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MuzziSan, 38 anni spritzino di palayork CHE FACCIO? Ingegneria Sono single [ SONO OFFLINE ] [ PROFILONE ] [ SCRIVIMI ] STO LEGGENDO La Biografia del mio portinaio. Un napoletano che in 70 anni non ha lavorato due giorni di seguito. HO VISTO Ho visto tante cose. Molte ne ho dimenticate, altre purtroppo no. STO ASCOLTANDO Musica impegnata : inni sacri yemeniti, canzoni dei cugini di campagna e i discorsi politici di Giovanni Leone ( soprattutto quello nel quale faceva le corna dall`automobile) ABBIGLIAMENTO del GIORNO Quasi nudo. Quasi, per vostra fortuna. ORA VORREI TANTO... Non dovervi chiedere cosa ne pensate di cio` che scrivero`. Purtroppo pero` non ne posso fare a meno e percio` vi chiedo : cosa ne pensate ? STO STUDIANDO... Solfeggio, esercitandomi con lo scheletro di un velociraptor. OGGI IL MIO UMORE E'... Normale, cioe` moderatamente tendente all`idea che sono a mezza strada fra dio e nicola di bari. E non conoscendoli entrambi, non so a chi sparerei addosso per primo. ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... ORA VORREI TANTO... PARANOIE Nessuna scelta effettuata MERAVIGLIE Nessuna scelta effettuata BLOG che SEGUO: di0 vel BOOKMARKS Nessun link inserito: Invita l'utente a segnalare i suoi siti preferiti! UTENTI ONLINE: |
Destinato a volare, non riesco a decollare. giovedì 30 ottobre 2008 - ore 18:33 URBUS, OVVERO LA RICERCA DELLA VERITA 5/A PARTE A parte questo rito, la cui utilità mi sfuggiva, le ricerche del mio compagno Urbus sembravano infruttuose. Questi dopo essere fuggito dalla tela sembrava essersi volatilizzato. Aveva, e a questo punto mi appariva chiaro, sicuramente premeditato la sua fuga in modo molto accurato. Il fatto che di lui non vi fosse la minima traccia testimoniava appunto il fatto che si trattava di un piano con una lungamente meditato alle spalle. Le mie ricerche invece riflettevano fedelmente la mia situazione. Quella cioè di un uomo animato soltanto da un grandissimo desiderio, dall’origine sconosciuta peraltro, e dalla completa ignoranza dell’ambiente nel quale compiere le ricerche. Un giorno, oramai sconcertato, decisi di fare un altro tentativo. Chiedendo un po’ in giro arrivai ad una persona che avrebbe potuto darmi delle informazioni molto dettagliate su qualsiasi problema. L’unica raccomandazione che mi fu fatta fu quella di essere estremamente paziente con quest’uomo poiché si trattava di un vero luminare, di una persona dalla cultura notevole, ma dal carattere piuttosto eccentrico. Entrai nel palazzo nel quale mi avevano detto viveva. Dopo qualche attimo fui in un grande luogo chiuso, dove vi erano delle persone che stavano cantando, indossando costumi non molto diversi dai miei abiti, storie complicate di bambine abbandonate da piccole, di amori contrastati e di ingiusti arroganti che riuscivano sempre in un modo o l’altro a farla franca. Il luminare mi fu indicato da un suo assistente. Era un uomo non molto anziano, dalla vita sottile, ed indossava un accappatoio. Aveva i piedi che calzavano due comode pantofole. Il suo sguardo era altero, ma non mi scoraggiai, non potevo permettermi di interrompere le mie ricerche, oppure di portarle avanti senza alcun tipo di idea. Non potevo continuare a girare la città senza avere la benché minima idea di dove si trovasse Urbus. Il Luminare comunque continuò a lungo ad avere sul proprio volto quella sua espressione corrucciata, quasi qualcuno, io, coloro che cantavano, il mondo, uno qualsiasi, gli avesse fatto una contrarietà enorme. Cercai di destare la sua attenzione, ma il suo sguardo continuò a fissare un punto indefinito alle mie spalle. Ogni tanto nell’imbroglio di parole cantate sembrava ci fosse qualcosa che lo irritava. Allora il suo sguardo si faceva ancora più torvo. I suoi occhi si facevano più cattivi. Il disgusto, in quelle occasioni, diventava palese. Eppure non mi arresi continuai per qualche minuto a chiedergli se lui, come Luminare, potesse dirmi qualcosa che riguardava il destino del mio amico Urbus. Ebbi anche per qualche attimo il desiderio di chiedergli se lui poteva dirmi per quale ragione io mi sentissi così legato ad un uomo ( essere, protagonista di un quadro, disegno colorato, come chiamarlo?) . Quale era la molla che poteva permettere che i nostri destini fossero così legati? E cosa era quella incredibile sensazione di abbandono che avevo provato nel momento nel quale il mio amico era andato via? Erano tante le cose che volevo chiedere, eppure mi limitai a chiedere se lui, il Luminare, avrebbe potuto darmi qualche informazione sulle ricerche. Il resto, il senso più profondo di tutta la mia esperienza, l’avrei cercato altrove. Ma il Luminare ostentò per tutto il tempo nel quale gli rimasi davanti una espressione di grande disgusto. Vi era qualcosa in tutta la rappresentazione che lo disgustava oltremodo. << Autenticità ci vuole >> cominciò a bofonchiare fra sé <<………. Soltanto questo ma tutto sarebbe inutile….inutile…. e tutta l’autenticità di questo mondo non servirebbe a nulla se messa al servizio di una rappresentazione. Autenticità ci vuole ma poi a cosa serve…… e tutto inautentico, ma se diventasse autentico poi a cosa servirebbe se messo a disposizione di una rappresentazione? Diverrebbe la inautenticità autentica, una contraddizione in termini. L’ennesimo scherzo che la sorte ha giocato a noi piccoli esseri umani. Inutile cercare un senso alla nostra sorte…….