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Stà bèa stèa fin doman finchè no rìva el sol
Sciàra sto scuro e el me cuor orbo e pien de doeor
Stà bèa stèa fin doman finchè no riva el sol
Stea dell’universo
Dime che no a ga perso a strada
Dime che in scarsea ga sempre
Un toco del me cuor
Un toco del me amor

***********************
C’è un attimo da fermare:
chi lo riconosce è felice.
***********************

"ARRANCARE: il lento, faticoso, deprimente ma determinato procedere di un uomo che non ha più niente nella vita tranne l’impulso di semplicemente continuare la lotta".

Per chi è arrivato tardi (ovvero dopo il 2007) su questo blog spieghiamo cosa sono gli Shaulismi. Parte tutto da Shaula, che è una stella della costellazione dello Scorpione. E io – chi mi conosce lo sa – sono una pesci ascendente scorpione. E poi il nome era bellissimo, suona come pieno di cristalli e profuma di autunno. Questo è il preambolo
Gli ismi sono le mie filosofie e i miei stili, e ogni post è un ismo. Ci sono ismi per ogni cosa. In particolare però, quando si tratta di me, di pensieri parole opere e omissioni, allora si chiamano Shaulismi.
Non è difficile, ma chi non sa non può sapere. E adesso sa.
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martedì 4 settembre 2007 - ore 09:12
Piove
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Basterebbe non essere già tristi per sopravvivere a un giorno di pioggia. Invece tutto va male, tutto va peggio, tutto va come non dovrebbe andare ma, in fondo, è sempre andato.

Ti lamenti. Eppure lo sai che tanto alla fine funziona così. Basterebbe che non piovesse così tanto. Che entrasse più luce dalle finestre. Basterebbe non avere i piedi freddi, i vestiti umidi. Basterebbe essere un po’ felici, e la pioggia non farebbe questo effetto qui.
No non sto bene. E mi lamento. Cerco di arrangiarmi, di sopravvivere, perché credo che certi dolori vadano affrontati da soli, intimamente. Ma poi esplodo, non li tengo più.
Se non fosse per questa maledetta pioggia forse non soffrirei così. O forse devo ringraziarla, questa maledetta pioggia, perché mi fa esplodere e riesco a sfogarmi.
C’era una frase, anni fa, che scrivevo sempre nei diari dei miei amici, quando me li davano per metterci qualcosa di mio, per lasciare la mia firma. Non ricordo neanche più dove l’ho letta la prima volta. Non è neanche così speciale, non è poetica, non è ad effetto. E’ triste, malinconica, fredda, è la frase di qualcuno che si sente solo, sperduto, abbandonato, la frase che una ragazzina scriveva in ogni diario e nessuno si accorgeva che dietro c’era un dolore immenso. E non so perché, o forse non lo voglio accettare, ma a distanza di tanti anni mi viene in mente proprio adesso. Direttamente da un diario delle medie. Come un fantasma.
I giorni di pioggia sono i più belli, gli unici in cui puoi camminare a testa alta mentre stai piangendo.

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New York City, 1 gennaio 2007
Mancano due giorni.
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PERMALINK
domenica 2 settembre 2007 - ore 11:19
Così...
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Credo che tutti nella vita dovrebbero vedere almeno due volte Harry Ti Presento Sally. Almeno due.

Louis Armstrong - Let’s Call The Whole Thing Off
Things have come to a pretty pass
Our romance is growing flat,
For you like this and the other
While I go for this and that,
Goodness knows what the end will be
Oh I don’t know where I’m at
It looks as if we two will never be one
Something must be done:
You say either and I say either, You say neither and I say neither
Either, either Neither, neither, Let’s call the whole thing off.
You like potato and I like potahto, You like tomato and I like tomahto
Potato, potahto, Tomato, tomahto, Let’s call the whole thing off
But oh, if we call the whole thing off Then we must part
And oh, if we ever part, then that might break my heart
So if you like pyjamas and I like pyjahmas, I’ll wear pyjamas and give up
pyajahmas
For we know we need each other so we , Better call the whole off off
Let’s call the whole thing off.
You say laughter and I say larfter, You say after and I say arfter
Laughter, larfter after arfter, Let’s call the whole thing off,
You like vanilla and I like vanella, You saspiralla, and I saspirella
Vanilla vanella chocolate strawberry, Let’s call the whole thing off
But oh if we call the whole thing of then we must part
And oh, if we ever part, then that might break my heart
So if you go for oysters and I go for ersters, I’ll order oysters and cancel
the ersters
For we know we need each other so we, Better call the calling off off,
Let’s call the whole thing off.
I say father, and you say pater, I saw mother and you say mater
Pater, mater Uncle, auntie, let’s call the whole thing off.
I like bananas and you like banahnahs, I say Havana and I get Havahnah
Bananas, banahnahs Havana, Havahnah, Go your way, I’ll go mine
So if I go for scallops and you go for lobsters, So all right no contest we’ll
order lobseter
For we know we need each other so we, Better call the calling off off,
Let’s call the whole thing off.

