GIULIA BLASI NUDO D’UOMO CON CALZINO 2009 Einaudi.
HO VISTO
ANPLAGGHED AL CINEMA, di Rinaldo Gaspari con Aldo, Giovanni e Giacomo; regia teatrale di Arturo Brachetti;
I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN, con Heath Ledger e Jake Gyllenhaal, di Ang Lee;
IL DIAVOLO VESTE PRADA, di David Frankel, con Meryl Streep ed Anne Hathaway;
IL 7 E L’8, di Giambattista Avellino, Ficarra & Picone; nel cast, Salvatore Ficarra, Valentino Picone, Remo Girone e Arnoldo Foà;
MATCH POINT, di Woody Allen;
MEMORIE DI UNA GEISHA, un film di Rob Marshall;
NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI, regia di Fausto Brizzi;
"PIRATI DEI CARAIBI" - LA MALEDIZIONE DEL FORZIERE FANTASMA, un film di Gore Verbinski, con Johnny Depp;
QUANDO L’AMORE BRUCIA L’ANIMA (WALK THE LINE), di James Mangold - con Joaquin Phoenix e Reese Witherspoon;
SATURNO CONTRO, regia di Ferzan Ozpetek; con Luca Argentero, Pierfrancesco Favino, Margherita Buy.
STO ASCOLTANDO
ABBIGLIAMENTO del GIORNO
adeguato
ORA VORREI TANTO...
stabilità
STO STUDIANDO...
leggendo, più che altro
OGGI IL MIO UMORE E'...
potrebbe andare meglio.
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
ORA VORREI TANTO...
PARANOIE
1) Quelli che si appendono un Cd allo specchietto retrovisore dell'auto.... 2) Quando arrivi a fidarti solo di te stesso... 3) essere ammalati quando in realtà hai un sacco di cose divertenti in programma 4) non aver avuto il coraggio di dire in tempo ad una persona quanto importante fosse per te e scoprire che ora non puoi più farlo... 5) Pensare di essersi dimenticati la macchina aperta con il portafoglio dentro 6) Sapere che il tempo passa inesorabile e aver paura un giorno di dimenticare tutto,la vita,gli amici,gli affetti,le persone....e aver paura di tutto questo! 7) svegliarmi e scoprire che mi piace la musica di dj Francesco..potrei morire..sul serio eh
MERAVIGLIE
1) Sentire che per qualcuno tu conti davvero 2) suonare col proprio gruppo a San Siro con milioni di persone 3) Sarebbe una meraviglia se riuscissimo a essere onesti con noi stessi e con gli altri allo stesso tempo sempre... 4) Lo stupore di sentire che ogni giorno ti vuoi bene sempre di più e in modo diverso 5) ...vivere senza illusioni... 6) mio padre che viene da me e mi dice di essere orgoglioso di me... 7) Spiegare a qualcuno il nostro punto di vista, e sentire che anche se non è d'accordo con noi l'abbiamo colpito, e abbiamo lasciato qualcosa, anche di piccolo, nella sua vita.
Giustizia non esiste là ove non vi è libertà Luigi Einaudi
Clicca qui sotto per ascoltare "Le ali di un angelo".
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mercoledì 5 aprile 2006 - ore 23:07
Something’s gotten hold of my heart
(categoria: " Vita Quotidiana ")
E’ stato trovato morto stamane, per cause naturali, in una stanza d’albergo a Cardiff il cantautore ed interprete Gene Pitney, nato nel Connecticut 65 anni fa. Esordì inizialmente come autore per altri artisti, come Rick Nelson (Hello Mary Lou), Bobby Vee e Roy Orbison, e incise il suo primo singolo a 20 anni, (I wanna) love my life away, in cui suonava tutti gli strumenti e la cui registrazione, su un quattro piste, costò circa 30 dollari. Negli anni Sessanta Pitney cantò più di una composizione di Burt Bacharach e Hal David; nel 1963 divenne molto popolare grazie a 24 Hours From Tulsa, e l’anno dopo partecipò alle registrazioni del disco 12x5 dei Rolling Stones (fu il produttore Andrew Loog Oldham a presentarlo al gruppo di Jagger e Richards) suonando il pianoforte nella loro Not Fade Away. Prese parte con grande successo a quattro edizioni del Festival di Sanremo, cantando in coppia con Little Tony, Nicola Di Bari, Iva Zanicchi, Caterina Caselli e Gianni Pettenati; stando al libro di Dario Salvatori 40 anni di Hit Parade del 1997, otto singoli di Gene Pitney sono entrati nella Top 20 italiana, e vale la pena segnalare almeno la sua versione di "Quando vedrai la mia ragazza" di Little Tony (al primo posto per due settimane, nel mese di febbraio del 1964), "Ritorna", "Amici miei" (al nono posto) e l’evergreen di Caterina Caselli Nessuno mi può giudicare. E non solo: "24 Hours From Tulsa" è stata incisa anche da Dusty Springfield e la si può rintracciare in più di un’antologia; "I’m Gonna Be Strong" invece è stata reinterpretata da Cyndi Lauper, icona pop femminile degli anni Ottanta, come brano inedito per il greatest hits (datato 1994) Twelve deadly cyns...and then some.
Gene Pitney, 17 febbraio 1941 - 5 aprile 2006.
L’ultimo grande successo di Gene Pitney è stato un buon remake di un suo vecchio "cavallo di battaglia", Something’s Gotten Hold Of My Heart, stavolta in duetto con Marc Almond. Il cantante dei Soft Cell l’aveva incisa per The Stars We Are del 1988 - primo album inciso nel periodo del suo breve contratto con la Parlophone - e sarà l’unico suo 45 giri ad arrivare al primo posto nelle classifiche britanniche. Pochi anni prima, anche Nick Cave si era cimentato in una rivisitazione del pezzo per l’album "Kicking Against The Pricks". Almond incontrò Gene Pitney per la prima volta a Las Vegas, quando girarono il videoclip promozionale della canzone. "Era uno strano meeting tra due artisti appartenenti a due mondi diversi - lui un tipo dall’aria pulita, un padre di famiglia, io coi capelli gelatinati, un ciuffo da rockabilly e una dubbia reputazione", ricorda Marc in Tainted Life - Una vita corrotta (pubblicato in Italia dalla casa editrice Arcana). "Io avevo uno smoking nero, lui uno bianco, contrastanti e in conflitto. Il climax del video fu girato nel deserto, all’interno del cimitero delle luci al neon, simbolo di una Las Vegas che stava cambiando. Soffiava una tempesta di polvere e rischiammo di congelarci quando ci vennero a chiamare nelle nostre roulotte, come due pugili sul ring, per andare sul set a cantare l’ultimo verso della canzone. Tre inquadrature ed era finita. Magia pura".
