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...tutto ciò che vedi è un contenitore, dedicato alla settima arte, quella più controversa perchè forse la più soggettiva. Ho deciso di riempire questo spazio quando capita, senza criterio, digitando pensieri, riflessioni e "sperimentazioni", dialogando con immagini ispirate dall’osservazione di una pellicola, da una foto qualsiasi o da un volto, dall’ascolto di un brano musicale, o di una storia qualunque. Materiale che mi colpisce, e prova a farmi riflettere. Prima di finire per sempre sotto la polvere del mio scaffale "mentale" e che diventi opaco, grigio, sotto l’ultima polvere...appunto.





mercoledì 27 giugno 2007 - ore 12:55


Blow up (M. Antonioni - ITA 1966)
(categoria: " Pensieri ")




Di ritorno dal dormitorio pubblico dove ha trascorso la notte, Thomas, fotoreporter di moda, si avvia con l’inseparabile macchina fotografica verso un vicino parco pubblico, dove sorprende una coppia clandestina di amanti: un uomo anziano ed una donna parecchio più giovane. Scattate alcune fotografie, Thomas è però costretto ad allontanarsi, in quanto la donna si accorge della sua presenza e lo insegue. Il fotografo raggiunge successivamente il proprio studio, dove lo rintraccia la donna del parco, che lo prega di consegnarle il rullino. Dopo una breve trattativa, un po’ di musica e uno spinello, i due finiscono a letto insieme. Ma quando la donna se ne deve andare Thomas le consegna un rullino qualsiasi, mentre lei lascia a sua volta al fotografo un numero di telefono fasullo. Finalmente solo, Thomas può sviluppare le fotografie del parco e realizzare degli ingrandimenti. Osservando attentamente uno di questi, egli si accorge che lo sgranare dell’immagine offre ad un’attenta osservazione la sagoma di una misteriosa presenza, che si aggira con una pistola nel folto degli alberi. Thomas crede che le foto da lui scattate nel parco abbiano dissuaso questa persona dal compiere un omicidio … Forse si sarà trattato del marito della donna … o di un killer, chissà! Ciò che importa è il fatto di avere scattato delle fotografie sensazionali. Colto dall’entusiasmo della sua scoperta, Thomas chiama subito l’amico editore. Mentre è ancora al telefono, sente però squillare il campanello di casa e va ad aprire. Sulla porta, si presentano davanti a lui le due giovani aspiranti modelle. Dimenticandosi dell’amico, s’intrattiene per qualche tempo con loro in estenuanti giochi erotici. Poi, una volta che le ha allontanate ritorna allo sviluppo delle fotografie del parco. Un ulteriore ingrandimento gli rivela così l’imprevisto: a terra gli sembra di intravedere il corpo disteso di un uomo. Nel buio della notte, il fotografo decide quindi di tornare nel parco, dove rinviene effettivamente un cadavere. Raggiunto nuovamente il suo laboratorio, Thomas si accorge che nel frattempo qualcuno gli ha sottratto le fotografie e i negativi. Nel recarsi quindi dall’amico editore per avere qualche consiglio, nota per strada la donna fotografata nel parco, ma dopo un breve inseguimento in mezzo alla folla finisce per perderla di vista. Thomas giunge così dall’amico, che sta partecipando a una festa. Quest’ultimo però non da alcun peso alle sue parole, in quanto è mezzo stordito dagli alcolici e dall’ hashish. Il protagonista cerca allora di confidarsi con la propria moglie, ma la trova a letto con il suo amico, e l’unico consiglio che riesce a ricevere è quello di avvertire la polizia. Il mattino seguente, quando Thomas decide di ritornare nel parco il cadavere è scomparso. Nel parco, egli incontra una compagnia di attori, che già aveva visto la mattina precedente e si ferma ad osservare la partita “virtuale” che uno di loro sta mimando nel campo da tennis: la palla esce dal campo e cade in mezzo al prato, Thomas la raccoglie e la rilancia al mimo...
Ispirato ad un racconto dello scrittore argentino Julio Cortazar, il film ritrae il mondo patinato della Londra degli anni sessanta. Un mondo, in cui le persone scontano la solitudine e l’indifferenza dovute alla mancanza di comunicazione, e quest’ultima diventa una forma espressiva puramente convenzionale che riduce le cose ad un “segno” privo di un qualsiasi significato. Da un fotogramma all’altro, la pellicola è suscettibile, in ogni istante, di evolvere nelle più svariate direzioni, assumendo ora le caratteristiche del racconto giallo, ora quelle della proiezione paranoica o della fantasia psichedelica, senza che l’uso della tecnologia (la macchina fotografica) risulti decisiva nello stabilire un nesso di verità. Si è invogliati, così, ad una graduale “sospensione del proprio giudizio” su ciò che si osserva, fino all’epilogo, che si materializza al termine del film e che conferma come nella moderna società la realtà abbia un contenuto quasi esclusivamente “virtuale” (era solo il 1966).