>> Il Luminare tacque, il disgusto oramai in lui si stava trasformando in una sensazione di formidabile commozione. Avrei voluto chiedergli. Osare delle domande. Cosa spinge gli esseri umani e cercare un altro essere umano? Cosa spinge le persone a cercare la fonte della loro infelicità? Perché tutto ci spinge verso gli altri anche se sappiamo che saremo respinti ed incompresi? Ma il Luminare aveva daccapo tramutato la sua espressione in disgusto. Ora una nota che si sentiva in sottofondo sembrava averlo irritato oltremodo. Il suo volto era quasi stravolto dal disgusto. << Tutto è finzione……..tutto è morte dell’autenticità……. Ma se non riusciamo noi a scovare l’autenticità cosa potremmo chiedere agli altri……..>> Detto questo l’uomo mi guardò con espressione dolorosa. Si scoprì un capezzolo dall’accappatoio, lo guardò e cominciò a ridere, poi immediatamente dopo a piangere. E così stringeva il suo capezzolo, ridendo e piangendo insieme. Compresi da questo che il nostro colloquio non sarebbe servito a nulla. Non avrei scoperto neanche con lui quale poteva essere la sorte del mio amico, e soprattutto quale era la molla che mi spingeva a cercarlo. Uscì dal grande palazzo, avendo nelle orecchie ancora ossessivo il suono folle del pianto e del riso del Luminare. Camminai a lungo nella città indifferente. Passai per il luogo dove si stava consumando l’ENNESIMO DUELLO. Questa volta i due erano già avvinghiati, e l’uomo più grande stava ridicolizzando il suo rivale, tenendo premuto al suolo con un solo braccio l’altro, e nello stesso tempo con l’altra mano schiaffeggiandolo. Tutti quanti i presenti erano partecipi, guardavano il duello con grande entusiasmo. Sembrava quasi che in quel momento l’uomo più grande potesse vincere facilmente. Ed invece mentre l’uomo più grande stava schiaffeggiando il suo rivale, una trave cadde dal palazzo ed immancabilmente si abbatté sulle spalle del malcapitato. Questi stramazzò, l’uomo più piccolo ebbe uno scatto felino, gli fu sopra, e dopo averlo picchiato con calci e pugni, infierì sul cadavere. Dopo qualche minuto il solito carretto si fermò vicino al luogo del duello: l’uomo più grande fu afferrato e gettato senza tante cerimonie su di esso. Lo stesso, come ogni mattina, con il suo carico imbarazzante, si allontanò dopo qualche attimo seguito dalle occhiate deluse dei presenti. Dopo questo ENNESIMO DUELLO, mi spostai verso il centro della città, cercando di spostare le mie ricerche in zone dove fino ad allora non mi ero mai recato. Valutai le facce che incontravo, cercai di scorgere una qualche somiglianza con quello che ricordavo di Urbus. Ma nulla mi aiutava. Attraversai anche il Ponte delle Scimmie. Questi era un ponte in pietra, di stile antico che sovrastava un piccolo corso d’acqua. Su tutto il ponte, aggrappati ai lampioni, e sotto il ponte vi erano delle scimmie dispettose che impedivano di fatto il passaggio a molti passanti. C’era chi si vedeva sottratto il cappello, chi vedeva una scimmia avvinghiarsi alla borsa della spesa e rifiutarsi di lasciarla andare. C’era chi addirittura si vedeva sottratto il portafogli, e doveva rincorrere, senza molto successo per la verità, la scimmia ed il suo portafogli. Passai di lì, e nonostante una di queste scimmie avesse cercato di sottrarmi la daga, notai che vi era rispetto alla città un ambiente più tranquillo. Il traffico non esisteva, le persone che ci passavano erano pochissime. Rimasi a guardarle per molto tempo. Ritornai poi verso la città ripresi la mie ricerche ma sia il Presidente che il Luminare mi avevano dato delle risposte evanescenti, del tutto inutili per i miei quesiti. Urbus sembrava volatilizzato, e purtroppo il desiderio che mi spingeva alla sua ricerca non si era sedato. Verso sera, sconsolato, dopo aver girato a lungo tornai al ponte delle scimmie e lì rimasi per tutta la notte. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK domenica 26 ottobre 2008 - ore 11:35 URBUS, OVVERO LA RICERCA DELLA VERITA 4/A PARTE Da dove cominciare? Innanzitutto la notte, mai vista prima di allora. L’oscurità che scendeva nella sala era solo una piccola porzione di quella che scendeva interamente in tutta la città. E poi eccola la città di notte silenziosa, per un viandante, ai limiti della solitudine più suprema, e di giorno invece contraddistinta da schiamazzi, volgarità, rumori, ma nella quale il viandante si sentiva quasi più solo che di notte. Vagai a lungo nella città senza che nessuno si interessasse a me. Certo forse c’era stato un po’ di clamore per la seconda fuga dal quadro, ma nessuno sembrava prendere sul serio il fatto che un personaggio fuggito da una tela potesse poi andarsene tranquillamente per la città. Il mio abbigliamento, con calzari, gambe scoperte ed un daga, non sembrava attrarre particolarmente i passanti. Del resto il loro abbigliamento anche se assomigliava all’ingrosso a quelli che venivano a farci visita nella sala, era però improntato ad una varietà eccezionale. Una varietà da stupire. Nessuno quindi mi degnava di uno sguardo e la cosa naturalmente non mi fece dispiacere. Il mio unico obiettivo era in fondo quello di ritrovare Urbus. Perché poi non lo sapevo. Camminai a lungo, quindi decisi che dovevo cominciare da qualche parte per riuscire a scoprire il luogo dove si nascondeva il mio amico. Mi avvicinai ad un grande palazzo sulla facciata del quale erano scritte parole sicuramente molto importanti. Lo intuivo anche dall’alterigia e dallo sguardo corrucciato di coloro che vi entravano ed uscivano. Entrai ed una persona che mi guardava con una certa insistenza chiesi se sapeva del mio amico Urbus. L’uomo scosse la testa pensosamente, e poi dopo aver avuto un sussulto decise di guidarmi all’ultimo piano del palazzo. Uscimmo fuori in terrazza. C’era un uomo che sedeva tronfio su una poltrona, mi guardava sorridendo, non nascondendo una malcelata irrisione nei miei confronti. Vidi alle sue spalle un uomo a petto nudo che sventolava stancamente aggrappato ad un’asta. L’uomo che mi aveva accompagnato mi fece sedere davanti a quelloche chiamò il suo Presidente. Non sapevo da dove cominciare. Chiesi se l’uomo era a conoscenza delle sorti del mio amico, Urbus, l’uomo fuggito dalla tela. Lo sapevo che in questa maniera smascheravo anche me, ma dovevo farlo. L’uomo sorrise, poi mi rispose: << La radice quadrata di 81 è 9.