le categorie siano già da un pezzo a rigirasi nel letto e a sognare rispettivamente simili serate passate e simili serate ancora inesplorate. Fatto sta che ci eravamo messi in macchina e lo avevamo seguito in fondo alla strada e oltre i cancelli di quel posto di musica ignorata.
Stranamente le due prospettive che racchiudevamo con la nostra strana coppia si ricongiungevano quasi sempre anche con quel buon scarto di sessant’anni. Avevamo fatto dapprima un giro tra le tipologie di ascoltatori e passatempo generali, poi vista la fine dei concerti lo avevamo raggiunto all’acquario delle movenze sottili, un tendone da dove dj più o meno ridenti spacciavano note pellegrine su santuari di ascolti variegati.
Abbiamo preso posto su una delle panchine libere e abbiamo iniziato a sorseggiare gli umori della serata. Nessuno ci aveva notati e questo ci permetteva di ingoiare meglio le incongruenze dei sorrisi di alcuni dei presenti. Il bimbo da sei mi aveva preso il braccio, distogliendo la mia attenzione generale intrappolata nella vischiosità dei pensieri sotterranei e celati della maggior parte dei presenti, su alcuni occhi stranamente sinceri a bordo della pista. Anche loro sembravano soffrire della paralisi e dello scarto tra pensiero desiderio ed azione ma in fin dei conti la gestualità sembrava disubbidire meglio a quello che alle volte sembra essere solo paura e un gioco dello stare in panchina ripetuto. C’erano sguardi incrociati e se avessimo potuto, io e il bimbo da sei saremmo stai in grado di tracciare una planimetria delle direzioni degli interessi oculari e allora si, penso che ci saremmo messi a ridere con fragore. Vi spiego il perché. Non perché il tutto ci faceva ridere di per sé ma perché era buffo vedere quella fitta rete di sguardi dai quali nemmeno i presenti oramai riuscivano ad uscirne e capitava di vederli impigliati nelle loro stesse visioni. Avessimo potuto farlo avremmo volentieri ristabilito un po’ d’ordine, che so, magari una rotatoria per smistare ed ordinare gli adocchiamenti verso un’unica destinazione, un accesso vietato per quelli indesiderati, e per quei due, si per quei due magari avremmo creato una bella corsia preferenziale e anche magari una d’emergenza affinché i loro sguardi al di là di tutto si sarebbero sempre potuti incrociare tranquillamente senza incidenti di percorso…come in fondo sembrava già avessero iniziato a fare anche se ancora in maniera provvisoria e ancora intimidita dalle mille compromissioni che possono scaturire dal naturale e semplice andarsi incontro. Mi sarebbe piaciuto anche mettere un cartello stradale grande quanto tutte quelle paure con su scritto allaccia la cintura di sicurezza se sentite di potervi perdere nelle cose, di sentire a pelle lo smarrimento e la voglia di parcheggiare o anche peggio di ritornare indietro. Ma purtroppo si sa i nonni e bimbi non hanno mai un granché di influenza sui propositi di nuove infrastrutture di emozioni autostradali.
Poi i nostri pareri non richiesti si fecero strada su lei mentre andava incontro nuovamente verso lui. Noi l’avevamo capita. Avrebbe preso uno scorciatoia pur di arrivargli incontro con i fari di un -grazie per quella serenità che abbiamo fatto colare a picco sulle nostre serate-…ma non lo fece…lo farà. Poi come eravamo arrivati con lui, andammo via con lei e con la dolce assenza di lui.
Depeche Mode_Waiting For The Night
I’m waiting for the night to fall
I know that it will save us all
When everything’s dark
Keeps us from the stark reality
I’m waiting for the night to fall
When everything is bearable
And there in the still
All that you feel
Is tranquillity
There is a star in the sky
Guiding my way with its light
And in the glow of the moon
Know my deliverance will come soon
I’m waiting for the night to fall..