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venerdì 22 giugno 2007 - ore 14:52


Akahige (A. Kurosawa - JAP 1965)
(categoria: " Cinema ")




Un giovane medico ambizioso fa il suo tirocinio in un lazzaretto per poveri e incurabili sotto la guida del dottor Akahige, qui impara a conoscere da vicino la vera natura del dolore e attraverso essa, il senso profondo della sua professione, diventando l’erede spirituale del suo capo. Con Donzoko (1957) e Dodes’ka-den (1970) forma una trilogia sociale della miseria nell’itinerario di Kurosawa. E’ la storia di una presa di coscienza, un romanzo di educazione sul tema tradizionale del rapporto tra maestro e allievo. Di grande bellezza plastica nell’uso del grande schermo (Tohoscope), sostenuto da una solenne colonna musicale (Haydn, la Nona di Beethoven) e da una varietà di registri narrativi (tenerezza, crudeltà e due gustosi intermezzi comici). E’ il 17° e ultimo film della coppia Kurosawa - Mifune: il regista rimproverò all’attore di aver puntato troppo sul monumentale nell’interpretazione del suo santo laico.
Tradotto in italiano con il titolo Barbarossa.


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domenica 17 giugno 2007 - ore 16:45


Amores perros (A. G. Inarritu - MEX 2000)
(categoria: " Riflessioni ")