>> La sussurrò quasi questa frase, poi tacque. Attendeva una mia risposta. Non sapevo cosa rispondergli. Cercai di spiegare la mia vicenda fino ad allora. Fuggito da una tela cercavo un amico, che mi aveva abbandonato. L’uomo scosse la testa << Il diciotto va undici volte nel 198.>>> socchiuse gli occhi. Le sue palpebre abbassate facevano intendere che si trattasse di uno stato quasi di dormiveglia. Richiesi del mio amico, dissi che ero solo in città è che solo una persona come lui avrebbe potuto aiutarmi. << Il 1400 diviso 25 fa solamente 56. >> sembrò dire questa frase come si trattasse di un verdetto implacabile. Non era più possibile contraddirlo, chiedergli altre informazioni. I miei occhi stanchi si fermarono sull’uomo-bandiera che continuava a sventolare fiaccamente. I suoi occhi erano quasi chiusi come quelli dell’uomo in poltrona. Sembrava che fosse una escrescenza del suo padrone. Avrebbe potuto capire il destino di una persona che si sente sola senza un’altra. La forza motrice che spinge a cercarci per vincere la solitudine, la morte. Ma mi mancò il coraggio, il Presidente, il factotum, il suo padrone, lo sorvegliava senza guardarlo. Tacqui. Senza speranze. Mi alzai dalla scomoda poltrona e poi uscii tristemente dall’imponente palazzo. Camminai a lungo prima di accorgermi che i giorni passavano senza che le mie ricerche facessero il benché minimo progresso. Nella città nel frattempo si verificavano i fenomeni più strani. Vi erano ad esempio due persone che ogni giorno davano vita ALL’ENNESIMO DUELLO. I due si fronteggiavano a lungo, poi uno dei due si avvicinava (ed era sempre lo stesso ad avvicinarsi, quello cioè più grande). L’esito del confronto quando i due davano vita al corpo a corpo era assolutamente segnato a favore del più grande, eppure succedeva sempre qualcosa che faceva vincere l’uomo più debole. Un giorno ad esempio l’uomo più grande cominciò a bersagliare l’altro con dei lanci ben mirati di pietra. L’uomo più piccolo fu ben presto posto a mal partito. Si nascondeva il volto dietro le mani, ma non riusciva ugualmente a difendersi. Sembrava inerme. L’uomo più grande dopo averlo bersagliato cominciava ad avanzare minacciosamente verso di lui. I suoi gesti erano improntati alla massima sicumera. Sapeva di essere il più forte e di poter vincere facilmente. Eppure, mentre lui avanzava verso il suo nemico oramai senza più alcuna difesa, ecco sbucare dal nulla un piccolo animale, che aggrappandosi alla gamba dell’uomo più robusto lo costringeva a fermarsi. Ben presto l’uomo grande era per terra, costretto all’impotenza dalla bestiolina che anche se piccola, appariva incredibilmente forte e tenace, visto che le botte che riceveva dall’uomo non riuscivano assolutamente a scalfirla. Mentre l’uomo grande era a terra avvinghiato selvaggiamente con la sua piccola rivale, l’uomo più piccolo si avvicinava e cominciava a calpestarlo. Dopo qualche minuto l’uomo piccolo era vincitore. Un altro giorno invece l’uomo grande si avvicinò all’uomo piccolo, e lo spinse. I due dopo un attimo erano avvinghiati in una lotta impari. L’uomo grande sollevava da terra il suo sfidante più piccolo e poi lo lanciava verso il muro. L’uomo più piccolo sbatteva ripetutamente contro il muro. L’uomo più grande dopo qualche minuto afferrò il suo rivale tra le sue braccia possenti per completare la sua opera di stritolamento. Ma a questo punto accadde una cosa incredibile. Un sacco, di dimensioni notevoli, cadde dall’alto e centrò in piena testa l’uomo più grande, soltanto lui!, facendolo stramazzare per terra. L’uomo più piccolo gli si avvicinò ed infierì sul corpo inanimato. Alla fine passò un gruppo di persone che ripulì la strada dal sangue. Il cadavere dell’uomo più grande ogni giorno immancabilmente veniva depositato con malagrazia su un carretto che si allontanava immediatamente con il suo carico imbarazzante. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 23 ottobre 2008 - ore 11:08 URBUS, OVVERO LA RICERCA DELLA VERITA 2/A PARTE DA LEGGERSI PRIMA DELLA 3/A PARTE POSTATA PER SBAGLIO NEL POST PRECEDENTE ( MI SCUSO PER LERRORE ) Eppure come dicevo tutto sommato è facile uscire da un quadro. Basta volerlo. E per quanto poi sia stato facile al momento nel quale ho applicato questo mia idea, non ci sarei certo riuscito senza l’esempio del mio compagno di schieramento: Urbus. Se infatti guardate la tela da sinistra Urbus è il penultimo. Anzi era il penultimo, visto che da qualche settimana è andato via. Al mio fianco ha per secoli avuto la spada brandita verso i due nemici all’interno della tela. I suoi lineamenti sono leggermente diversi dai miei. Con la barba lui (io senza) qualche tratto di pittura più intenso ( il mio più sfocato). Eppure tra noi