Ci siamo andati la prima volta che sono stata a NY. Era ora di cena, ma non abbiamo ordinato perchè in realtà non aveva niente del fascino che ha nel film, quel posto. Era vuoto, triste, grigio. E il menù non offriva quello di cui avevamo voglia quella sera. Ma ci siamo seduti lì. Tanto per dire: c’ero.
Che americanata...

Ho voglia di tornare a New York. Voglio vedere l’autunno di Central Park. Deve essere la cosa più bella del mondo.
Dopo Maury.

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PERMALINK
venerdì 31 agosto 2007 - ore 13:23
Corsismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ci tengo a comunicare al mondo intero che ho iniziato a fare un po’ di movimento per sfidare il grasso che mi ricopre. Voglio che tutti lo sappiano e siano orgogliosi della mia decisione e della mia convinzione, finalmente.
Devo però essere onesta, con me stessa e con gli altri: io non corro. Io pongo rimedio alla mia inattività, è diverso. Non si chiama
correre, correre è decisamente troppo. "Correre" è offensivo per chi corre davvero. Io
pongo rimedio alla mia inattività.
Fondamentalmente io pongo rimedio, credo di non aver fatto altro in tutta la mia vita.
Il mio è un camminare velocemente lungo i viali della villa fin quando la stanchezza non mi appanna completamente la vista. E poi non posso correre, le mie ginocchia e la mia coscienza non me lo permettono. Ma mi sto attivando per porre rimedio alla mia cellulite.
Il tempo è così suddiviso: cinque minuti di bicicletta per arrivare in villa Margherita, quaranta minuti a piedi con qualche corsetta e qualche salita, dieci minuti di esercizi, cinque minuti per tornare. Mi sembra una strategia ottimale. Devo solo eliminare i biscotti al cioccolato quando varco la soglia di casa e sono a posto. Potrei allungare i tempi strada facendo, ma devo valutare il reale impatto sulla mia cellulite e sulla mia psiche. Se funziona non mi vedrete mai più al computer. Passerò i minuti che non trascorro mangiando a correre in villa. Se non funziona (e con ciò intendo se i risultati non saranno visibili in alcune settimane) mollerò, perché la mia costanza ha bisogno di stimoli per essere costante.