Città del Messico, un banale e terrificante incidente d’auto da il via a tre storie che sono destinate ad incrociarsi: quella di Octavio, che decide di fuggire con Susana, la moglie di suo fratello. Quella di Daniel, che lascia moglie e figlia per andare a vivere con Valeria, una splendida modella. Infine quella del Chivo, un barbone ex professore universitario ed ex guerrigliero comunista che dopo aver passato diversi anni in prigione, è profondamente deluso dalla vita e dal lavoro di sicario. Tre storie di appartenenze sociali completamente differenti, che scorrono, però seguendo i comuni denominatori del denaro e dell’abbandono. Il denaro si insinua nella vita dei protagonisti e pretende di legittimarne i sentimenti. Sentimenti che appaiono ingenui anche se sinceri, ma destinati al fallimento, dunque alla perdita e al distacco. Così Octavio per dimostrare il proprio amore a Susana accumula soldi con le scommesse clandestine, ma la fuga prevista Susana la intraprende con il marito; Daniel, invece, compra a Valeria una casa nuova dove vivere finalmente insieme, ma il nido d’amore si trasformerà presto in una trappola senza uscita per entrambi; El Chivo, redento dal lavoro di sicario, lascia alla figlia, uno straziante messaggio telefonico e del denaro nascosto sotto il cuscino prima di scomparire ancora e per sempre dalla sua vita. Degno di nota è anche il ruolo svolto nel film dalle fotografie, sempre presenti in ognuno dei tre episodi. Esse rappresentano degli istanti sottratti al tempo e all’erosione dei corpi e degli animi dei protagonisti. Oltre a specchiarsi nelle immagini, essi talvolta le manipolano rozzamente quasi a voler esorcizzare il loro presente totalmente differente. Valeria (in sedia a rotelle) osserva smontare il cartellone pubblicitario in cui appare ancora una bellissima modella, El chivo tenta di ricostruire e fotografare il proprio volto per ritrovare l’identità del padre di famiglia che non è mai stato. Anche la storia dei cani, nel film, scorre parallela a quella dei protagonisti, una storia, anche questa, di corpi martoriati e di abbandoni improvvisi. Il calvario di Valeria è quello del suo Yorkshire, entrambi condannati per un evento fortuito all’immobilità, all’oscuramento e alla prigionia della casa appena comprata ma già maledetta. Cofi (il cane di Octavio) da pacifico e inerme diventa uno spietato combattente, i cani di El Chivo vivono con il loro padrone in una "comune" canina nella quale (dopo l’incidente) entra a far parte anche Cofi, che, come El Chivo ha contratto, ormai, un’aggressività che lo spinge ad uccidere i compagni, dal primo all’ultimo, tradendo il padrone che lo ha accolto e curato. Ma È proprio questo evento a produrre nel Chivo la consapevolezza di sé e la decisione di non uccidere più e accettare la sua condizione di ex-padre, ex-terrorista, ex-sicario-barbone. Per Inarritu, dunque, l’unico “vincitore” è il Chivo, colui, cioè che accetta fino in fondo, nel finale, il proprio stato di uomo "a perdere". La vita gli ha tolto tutto, ma come recita la didascalia finale, esiste uno spiraglio anche in tale spietata logica esistenziale, il riconoscere che siamo anche quello che perdiamo.

Vincitore di 11 premi Ariel (Accademia messicana del cinema): miglior film, miglior regista, miglior attore, miglior attore non protagonista, migliore sceneggiatura originale, fotografia, migliore ambientazione, trucco e costumi, effetti speciali, suono, migliore opera prima. Premio Bafta (Gran Bretagna): miglior film in lingua straniera. Festival di Cannes (2000): premio della critica. 1 nomination all’Oscar come miglior film in lingua straniera (2000).


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mercoledì 13 giugno 2007 - ore 00:07


Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (E. Petri - ITA 1970)
(categoria: " Cinema ")




Il capo della squadra omicidi di Roma uccide, proprio nel giorno della sua promozione, la sua amante durante un gioco erotico. Certo di essere al di sopra di ogni sospetto in virtù della posizione di potere che occupa, l’alto funzionario soprannominato "il dottore" (per l’efficienza dimostrata in servizio) semina volutamente tracce e indizi a proprio carico. Come egli aveva previsto, le indagini intraprese dai colleghi della omicidi non lo toccano, nonostante le sue evidenti provocazioni. Soltanto uno studente fermato per un attentato dinamitardo alla questura e “interrogato” personalmente dall’ispettore ha il coraggio di dirgli che lo riconosce come assassino della donna, ma non lo denuncia. Nel momento in cui si accorge che le indagini e i sospetti non lo sfiorano neppure, in preda ad un delirio autopunitivo, "il dottore" consegna ai colleghi della omicidi una lettera di confessione. Quindi rientra a casa e nella sua fantasia malata immagina le diverse conclusioni della vicenda.
In 110 minuti Petri fonde insieme le due anime del film: l’evolversi della psicologia disturbata del protagonista, nascosta dietro la sua sicurezza e disinvoltura, e il valore storico-documentaristico della pellicola, che permette a chiunque di farsi un’idea di quello che era il clima nell’Italia di quegli anni, con il Sessantotto ancora caldo e gli anni delle battaglie studentesche e del terrorismo ancora da venire. Da ricordare che nei mesi che seguirono l’uscita della pellicola vi fu una richiesta di censura da parte del prefetto di Milano a causa dei metodi “brutali” utilizzati in quegli anni in alcuni commissariati, nel film “quasi” fedelmente riportati.
Immenso Gian Maria Volonté che, nei panni del “dottore”, nei suoi movimenti, nella sua voce lascia una mostruosa interpretazione, una tra le più sentite, le più sincere e studiate dell’intera storia del cinema italiano.
Premio Oscar 1970 per il miglior film straniero. Gran Premio della giuria a Cannes nel 1971.