There is a sound in the calm
Someone is coming to harm
I press my hands to my ears
It’s easier her just to forget fear
And when I squinted
The world seemed rose-tinted
And angels appeared to descend
To my surprise
With half-closed eyes
Things looked even better
Than when they were opened
Been waiting for the night to fall
I knew that it would save us all
Now everything’s dark
Keeps us from the stark reality
Been waiting for the night to fall
Now everything is bearable
And here in the still
All that you feel
Is tranquillity
COMMENTA (0 commenti presenti)
-
PERMALINK
giovedì 22 giugno 2006 - ore 14:41
Bar università1
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La ragazza salì sul suo sgabello, un po’ traballante, soprattutto nella postura dei respiri e delle incertezze dei modi e degli stili di vita giornalieri. Ma una volta stabilito il giusto ordine ed equilibrio delle cose da raccontare, si mise a gesticolare a suo agio nell’aria che la circondava, disegnando ampi fumetti di pensieri. Da un capo all’altro di quella stanza stava stendendo i panni dei suoi ricordi.
Io dal bancone del bar non potevo non notare la cura e la sua stessa sorpresa alle volte, con la quale prendeva scene, le rimescolava lavandole e ridando una nuova luce ai colori…alle volte ancora bagnati di pianto le lasciava sgocciolare sulle teste dei presenti. Qualcuno se ne sarebbe accorto, e quello che vidi mi lasciò senza fiato. Le lacrime si sa sono scomode, ma quando in quel momento toccarono inaspettatamente la superficie di chi se n’era accorto, si misero ad evaporare e a prendere la forma di vivaci nuvole di sorrisi.
Poi però mi ricordo d’essermi addormentato e di non aver sentito più il suo racconto. Che strano essere su altre righe, in altre pagine. Mi sento un personaggio di Benni in trasferta, ma anche un po’ smemorato. Comunque quello che ancora trovai furono quattro post it di una sua serata... Che ovviamente riporterò la prox volta.
Yeah Yeah Yeahs_Turn into
I know what I know
I know on the car ride down
I hear it in my head real low
Turn into the only thing I ever
Turn into hope I do
Turn into you
I know what I know
Well I know that girl you found
Keep that kind of window closed
She’ll turn into the only thing that ever
Turn into hope I do
Turn into you
Can’t say why I kept this from you
My those quiet eyes become you
Leave it where it can’t remind us
Turn this all around behind us
Well I know
How far I am to keep you out
I’d like to tell you all about it
I know what I know
I know this last time round
I’ll hear it in my head real low
Turn into the only thing that ever known
Only thing that ever knows
I know what I know
I know, ah yes
LEGGI I COMMENTI (2)
-
PERMALINK
martedì 20 giugno 2006 - ore 12:00
Bar Università
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Niente mensa quel giorno. Voleva il bar e il suono ravvicinato delle tazzine che si posano sul piattino. Quello ritmato del cucchiaino che, adeguandosi agli umori della mano di turno, si scontra con una delle poche clamorose certezze empiriche da bar: il nervoso avrebbe girato il cucchiaino come se avesse la possibilità di aprire in quell’intenso aroma nero un vortice entro il quale far sciogliere l’amaro del suo nervosismo. Quello chevasempredifretta avrebbe battuto il tempo dei secondi per velocizzare l’operazione raffredda caffè - fai sciogliere al meglio lo zucchero, da non prendere in considerazione d’osservazione scientifica, se il suddetto uomo veloce avrebbe accorciato i tempi mediante omissione di bustine di zucchero.
E ancora, quello che avrebbe bevuto semplicemente il caffè che si sarebbe girato a guardarti perché effettivamente in quel momento di pura ecologia da bar, saresti stata tu quell’intrusa strana maniaca che non ti lascia bere il caffè in santa pace.
Entrò. Si guardò intorno per capire di quale tipologie di gira caffè ne avrebbe apprezzato i movimenti, e poi si mise su uno sgabello ad aspettare.
Il bar era stranamente privo di luce, per cui in quella penombra a fatica si accorse delle sagome degli altri presenti. Cercò d’individuare quello che sarebbe dovuto essere il profilo del cameriere e fece per avvicinarsi a chiedere il suo caffè ristretto, quando intravisto un uomo in piedi sulla sedia che parlava in maniera decisamente enfatica, e visto anche gli scarsi tentativi di attirare l’attenzione del cameriere, si risistemò sullo sgabello ad ascoltare. Si accorse che anche gli altri presenti erano tutti intenti a carpire ogni singola sua parola.
Che strano pensò tra se. Ma quel giorno non aveva particolarmente voglia di vivere, ma solo di ascoltare.
Racconto dell’uomo sulla sedia. *carpito a metà per via del ritardo con cui Lei entrò nel bar.