GENE PITNEY - SOMETHING’S GOTTEN HOLD... Something’s gotten hold of my heart Keeping my soul and my senses apart Something’s gotten into my life Cutting its way through my dreams like a knife Turning me up and turning me down Making me smile and making me frown
In a world that was small I once lived in a time There was peace with no trouble at all But then you came my way And a feeling unknown shook my heart Made me want you to stay All of my nights and all of my days
I gotta tell you now Something’s gotten hold of my hand Dragging my soul to a beautiful land Something has invaded my mind Painting my sleep with a colour so bright Changing the grey and changing the blue Scarlet for me and scarlet for you
I’ve got to know if this is the real thing I’ve got to know what’s making my heart sing You smile and I am lost for a lifetime Each minute spent with you is the right time Every hour, every day You touch me and my mind goes astray
Things can only get better
(categoria: " Vita Quotidiana ")
Un mese di pausa dal blog e post promessi che stanno subendo più rinvii di Chinese Democracy dei Guns’n’Roses. Mea culpa, ma non è un periodo particolarmente pieno di eventi; ci sono stati alcuni colloqui per stage qui a Padova, ma ahimè, troppo spesso non sono finalizzati all’assunzione e non sono in grado di fornire competenze (può succedere che vi chiedano se sapete usare Pinnacle, ad esempio: un conto è saperlo usare a livello amatoriale per portare su DVD vecchi filmati su videocassetta, come è nel mio caso, un altro è l’uso preciso e professionale). Per non parlare di agenzie di comunicazione che vi chiedono di stare in ufficio, andare su Internet, scambiare banner con altri siti e mettere inserzioni sul web per richiamare l’attenzione di altri comunicatori, che a loro volta andranno in ufficio, chiameranno altri comunicatori e via discorrendo, a mo’ di catena di Sant’Antonio. Venerdì avrò un colloquio per un impiego temporaneo allineato a quanto facevo nei fine settimana prima di laurearmi; continuo nel frattempo a segnalare nuovi stage che trovo sulla bacheca on-line dell’Università di Padova. Quest’anno sto guardando più televisione del solito per via delle tribune elettorali, che spesso sfociano nella rissa da bar (Berlusconi a Ballarò ieri sera...) e facendo zapping si rivedono le ugole di Music Farm - Franco Califano che durante il sonno prepara la formazione dell’Inter, la Bertè che offende Viola Valentino e tira ancora in ballo la sorella morta, Massimo Di Cataldo nel ruolo del reietto della settimana (in fondo non è peggio dei vari Ramazzotti e Antonacci, e mi spiace che non abbia più il successo degli esordi) e un certo Pago di cui quasi ignoravo l’esistenza. Si fa fatica a riunire il gruppo del martedì sera, quest’anno, ma già la scorsa settimana il raduno al Banale è stato sottotono. Cambieremo giorno? Non mi è proprio piaciuto il concerto dell’ex Matia Bazar Sergio Cossu (che ho sempre ammirato e che ho intervistato per la mia tesi) con Ermanno Maria Signorelli che si è tenuto al caffè Pedrocchi giovedì scorso in Sala Rossini: ancora non riesco a capire cosa ci facesse in una rassegna jazz - è musica strumentale per documentari, per un’ora e mezza senza sosta e senza che si potesse distinguere un movimento dall’altro; ci si poteva aspettare qualcosa di simile ad Ommadawn ed Incantations di Mike Oldfield, ma la loro proposta è semmai una new age fuori tempo massimo.
Non sto aggiornando il blog, ma seguo con un certo interesse quelli di alcuni iscritti, e si va dalle scintille di Andrea fino al revival anni ’80 di Terence. A proposito di anni Ottanta, sto per restaurare in DVD un anime della Toei Animation che ho su una videocassetta di 23 anni fa, registrato da Italia Uno (ed è un miracolo che si veda ancora). Il lungometraggio in questione non viene più riproposto da molti anni, ed è un peccato; si tratta di Hakucho no mizumi (Il lago dei cigni), con le musiche dell’omonimo balletto e il doppiaggio italiano a cura del Gruppo Trenta, con Simona Izzo. Questo non vuole essere un blog tematico, ma ci saranno diverse novità e ristampe discografiche che varrà la pena esaminare: sono in arrivo le edizioni in Superaudio CD di tre album dei Depeche Mode (Elena e Paola, saranno graditissimi i vostri commenti!) così come il nuovo album di Morrissey che ho già avuto modo di ascoltare e che proprio oggi CDwow mi ha spedito. Non provo un grande interesse verso il nuovo disco di David Gilmour, e vorrei ascoltare qualcosa di più dal nuovo di Prince prima di avventurarmi in un eventuale acquisto. Tra le recensioni in programma ci sono diverse vecchie glorie, come i Japan di David Sylvian che hanno finalmente dato alle stampe una raccolta completa, e "My life in the bush of ghosts" di Brian Eno e David Byrne (disco che compie 25 anni e che è stato finalmente rimasterizzato, così come l’intera discografia dei Talking Heads), ma anche il recentissimo EP dal vivo dei Royksopp, il ritorno degli Sparks con "Hello Young Lovers", il nuovo "Meds" dei Placebo, "Collected" dei Massive Attack e "All things to all people" di una band scandinava più che discreta, i Carpark North. Aspetto al varco i Keane, gli Scissor Sisters e i Killers, tutti alle prese con il secondo album, ma il prossimo mese ci saranno anche una raccolta di k.d. Lang, "Reintarnation", che racchiude i brani country degli esordi, e una dei Feeder, supporter degli U2 in occasione del tour dell’anno scorso. L’ultimo film visto al cinema è stato "Quando l’amore brucia l’anima (Walk the line)" su Johnny Cash cui sarà dedicato presto un post. Incuriosito dal breve "Il ventisettesimo anno", sono alle prese ora con un altro libro di Marco Mancassola, "Il mondo senza di me" - dopodiché mi attenderà "Con le peggiori intenzioni" di Alessandro Piperno. Non so quanti appassionati del ragtime di Scott Joplin ci siano all’interno del sito, ma vorrei chiedere se si trova ancora in giro l’edizione di Joshua Rifkin: quando ancora frequentavo il Fermi, avevo preso in prestito dalla fonoteca un’edizione della RCA con esecuzioni di James Levine e due anni fa ho trovato un CD della Naxos con Alexander Peskanov al piano (lui è molto bravo e il CD ha una buona qualità sonora, ma non sempre apprezzo quando aggiunge accordi e stravolge i tempi). Insomma, ci saranno parecchie novità il mese prossimo: that’s all, folks!
On a ship called dignity
(categoria: " Musica e Canzoni ")
Gli anni Ottanta britannici non sono stati solo quelli dei Duran Duran e della new wave, ma hanno visto anche un’ondata di pop illuminato: autori meno attenti alla presenza scenica e ai videoclip ma che rappresentano un ponte tra i Beatles e il brit pop del decennio successivo. Oltre agli Smiths ci sono stati i Prefab Sprout di Paddy McAloon, i Love and Money di James Grant, i Black di "Wonderful Life" (l’anello mancante tra Scott Walker e i Cousteau), gli Aztec Camera di Roddy Frame, Nick Heyward degli Haircut One Hundred, i Blue Nile di Paul Buchanan (in seguito collaboratore di Peter Gabriel, Annie Lennox, Chris Botti e più recentemente dei Texas), gli Orange Juice di Edwyn Collins. E gli scozzesi Deacon Blue, da poco entrati nel catalogo Legacy della Sony BMG grazie alla ristampa di Raintown, uno dei migliori dischi del 1987 dopo The Joshua Tree degli U2. Le Legacy Edition sono una gran bella invenzione, un modo accattivante (e rispettoso verso gli artisti, che talvolta le curano di persona) per riproporre dischi storici della major. Grace di Jeff Buckley, Horses di Patti Smith e Santana III sono solo alcuni tra i dischi omaggiati da edizioni deluxe; rimasterizzati in digitale, con la grafica originale ripristinata e fotografie mai viste prima. Non solo: c’è un secondo CD allegato, con brani presenti nei lati B reperibili in precedenza solo nei vecchi singoli, oppure versioni demo o registrazioni dal vivo particolarmente significative, il tutto in un’elegante confezione cartonata. Raintown dei Deacon Blue è al momento in vendita solo nel Regno Unito e disponibile in siti Web come CDWow, 101cd e Play.