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lunedì 11 giugno 2007 - ore 16:02


Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (F. Dupeyron - FRA 2003)
(categoria: " Riflessioni ")




Parigi, anni 60. Il tredicenne Momo, ebreo, vive dopo l’abbandono della madre, con il padre arcigno e oppresso da problemi di salute, occupandosi della spesa, della casa e della cucina. Momo ha un solo amico Monsieur Ibrahim, il droghiere arabo che ha un piccolo emporio nel quartiere ebraico. Momo è un cliente abituale dell’emporio e vi si reca tutti i giorni, spesso rubacchiando per risparmiare qualche spicciolo “da investire” convinto di non essere scoperto dal vecchio arabo. Quando ciò avviene fra i due si instaura il dialogo e, in breve tempo, un rapporto di amicizia che diventa giorno per giorno sempre più profonda. Il giovane protagonista è innamorato delle prostitute affettuose e materne che pullulano lungo le strade del quartiere esse rappresentano il suo costoso “surrogato” alla mancanza della madre. Momo nella scena iniziale dichiara: “A undici anni ho rotto il porcellino e sono andato a puttane. Il porcellino era un salvadanaio di ceramica lucida color vomito, con una fessura che permetteva alle monete di entrare ma non di uscire. L’aveva scelto mio padre, quel salvadanaio a senso unico, perché corrispondeva alla sua concezione della vita: il denaro è fatto per essere conservato, mica speso”. Il vecchio Ibrahim, così, quasi inconsapevolmente, diventa il suo maestro di vita: è lui infatti a fargli scoprire le donne e l’amore e quei valori che il padre, depresso e frustrato, non è riuscito a trasmettergli, a volte utilizzando piccole perle di saggezza tratte dal Corano che mostrano un aspetto “diverso” della religione musulmana. Momo e Ibrahim si osservano e il loro osservarsi e studiarsi diventa lo scrutarsi tollerante di due mondi lontanissimi; il loro raccontarsi è il confronto tra due generazioni lontane, come le loro culture e le loro religioni. E le differenze diventano un occasione di insegnamento e apprendimento per entrambi. Banale? Forse, ma talvolta è proprio di certa banalità che si sente la mancanza.
Eccezionale l’interpretazione di Omar Sharif.


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mercoledì 6 giugno 2007 - ore 15:35


Good Night & Good Luck (G.Clooney - USA 2005)
(categoria: " Pensieri ")




Edward R. Murrow, celebre giornalista della CBS viene a conoscenza di una lista di proscrizione redatta dal senatore del Wisconsin Joseph McCarthy nella quale vengono inseriti i nominativi di tutti coloro che sono sospettati di avere simpatie filo-comuniste. Tali sospetti, spesso inseriti per motivi arbitrari, inventando collegamenti con la "minaccia comunista" o enfatizzando dettagli trascurabili, vengono poi sottoposti a processi sommari dalla furia del senatore stesso, che con l’intento di "salvare" il paese ne mette a repentaglio la libertà. Murrow, indignato da tale comportamento, che calpesta ogni diritto civile, decide di dedicare parecchie puntate del suo show serale del martedì, See It Now, alla controversa figura del politico ed alle ingiustizie perpetrate ai danni di onesti cittadini statunitensi. Nonostante le intimidazioni e le minacce di morte subite, Edward, a sua volta accusato da McCarthy di avere contatti con l’Unione Sovietica, grazie anche all’apporto dello staff, riuscirà a portare avanti la sua campagna di denuncia, e contribuirà a liberare l’America dal fanatismo del maccartismo e la sua moderna "caccia alle streghe". Il titolo Good Night, and Good Luck. ("Buonanotte e buona fortuna") è la frase che il giornalista usava per salutare gli spettatori al termine del suo programma, See It Now.
Girato interamente in bianco e nero e presentato in anteprima alla 62a Mostra cinematografica di Venezia, il film racconta la storia vera del giornalista statunitense Edward R. Murrow, anchorman della CBS, figura storica della lotta al maccartismo. La pellicola è girata tutta in interni e gioca prevalentemente sul contrasto tra McCarthy e il giornalista E.R. Murrow portatore di un punto di vista coraggioso sul ruolo del cronista, attuale allora come oggi, cioè quello di colui che dovrebbe informare il pubblico senza i vincoli di condizionamenti politici ed economici.