Due anni erano passati e il ragazzo supplente oramai ne portava i segni sulle parole. Ogni cosa che diceva sembrava incredibilmente misurata, quasi avesse un bilancino e conoscesse i giusti pesi di ogni singola vocale, consonante o anche solo punteggiatura. Ma continuava a scrivere, anche se quel mondo gli andava sempre più stretto. Voleva ancora bene a tutti quegli esserini. Aveva imparato a consolare gli donnemetà, simpatiche ragazze così poco sicure di se stesse da girare per le strade con solo metà del loro corpo, e gli donneriflesso, quelle così impelagate nelle vischiosità delle vite precedenti da esser costrette ad andare in giro con il riflesso tatuato sugli occhi delle gioie condivise con il proprio ragazzo nel passato. Era una popolazione molto speciale ma anche terribilmente cocciuta e forte, e il ragazzo supplente aveva imparato oramai a supplire per l’appunto. Qualche volta le aiutava ad attraversare le strade delle loro crisi, finché non si sincerava che potessero sorridere dall’altra sponda delle loro belle emozioni. Un giorno però, come accade sempre nei racconti, si ammalò di una strana malattia. Iniziò ad essere sempre più debole, e a non riuscire più a far sbocciare il sorriso alle abitanti di quella cittadina, ahimè così poco ridente. Gli donnedimezzo e gli donneriflesso dapprima non se ne accorsero, col passare del tempo però non poterono fare a meno di notare che qualcosa era cambiato.
Tutti nel bar erano in perfetto silenzio, sincronizzato. L’uomo che era sulla sedia scese. Un malcontento generale iniziò a sgomitare tra i presenti, materializzandosi in una domanda: –Scusa ma hai finito di raccontare?-. L’uomo che era sulla sedia non rispose. Fu il cameriere a sbrigare la questione liquidando in uno sguardo verso lei tutto il silenzio della stanza.
- E’ vero! Come avevamo fatto a non pensarci prima! Adesso è il turno dell’ultima arrivata.- Adesso era Lei che doveva continuare la storia.
Ivan Graziani_canzone senza inganni
Amico canta una canzone
una canzone senza inganni,
con poche note in questi giorni
dove il vento ci porta in tutte le città
canta più forte o non ti sento, io sono qua.
E’ chiaro che la notte non va,
cani randagi e troppa magia portami via per favore, via,
stanotte ho scritto una canzone
che come una figlia si mette a giocare,
io chiudo gli occhi e la lascio fare,
per poi volare più in là...
Tutti i giorni dentro al Bar,
a parlare dei tuoi guai canta forte amico,
questa sera sei con noi.
No, non bere in fretta, i tuoi bicchieri passan come i tuoi anni
canta una canzone senza inganni.
Ho fatto sempre a modo mio
non ho pregato mai nessuno né uomo, né donna, né Dio
ma questa sera la mia vita,
mentre la sto cantando
potrei cambiarla tutta intera con la tua vita, se vuoi...
Tutti i giorni dentro al Bar a parlare dei tuoi guai
canta forte amico,
questa sera sei con noi.
No, non bere in fretta,
i tuoi bicchieri passan come i tuoi anni
canta una canzone senza inganni.
E più in là, qualcuno le ripeterà...
(Queste tue parole) e più in là qualcuno le ricorderà...
(In un’altra città) più in là,
qualcuno le ripeterà...
e più in là qualcuno le ricorderà!
LEGGI I COMMENTI (2)
-
PERMALINK
lunedì 19 giugno 2006 - ore 13:10
Note
(categoria: " Vita Quotidiana ")

Magari pensi, alle volte ti riesce meravigliosamente bene, come respirare.
Anni fa. Con i sorrisi come radiografie tra le mani avrei regalato più facilmente umori e canzoni.
Ma fare finta. Usare il “come se” è un danno. Quindi è facile ritornare alle lastre e vedermi in tua assenza com’ero prima.
.bmp)
Poi...parole come bolle di vetro..costruiscono cattedrali di vetrate.
E ti ritrovo altrove.

Mi costruirò una punta di diamante per aprire un varco.
LEGGI I COMMENTI (4)
-
PERMALINK
giovedì 15 giugno 2006 - ore 13:13
All’ufficio postale delle cose non dette in giornata.