vi fu sin dall’inizio una sinergia assolutamente sorprendente. Perché sentissi nei suoi confronti una forma di consonanza maggiore rispetto agli elefanti oppure agli altri fanti è una cosa che è fuori dalla mia comprensione. Sin dai primi tratti di pittura infatti lo stato d’animo del nostro Maestro e creatore sembrò essere improntato alla più naturale tranquillità. L’opera probabilmente gli era stata commissionata da un mecenate, con il compito di rappresentare delle doti militari, oppure una grande battaglia del passato alla quale il committente sembrava attribuire grande importanza. Nulla di più, nulla di meno. Il Maestro disegnò i nostri abbozzi, e per quanto appaia improbabile, si può ben dire che quello è stato il momento nel quale io ed Urbus siamo nati. Il nostro disegno fu prima abbozzato, cancellato e poi ancora una volta rifatto, corretto, riabbozzato, rifatto ed ancora cancellato. Ma erano approssimazioni che oramai non potevano eliminare quello che appariva essere il risultato più importante: esistevamo. Cosa significhi ciò non so dirlo con precisione, poiché la mia percezione della mia esistenza è nata allora, e quindi non so cosa significasse non esistere, poiché prima di allora non provavo nulla. Comunque nonostante tutti questi tentativi fatti, falliti, rifatti, il Maestro ****** non tradì la sua fama di uomo tranquillo ed estremamente riservato. Lavorava a giorni alterni e sempre per le stesse ore durante la giornata. Gli elefanti faticarono a venire fuori, forse anche per la loro mole, quanto ai nemici rimanemmo per molte sedute con le spade sguainate verso l’alto prima che uno di loro comparisse. Le loro figure ben presto furono abbozzate e poi subito completate. A quel punto, quando oramai il quadro sembrava ultimato, accadde una cosa strana: il Maestro ****** una sera arrivò e contravvenendo alle sue regole decise di lavorare per due giorni consecutivamente. La cosa ci sorprese, ma lui era il Demiurgo, poteva decidere secondo il suo estro, anche se a dire la verità la sua metodicità fino ad allora aveva scoraggiato da parte nostra qualsiasi ipotesi del genere. Il Maestro, come già detto, arrivò con uno straccio e con una mossa improvvisa, cancellò il volto di Urbus: lo fece con rabbia. Devo però anche chiarire che fino a quel momento non sapevo che quell’uomo al mio fianco fosse Urbus, cominciai ad avere una percezione sua proprio nel momento nel quale il Maestro ***** cancellò il suo volto, per ridisegnarlo. Ho peraltro parlato prima dei nostri primi abbozzi, ebbene era la mia impressione con il senno di poi, a rendermi partecipe di quel fatto, poiché fino ad allora molto semplicemente non sapevo di chi si trattasse. Da quel momento in poi, dal momento nel quale cioè il Maestro cominciò a disegnare il suo volto con tratti molto precisi la sua barba, ed i suoi lineamenti, io ebbi la consapevolezza che si trattasse di Urbus. Proprio lui e nessun altro. Mi rendo conto che questo possa apparire strano, come ad esempio pensare alla mia vita prima dell’esistenza, ma fu così. Un attimo prima non vi era nulla, un attimo dopo io esistevo. Ed anche Urbus dopo quella notte travagliata fatta di colpi di panno e tratti decisi di pennello cominciò ad esistere. Prima era un anonimo fante poi divenne appunto il mio inseparabile compagno d’arme. Da allora si può dire che la nostra esistenza non sia stata mai più separata. Da allora quando penso a me e a lui non penso alla somma di due persone ma semplicemente a noi. A tutti e due. Una cosa sola. Fino a qualche settimana fa, sino a quando cioè Urbus ha deciso di andare fuori dalla tela. Siamo arrivati in questa sala non molte settimane fa. Sin dall’inizio anche in questa città come del resto altrove la gente ci ha sempre lusingato con la sua attenzione. Ma sin dall’inizio ebbi la percezione misteriosa ed implacabile che Urbus fosse più distante rispetto al solito. Lo percepivo, poiché non potevo guardarlo, cosa che ci era impedita dalla nostra posizione nella tela, sempre più slanciato verso l’esterno, come se già dai primi giorni meditasse la sua fuga. Una notte poi successe l’inevitabile. Sentii una sensazione estranea che fino a quel momento avevo sempre ignorato. Era qualcosa di nuovo, qualcosa che riguardava il fatto che Urbus oramai fosse lontano, fuori dalla portata della mia vita. Un brusio silenzioso quasi impercettibile si elevò dagli elefanti. Quanto ai nemici il loro sbigottimento fu pari alla loro ostentata indifferenza. Questa sensazione non durò comunque a lungo poiché ben presto vidi finalmente i lineamenti di Urbus che da fuori alla tela, da quello stesso posto cioè dal quale ci avevano sempre guardato per tanti secoli dei visitatori curiosi, ci fissava. I suoi lineamenti che già indovinavo standogli a fianco si disegnarono con ancora maggiore chiarezza. Il suo sguardo appariva fiero, altero. La luce dei suoi occhi comunicava quasi un sollievo. Quasi finalmente fosse riuscito a risolvere un problema che lo angustiava da tempo. Ci guardammo per qualche attimo. Si sporse si fece sotto di noi. Mi osservò, ripetendo gesti che aveva visto tante volte a molti visitatori, da tutte le angolazioni. Io rimasi immobile, come del resto facevo da secoli, con la spada sguainata. Poi finalmente andò via. Ed allora, quando lui uscì dalla sala, da quel preciso momento cominciai a pensare che avrei dovuto seguirlo. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 23 ottobre 2008 - ore 10:54 URBUS, OVVERO LA RICERCA DELLA VERITA 3/A PARTE Il senso di perdita mi si comunicò come mi si era comunicata prima la sensazione dell’esistenza. Prima non c’era, dopo un minuto invece lo sentivo espandersi dappertutto. Solo che, ahimè, la perdita non riguardava solamente me, ma anche tutte le persone che erano responsabili della sala. Molti ci vennero vicino, osservarono il quadro. La lente di esperti, o non so che altro, si abbatté sulla nostra tela. Lintera tela fu passata al setaccio senza che nulla fosse lasciato al caso. Si era sentito parlare di sparizioni di tele, ed in alcuni secoli avevamo visto visitatori molto misteriosi e discreti prelevare delle tele in piena notte, ma mai si era sentito parlare della scomparsa di un solo personaggio da una tela. Il nostro quadro rimase a lungo in un chiuso. Poi venimmo trasferiti in un’altra sala nella quale di fronte a noi vi era una tela che rappresentava un uomo, probabilmente un cavaliere, che di spalle, inginocchiato porgeva i suoi omaggi ad una gran dama. Gli occhi della dama, si fermarono subito sul posto vuoto alla mia sinistra. Il cavaliere di spalle sicuramente chiese informazioni sulla famosa tela dalla quale era sparito un personaggio. Tutto questo trambusto non fece altro che ritardare il mio piano di seguire Urbus. In tutti questi giorni infatti caotici, confusi, di indagini approssimative, e di sopralluoghi improvvisi, quasi mai infatti mi aveva abbandonato l’idea che avrei dovuto seguire il mio amico ( se poteva definirsi tale). Il perché io sentissi una tale esigenza, ripeto, mi è assolutamente sconosciuta. Era stato al mio fianco per secoli, c’era stata sempre una intesa particolare silenziosa fra noi, forse era questa l’unica motivazione plausibile. Di certo sentivo in me delle sensazioni che molto spesso mi sembravano quasi trasmesse da altri, quasi fossi vittima di un desiderio riflesso, come allinizio la genesi della mia esistenza era scaturita esternamente, in un secondo tempo, completamente separata da me. Il clamore per la fuga di Urbus ben presto si spense. La nostra sala rimase aperta anche di notte, e ben presto a farci compagnia rimasero solo il cavaliere anonimo e la gran dama che continuava a studiarci dalla tela di fronte. Noi dal nostro punto di vista ritornammo ad essere quello che eravamo sempre stati: un gruppo di comparse di un’opera del Maestro ******. Eppure io non avevo abbandonato la mia idea. Al contrario attendevo solo che giungesse il momento propizio per la fuga. E questo momento giunse una notte. La sala era stata gremita durante tutto il giorno. Molte persone si erano alternate per dare un’occhiata alla nostra tela, che però oramai si può ben dire, attraesse molto più per la singolarità di avere uno spazio bianco, che non invece per la sua effettiva bellezza. Ero stanco di tenere la spada in mano per una folla di visitatori importuni e schiamazzanti, desideravo andare via, poichè da quando Urbus era andato via il mio unico desiderio era quello di raggiungerlo. Finalmente una notte tutto ciò accadde. Il mio primo gesto fu quello di abbassare la spada. Non un solo suono giunse dagli altri. Eppure tutti seguivano la mia situazione. Dopo aver abbassato la spada, dovevo fare però l’atto più importante: scavalcare quella dannata tela. Lo feci. Il mio calzare poggiò per terra. Sentii subito un contrasto rispetto alla situazione precedente. Il pavimento era solido, freddo, mentre la nostra terra era calda con un sole che non ci abbandonava neanche di notte. Imitai in questo quello che aveva compiuto Urbus: mi girai verso la tela squadrai finalmente il volto di quelli che erano stati i miei compagni per tanto tempo. I loro sguardi rimasero tutto sommato vuoti, freddi, come credo fossero sempre stati. Eppure un certo stupore si indovinava nei loro animi. Stupore compatibile con il fatto che si trattava di disegni su una tela. Li osservai attentamente, sentivo il bisogno urgente di raggiungere il mio vecchio amico, Urbus, eppure sentii anche una fitta di grande nostalgia nei confronti di tutti coloro che, miei compagni fedeli, rimanevano lì fermi ed immobili. Come dei veri soldati, obbedienti a degli ordini che non sapevano chi avesse impartito. Uscii dalla sala dopo qualche minuto, facendo di tutto per non guardarmi indietro. Quella battaglia, quella tela, per me erano oramai un capitolo chiuso. Come già detto quindi uscire da un quadro non è un affare complicato. Basta volerlo. Credo che sia questa la misteriosa consonanza che ha contraddistinto sempre me ed Urbus: la certezza, tenace, nascosta, ma implacabile, che tutto quello che stavamo “vivendo” potesse essere cambiato. Certo uscire da una tela era stato facile, ma poi cosa fare nel mondo? Nell’altro mondo, un mondo del quale non si conosceva nessuna regola? La mia prima idea, che poi non era altro che un urgente desiderio da assecondare, era quello che dovessi ritrovare Urbus. Mi sembrava tutto sommato un desiderio normale, urgente e soprattutto facilmente realizzabile. Ed invece non appena fui fuori dalle sale, mi resi conto che non sarebbe stato così. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK sabato 18 ottobre 2008 - ore 18:06 URBUS, OVVERO LA RICERCA DELLA VERITA 1/A PARTE Uscire da un quadro non è un affare complicato, tutto sommato. Basta volerlo. Del resto dopo essere rimasto per secoli imprigionato in una tela del celebre Maestro ***** che immortalava una grande battaglia del passato, anche un umile fante come me sentiva il bisogno di poter vedere quello che c’è fuori. Io, se guardate la tela da sinistra, sono l’ultimo. La mia posa, unitamente a quella dei miei colleghi, è assolutamente irreprensibile. Con la spada sguainata ed indirizzata verso l’alto, lo sguardo marziale, fermo, con un pizzico, ma nulla più, di timore per una sorte che non si conosce. La tela riproduce alle nostre spalle degli elefanti che ci tallonano, e che almeno, nelle intenzioni dell’Autore del quadro, avrebbero dovuto spingerci verso la vittoria. Il nostro schieramento è compatto, ed almeno da quello che sembra essere l’idea del nostro Autore, l’obiettivo doveva essere quello di mostrare il coraggio nell’affrontare una battaglia contro un nemico temibile. I nemici invece sono confinati in un angolo della tela, ed i loro sguardi sono ugualmente marziali: il loro equipaggiamento è diverso dal nostro, e temo, ma di questo non sono molto sicuro, che il Maestro ***** abbia giocato un po’ con approssimazione nel dipingere dei nemici, che per alcune caratteristiche somatiche e militari, appaiono essere arrivati un po’ casualmente da un altro periodo storico. Ma la tela del maestro ***** nonostante queste approssimazioni ha attratto per alcuni secoli milioni di visitatori che, assumendo le pose più strane, e con le espressioni più sbigottite, hanno ammirato il prodigio della nostra forza immortalata dal talento del maestro. Il nostro compito del resto non si può certo dire che fosse facile. Costretti dagli elefanti ad avanzare, affrontati da nemici temibili, e probabilmente fuori dalla tela, più numerosi di noi, abbiamo dovuto anche sopportare la presenza di una polvere gialla e fastidiosa, con il sole che ha brillato sulle nostre teste sin dai primi tratti di pennello del nostro autore. L’ambiente è difficilmente classificabile anche se si tratta sicuramente di un paese caldo. Eppure so che sto barattando moneta falsa, moneta della quale ignoro il conio. Parlo di caldo, sole, polvere, quando invece il mio mondo è stato per tutti questi secoli solamente questa tela così piccola, eppure così grande da contenere una schiera di soldati, degli elefanti, un sole e dei nemici. Ho imparato quel poco che la vita sembrava volesse insegnarmi da quelle persone che si sono avvicinate. Grazie alle loro occhiate circospette, curiose, imbarazzate, ho finito per conoscere un po’ quello che c’era dietro la tela. Ma la sensazione di incompletezza sembrava vieppiù essere accresciuta, anziché lenita, da questa conoscenza raffazzonata, episodica, superficiale. Sentivo dentro di me, se si può parlare di un singolo essendo io stesso partorito dalla mente dell’Autore come un tassello di un meccanismo che fa parte di uno più grande, un desiderio cieco, soggettivo appunto, che mi spingeva ad uscire fuori, ad andare oltre, a cercare qualcosa che fosse fuori dalla tela. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK lunedì 13 ottobre 2008 - ore 23:18 LA CACCIA 7/A PARTE La stasi continua esasperante, la situazione non si sblocca. Ognuno continua ad attendere la mossa altrui. L’uomo che davanti al bar sta sorseggiando il suo gin è già stato urtato un paio di volte, ma non ha mai reagito, questa sua mancanza di reazione, però, ostentata, sicura, quasi minacciosa, nella sua mitezza, gli ha fatto guadagnare la considerazione dei presenti. Per quanto si tratti di balordi, temibilmente incoscienti, sono in grado però di scovare nello sguardo di un altro l’abitudine alla lotta. La consuetudine a bazzicare certi ambienti. E’ sicuro quindi che il cacciatore nei prossimi istanti non sarà più infastidito da alcuno. Poi d’un tratto accade qualcosa che interrompe il normale flusso degli avvenimenti. La stasi si rompe improvvisamente poiché C Eccolo che si alza, ha terminato la sua fottuta birra, finalmente. E sta andando proprio dove mi attendevo andasse. Al bagno. Del resto è l’unica cosa che può fare in un momento come questo. L’uscita era bloccata. Faccio passare una frazione di secondi, poi lo seguo. Passo davanti ad un paio di fetidi tavolini, su uno di questi c’è un ubriacone con la barba lunga e bianca che sorseggia il terzo pernod. Entro nel bagno dopo aver aperto con circospezione la porta. Il mio uomo è già vicino all’orinatoio. Il suo sguardo stranamente, guardandomi, non ha alcun guizzo. Le sue spalle sono notevoli. Devo riuscire ad ammazzarlo subito, una colluttazione avrebbe esito incerto. Dopo avermi dato un’occhiata pigra, si rimette di buzzo buono a pisciare. Peggio per te, piccolo imbecille, oggi il tuo istinto da preda non ti ha aiutato assolutamente. Non credevo che sarebbe stato così facile. Prendo la pistola, e dopo averla punta velocemente alla nuca, esplodo un colpo. La sua testa sbatte al muro. Il sangue schizza sull’orinatoio. Guardo l’acqua che scende per qualche secondo ed è tutta rossa. Il suo corpo è lungo e disteso la sua bocca scioccamente aperta. La vita, o meglio la morte, l’ha sorpreso. La vita era un affare troppo complicato per una Preda sprovveduta come te. P Uno che e’ seduto al tavolino davanti al mio, sorseggiando una birra, si alza per andare in bagno. L’uomo al banco ha un guizzo. Si guarda intorno e dopo un attimo si incammina verso la toilette anche lui. La cosa mi sorprende, capisco in questo momento che le sue occhiate truci dal bancone non erano indirizzate a me , ma all’uomo che era davanti a me. Entra nel bagno. Devo solo mantenere la calma. Non devo destare sospetti, potrei correre via in questo momento, ma la cosa sarebbe effettivamente poco intelligente. Da quel momento in poi il Cacciatore saprebbe immediatamente