Forse molti non ricordano questo gruppo di Glasgow, il cui nome si ispira ad un brano degli Steely Dan dall’album Aja e la cui mente, Ricky Ross, è un insegnante di lettere. Solo da poco sono tornati a suonare dal vivo, e la ristampa del disco di debutto - dedicata al chitarrista Graeme Kelling, morto di cancro due anni fa - è solo l’inizio di un rispolvero che culminerà in estate con la pubblicazione di un aggiornato greatest hits con brani inediti. La musica di Ricky Ross non ha in realtà nulla di paragonabile al gruppo di Donald Fagen. Sono infatti Bruce Springsteen (il leader ha conosciuto la vocalist Lorraine McIntosh, che successivamente è diventata sua moglie, ad una festa in cui lei cantava "Nebraska" del Boss insieme a suo fratello), Bob Dylan e il contemporaneo McAloon le fonti di ispirazione più evidenti in un disco che ci riporta in un preciso contesto storico, gli anni di Margaret Thatcher. La disoccupazione e la voglia di evadere dal grigiore di Glasgow sono i temi ricorrenti nei testi. L’apertura con la breve Born in a storm, lenta, con piano, tastiere e armonica ma senza percussioni, già fa intravedere che i Deacon Blue sono di tutt’altra stoffa rispetto ai loro colleghi. Seguono l’energica title track e Ragman, che stava per essere scartata - fu il loro produttore Jon Kelly ad insistere, e ascoltandola è facile dargli ragione. He looks like Spencer Tracy now cita un noto articolo di Time del 29 luglio 1985, dove Roger Rosemblatt parla dello scienziato Harold Agnew e del lancio della bomba atomica su Hiroshima ("Allora pensavo che i giapponesi se lo meritassero e, onestamente, lo penso ancora oggi"). Loaded è un brano più leggero, e non a caso è stato scelto come singolo, così come When will you (make my telephone ring), canzone d’amore in uno stile "soul dagli occhi azzurri" degno dei migliori Hall and Oates, con tanto di coro gospel. Si parla di incertezze in amore in Chocolate Girl ("lui la chiama la ragazza di cioccolato/perché pensa che si sciolga quando la sfiora") e in Love’s great fears, che vede come ospite Chris Rea alla slide guitar. Il vero gioiello del disco, e probabilmente dell’intera carriera dei Deacon Blue, è Dignity, piazzato proprio nel cuore della tracklist. The very thing è un brano più ottimista ("un giorno tutti avremo un lavoro") che torna a parlar d’amore ("dicono che l’amore sia la cosa più importante - se solo potesse essere vero - e tutte queste cose come gli edifici, i posti, i ricordi, i volti non contano nulla"). Si chiude con Town to be blamed, dove la voce di Ricky Ross diventa uno strano ibrido tra Jim Kerr (Simple Minds) e il lamento strozzato di Brett Anderson.
Il secondo CD contiene tutte le canzoni nello stesso ordine del primo, ma si tratta di versioni alternative: Born in a Storm e Town to be blamed sono state registrate dal vivo alla Glasgow Art School nel 1986, Ragman e Loaded sono qui presenti nelle leggermente più spoglie versioni "demo", When will you... è invece presentata in un "Air Studio Vocal Mix", un semplice arrangiamento con pianoforte e voce, senza chitarre nè batteria. The very thing è una BBC Session per il Mark Goodier Show in onda su Radio1, mentre tutte le altre canzoni sono registrate da un’esibizione "live at the Marquee" del 1986. La prima edizione di Raintown su CD conteneva due tracce in più rispetto al vinile, Riches e Kings of the Western World, che nella ristampa chiudono il secondo CD. Il disco d’esordio resta il punto più alto della produzione della band di Ricky Ross; gli album successivi (compreso un interessante EP con cover di Burt Bacharach e Hal David) hanno avuto un discreto successo di critica e pubblico, e ci sono stati altri ottimi singoli come Your Swaying Arms, Fergus Sings The Blues e Real Gone Kid (motivo in più per non perdere l’antologia in uscita entro l’anno), ma già al momento della pubblicazione di "Our town" del 1994 i Deacon Blue facevano ormai parte del passato. Ricky Ross ha inciso poi materiale solista senza avere troppa fortuna, ma è anche tra gli autori del successo "High" di James Blunt (colonna sonora di uno spot Vodafone dell’anno scorso e primo singolo dell’album Back to Bedlam); in attesa di nuove canzoni, vale la pena segnalare il sito internet di Ricky e procurarsi questo bellissimo Raintown (indicato agli estimatori del buon pop d’autore, poetico e non privo di contenuti). Ottimo il lavoro svolto da Tim Young presso lo studio Metropolis di Londra, nonostante sembri di ascoltare un bootleg quando si inserisce nel lettore il secondo disco: le canzoni sono prelevate da vecchi nastri probabilmente non più in buone condizioni. Mi piacerebbe inoltre sapere perché la Sony italiana sta snobbando il disco in questione (e, per contro, intasando il mercato con raccolte confuse, come i tripli CD di Anna Oxa e di Spagna - pubblicati in concomitanza con i nuovi album realizzati per altre etichette - di cui non si sentiva affatto il bisogno).