Il posto è carino, anche se secondo me andrebbe valorizzato. Una volta organizzavano concerti e mercatini... poi chissà cos’è successo. È un’area molto tranquilla che ha portato un esordio addirittura sereno e pacifico.
Il primo giorno è stato un tripudio. Tossine evaporate e pelle lucida di sudore, circondata di verde e alberi lussureggianti. Sole, aria, luce. perfetto. Troppo bello per essere vero. E infatti...
Il giorno seguente già il boicottaggio. La villa, tutto sommato tranquilla dicevo, si trova però a ridosso di una delle strade più frequentate della provincia, che conduce dal centro di Treviso alla periferia nord (il rumore delle auto arriva fino al prato con i cespugli di rose), e quella mattina si erano pure messi a potare gli alberi. Proprio la mia seconda mattina, quella successiva all’esordio che tanto mi aveva esaltata. Due camion, un’automobile, un macchinario con gru estraibile, un trattore. Tutti intorno a me, allegramente, a potare alberi.
Non bastasse, il pomeriggio prima avevano anche tagliato l’erba. Quindi al rumore, alle foglie che volavano, ai moscerini sloggiati, alla polvere sollevata, si è aggiunto anche quel pungente odore di erba appena tagliata. L’erba fresca ha un profumo d’infanzia, di dolcezza, come un ricordo di tanti anni fa, in campagna dalla nonna. L’erba fresca appena tagliata ha un profumo piacevole. Invece no, quello non era odore di erba fresca appena tagliata: quello era odore di erba bagnata appena tagliata, di erba marcia appena tagliata, di foglie morte appena aspirate, di rami secchi spiaccicati a terra. Ed è tutto fuorché rilassante e pacifico.
Il terzo giorno ho dovuto quasi dimezzare la mia camminata per impegni con Maury. Il quarto giorno ho avuto difficoltà perché la notte prima non avevo dormito. Oggi era il quinto giorno.
Come sarà un prato dopo un temporale? Come sarà un giardino pubblico dopo una tempesta? Io lo so. Rami ovunque, foglie scivolose, erba bagnata, fango, terra, pozzanghere, umidità. Moscerini, lombrichi, lumache. Tronchi d’alberi appena tagliati con muschi e licheni, e qualche nuovo organismo unicellulare che banchettava. Cespugli morti, foglie morte, erba morta, alberi morti.
Natura morta. E io odio l’odore della natura morta, odio aver paura che piova, odio avere il terrore di scivolare, odio l’essermi salvata per un soffio da almeno quindici scivoloni che mi avrebbero provocato dolori lancinanti al mio neo (e spero presto ex) culone.
Il boicottaggio però non ci ha fermati (me e il mio amico immaginario), strano ma vero. Si riprova, lunedì si ricomincia, si riparte, costanti e tenaci nel tentare di dare una svolta al nostro grasso corporeo.
Che dopotutto in inverno ci fa così tanta compagnia e tiene caldo, e piangendo ci chiede perché, perché vogliamo eliminarlo per una semplice questione salutare, quando lui ci protegge dal vento e dalla neve… E si rattrista, perché dopotutto a Maury non dispiace, dice che sono morbida, le mie tette sono tornate a una terza abbondante, le scollature mi donano, e la cellulite va di moda, se la sono comprata apposta le veline, mica ce l’avevano prima…
Ma sono decisioni che vanno prese, anche se qualcuno dovrà soffrire. E di solito sono io.
PS - Altro che Central Park. Se non dimagrisco entro un mese, fottiti villa. Passo direttamente ai biscotti col cioccolato.
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martedì 28 agosto 2007 - ore 13:47
Pesismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Credo che dovrebbero impedire alle donne di ingrassare. Bisognerebbe arrivare a compromessi, perché quando una donna ingrassa non è un problema solo per lei, ma per il suo compagno, per la sua famiglia, per il suo capo, per i colleghi, per gli amici, per la cassiera del supermercato. È un problema per tutti, e i problemi bisogna provare a risolverli dalle radici. Bisognerebbe stipulare un
contratto di non ingrassamento.
Tipo
“sì, lo so, mangio molto, la colpa è mia, non tornerò mai più a pesare meno di 56 chili, ma facciamo che rimango stabile a 60, ok? Mi accontento dei 60”. E’ segno di maturità e civiltà.
“Aggiudicato - dicono loro a quel punto -
la signorina qui presente peserà per sempre sessanta chili e non ingrasserà né dimagrirà ma potrà mangiare come e quando vuole ed evitare lo sport. Così è deciso”.
E la donna sa che non ingrasserà, e vivrà serena, avrà una vita felice, un fidanzato amorevole, dei figli educati, e riceverà ogni settimana un buono sconto per la marmellata di castagne.
Consapevolmente, la donna riflette su vizi e virtù, e stipula questo contratto, che i firmatari devono accettare, e possono discutere se credono che il peso di compromesso non sia corretto. Ma poi si fa, e nessuno ne soffre più.
Perché non si può fare una cosa così? Perché ciò che è buono fa male e ciò che da fastidio fa bene? Non dovrebbe essere il contrario? Ingrassare con l’insalata e dimagrire con la frittura di pesce? Ingrassare correndo in palestra e dimagrire facendo shopping? Il mondo va alla rovescia, me ne rendo conto solo io? Qualcuno vuole per favore darmi retta?
Sì, sono fissata col mio peso, ok? Volete arrestarmi per questo? Scatta la denuncia perché parlo solo del mio peso? Eh? Provate voi ad essere altalene, foglie al vento (foglie di sessanta chili, ovvio). Provate voi, a comprare dei pantaloni in saldo e dopo una settimana non vi entrano più. Provate voi ad avere in armadio maglie di quindici taglie diverse, perché ogni stagione siete obbligati a comprare qualcosa di più largo o di più stretto. Provate, e poi ditemi se non scatta il nervoso.
A questo post si allaccerebbero le considerazioni più svariate, ma le tengo per i prossimi appuntamenti dallo psicanalista.
Vi lascio però con una mia personalissima conclusione:
le fighe non sentono le stagioni. Le vedi camminare sotto il sole con jeans lunghi e stivali, in più con un maglione legato per precauzione stretto stretto attorno al collo. Camicia, giacca, cappello, jeans e stivali. Ad agosto, con l’afa. Io suderei come cavallo, avrei dei mancamenti, e conoscendomi con la pressione bassa che ho rischio pure un infarto. Poi d’inverno sandaletti senza calze, magliettine di lana leggera come carta velina, sciarpe di seta e pantaloni dal ginocchio. Pelle nuda per centimetri e centimetri quadrati. Se mi azzardo io rimango a casa una settimana con la febbre.
Credo di aver capito una cosa. Essere fighe non è una scelta, non prevede uno sviluppo personale né un forsennato inseguimento delle mode, no. E’ insito nel patrimonio genetico: è necessario astrarsi dalla temperatura esterna, ignorare il meteo, le stagioni, il freddo e il caldo.
E io non sarò mai figa perché se in questi giorni azzardo i pantaloni lunghi ho gli svenimenti assicurati.