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lunedì 28 maggio 2007 - ore 13:36


L’uomo senza passato (A. Kaurismaki - FIN 2002)
(categoria: " Pensieri ")




Un uomo arriva ad Helsinki da una località sconosciuta ed è brutalmente assalito e malmenato da un gruppo di naziskin su una panchina del parco. Sopravvive per miracolo, ma perde totalmente la memoria di sé. Verrà amorevolmente accudito da una famiglia di diseredati che abita in una baracca alla periferia della città e cercherà faticosamente di rifarsi una vita. Nonostante la difficoltà del non avere neppure un nome, trova alloggio in una baracca con vista sul fiume, sarà assunto da un ente caritatevole, si innamorerà di una donna apparentemente austera e invece dolcissima, pianterà le patate nell’orto, diventerà produttore di un gruppo rock. Riconquisterà in breve un ruolo sociale e la dignità perduta. Proprio nel momento meno opportuno, la sua identità passata gli sarà bruscamente rivelata. Dovrà così prendere atto di avere anch’egli un passato.
Lo sguardo sui protagonisti diseredati è assieme comprensivo e glaciale, partecipato e distaccato. Gli emarginati sono intelligenti, colti, garbati e gentili, ma soprattutto solidali. È proprio la solidarietà a creare una comunità che riesce a difendersi dagli inevitabili attacchi esterni e a favorire lo sviluppo umano di ogni singolo appartenente ad essa. Si assiste alla proiezione con il sorriso sulle labbra: abbondano infatti i dialoghi Beckettiani da teatro dell’assurdo e gli stridenti contrasti con la realtà e la parodia. Il film è a suo modo divertente, efficace nel ritrarre in maniera bizzarra un gruppo di falliti che tra una sfiga e l’altra trova il modo di godersi la vita grazie all’amicizia, all’amore e alla solidarietà. Ma all’uscita dalla sala ci assale un dubbio: “…che la loro situazione non sia poi così diversa dalla nostra?”


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lunedì 21 maggio 2007 - ore 15:43


Spider (D. Cronenberg - CAN 2002)
(categoria: " Pensieri ")




Spider è il soprannome, da bambino, di Dennis Cleg un uomo malato di mente, silenzioso e sensibile. Dopo anni di ospedale psichiatrico, viene mandato nel paesino appena fuori Londra dove visse da piccolo con i suoi genitori. Qui viene ospitato in una casa famiglia. Ricordi dolorosi lo angosciano: la morte tragica della madre è l’origine del suo continuo tormento e del suo attuale malessere.
Le psicosi ricorrenti di Dennis impregnano i 98 minuti della pellicola del regista canadese tratta da un romanzo di Patrick McGrath. Dennis, come faceva da bambino, costruisce “fisicamente” nella solitudine della sua stanza il pattern dei suoi pensieri; geometricamente ineccepibili, ma straordinariamente complessi e continuamente sospesi tra passato e presente. E il passato ritorna di frequente nei flashback ricorrenti, dapprima squarciando, e nel finale illuminando il presente. Nemmeno un urlo si percepisce in tutto il film, ma un lungo, continuato, a volte snervante bisbiglio: la voce più intima della mente di Dennis.
Criticato da molti, giudicato inguardabile da altri, osannato da pochi come un’occasione in più per riflettere sull’eterno dualismo tra incubo e realtà e tra essere e apparire muovendo da una storia di quotidiana follia, dove il disturbo psichico si leva a momento qualificante di una categoria esistenziale in un dato tempo ed in un dato luogo.