DEACON BLUE - DIGNITY There’s a man I meet, walks up our street He’s a worker for the council, has been twenty years And he takes no lip off nobody and litter off the gutter Puts it in a bag and never seems to mutter And he packs his lunch in a sunblest bag The children call him Boogie He never lets on but I know ’cause he once told me He let me know a secret about the money in his kitty He’s gonna buy a dinghy Gonna call her dignity
And I’ll sail her up the west coast Through villages and towns I’ll be on my holidays They’ll be doing their rounds They’ll ask me how I got her I’ll say "I saved my money" They’ll say isn’t she pretty that ship called dignity
And I’m telling this story in a faraway scene Sipping down raki and reading Maynard Keynes And I’m thinking about home and all that means And a place in the winter for dignity And I’ll sail her up the west coast Through villages and towns I’ll be on my holidays They’ll be doing their rounds They’ll ask me how I got her I’ll say "I saved my money" They’ll say isn’t she pretty that ship called dignity
And I’m thinking about home And I’m thinking about faith And I’m thinking about work And I’m thinking about how good it would be To be here some day On a ship called dignity A ship called dignity That ship
Where heaven never ends
(categoria: " Musica e Canzoni ")
La vita oltre la vita. Sembra che non si riesca proprio a chiudere i capitoli, nel music business odierno; siamo reduci da un tour dei Queen con Paul Rodgers, e notizie recenti confermano una futura tournée, dopo anni, degli Alice In Chains, senza Layne Stanley. Dopo la scomparsa di Michael Hutchence abbiamo avuto compilation singole e doppie, senza tralasciare le raccolte di video in DVD e gli immancabili concerti commemorativi con Jon Stevens (con cui hanno inciso, nel 2002, il singolo I Get Up) e l’amico Terence Trent D’Arby. L’anno scorso i cinque membri superstiti della band australiana hanno selezionato il nuovo cantante con un reality show che negli Stati Uniti ha avuto anche buoni ascolti, Rockstar: INXS. Pare addirittura che anche i Van Halen seguiranno questa strada (dopo David Lee Roth, Sammy Hagar e una breve, assai sfortunata parentesi con l’ex Extreme Gary Cherone). Il nuovo leader degli INXS è dunque il giovane canadese J. D. Fortune, capelli neri a spazzola e faccia simpatica, che collabora in questo "Switch" anche alla composizione di alcune canzoni. Il titolo non inganni: non c’è infatti alcun cambiamento sostanziale nella loro musica; si era pronti al peggio, invece il CD, pur non indispensabile, è il migliore da "Welcome to wherever you are", criminalmente fuori catalogo.
La produzione è affidata a Guy Chambers, che ha composto parecchi tra i maggiori successi di Robbie Williams; tra i collaboratori, nel libretto, si notano i nomi di Gregg Alexander, ex leader dei New Radicals e autore di molte canzoni pop di successo per Ronan Keating, Texas (Inner Smile), Rod Stewart e Sophie Ellis Bextor (Murder on the dancefloor) che qui firma "Remember Who’s Your Man". Desmond Child, che ha scritto per artisti come Bon Jovi e Ricky Martin, co-firma invece la ballata Afterglow. Il disco non tradisce il ben noto stile degli INXS: il brano d’apertura, Devil’s Party, ricorda nella strofa la famosa "Original Sin", e il singolo Pretty Vegas è un episodio "rollingstoniano" che potrebbe inserirsi in A Bigger Bang della band di Jagger e Richards senza troppi problemi. La già citata Afterglow è l’ennesimo esercizio di riscrittura di "With Or Without You" degli U2, ma è piacevolissima e potrebbe funzionare anche in radio; Hot Girls è invece un brano molto ordinario (con l’intervento di una voce femminile che parla in cinese) che fa da riempitivo. Perfect Strangers, a parte il riconoscibilissimo sax di Kirk Pengilly, potrebbe essere un pezzo di Robbie Williams - di certo più accattivante del materiale più recente scritto dal cantante con l’ex Lilac Time Stephen Duffy. Il sound si ammorbidisce di nuovo con Remember Who’s Your Man, che stavolta strizza l’occhio allo stile di Lenny Kravitz, per poi tornare più sostenuto nella più rockeggiante (per così dire) Hungry.
Interessante la successiva Never Let You Go, con un arrangiamento che, a parte il sassofono, potrebbe sembrare dei Simply Red ("Blue", "Love and the Russian Winter"). Quello che lascia a desiderare, in generale, sono i testi spesso banalotti, ma le melodie indovinate non mancano. Così, dopo l’altro riempitivo che è "Like it or not" (ancora debitore dei Rolling Stones - segno che i fratelli Farriss perdono il pelo ma non il vizio), arrivano due sorprendenti risultati con Us, che parte come fosse un classico della Motown, e del toccante tributo ad Hutchence, God’s Top Ten, cantato da J.D. Fortune insieme ad un’altra concorrente del reality show, Suzie McNeil. La canzone, che ha un arpeggio pianistico non distante da alcuni episodi dei Coldplay, è rivolta alla giovane Tigerlily, figlia di Michael, ed è stata interamente scritta da Andrew Farriss. Bisognerà attendere un prossimo disco, se ci sarà, per vedere se il nuovo cantante riuscirà ad essere meno derivativo, ma il tutto scivola via piacevolmente. In questo Switch c’è molto mestiere e latitano spesso le emozioni, non c’è una nuova "Need You Tonight" ma, in mezzo a tanti prodotti pop scadenti che girano al momento, fa la sua discreta figura. Peccato che in Italia non sia entrato neanche al 100esimo posto: qui vendono Hilary Duff e gli Studio 3.
Per leggere la recensione del cofanetto The Years (Universal Music) LINK
INXS - AFTERGLOW Here I am, lost in the light of the moon that comes through my window Bathed in blue, the walls of my memory divide the thorns from the roses It’s you and the roses
Touch me and I will follow in your afterglow Heal me from all this sorrow as I let you go I will find my way when I see your eyes Now I’m living in your afterglow
Here I am, lost in the ashes of time but who wants tomorrow? In between the longing to hold you again I’m caught in your shadow, I’m losing control My mind drifts away, we only have today
Touch me and I will follow in your afterglow Heal me from all this sorrow as I let you go I will find my way, I will sacrifice ’til the blinding day when I see your eyes Now I’m living in your afterglow
When the faith has gone as I let you go, as I let you go
Touch me and I will follow in your afterglow Heal me from all this sorrow As I let you go I will find my way, I will sacrifice Now I’m living in your afterglow
Bathed in blue, the walls of my memory divide the thorns from the roses It’s you who is closest
Non pensavo che sarei riuscito a scomodare Pingitore per il titolo di questo post sulla prima serata del Festival di Sanremo, ma è proprio questo film che mi è venuto in mente ieri, nei soli 40 minuti trascorsi davanti al televisore (dopodiché mi sono sintonizzato su RadioDue; ieri c’era Veronica Pivetti, ma da oggi tornano i Gialappi). Non c’era il piccione che cadeva sul barbecue e intonava, straziato, il ritornello "Non ho più penne sul mio culo", ma in compenso c’era Povia che, del volatile, tentava di fare il verso durante la canzone. Nè c’erano rime come "C’è una topa sulla Tipo... quasi quasi me la pipo", anche se i nuovi testi di Mogol si avvicinano per inventiva. Già, quest’edizione riesce ad essere peggio di quella di Raffaella Carrà, e non solo perché a Panariello manca la patina "camp" della signora del Tuca Tuca, ma perché almeno, da quel festival, sono emerse delle buone canzoni ("Luce" di Elisa, "Di sole e d’azzurro" di Giorgia). Il comico toscano si lancia in monologhi che non fanno ridere, tira in ballo il Pupone e il Papa, in un’ora hanno trasmesso solo due canzoni. Tento di procedere con ordine, categoria per categoria - seguirà un confronto a blog unificati con altri che hanno visto il Festival ieri sera.