chi è la preda, non correrebbe più il rischio di sbagliare. Invece rimango seduto, se torna, vedrà al situazione come era prima, non avrà alcun indizio. Il cacciatore rimane per qualche attimo a fissare la sua vittima. Poi si rende conto che l’ambiente nel quale si trova non è quello più adattp per consentirgli grandi pause di riflessione. Deve andare via nel più breve tempo possibile. Non può più rimanere fermo. Esce con circospezione dal bagno, dopo un attimo ha la sensazione di aver portato a termine un’altra missione. C Ecco fatto, dovrebbero essere cinquantadue. Cinquantacinque se mettiamo quei tre che “aiutai” a morire quella sera sull’autostrada. Eppure questa volta ho una sensazione strana. Quasi che vi fosse stato qualcosa che non ha funzionato come si deve. Adesso però devo smammare, ed in fretta, anche. Se rimango qui potrebbe essere dura portare a casa la pelle. Eccola la mia auto, spero che non si accorgano subito di quello che sta accadendo. Mi servirebbe un po’ di tempo per allontanarmi. Comunque questa è quasi sempre la fase discendente della missione, quella nella quale sai già di aver concluso,e devi solo prendere la strada per andare a casa. Chissà, tra poco, in un quartiere del centro mi fermerò, e comprerò una bella bambola allamia piccola Bice. P Ordino il mio quarto pernod dopo aver visto che la sua auto si è messa in cammino. Per adesso non corro più rischi, vorrei solo sapere se quel povero cristo che stava bevendo la birra è stato ammazzato oppure no. Il fatto che non stia uscendo dal bagno mi fa pensare che abbia fatto, pace all’anima sua, una gran brutta fine. Io, Preda designata, anche questa volta sono riuscito a cavarmela, questa volta però mi ci è voluta tanta fortuna. Credevo che guardasse me, che mi avesse già scovato, ed invece stava studiando le mosse della persona sbagliata. Così va la vita :mors tua vita mea. Sorseggio il pernod mentre dopo un attimo la porta del bagno si apre, si sente un trapestio di passi, e poi tutti accorrono verso gli orinatoi. Dopo qualche attimo qualcuno afferra il telefono, lontano comincia a sentirsi il pigro ululare delle sirene. Io guardo nel riflesso del bagno ed oltre la fumo, ed alle scarpe di quelli in piedi, vedo anche la mia faccia, quella cioè di un vecchio alcolizzato con la barba bianca ed incolta. Finirà, mi dico, questo maledetto gioco un giorno o l’altro. Finirà. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK sabato 11 ottobre 2008 - ore 10:41 LA CACCIA 6/A PARTE C Non posso fare altro che attendere. Posso solamente aspettare: la cosa più prevedibile è quella che fugga, ma non è detto potrebbe creare confusione nel bar con un pretesto qualsiasi e svignarsela. E’ per questo che devo stare sempre all’erta, una piccola distrazione potrebbe essere fatale. Quella dannata birra che sta sorseggiando, non vuole proprio finire. La sta tirando alla lunga perché non sa come fare a svignarsela. Lo conosco questo momento è peggiore anche rispetto a quando qualcuno ti piazza una pallottola nello stomaco. Io intanto attendo e rimango calmo. P La via di fuga è sbarrata. Non posso usare l’uscita del bar, mi seguirebbe. Quanto al bagno, gli darei l’opportunità di seguirmi, e di fare il lavoro sporco con molta calma. Sta attendendo la mia prossima mossa e la calma apparente con la quale sta sorseggiando il suo gin fa pensare che sia molto abituato a situazioni di questo genere. Eppure adesso che ci ripenso il bagno è dotato di una finestra che potrebbe essere appunto giusta per farmi uscire: però devo fare in fretta, devo sbrigarmi, altrimenti corro il rischio di vedermelo addosso prima che riesca ad uscire. Devo essere rapido. Finisco il secondo pernod. Ne ordino un altro ancora, non ci sono problemi, poiché reggo bene l’alcool. La situazione continua ad essere di stallo. Non bisogna avere fretta, quando ci si gioca la propria vita. Con incredibile velocità le loro menti, mettono in ordine, rendono possibile, e poi eliminano istantaneamente migliaia di scenari, di possibilità. Il Cacciatore ha già ucciso nella sua mente la preda almeno cento volte, con un colpo di pistola con il silenziatore, mentre uno scenario alternativo prevede di sbattere la testa della Preda contro lo spigolo di un muro. Il Cacciatore ha già sentito l’odore del sangue della sua preda. La Preda al contrario si sta lambiccando la mente per ricordare la grandezza della finestra del bagno. A rifletterci bene è quella la sua unica possibilità. Se riuscisse in un tempo veloce a raggiungerla, potrebbe uscire fuori, una volta poi nei dedali dei palazzoni della periferia, il peggio sarebbe passato. Così le loro menti si affaticano in una lotta a distanza, fatta di supposizioni, di prospettive, di scenari che hanno come unico obiettivo quello di raggiungere due risultati antitetici. C Sono sempre fermo, non posso muovermi. Non mi sposto di un centimetro. Nonostante un fenomeno locale mi abbia appena urtato, con lo scopo chiaro di provocarmi, eppure l’unica cosa che devo evitare è propri o questa. Non ha speranze, se rimaniamo qui fermi. Posso fulminarlo in qualsiasi momento, se invece mi ficco in una rissa, perdo tutto quello che ho seminato fino ad ora. I loro sguardi sono sempre più ostili, anche se credo che se sapessero che nella fondina una pistola con il silenziatore, non assumerebbero questi atteggiamenti, ma la vita va così, un vero cacciatore deve anche saper simulare debolezza in alcune situazioni. L’importante è riuscire a raggiungere il vero scopo, completare