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Sul finir del giorno, giunta che era una Padova vestita a sera, ritornava a casa a ricomporre la giornata. Alle volte apriva la porta girando la chiave piano, quasi in quei giri metallici, si potesse sciogliere meglio quella lieve malinconia. La malinconia che aveva imparato ad annusare subito, di quelle assenze che puoi avere solo dei visi eternamente familiari. Un biglietto da visita del quale però non se ne rimpiangono mai i caratteri più labili di quei piccoli stati d’animo fondamentali.
Entrava a casa. L’appartamento di convivenze varie da oramai due anni. Nelle stanze orami ricordi e ritagli di mondo ovunque. Era diverso. Diversamente ordinaria vita in appartamento da studenti.
Si era tolta le scarpe. Camminare a piedi nudi era la cosa che le concedeva il primo genuino ritorno a quella familiarità che oramai non conoscevano più neanche i suoi genitori. Non le era stato semplice però, camminare a piedi nudi in una casa, intendo. Si, aveva cambiato tre appartamenti prima di approdare a quella declinazione di fiducia. Appartamenti di studenti. Alle volte ci pensi bene prima di metterti scalza.
La musica. Quello rimaneva l’altro passaggio fondamentale in quella specie di ritualità privata, quasi infantile. Si sedeva e raccoglieva le lettere da spedire ai visi che aveva incontrato durante la giornata.
Lettera n°1.
- Ti ho vista all’improvviso sei arrivata per il pranzo. Con la tua borsa grande, per contenere più sogni. Io lo so, l’ho sempre saputo. Il caldo mi faceva un po’ concorrenza, perdonami se ho parlato poco, e poi mi distraggo, è vero, con troppa facilità, e ancora il caldo fa il suo soliloquio. Non sono sempre stata metereopatica al contrario, ma sai, mi sono accorta che se c’è il sole che parla io ammutolisco…prima o poi scopriranno che la mia melanina ha qualcosa di strano.
Mi pare di capire che alle volte è meglio sospendersi un po’. Quello che avrei voluto lasciarti prima di andare via è la certezza: non aver paura, le bolle come vedi non scoppiano proprio tutte, e anche quando succede non ti spaventare, anche quella sarà meravigliosa vita.-
Lettera n°2.
- E’ strano, nel senso che mi lascia a bocca aperta, la vita, narrata così davanti ai miei occhi. Come se iniziassi a leggere un libro da metà. E’ come se il resto, le pagine precedenti fossero una di quelle storie che i nonni si tramandavano di voce in voce davanti al focolare d’inverno. Sono curiosa. Quello che avrei voluto dire è forse quello che ancora ha da venire.-
Blue Tangos_Paolo Conte
Sul ritmo scuro di una danza
piena di sogni e di sapienza
la donna accoglie i suoi ricordi
anche i più stupidi e balordi
c’è in lei una specie di cielo
un’acqua di naufragio, un volo
dove giustifica e perdona
tutta la vita mascalzona
blu tango…
Parigi accoglie i suoi artisti
pittori, mimi, musicisti
offrendo a tutti quel che beve
e quel fiume suo pieno di neve
e la illusione di capire
con l’arte il vivere e il morire
su antichi applausi a fior di pelle
di molte donne ancora molto belle
blue tango…
LEGGI I COMMENTI (7)
-
PERMALINK
lunedì 12 giugno 2006 - ore 17:28
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Le forme vivaci e nuove della luna riempivano i vuoti quotidiani di un bianco eccezionale, la stava aspettando ancora una volta quella sera. -Più che aspettare il suo sorriso, eventualmente incontrarlo vorrei. E più che veder risplendere nel cielo quella luce, come sempre quotidianamente sorprendente, eventualmente accarezzarla vorrei.-
Era sempre stato di aspettative folgoranti e quanto mai improbabili, ma era proprio per quello che mi aveva stupita e da allora confidavo nelle sue maglie a righe come fogli sui quali calibrare dolcemente la mia scrittura.
Attesa.
Intanto nel pomeriggio mi ero ritrovata ad ascoltare i viaggi di qualcun altro e tramite quelli scoprire, svelare quasi, i miei. Scarpette rosse un po’ in giro di sabato. Ascolto. Scarpette rosse un po’ in giro a Sidney. Mi basta poco effettivamente per viaggiare. Ero alla presentazione di un libro, il passaporto degli stati emozionali dell’autore. Avevo colto la sua enfasi nel leggere pezzi delle sue porte letterarie, mi ero addentrata tra le pause e i ricordi, tra le attese e i sorrisi di chi ascoltava.