Gli uomini. Nella classifica finale è stato Michele Zarrillo, al suo decimo Sanremo, ad emergere. In effetti non è una canzone malvagia, solo che, come succede per Venditti, sembra di sentire da anni lo stesso pezzo. Voto: 6. Segue Alex Britti, che a me non è mai piaciuto ma che tutto sommato ha un brano molto radio-friendly che potrebbe rilanciare l’album Festa, ammesso che il Festival abbia ancora il potere, nell’era di Internet, di far acquistare dischi. Voto: 5 e mezzo. L’unico che mi ha impressionato è stato Ron, con L’uomo delle stelle: c’è aria di Piazza Grande, è vero, ma è un brano di classe (non ricordo di aver mai visto un’arpa sul palco del teatro Ariston, se si esclude l’ospitata di Andreas Vollenweider una decina d’anni fa) da un grande artista ingiustamente definito "minore". C’è da aggiungere che una parte del ricavato del disco di duetti ripubblicato oggi, Ma quando dici amore, va in beneficenza. Voto: 7/8. Negativi i voti degli altri tre partecipanti. Luca Dirisio fa rimpiangere persino Paolo Vallesi e Massimo Di Cataldo (che rivedremo al terzo Music Farm), e la sua canzone riesce a richiamare sia The Retreat di Elton John che Father and Son di Cat Stevens. Due artisti qualunque, insomma, tanto chi se ne accorge? Voto: 4. Gianluca Grignani non è più all’altezza dei suoi primi tre dischi; è sempre lo stesso ibrido di Radiohead e Vasco, non si fa ricordare e lui non ha neanche cantato troppo bene. Voto: 4. Il più imbarazzante della categoria è stato Povia con "Quando i piccioni fanno oh" - ah no, è "Vorrei avere il becco". Simpatico solo l’outing che fa a sua nonna ad un certo punto del testo, unica trovata che distingue il brano da quelli presentati allo Zecchino d’Oro che, sovente, hanno ben altro spessore (anche Enrico Ruggeri e Fabio Concato hanno scritto per i bambini). La canzone più attenta al sociale, in tempi di aviaria. Voto: 2. E potrebbe anche scendere.
Donne, du du du. Bene, quest’anno non c’è una, ma dico una, cantante donna che valga la pena ascoltare. Ma nella musica è sempre così: le donne o sono geniali (Kate Bush, Bjork) o comunque cantautrici di spessore, oppure sono semplicemente delle squinzie raccomandate o che nascondono il talento altrove. Sarà mica il caso di Dolcenera, per ora prima classificata nella sua categoria? Discordanti le informazioni a riguardo: c’è chi afferma che ci sia intesa tra lei e Lucio "Violino" Fabbri della PFM e chi invece sostiene che sia lesbica. La verità sarà forse da qualche parte in mezzo - alla scala di Kinsey - fatto sta che la cantante in questione è brutta, svociata, troppo melodrammatica nell’interpretazione. Ha anche stonato alla fine. Voto: 4. Nicky Nicolai è a metà strada tra Cammariere e il crossover pop/lirico, ma le manca il carisma. Davvero noiosa. A questo punto, perché non rivalutiamo Rossana Casale? Voto: 5. Una tirata d’orecchie va a Mogol, ammesso che sia lui l’autore dell’orrendo testo di "Essere una donna" di Anna Tatangelo. L’attacco ricorda "La tua ragazza sempre" ma via via che si procede fino al ritornello ci sono echi di Where Do I Begin, il tema di "Love Story". Voto: 3. Spagna sembra avere vent’anni in meno, ma la sua musica è sempre la stessa. La canzone ha un mood baglioniano, ma attinge anche da "Dimmi un cuore ce l’hai" di Marco Armani (è andata a pescare nella vasca delle balene, insomma). Voto: 5. Elisa deve aver scritto il brano dell’ex Dirotta Su Cuba Simona Bencini in 4-5 minuti liberi. E la canzone è anonima. Voto: 4. Non riesco a dare un voto ad Anna Oxa: ancora devo capire se la sua è una provocazione (ovvero, per far parlare di sè a Sanremo, si porta una non-canzone e si punta sul mistero e sull’immagine) o se abbia deciso di mettere in gioco così drasticamente una carriera quasi trentennale. Pasquale Panella è un indiscutibile maestro nei testi, labirinti in cui è piacevole perdersi. Processo a me stessa non fa eccezione, ma se già i difetti di dizione di Anna rendono difficile la comprensione dei testi più semplici, qui sul serio ci vogliono i sottotitoli. Aspetto per le conclusioni, magari riesco a decifrarla.
I Gruppi: ovvero, Nomadi, ZeroAssoluto e Sugarfree. Gli altri tre sono collettivi momentanei. I Nomadi hanno portato una canzone coerente con lo stile che contraddistingue le loro ultime produzioni, e al pubblico è piaciuta. C’è un qualcosa di "Hey Joe" (e anche di Purple Rain) nella parte chitarristica all’inizio, ma si ascolterà anche dopo il Festival. Voto: 6. Gli Zeroassoluto di Matteo Maffucci (un cognome una garanzia), laureando in Scienze della Comunicazione, hanno in gara un brano che, pur essendo sufficientemente orecchiabile, forse perde un po’ nella dimensione live. Voto: 6. La canzone degli Sugarfree ricorda qualcos’altro, e comunque, sarà per l’emozione, è stata eseguita davvero male. Forse andranno via prima della finale. Voto: 5. Mario Venuti è uno bravo - anche se pare che la sua Echi di Infinito, portata in gara da Antonella Ruggiero l’anno scorso, sia scopiazzata - e il disco Grandimprese di due anni fa è di buon livello. Però poteva presentare un pezzo migliore. Strana la metrica. Voto: 5,5 (che potrebbe arrivare al 6). Non mi ha impressionato Carlo Fava (che ristampa un disco di due anni fa) con Noa e i Solis String Quartet. Molto Cristiano De Andrè, e non lo reputo un gran complimento. Voto: 6. Il gran finale è dei Ragazzi di Scampia di Gigi Finizio, altro parto di Mogol e Gigi D’Alessio, debitore di un vecchio pezzo di De Crescenzo portato al Festival una quindicina di anni fa (con l’ex Roxy Music Phil Manzanera) - ma Giggi ha già copiato la sua "Zingaro" anni fa. Finizio continua a sprecare la sua voce, ma che dire dei ragazzini della scuola media? Sono stati capaci di infrangere il regolamento, che da tre anni vieta l’uso del dialetto. Voto: 2.
Il Festival di quest’anno è un fiasco. 9 milioni di telespettatori contro i 16 di Bonolis vorranno pur dire qualcosa? Inutile la presenza di Ilary Blasi; non nutrivo grandi attese per Victoria Cabello, eppure ha più grinta e professionalità di Giorgio Panariello. Si consiglia di trovare qualcosa di meglio da fare per le prossime sere, e comunque non parlerò più di Sanremo durante la settimana. Discutibile l’idea di far cantare i giovani per mezzo minuto: interessanti Maffoni, L’Aura e Ivan Segreto, ma i loro pezzi sono già nelle radio. Gli altri commenti sono nei blog di Tobor e KillerCoke.