E soprattutto i jeans con gli stivali non li metto, mi stanno malissimo. Le cose che vanno di moda a me stanno sempre male.
Credo sia una questione di intolleranza. Mia alla moda, dico.
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PERMALINK
domenica 26 agosto 2007 - ore 15:31
Maldestrismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Negli ultimi anni ho realizzato che una percentuale consistente della mia sfiga non è dovuta a fattori esterni, ma a cause naturali. Cause genetiche, cause caratteriali, fisiche, psichiche e motorie.
Oltre alle varie
gaffe che mi procurano sensi di colpa, imbarazzo, tachicardia ed eccessi d’ansia, oltre ad aver sviluppato una particolare propensione alla
figura di merda di cui ho ampiamente esposto i risultati e le implicazioni sociologiche, sono nota per la mia certosina maldestrezza. Riesco dove altri falliscono, ossia nel procurarmi ferite e macchie di dimensioni apocalittiche, e fallisco dove chiunque altro riesce a mantenere intatta la dignità.
Ho per troppi anni sottovalutato il mio personalissimo bagaglio di movimenti scoordinati, è giunto il momento di fare qualcosa. Voglio fare un
corso di sopravvivenza, per il bene mio e di chi mi sta intorno. Il mio povero amore è stanco di essere ferito, calciato, sporcato, colpito, dimenticato. Devo adoperarmi per un miglioramento sensibile, devo farlo per la mia sopravvivenza e per mantenere rapporti interpersonali che andrebbero altrimenti sacrificati.
L’altro giorno, ingorda e ancora assonnata, mi sono avvicinata alla dispensa per prendere altri biscotti da colazione, non ero soddisfatta di quelli che avevo assaggiato. La mattina uso gironzolare scalza, mi fa sentire più a contatto con la natura e rinfresco i piedi dopo notti insonni a rigirarmi nel mio afoso letto mansardato. Ingorda e assonnata, dimenticando per un attimo di essere anche terribilmente maldestra, ho sbattuto violentemente con il ditone destro sull’antina della dispensa. Credo di aver provato raramente un dolore così acuto e infuocato. La mia mente partoriva bestemmie coloratissime e improperi di varia provenienza religiosa. Il dolore si è poi velocemente tramutato in sorda umiliazione quando ho notato il sangue che copioso scendeva lungo le dita del mio piede.
Sorda anche ai consigli di un partner studente in medicina, sprezzante del pericolo e noncurante delle conseguenze che potevano manifestarsi, non mi sono disinfettata e ho peggiorato la situazione con un’infezione degna di un guinnes. Quel pomeriggio pioveva a dirotto, e io non riuscivo a indossare scarpe chiuse, così mi sono dovuta addentrare nel diluvio universale con infradito fucsia e un vistoso cerotto protettivo. L’umiliazione si è moltiplicata la sera successiva, ad un compleanno, quando nel culmine della mia eleganza bon ton ho sfoggiato un delizioso cerotto sull’alluce.
Zimbello di me stessa.
Sarebbe niente se la cosa finisse qui. Invece no, perché pur conoscendomi, pur sapendo che posso sfidare i limiti del possibile, dell’ignoto e del noto, non riesco ad oppormi agli eventi. La mattina successiva al compleanno, assonnata ma fortunatamente non ingorda, pedalo beata per tornare a casa dal centro. Mi fermo a un attraversamento pedonale per attendere il mio turno quando una macchina condotta da un ragazzo decisamente carino inchioda per farmi passare. Non me l’aspettavo, e il mio cervello quella mattina recepiva i segnali con una lentezza esasperante. Così, colta da un raptus di ira sportiva, ho caricato il già martoriato piede destro sul pedale per una repentina partenza. I miei sandali bianchi erano l’ideale per un alluce in decomposizione, ma quella suola liscia non era l’ideale per una scivolata sul pedale. Che si è inserito su quella curvatura che introduce la pianta del piede, quel dosso interno così delicato e morbido.
Bene, ho scorticato una porzione di pelle grande come una moneta da 1 euro. L’umiliazione è triplicata quando a pochi centimetri da quell’orribile cerotto sull’unghia ho notato altro sangue che scendeva copioso lungo il mio piede.
Se mi incontrassi per strada farei finta di non conoscermi, cercherei di starmi alla larga. Invece non posso, perché mi seguo come un’ombra.
Sono una cicatrice vivente.
E la cosa si va sempre più esasperando. Sarò completamente ricoperta di cicatrici dalla fronte alle piante dei piedi nel giro di un decennio.
Non c’è due senza tre, dice il saggio.
Scusate il volgarismo, ma mi sto cagando sotto dalla paura.

Su pressante richiesta
(non è vero) giustappongo una foto del mio piede martoriato, ma per motivi di sicurezza nazionale ho coperto le ferite con dei cerotti, che sono indicati dalle frecce...

Sì, ho un alluce enorme.
No, me li ha portati la Cris in dono dall’Irlanda.
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PERMALINK
mercoledì 22 agosto 2007 - ore 14:17
Nuovismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
In attesa delle foto del compleanno della Dany (che mi devono essere per la maggior parte girate in quanto io ne ho fatte davvero poche), vi mostro il regalino che mi ha portato da Bruxelles: dei graziosissimi, coloratissimi, dolcissimi
orecchini a mela. Che ricordano tanto New York, e quindi si può dire che siano perfetti...

Hey... Ma... Cosa intravedo? Ma cosa sono quelli?