Poi mi ero fatta trascinare via da alcune barchette di note verso i porti delle mie partenze. Mi sono venute in mente le valigie per terra ferme e curiose quasi per la loro futura destinazione. La casa della nonna, l’estate ancora sulla pelle, e le prime lacrime di mia madre. Rivedere Almodovar mi ha riportato agli affetti di sangue. Questa parentesi di viaggio in questa libreria mi ha facilitato il percorso dei ricordi. Donne di casa. Donne al sud. Donne di casa al sud…di me. In un’unica stanza varie generazioni di attese partenze e ritorni fanno a pugni per restituirsi quel giusto gusto di malinconia.
Il treno partiva, se ne sente ancora l’odore, non quello stantio d’interni ferocemente vissuti, ma quelli che fanno compagnia a qualsiasi capostazione e di cui nelle scarpate ferroviarie ne puoi avvertire il colore; parte ancora e potrei rimanere nelle diserzione dei volti estranei, rapita, senza forma di riscatto da decifrazioni antiche di espressioni varie…passante, perché in sé non è mai lì con te, ma altrove: in ritardo in un’altra stazione ferma ad immaginare i ciottoli e gli intrecci vitali e di sapori oltre quelle vetrine provvisorie, o in anticipo, inusuale, lanciata verso una non ancora annunciata processione.
Io inizio ad attraversare piano gli avvenimenti prima che questi a loro volta vengano a prendermi via. Sette figli e migliaia di valigie ha partorito la nonna. Si facevano parti eclatanti un tempo. Un pezzettino di cuore sparso un po’ per tutta Italia e Svizzera. Deve avere un cuore tanto grande mia nonna.
LEGGI I COMMENTI (5)
-
PERMALINK
venerdì 9 giugno 2006 - ore 12:51
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Lei e l’altro, Misia.
Lei e il regista non vanno molto d’accordo ultimamente.
Non segue la sceneggiatura, non segue le battute non segue le emozioni, sciopera, sobilla, stanca…
Alcuni personaggi andrebbero spronati alla vita.
Magari anche lanciati da un aeroplano dalle alture delle loro aspettative direttamente a valle, sui territori piani e semplici delle azioni…planare, cadere…”ogni volta che si cade…è farsi male in un modo nuovo”. E non tollero che alcune scene vengano ripetute all’infinito. I suoni di dimezzano, si deformano, si sterilizzano perché alle orecchie sono già diventati più familiari, che quasi potrebbero passare inosservati. Per cui volevo scrivere questa lettera alla produzione, e soprattutto a lei…e a lui.
Misia e l’altro, lei.
Grazie per avermi spedito questa cartolina delle eterne mie indecisioni. Ho preso atto delle note che ripetendole ho perso via via…e probabilmente, lo sai bene anche tu, non era voluta, non era voluta la mia assenza accanto a te…quando poi, tutto quello che volevo era solo starti accanto e parlarti semplicemente, o meglio parlarti e basta, che poi non esiste mai il semplice ma solo quel meraviglioso senso d’appartenenza all’essere spontanei. Così sospendo il regista per un attimo. Lo licenzio proprio. Proverò ad improvvisare.
Cooper Temple Clause_ the same mistakes And so it has to change
The notebook’s now in pieces
Words we’ll never sing
I know you’ll say I’ve simply jumped the gun
And that they’ve won
But you can’t keep making the same mistakes
You see I’ve had this thought
It took its time in coming
I’d always gone about these things all wrong
But not this song
Cos you can’t keep making the same mistakes
No you can’t keep making the same mistakes
Can’t jump ship just yet
There’s no one at the wheel
Someone has to steer
Get a hold of yourself
Keep your head there’s no time to waste
You’ll see it soon enough
But all is not forgotten
And now’s no time for tears
Cos though that boy has died this one still lives
And now there’s life
And a chance to make up for all those mistakes
But please don’t get me wrong
Cos everything was honest
True and from the heart
There’s still the same old hang ups so don’t fret
It’s not safe yet
And who knows there’s always time to screw up again
But maybe we’ll be cool
Cos you were made an offer
You could not refuse
You made me come alive and see my face
See my grace
And we grow or do we just haul it around?