Quando si parla di un film, è facile cadere nella tentazione di inserire degli spoiler che non permettono al lettore di gustarlo appieno; e questo è ancor più vero se si tratta di Match Point, ultimo lavoro del maestro Woody Allen, che lascia col fiato sospeso per tutto il tempo e che ha un finale a dir poco imprevedibile. Ora che il film sta sparendo progressivamente dalle sale per lasciare spazio a nuove pellicole, tuttavia, molti l’avranno già visto; chi lo attende in DVD salti questo post. Chi scrive non è un grande conoscitore di Woody Allen, di conseguenza non saranno fatti paragoni con Crimini e misfatti del 1989. Posso però dire che si tratta del film più soddisfacente che ho visto negli ultimi mesi, in seguito alla delusione del celebrato e pluripremiato I Segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee.
Un dì, felice, eterea, mi balenaste innante e da quel dì, tremante, vissi di ignoto amor...
"Ci sono momenti, in una partita di tennis, in cui la palla colpisce la parte alta della rete e per una frazione di secondo non sappiamo se la supererà o se cadrà indietro. Con un pizzico di fortuna la palla supera la rete e vinciamo la partita ma senza fortuna ricadrà indietro e perderemo". La storia è ambientata a Londra, per la prima volta in un film di Allen. Chris Wilton (Jonathan Rhys-Myers) è un tennista irlandese, che ha rinunciato alla sua carriera e inizia a dare lezioni nella Londra più elitaria e agiata; nelle prime scene fa amicizia con Tom Hewitt, con cui condivide l’interesse per l’opera lirica. Una volta presentatosi alla famiglia Hewitt, Chris inizia a frequentare sua sorella Chloe, ma sarà decisivo un altro incontro, quello con la fidanzata americana di Tom, Nola Rice (Scarlett Johansson). Nola, un’attrice che fa provini su provini senza ottenere buoni risultati, è malvista dalla madre di Tom; Chris sposa Chloe e inizia la sua scalata sociale quando il suocero gli procura un ottimo posto di lavoro nella sua compagnia, ma torna ad incontrare Nola quando lei si separa da Tom. Il personaggio di Chris è perfettamente ambiguo, e Rhys-Myers si rivela particolarmente adatto per la parte (un "bravo ragazzo" che presto mostrerà il suo lato più torbido); al di là di come si presenta, è calcolatore fin dall’inizio, non ha sentimenti né per la moglie (che è il mezzo con cui lui raggiunge una certa posizione) né per l’amante Nola (che è poco più di un capriccio, una trasgressione in quella vita così noiosamente perfetta).
Si sa, le scelte comportano delle rinunce: è meglio perdere tutto (la noiosa moglie Chloe, la nuova posizione economica) per un’infatuazione? L’ex bravo ragazzo Wilton inizia quindi a destreggiarsi tra le due donne, ma sarà Nola a rimanere incinta; per non affrontare la scelta, Chris arriva ad un gesto estremo. L’irlandese non sfida la sorte, si comporta come se tutto fosse prestabilito; e la sorte non gli va contro, anzi. Proprio come in una partita di tennis, tutto sarà affidato alla fortuna: Chris non rinuncerà al prestigio acquisito grazie al padre di Chloe e Tom, uccide prima l’anziana inquilina del piano di sotto e subito dopo Nola, ma simulando un classico furto e omicidio di un tossicodipendente. Wilton riuscirà a farla franca perché tutti gli indizi portano ad un altro assassino (che trova l’anello della signora anziana) che poco dopo colpirà nello stesso quartiere. Qui forse l’ironia è voluta: si tratta di due donne sole, che vivono in una zona malfamata dove i drogati si fanno uccidere per strada; per di più, c’è anche un uomo di colore, che vediamo scambiare due parole con Nola in una scena, nella stessa palazzina. La polizia preferisce non fare indagini nella famiglia ricca di Chris e il caso si chiude con la soluzione più comoda.
...di quell’amor che è palpito dell’universo intero, misterioso, altero, croce e delizia al cor...
Sono molti gli aspetti che colpiscono: la citazione di Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij, la similitudine tra la pallina da tennis che vediamo all’inizio e l’anello che viene gettato insieme alla refurtiva. Particolare anche la colonna sonora; Woody Allen rinuncia al jazz e inserisce nel film frammenti di opere messi in ordine non casuale (spesso tratti dai 78 giri di Enrico Caruso). Un applauso alla bionda Scarlett Johansson, decisamente molto più sexy in questo film che in Lost in Translation di Sofia Coppola. Un solo dubbio: scopriamo durante l’interrogatorio finale che Nola aveva un diario, ma non c’è mai riferimento al bambino che sta per nascere. E se Nola avesse semplicemente voluto incastrare Chris, magari vendicandosi della famiglia di Tom? Match Point è sicuramente un film politicamente scorretto e ad alcune donne non piacerà il finale; alcuni l’hanno ritenuto troppo lento, ma forse sono abituati alle fiction televisive. Nulla è fuori posto. In attesa di vedere i film su Johnny Cash (Walk The Line) e Truman Capote - ma già si parla di una pellicola sulla vita della cantante Dusty Springfield, con la bella Charlize Theron - Match Point sarà senza dubbio uno dei migliori film di un anno che promette piuttosto bene.
Mancassola e i racconti sul sopravvivere
(categoria: " Pensieri ")
Primo appuntamento all’osteria Re Porco di via San Pietro a Padova, all’insegna della letteratura dei giovani talenti veneti. Il protagonista è stato Marco Mancassola, vicentino classe 1973, che ha presentato il suo nuovo libro "Il ventisettesimo anno: due racconti sul sopravvivere", edito dalla Minimum Fax. Presenti anche il giornalista Ernesto Milanesi, Giulia Belloni della Meridiano Zero e l’interessante artista Pierantonio Tanzola, autore delle fotografie che si trovano all’interno del lavoro di Mancassola. Il reading inizia subito con una scheggia dal passato di Marco, un frammento dal suo racconto Ragazze, tratto dall’antologia ’Coda. Undici under 25 nati dopo il 1970’ curata da Giulio Mozzi e Silvia Ballestra: non è un caso, perché il tema della perdita è presente anche nei due nuovi racconti. Quello che cambia è il modo in cui i protagonisti reagiscono alla perdita, evidenziando una certa ambiguità nei loro sentimenti. Le foto di Tanzola non illustrano i racconti, ma si pongono semmai come un terzo racconto, contribuiscono a rendere ancora più onirica l’atmosfera attraverso suggestioni (giochi di oscurità e flash sono ricorrenti nelle foto in bianco e nero). Per la prima volta nella carriera di Mancassola, in questo breve libro non c’è una colonna sonora, ed è capitato che alcuni lettori gli abbiano scritto, o l’abbiano incontrato, segnalando o portandogli su CD la colonna sonora che loro hanno pensato per accompagnare queste pagine.