Hey! Ma sono gli occhiali nuovi della Silvia!!!!!
Sono gli occhiali color ghiaccio anche se non è vero che è color ghiaccio! E sono davvero bellissimi!!
Avevi ragione, Silvietta mia, quando dicevi che i tuoi occhiali nuovi erano bellissimi. Brava, ottimo acquisto.
Adesso però magari vedi di mettere via qualcosa per i tempi di magra, in cui i tuoi stipendi saranno ridotti a un decimo di quello che prendi in estate. Fa la brava, su.
Ah, e sempre per la serie volevo dire che ho scoperto che l’
ippodromo è un’ottima scuola di formazione di personalità. Non intendo me medesima. Ma chi sa, sa.
Riporto a tal proposito (non è vero, non è a proposito ma fa ridere) una recente conversazione con mio fratello minore, Giovanni, che di anni ne ha 16 e proprio per questo motivo è un personaggio molto scomodo. Io sono uno dei suoi esempi di adulto, e non riesco a sopportare il peso di questa responsabilità. Essere matura non è un’attività che comprendo ancora perfettamente, e lui è un adolescente con ormoni instabili e una gran voglia di ridere. Prende tutto alla lettera, e mi fa rimproverare pur involontariamente da mia madre. Tutto ciò è pericolosissimo per la mia vita casalinga.
Era poche settimane fa. In macchina, io e lui. Si chiacchiera del più e del meno.
G: ma a Maury piacciono i cavalli?
S: insomma…
G: e a te? Ti piacciono i cavalli?
S: no…
G: e allora perché lavori all’ippodromo?
S: beh, perché mi pagano…
G: ma se non ti piacciono i cavalli perché non vai da un’altra parte?
S: perché mi pagano, mi piace il mio lavoro.
G: se fai una cosa è perché ti piace.
S: mi piace il lavoro, non i cavalli…
G: ma è la stessa cosa…
S: no…
G: sì…
S: no, beh… vediamo, ti piace cagare?
G: si…
S: e ti piace la merda?Sì lo so, una sorella maggiore non dovrebbe nemmeno pensarle certe cose, e non dovrebbe usare frasi scurrili e parole sconvenienti. Ma mi sembrava un esempio moralmente corretto e altamente edificante. Volevo fargli capire che non tutte le azioni piacevoli sono associate ad oggetti piacevoli, volevo essere la sua insegnante di vita. E ho sbagliato tutto, perché lui, pur di non darmi ragione, mi ha detto:
G: certo che mi piace
S: ti piace la merda?
G: sì, certo.
S: vuoi dire che l’hai assaggiata e ti piace?
G: …
S: ok, allora ti faccio una torta di merda e te la mangi tutta.
Non l’avessi mai detto. La cosa mi è rapidamente sfuggita di mano. Credevo sarebbe durata i pochi minuti che avremmo passato in macchina insieme, dopo una simpatica mattina da amati fratelli. Io non me ne ricordavo neanche più quando, a ora di pranzo, Giovanni è esploso in una fragorosa risata ed ha avvisato mia madre, intenta a fare il caffè che:
G: la Silvia mi farà una torta di merda…Voi non potete immaginare gli occhi di mia madre. Una madre che affida un adolescente alla sorella 26enne, credendo di poter stare tranquilla per la sua incolumità fisica e mentale. E invece no.
Soprattutto perché la sorella, dopo la quindicesima ilare domanda del fratello:
G: mi fai la torta di merda? non trova parole migliori delle seguenti:
S: oggi no, forse riesco a farti al massimo un pasticcino.Ecco, quella l’ha sentita anche l’altro genitore. È calato il gelo. Da sorella maggiore mi sono trasformata in Satana. O chiamatemi Belzebù, non fa differenza.
Dopo quella volta che ho insegnato a Giovanni
Coca Cola Pepsi Cola Osso Duro Vaffanculo, ho perso mille punti. Ora sono sotto lo zero. Ho perso lo scettro di figlia modello.
La soddisfazione di una madre: una figlia che studia all’università e non trova un esempio migliore per spiegare al fratellino che non tutto nella vita è piacevole e che bisogna scendere a compromessi nel lavoro.
Meno male che hanno inventato le mamme apposta per rimediare.
=UPDATE=Forse avrei dovuto chiamare questo blog Bontonismi, e non l’altro. Va beh, ormai è fatta.
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domenica 19 agosto 2007 - ore 15:38
BonTonIsmi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
La mia rivoluzione bon ton si è arrestata sul sito di una graziosa ragazza conosciuta in rete. Non ho mai fatto acquisti on line, ma stavolta sono stata costretta, è stato più forte della ragione, della volontà e della consuetudine - non sono riuscita ad oppormi al fato.
Se ci siamo incontrate è tutta colpa del destino. Si chiama
Alessia e credo sia stata mandata da un dio molto cattivo per farmi sperperare i guadagni estivi.
Ma grazie a questa creativa signorina bresciana entrerò in possesso, entro pochi giorni, di queste delizie:

Orecchini margheritosi

Orecchini cookies al cioccolato

Bracciale donuts
Sì, sto spendendo un sacco di soldi ultimamente, ma sto dando una svolta al mio apparato psico-fisico, e questi oggettini costano quello che io amo definire una
monata. Per cui diventeranno presto miei.
Dopo anni di forzato risparmio, sacrifici economici e generose offerte alla mia banca in servizi che non mi rendo conto di ricevere, quest’estate ho speso quello che ho voluto, tanto i soldi sono miei. Come mi piace dire soldi miei. Senza chiedere niente a nessuno. Miei, miei, miei!! Ho lavorato e sudato come un bue da traino, e adesso mi godo i risultati.
Avendo scoperto che non tutti gli orecchini mi provocano allergia, avendo eliminato numerosissime affettuose magliettine diventate stracci dopo 8 anni di uso e abuso, avendo momentaneamente sospeso la mia passine per l’
intimo kitsch, avendo limitato i miei acquisti floreali e fantasia, avendo sostituito alcuni dei capi che, ho scoperto, alcune persone non sopportavano con nuovi moderati sobri capi di loro
(ma sopratutto mio) piacimento, avendo ricevuto duri colpi al mio giù provato cuore ferito, nonostante l’aver approfittato dei saldi in un modo che non sarò mai in grado di ripetere per l’arguzia e la fortuna che ho dimostrato di possedere in alcuni giorni, posso concedermi delle prelibatezze di bigiotteria che renderanno il mio abbigliamento femminile e maturo un po’ più frivolo e colorato.
Perchè bisogna sempre essere un po’ Silvia, sotto sotto.
E io ne ho bisogno assoluto.
Mica posso rinnegare ciò che mi è stato linfa vitale per anni. Eh.
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PERMALINK
giovedì 16 agosto 2007 - ore 08:27
NewYorkIsmi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E così parte.
Lo sapevo che sarebbe partito, ce l’aveva scritto negli occhi. Lo sappiamo da due mesi che partirà, ma la notizia ufficiale è arrivata un mese fa, forse qualcosa di più.
Prima era un 99%. Potrebbe, ma non è sicuro, non si sa mai, succedono tante cose. E credo di aver sperato, con l’uno per cento di me, che quell’uno per cento esistesse davvero. Invece non è mai esistito, e anche l’uno per cento di me lo sapeva. E mi vergogno di ammettere che anche solo per un millesimo di secondo ho sperato di vederlo materializzarsi.
Ma lui parte. Tre mesi cosa sono. In tre mesi i capelli crescono di neanche 5 centimetri, non si nota neanche. In tre mesi non fai tempo neanche ad invecchiare. In tre mesi prepari al massimo un esame. In tre mesi al massimo ingrassi, ma mica così tanto. In tre mesi cosa succede, non cambia poi molto in tre mesi. Non fai tempo a dimenticare una faccia, una canzone, una voce, un profumo.
Ma sono così lunghi tre mesi senza la cosa più bella che la vita ti abbia regalato.
E la cosa più bella che sia successa a lui sono proprio questi tre mesi.
E non è questione di lasciarlo andare. Se lo ami lo lasci andare, mi hanno detto. No, non è questa la questione, non lo è mai stata, non è mai stata una decisione da prendere: era già presa, non andava discussa. Lui ha l’occasione più straordinaria, l’opportunità più importante, più consistente, più interessante che si possa avere, è in gioco il suo futuro: è un investimento per il futuro. Lui sta per realizzare un sogno. Che sia lontano da me non mi fa male più di quanto mi fa male sapere che dovrò tirare avanti senza Maury per tre mesi.
Sono pochi per dire godiamoci il tempo che resta prima che parti. Sono tanti per dire chi se ne frega, passano in fretta, non pensiamoci. Sono tre mesi. Pochi per un nuovo taglio di capelli, troppi per chi avrà il cuore dall’altra parte dell’oceano.
E già sogno il giorno in cui dopo 9 ore di traversata arriverò al JKF, zaino in spalla e trolley che perde colpi. E lui sarà già lì al terminal, e mi starà cercando con lo sguardo, dall’altro lato di una transenna. E fra centinaia di persone io per primo vedrò lui, in punta di piedi, anche se è già alto, con la barba incolta, con gli occhi lucidi. Io li vedrò quegli occhi lucidi anche da lontano, sono sicura. Gli occhi lucidi si riconoscono, si fiutano tra di loro, come cuccioli che hanno perso la strada, e la ritrovano. E io sarò pallida, assonnata, nervosa per il ritardo dell’aereo, con le occhiaie e la tuta stropicciata. E quegli occhi lucidi mi diranno che sono bellissima. E io farò uscire tutte le lacrime che da Venezia aspettavano di uscire.
Ho pianto due volte fino ad ora, la prima quando l’ho detto alla mamma. Lo sapevo da settimane e ho pianto quel giorno. Quando ho dato la notizia con certezza. Prima annunciavo la sua partenza con entusiasmo ed esaltazione, ma forse con poca convinzione, c’erano così tante cose da organizzare in quell’1% che mancava. Ed ora quante ne ha cambiate quell’1% di sicurezza. Ha cambiato prima di tutto che ho pianto. Ho realizzato che davvero andrà via. Nessuno però mi ha vista, sono stata attenta.
La seconda, invece, qualche settimana fa. Con lui. Mi ero promessa di non farlo, di non fare una cosa così terribile. Non volevo che mi vedesse piangere, perché io davvero sono felice per lui, ma mi mancherà come manca l’aria, come manca l’acqua. Ma dovevo prima o poi farlo, non potevo tenere tutto dentro. Avevo crolli emotivi incomprensibili per chi mi vedeva da fuori e non capiva il buco dentro, mi comportavo in modo strano, e non capivo perché. Non lo vedevo ancora nemmeno io, quel buco dentro. Dovevo semplicemente piangere. Perché sarà la sua lontananza a farmi male, mi farà male da morire.
Vorrei essere più forte, vorrei avere quella forza che ha lui, che pure dovrà stare lontano da me, e lo so che lo farà soffrire. E pensare che stiamo male, l’uno per l’altra, sarebbe peggio. Ci vuole forza, ci vuole tanto coraggio. Per così tanto, per così poco, che importa. Sarà lontano.
E io sarò così felice per lui che mi verrà da piangere ogni giorno ma non lo farò, per amore, per rispetto, per amicizia, per tutto: perché è un amore bellissimo anche in due continenti diversi.
Mancano venti giorni. Poi il mio tutto parte.