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lunedì 14 maggio 2007 - ore 17:54


L’odio (M. Kassovitz - FRA 1995)
(categoria: " Pensieri ")




In un quartiere periferico di Parigi, scoppia una rivolta dopo il pestaggio del sedicenne Abel da parte della polizia. I giovani della banlieu scendono in strada e si battono tutta la notte con gli agenti. Tra loro ci sono tre amici: l’ebreo Vinz, il maghrebino Said e il nero Hubert, un trio di randagi, disoccupati, arrabbiati e senza futuro. La giornata dei tre giovani disperati ha inizio quando Vinz, che ha trovato una pistola d’ordinanza persa da un poliziotto durante gli scontri, decide di usarla…
Il film si sviluppa come la storia che lo introduce. Una voce fuori campo racconta di un tipo che si getta da un palazzo di 50 piani e a ogni piano si ripete: “Fino qua, tutto bene!”, consapevole che il problema non è la caduta, ma l’atterraggio. Houbert racconta questa storia a Vinz, dicendogli che è la storia delle loro vite. I tre amici hanno un denominatore comune: pure vivendo in un ambiente estremamente violento, non sono cattivi. Ognuno affronta la situazione a modo suo, ma nessuno di loro è realmente violento. Anche se vivono in un mondo di merda, fanno di tutto per non sprofondare e l’amicizia li fa stare a galla. La “caduta” è scandita da un orologio che segna la giornata dei 3 amici e che termina dopo 24 ore. Quando si avvera la “profezia” di Houbert: l’odio chiama l’odio. Negli occhi di Said, vediamo l’«atterraggio»...e la storia cambia soggetto:"C’est l’histoire d’une societé qui tombe..."
Diretto da Matthieu Kassovitz, in un bianco e nero splendido, parlato con un dialetto non facile da tradurre è un film durissimo che ha totalizzato milioni di spettatori in Francia, ottenendo anche il premio per la miglior regia a Cannes nel 1994.


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martedì 8 maggio 2007 - ore 21:39


Dancer In The Dark (L. Von Trier - DAN 2000)
(categoria: " Riflessioni ")




Dancer in the Dark era una canzone cantata, e ballata, da Fred Astaire in Spettacolo di varietà. La canzone è la metafora della vita di Selma, operaia arrivata in America dalla Cecoslovacchia, minata da una cecità progressiva che diventerà totale, e che fantastica, appunto, sui musical. Lavora in tutti i turni in fabbrica, si porta a casa altri lavori, non ha svaghi, non ha amori, non ha nulla, tranne un figlio che ha la sua stessa malattia, e che può essere salvato da un operazione costosissima. Selma risparmia il denaro per l’operazione centesimo dopo centesimo. Quando un poliziotto che le sembrava amico le ruba i soldi, tutto precipita, il film diventa un altro film. Selma uccide il poliziotto (ma glielo chiede lui), viene arrestata, processata, condannata a morte, potrebbe evitare l’esecuzione pagando un avvocato, ma dovrebbe usare i soldi risparmiati per l’operazione del figlio. Dunque preferisce farsi impiccare, e l’impiccano, con tanto di rumore del collo che si spezza.
La persona più buona e generosa del mondo subisce le cattiverie e le ingiustizie peggiori della storia del cinema. Il talento di Von Trier è ormai largamente riconosciuto. Anarchico, provocatorio, alla continua ricerca del non convenzionale Lars Von Trier è forse il più spietato degli autori contemporanei.
Vincitore della Palma d’oro a Cannes. Straordinaria Bjork, a sua volta premiata come migliore attrice.


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