Nel primo dei due racconti la narrazione è più intima, eppure è in terza persona; nel secondo si avverte un senso di distanza, il protagonista non si vede ma si parla di lui in un pub, come fosse un approssimativo pettegolezzo. Il ventisettesimo anno è quello in cui Hans racconta del suo fratello maggiore, morto a 27 anni: se da una parte vuole guardare avanti e vivere la propria vita, dall’altra non riesce ad emanciparsi dallo spettro del fratello, specie quando indossa i suoi vestiti. Perché questa dualità di sentimenti? Perché essi non hanno logica, ci spiega Mancassola: la buona letteratura, secondo lui, è quella che sa spiegare qualcosa di illogico attraverso un linguaggio che sia logico e comprensibile. Prima e dopo la presentazione del libro abbiamo ascoltato una scelta di brani musicali, ma di techno-romantic non ho sentito pressoché nulla; i gusti dello scrittore, londinese di adozione, sono ricercati, si passa dai Mogwai ai Broken Social Scene, da una Personal Jesus reinterpretata da Johnny Cash agli Architecture in Helsinki. Nel corso dei prossimi incontri saranno presentati libri di Gianluca Morozzi, Giorgia Lovisotto (in una risposta italiana alla più celebre Bridget Jones...), Davide Tessari e Mattia Signorini, ex compagno di corso e autore di Severo American Bar per la PeQuod.
Murder in your song
(categoria: " Musica e Canzoni ")
Era ora. Finalmente la Some Bizzarre ha ristampato uno dei migliori dischi solisti di Marc Almond, che in molti conoscono solo in quanto cantante dei Soft Cell (il singolo Tainted Love, una cover di un’oscura canzone northern soul di Gloria Jones, moglie di Marc Bolan dei T-Rex, ha venduto dieci milioni di copie). Non poteva uscire in un momento migliore: è stato il libro Musica per camaleonti di Truman Capote, in particolare il capitolo ’Rigiramenti notturni ovvero le esperienze sessuali di due gemelli siamesi’ ad ispirare il titolo Mother Fist and Her Five Daughters - proprio venerdì sarà nelle sale cinematografiche un film basato sulla vita dello scrittore statunitense del secolo scorso. E non è tutto: il disco è stato ristampato quest’anno, ovvero a vent’anni di distanza dalla scomparsa del celebre scrittore francese Jean Genet (il cantante è vestito da marinaio in copertina e nel videoclip di Melancholy Rose, ammiccando all’immaginario di Querelle De Brest). Mother Fist, va detto, spiazzò molti quando uscì nel 1987 perché troppo lontano dall’elettronica del periodo Soft Cell e troppo intellettuale per il grande pubblico, in parte scandalizzato dall’ode alla masturbazione presente nella title-track. In origine sarebbe dovuto essere un doppio LP, ma furono scelte solo dodici canzoni; tutte le b-sides incise nelle stesse sessioni sono state raccolte in seguito nel secondo volume della raccolta A Virgin’s Tale. L’album è nato in circostanze su cui Marc oggi è molto autocritico. "A quel tempo fumavo sessanta sigarette al giorno, sniffavo coca, ingerivo Valium e innaffiavo il tutto con champagne", racconta nella sua autobiografia, "Oggi mi domando come riuscissi a cantare. Ma ricordo che era uno sforzo, e che spesso dovevo ripetere, ripetere e ripetere. In alcune registrazioni sembra che io abbia un brutto raffreddore - un raffreddore del rock’n’roll, lo chiamano nell’ambiente". Le atmosfere sono tetre e possono essere accostate a Berlin di Lou Reed, del quale Mr. Almond già aveva reinterpretato Caroline Says con i Mambas qualche anno prima (nel 1988 ha anche duettato con Nico e otto anni più tardi ha registrato alcune canzoni con l’ex Velvet Underground John Cale).
Pierre Commoy et Gilles Blanchard, "Le diable".
Mother Fist fu mixato ad Abbey Road, e per l’occasione Marc Almond e il produttore Mike Hedges (in seguito all’opera con i Manic Street Preachers ai tempi di This Is My Truth Tell Me Yours) arredarono lo studio fino a farlo assomigliare ad una lussuosa fumeria d’oppio. Il suono è molto caldo, l’acustica è delicata: protagonista, tra i musicisti, è Martin McCarrick, alle prese con la fisarmonica, il violoncello e uno strumento orientale chiamato j’ang t’chin; non manca la collaborazione della fedele pianista Annie Hogan, che compose alcune melodie sui testi di Almond. Mother Fist, che nel testo cita Bessie Smith e la cantante peruviana Yma Sumac, e There Is A Bed (ripresa in seguito anche dal vivo nel tour autocelebrativo Twelve Years Of Tears) aprono le danze. In Saint Judy, dedicata alla cantante ed attrice Judy Garland, Marc sembra un Nick Cave più accessibile; la quarta canzone, The Room Below, parla del seminterrato sotto il bordello dove il vocalist di Southport viveva quando frequentava l’istituto d’arte a Leeds (qui, ad essere citata, è la ballerina di flamenco Carmen Amaya). E’ un peccato che Angel In Her Kiss non sia stata scelta per un 45 giri, entra subito in testa; meno immediata è invece The Hustler, basata su un libro di John Henry Mackay su un ragazzo da marciapiede di Berlino che ’ha visto il lato oscuro degli uomini’. Segue il singolo Melancholy Rose, il cui video fu girato al Bar Marsella di Barcellona (il bar dell’assenzio); Mr. Sad richiama volutamente il cabaret di Brecht, mentre nella strofa di The Sea Says Marc sembra voler emulare il falsetto di Jimmy Somerville. Così come a Lou Reed, anche all’ex Soft Cell piace dar vita a figure narranti nelle sue canzoni; dopo il prostituto di The Hustler arriva il pugile fallito di The Champ. Il video di Ruby Red (presente nella traccia CD Rom della ristampa presa in esame), con bizzarri diavoli seminudi, fu censurato; The River è il brano invece più tradizionale e meno cupo dell’intera collezione.
Mother Fist and Her Five Daughters fu un flop (raggiunse solo la 41esima posizione nelle classifiche inglesi) e fu l’ultimo album di Marc Almond per la Virgin Records; andò meglio col successivo The Stars We Are (per la EMI) trainato da Tears Run Rings e una cover di Gene Pitney, Something’s Gotten Hold Of My Heart, interpretata in duetto con l’interprete originale che lo riportò in vetta nelle Charts. Il destino è beffardo: Marc ha sempre avuto un grande successo con cover anni Sessanta e raramente con brani propri - il copione si è infatti ripetuto nel 1992 con The Days Of Pearly Spencer (cantata in italiano da Caterina Caselli con il titolo Il volto della vita). Oggi, dopo diciannove anni, si può riscoprire un album eccentrico e coraggioso, che non dispiacerà agli estimatori di Lou Reed, di Antony and the Johnsons e della giovane promessa Patrick Wolf, che l’anno scorso ha confezionato l’interessante Wind In The Wires. Durante l’anno parlerò nuovamente di Marc Almond perché Non Stop Erotic Cabaret dei Soft Cell compie 25 anni, e perché è già in preparazione un nuovo album dopo un silenzio forzato dal terribile incidente in moto di cui è stato vittima nel 2004. Un appunto all’edizione in CD ristampata a gennaio: è disponibile al momento solo in Inghilterra (e ordinabile su play.com a 9 sterline), è stata ripristinata la copertina originale, il libretto contiene tutti i testi, i brani sono stati rimasterizzati in digitale. La parte CD-Rom, che comprende due videoclip riversati da una videocassetta, è a dir poco approssimativa. I file non hanno estensione e bisogna copiarli su disco fisso per farli funzionare.