Michael Bublè – Everything
You’re a falling star, You’re the get away car.
You’re the line in the sand when I go too far.
You’re the swimming pool, on an August day.
And You’re the perfect thing to see.
And you play your card, but it’s kinda cute.
Ah, When you smile at me you know exactly what you do.
Baby don’t pretend, that you don’t know it’s true.
Cause you can see it when I look at you.
And in this crazy life, and through these crazy times
It’s you, it’s you, You make me sing.
You’re every line, you’re every word, you’re everything.
You’re a carousel, you’re a wishing well,
And you light me up, when you ring my bell.
You’re a mystery, you’re from outer space,
You’re every minute of my everyday.
And I can’t believe, uh that I’m your man,
And I get to kiss you baby just because I can.
Whatever comes our way, ah we’ll see it through,
And you know that’s what our love can do.
And in this crazy life, and through these crazy times
It’s you, it’s you, You make me sing
You’re every line, you’re every word, you’re everything.
So, La, La, La, La, La, La, La
So, La, La, La, La, La, La, La
And in this crazy life, and through these crazy times
It’s you, it’s you, You make me sing.
You’re every line, you’re every word, you’re everything.
You’re every song, and I sing along.
Cause you’re my everything.
yeah, yeah
So, La, La, La, La, La, La, La
So, La, La, La, La, La, La, La
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lunedì 13 agosto 2007 - ore 10:16
Vacanzismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
È questa l’inculata di andare in viaggio a luglio.
A metà luglio nessuno vuole sapere della tua vacanza perché tutti stanno ancora lavorando o studiando, oppure non possono permettersi un week end fuori. Torni dalla tua vacanza che non te ne rendi neanche conto.
E poi ad
agosto mentre tu boccheggi in una città deserta, loro partono e ti lasciano da solo, a cercare i reduci, gli ultimi rimasti. Passeggi per il centro in cerca di uno spiraglio di alcol, per annegare la disperazione, e ti ritrovi circondato di vecchi rimasti soli, con un’infinita voglia di chiacchierare e sfogare le frustrazioni di una famiglia che li ha abbandonati.
Di solito i vecchi si citano con i bambini invece no.
I bambini sono in ferie con i figli dei vecchi, e io no. Tutti in ferie, tranne me.

I negozi propongono solo rimasugli di saldi inconsistenti. Maglioni stipati in enormi scatoloni, proposti come affari di fine stagione, e credo di non sbagliare nel supporre che sono residuati bellici dei saldi degli anni scorsi.
Nei locali solo omini di polvere incastrati in ogni angolo, perché si sta per chiudere e allora ce ne sbattiamo delle pulizie e delle ordinazioni, e se la birra manca la annacquiamo così arriviamo al 12.
Eh si, la fatidica data del
12 agosto. Quest’anno è stato lui, il 12. Chiuso per ferie dal 12 agosto. Tutti. Nessuno pensa a chi fa ferragosto in città perché lavora. Chiudono tutti. Insensibili.
Tutti in ferie.
Tutti tranne me.