COMMENTA (0 commenti presenti)
-
PERMALINK
giovedì 8 giugno 2006 - ore 17:34
Lavori in corso
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ultimi esami.
Una conferenza su quello che potrebbe essere la mia professione.
Una di quelle dove sono invitati tutti i personaggi che i teoria avrebbero dalla loro anni ed anni di servizio da poterti, al contempo nel giro di pochi minuti, ispirarti o come succede molto più frequentemente, demolirti anni di formazione in cumuli di macerie…il giorno delle ceneri.
Partendo dal presupposto che sulla strada delle demolizioni di una laurea mi ero già avventurata, adesso non rimaneva altro che farmi rinsavire verso le ultime stanze dell’edificio ancora intatte, oppure darsi allo scardinamento totale.
Entro. Già il fatto che sia così accademico il posto e i sorrisi dei personaggi mi induce a smontare pian piano una delle impalcature: non lavorerò mai in ambito universitario.
Mi accomodo nella fila posteriore, quella solitamente occupata da gente che necessita di fare commenti ogni dieci minuti.
Ascolto. La professione dello psicoterapeuta e la questione del cliente, paziente, persona, sfigato ecc…L’edificio crolla, ma proprio si sbriciola davanti alle mie più geniali aspettative. Più di un’ora passata a sentire gente (psicoterapeuti) a menarsela con termini aulici sul significato e sull’accezione di chiamare il paziente non paziente, in quanto ossimoro e perfetta reificazione di ciò che res non è, la psiche. Mentre loro ipotizzano su come vada indicato il” paziente” si fa strada in ma l’ultimo vento che trascina le ultime ceneri…e mi porta ad uscire fuori dove incontro lo sguardo di un addetto alla sorveglianza stressato…ci parlo un po’…si confida…(la psicologia mi perseguita)
Ecco vorrei entrare e fermare le speculazioni. Urlare ecco, questo è Mario, Luca, GianMaria, chiamatelo come vi pare…
Io vi lascio.
Il Cinema, adesso.
Pulp_Common people She came from Greece she had a thirst for knowledge, she studied sculpture at Saint Martins College, that’s where I caught her eye. She told me that her dad was loaded, I said "In that case I’ll have a rum and coca-cola, she said "Fine" and in 30 seconds time she said "I want to live like common people, I want to do whatever common people do, I want to sleep with common people, I want to sleep with common people like you". Well what else could I do, I said "I’ll see what I can do." I took her to a supermarket, I don’t know why but I had to start it somewhere, so it started there. I said ’Pretend you’ve got no money’, but she just laughed and said "Oh you’re so funny", I said "Yeah. Well I can’t see anyone else smiling in here." Are you sure you want to live like common people, you want to see whatever common people see, you want to sleep with common people, you want to sleep with common people like me. But she didn’t understand, she just smiled and held my hand. Rent a flat above a shop, cut your hair and get a job. Smoke some fags and play some pool, pretend you never went to school. But still you’ll never get it right ‘cos when you’re laid in bed at night watching roaches climb the wall, if you called your dad he could stop it all. You’ll never live like common people, you’ll never do whatever common people do, you’ll never fail like common people, you’ll never watch your life slide out of view, and dance and drink and screw, because there’s nothing else to do. Sing along with the common people, sing along and it might just get you through. Laugh along with the common people, laugh along even though they’re laughing at you and the stupid things that you do, because you think that poor is cool. Like a dog lying in a corner they will bite you and never warn you. Look out they’ll tear your insides out. ’Cos everybody hates a tourist, especially one who thinks it’s all such a laugh and the chip stains and grease will come out in the bath. You will never understand how it feels to live your life with no meaning or control and with nowhere left to go. You are amazed that they exist and they burn so bright whilst you can only wonder why. Rent a flat above a shop, cut your hair and get a job. Smoke some fags and play some pool, pretend you never went to school. Still you’ll never get it right ‘cos when you’re laid in bed at night watching roaches climb the wall, if you called your dad he could stop it all. You’ll never live like common people, you’ll never do what common people do, you’ll never fail like common people, you’ll never watch your life slide out of view, and dance and drink and screw because there’s nothing else to do. I want to live with common people like you, etc.
LEGGI I COMMENTI (4)
-
PERMALINK
> > > MESSAGGI PRECEDENTI