MARC ALMOND - THE ROOM BELOW I keep old feelings locked In the room below Soft kisses Stained wine glasses And outside the snow Broken windows Wilted flowers And we stayed happy there for hours
Oh, how I love Carmen Amaya She sings my sad then happy heart How I loved any kind of love And you the love of art
I painted walls flamenco orange You painted me in greys and charcoals We stayed together, braved the winter I was happy, but then I had you
Oh, how I love Carmen Amaya She sings my sad then happy heart How I loved any kind of love And you the love of art
Sometimes the ceiling would collapse The upstairs sink leaked down our walls We never washed the cups or dishes Well love can keep you very busy
Oh, how I love Carmen Amaya She sings my sad then happy heart How I loved any kind of love And you the love of art
Cazzeggio ergo sum - volume otto
(categoria: " Riflessioni ")
Tanto per rendere questo blog meno serioso del solito, ecco che torna la rubrica del cazzeggio. Certo, ci sono un po’ di stereotipi qua e là; le mie origini sono meridionali, quindi non c’è assolutamente un intento cattivo. Tornerò con le recensioni musicali e cinematografiche nei prossimi giorni!
Uomini d’onore... Una ragazza siciliana di sedici anni torna a casa e, sconsolata, annuncia ai suoi genitori: - Papà, mamma, sono incinta! Il padre, fuori dalla grazia di Dio, impugna una pistola e chiede chi è quel bastardo e giura sulla Madonna che lo va ad uccidere, ma lei assicura: - Ma è un tipo perbene, farà fronte alle sue responsabilità! A quel punto, si ferma un’auto di grossa cilindrata nel cortile della cascina e ne scende un uomo molto distinto, saluta la famiglia riunita, si siede di fronte ai genitori impietriti e, guardandoli negli occhi, dice:
- Ho avuto una storia con Vostra figlia, però i miei impegni familiari mi impediscono di andare avanti con lei. Detto ciò, sono un uomo d’onore, e voglio rimediare al torto che subite. Non intendo lasciare né lei né il bimbo nel bisogno, ecco perché vi propongo, se vi va, l’accomodamento seguente: se nasce un figlio gli intesto un conto corrente dove depositerò un milione di euro, e aggiungerò cinque concessionarie Alfa in tutto il paese. Se le nasce una figlia, anche lei avrà diritto ad un conto da 1 milione di euro, ma al posto delle concessionarie le intesterò 10 saloni di parrucchiere su Palermo e Catania. Se invece dovesse perdere il bimbo...
Il padre lo interrompe mettendogli la mano sulla spalla e minaccioso gli sussurra: - " ...te la trombi di nuovo!"
Open your arms and welcome
(categoria: " Musica e Canzoni ")
Succede che un buon disco torni a scalare le classifiche dopo qualche mese - a volte grazie ad un nuovo singolo radiofonico particolarmente azzeccato, altre volte grazie alle sempre più frequenti special editions (con brani aggiunti, o un DVD live o con i videoclip, un bonus CD con i lati B dei singoli, o semplicemente un packaging particolare). Non è il caso di The Back Room degli Editors, disco di debutto di un interessante quartetto di ventenni di Birningham, pubblicato nel mese di luglio dall’etichetta Kitchenware (storica label che lanciò gli ottimi Prefab Sprout di Paddy McAloon all’inizio degli anni Ottanta). Dopo una riduzione del prezzo a 6.99 sterline e grazie alla ristampa del singolo più riuscito, Munich, The Back Room ha raggiunto il secondo posto delle Charts in Inghilterra; a marzo sarà inoltre disponibile anche negli Stati Uniti. Intanto, per tre giorni, i ragazzi torneranno in Italia, più precisamente a Rimini, Roma e al Rolling Stone di Milano. Si è già parlato nei mesi precedenti di questo nuovo gruppo, che come gli Interpol si ispira alla new wave di Joy Division, Echo and the Bunnymen e Cure, anche se lo stile del chitarrista Chris Urbanowics richiama non poco quello di The Edge (sembra infatti che gli Editors abbiano dedicato molto tempo ai primi tre dischi degli U2); qualcuno li ha liquidati come gruppo fotocopia degli Interpol, come se questi ultimi avessero inventato qualcosa di nuovo, ma a parte il timbro curtisiano di Tom Smith i testi sono meno pretenziosi, più diretti, con un romanticismo dark, vulnerabile, in cui è facile identificarsi soprattutto dopo una storia finita. Ci sono forse troppe frasi ripetute, nonostante Tom ci assicuri di avere un milione di cose da dire nella prima traccia, Lights.
"Talent borrows, genius steals" (Oscar Wilde)
La stanza del retro è quella dove nascondiamo i nostri sentimenti, e i nostri segreti, spiega Tom Smith in Camera ("Guarda noi due attraverso la lente di una fotocamera, ci allevia forse il dolore?"), uno dei pochi brani dove fanno capolino accenni elettronici. Munich è un singolo robusto e ballabile (nello stile di I Will Follow degli U2), così come Blood; entrambe si distinguono per il mood tetro del testo ("il sangue scorre nelle nostre vene, ma siamo simili solo in questo" o ancora "non c’è nulla di credibile nell’essere onesti, copri dunque le tue bugie con un’altra promessa") e riescono ad entrare in testa dopo pochi ascolti. Nella più lenta Fall si cerca un rifugio ("con gli occhi chiusi guarderò più da vicino", "questi pub oscuri in cui beviamo, in qualche modo, si illuminano quando sono con te") ma già in All Sparks, uno tra i brani più suggestivi dell’intero disco e futuro singolo, Smith ricorda quanto sia inutile mettere le mani avanti ed incolparsi ("stai rispondendo a domande che non ti sono state poste, bruci come una sigaretta che rimbalza sulla strada" e ancora "stai attenta, angelo, questa vita è troppo lunga"). Non tutto il materiale è brillante, sia chiaro: Fingers in the factories è un po’ troppo vicina ad altri episodi del CD (come Blood), e lo stesso si può dire della non proprio esaltante Someone Says. Si recupera alla grande con Bullets, con la sua batteria in controtempo già cara ai Coldplay e il suo ossessivo ritornello ("You don’t need this disease, you don’t"). Open Your Arms è tesa nel finale, Distance ha una melodia eterea e una drum machine anni Ottanta che pare prelevata direttamente da Doot Doot dei Freur. Il disco convince e merita l’attenzione che sta ricevendo; si spera che con il secondo album i ragazzi riescano ad elaborare un suono più personale, ma pur con le sue pecche, The Back Room è uno dei migliori dischi del 2005. Provare per credere.
EDITORS - ALL SPARKS You’re answering questions that have not yet been asked All sparks will burn out in the end
You burn like a bouncing cigarette on the road All sparks will burn out in the end
All sparks will burn out All sparks will burn out All sparks will burn out In the end
You’re casting opinions at people who need them All sparks will burn out in the end
Well be careful angel, this life is just too long All sparks will burn out in the end
All sparks will burn out All sparks will burn out All sparks will burn out In the end
You burn like a bouncing cigarette
All sparks will burn out All sparks will burn out All sparks will burn out All sparks will burn out All sparks will burn out All sparks will burn out All sparks will burn out In the end