Tutti partono e tornano in questi giorni, tutti con il loro bagaglio di abbronzatura, braccialettini comprati in spiaggia, con le borse da mare ancora in spalla perché il trendy chic dell’accessorio marinaro è ancora un must.
Sì è vero, mi sono pur comprata il costume quest’anno (necessità sopravvenuta, quello dell’estate scorsa mi stringeva giusto quel po’), ma l’ho utilizzato una volta e mezza. La mezza è stata quella al mare coi miei, che non vale una volta intera.
Tutti partono e tornano, con la voglia di raccontare, di mostrare, di incantare. E io lavoro ogni giorno con la testa altrove, con la pressione bassa, con la cellulite che avanza, con la voglia di andare via, di finire di studiare, di cambiare qualcosa che ancora non so.
E mi scoppia dentro l’invidia, perché sono tutti in ferie, tranne me.
Se non si era capito rimango a Treviso a morire d’inedia per tutto agosto.
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venerdì 10 agosto 2007 - ore 16:49
Palestrismi
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Ieri non mi credevano quando lo dicevo, ma lo posso provare.
Io non posso andare in palestra, è un assioma.
Per andare in palestra servono
A - tempo,
B - soldi,
C - costanza. Sono i tre elementi fondamentali: quando manca anche uno solo di questi elementi andare in palestra diventa un vizio, uno sforzo, una costrizione, una moda.
Le argomentazioni seguenti vi illustreranno perché la mia scelta di non andare in palestra è inoppugnabile, inconfutabilmente corretta e perfettamente lineare con la mia condotta di vita e con il Silvia Pensiero.
> A - tempo. Non ne sono provvista. Ho due lavori in questo momento, in certi periodi dell’anno arrivo a 4. Studio e sto cercando di scrivere una tesi. Ho un ragazzo, ho molti amici, ho delle amiche, e tutti questi personaggi richiedono considerazione ed attenzione. Ho libri da leggere, film da vedere. Ho una famiglia e connessa ad essa una casa, che devo collaborare a mantenere ordinata. Non ho il tempo materiale per andare in palestra. La palestra è tempo che non possiedo.
> B - soldi. Sì è vero lavoro molto e sono parsimoniosa. Ma sono parsimoniosa proprio perché lavoro molto e ho dei progetti per i soldi che mi guadagno. Mi piace godermeli in viaggi, cene e piccoli vezzi, e una parte sostanziosa la tengo di riserva, una specie di fondo per i periodi difficili, perché conosco il valore dei soldi e risparmiare fa parte del mio guadagno mensile. Non posso spendere 40 € ogni trenta giorni, più iscrizione e benzina per andare in palestra.
> C - costanza. La palestra è utile se continuativa, i risultati si vedono dopo 6 mesi. Io non ho sei mesi, io vorrei essere magra adesso. E non ho la costanza di andare sei mesi in palestra, perché sei mesi di palestra sono una quantità incredibile di ore che sottrarrei al resto della mia vita, e una quantità di denaro calcolabile in circa 300 €. Che non possiedo, o meglio che possiedo ma non sono intenzionata a spendere.
Chi va in palestra lo deve fare per la salute. Chi va in palestra per mantenersi in salute deve rispettare un regime alimentare sano, ritmi vitali equilibrati, non deve fumare e deve limitare l’alcol. Chi non fa queste cose non tiene poi così tanto alla sua salute, credo, e io sono abbastanza coerente da non andare in palestra pur trasgredendo in proporzioni diverse tutte queste regole. Chi trasgredisce queste regole ma va in palestra lo fa semplicemente per uno status. Per essere
figo, insomma. A me l’essere figo interessa quanto Piero Angela che mi spiega come nascono i fenicotteri.
Quindi
io non vado in palestra perché sono coerente con le mie idee. Quindi non andare in palestra è la scelta giusta. Non fa una piega.
Fossi figo - Elio e le Storie Tese
Fossi figo frequenterei il locale giusto,
fossi figo conoscerei la gente giusta,
fossi figo indosserei vestiti trendy,
certe volte son dei capi orrendi
che a nessuno li rivendi.
Fossi figo tutti i giorni sarei in palestra.
fossi figo starei ignudo alla finestra.
Fossi figo sarei il principe dell’adduttore,
sarei il re dell’addominale,
sarei il re della finestra.
Ammirerebbero i miei capelli,
si, sono finti ma comunque sono molto belli,
quelli veri sono volati via col vento
e anche la foto sul documento
non mi rassomiglia pi?.
Capelli, capelli,
sono andati via e non torneranno mai,
in piazza li rimpiazzo
con un prodigio della tecnica frutto di ricerche
e sperimentazioni che ci aiutano nel look.
Fossi figo guiderei una grande jeep
fino in disco attesissimo in zona V.I.P.,
il mio nome sarebbe sempre incluso nella lista,
non dico proprio il primo della lista
ma neanche l’ultimo degli stronzi.
Cubista, cubista,
come balli tu io non ho ballato mai,
ti guardo, tu mi guardi
e si scatena nel mio corpo
quella strana sensazione che noi giovani chiamiamo...
cincin ue? muiter?
Forse non sono figo, forse no,
ma sono bello dentro, dentro,
fuori stranamente mi vedete come un solitario
ma a me piace stare con la gente.
Io, per piacervi,
mi epilerei per tutto il santo giorno
come le balle di un attore porno 
Sì, sono una criticona polemica, ma questo è il Silvia Pensiero e questo è il Silvia Blog.
E poi in palestra non c’è neanche lo spritz. Figuriamoci le polpette.
PS: ho messo i grassetti apposta, adesso leggi.
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