la missione: uccidere la Preda. P Continua a squadrarmi dal vetro. Ostile, scruta ogni mio movimento. Osserva attentamente tutto quello che faccio. Non credo che neanche un battito di ciglia fino a questo momento gli sia sfuggito. E’ un osso maledettamente duro, c’è poco da dire. Eppure a pensarci bene la finestra nel bagno è l’unica che possa salvarmi la pelle. Se riesco ad uscire in fretta, potrei addirittura scappare via, poi dietro al bar c’è un dedalo di viuzze. La persona che ha progettato questo quartiere sicuramente doveva avere le idee abbastanza confuse. Una confusione che adesso potrebbe tornarmi maledettamente utile. Eppure non posso ancora muovermi, i suoi occhi mi scrutano continuamente, non farei neanche a tempo ad alzarmi che già mi sarebbe addosso. Potrei cominciare a questionare con un vicino, ma anche questa idea, supporrebbe che non dovessi conoscere quelli che ci sono già. Sono balordi da quattro soldi, ma privi di scrupoli, mi bucherebbero loro la pancia prima che lo faccia il cacciatore. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK giovedì 9 ottobre 2008 - ore 09:36 LA CACCIA 5/A PARTE Il bar è pieno, il Cacciatore è vicino al bancone ha ordinato un bicchiere di gin. E’ la prima volta stamattina che prende qualcosa da bere. Probabilmente perché ha l’impressione di essere finalmente arrivato alla fine del viaggio. Si guarda attorno con fare circospetto. Il suo interesse sono gli occhi. Saranno loro a svelargli la sua prossima preda. Improvvisamente P Eccolo lì. Eccolo. E’ lui. Ha avuto un guizzo di paura, ha ricominciato a sorseggiare la bevanda, dopo avermi squadrato, ma sono convinto che si tratti proprio di lui. Eccolo. Finalmente. Il mio intuito non mi ha mai ingannato, non lo ha fatto neanche questa volta. Ora sta sorseggiando la bevanda. Bevi, bevi, è l’ultima cosa che farai in vita tua. Farà una mossa falso, che so, uscire dal bar oppure andare alla toilette. Se corre lo inseguo, non ci sono santi. Oggi si deve chiudere la caccia. Gli occhi della Preda per un attimo hanno incrociato quelli di un uomo robusto che sta sorseggiando un bicchiere di gin al bar. Un brivido lo ha scosso. Non vi è nulla di particolare in lui, eppure la Preda percepisce subito la sensazione tutt’altro che gradevole che si tratti dell’uomo che vuole ammazzarlo. Non c’è nulla che lo caratterizzi, se non il fatto che la sua giacca a vento sembra essere di fattura superiore a tutte le altre presenti nel locale. Anche le scarpe sono insolitamente pulite. E’ un estraneo, ed un estraneo che si ferma in un bar di periferia significa semplicemente guai. E i guai conoscono sempre il numero di casa di una Preda. P Eccoli i suoi occhi, le sue spalle larghe, la sua giacca a vento di tipo militare. Non somiglia neanche un po’ a quelli che qui ci vivono abitualmente. E’ un estraneo, e quindi, è uno che cerca guai, la cosa appare scontata. Sorseggia il gin con studiata calma, e poi dal vetro indirizza occhiate attente ai nostri tavoli. Se mi dovessi muovere in fretta potrebbe insospettirsi. Mi seguirebbe anche fuori. Il mercato dista cinquecento metri, ma lui ha l’auto, non avrei molte speranza di allontanarmi. In fondo non ha mica bisogna di arrestarmi come la polizia, il suo unico scopo è quello di ammazzarmi, e può farlo benissimo in qualsiasi momento. Fino a quando però sono seduto in mezzo agli altri non può fare nulla. La situazione ora è in perfetta fase di stallo. I due protagonisti di questa vicenda lunga quanto il mondo, sono arrivati al punto morto di ciascuna caccia, quando cioè Preda e Cacciatore si guardano in faccia. Ora tutto può accadere, anche se in questo momento preciso nulla accade. I due già stanno pianificando le prossime mosse, nessuno però oserà muoversi per primo. Ciascuno attende la mossa altrui. Nel frattempo nel locale la vita trascorre tranquilla. Il barista, corpacciuto e burbero, mesce la birra, due avventori chiedono due bicchieri più freschi, un altro un po’ imbarazzato chiede dove si trova il telefono. I due però sono sempre lì, e si guardano di sottecchi. Immobili, apparentemente dimentichi del mondo intero. C Eccolo che beve tranquillo, bevi la tua birra, bevi. Lo sorveglio, ma non devo assolutamente far sembrare che voglia stringere i tempi. A questo punto, ed in questa situazione è lui quello che deve fare la prima mossa. Non spetta certo a me, aprire le danze, a me basta sparare il colpo giusto nel momento giusto. Eccolo lì, con i suoi lineamenti decisi, sembra averlo scritto in faccia il fatto che tra poco sta per morire. Bevi, bevi la tua birra, è questa l’ultima cosa che farai. P Vedo quasi il suo fiato mentre ingurgita il gin. La cosa più ridicola è quella che crede di essersi mimetizzato ed invece lo vedrebbe anche un cieco che non ha nulla a che fare con questo buco di culo di mondo. Questo è l’angolo degli sfigati, la patria dei perdenti, lui con le sue scarpe lucide qui non c’entra nulla. Fa finta di sorseggiare attentamente il suo bicchiere ed intanto osserva gli altri avventori. Rimango seduto, finisco il mio pernod, ne ordino un altro. Posso solo attendere il momento opportuno per svignarmela. La stasi continua. In una situazione come questa l’elemento fondamentale è la strategia. Arrivati faccia a faccia la Preda ed il Cacciatore hanno una sola grande paura, quella di sbagliare la prossima mossa. E’ il motivo di questa paura non è assolutamente misterioso, poiché la prossima mossa è quella finale, quella che in qualche modo deciderà chi dovrà soccombere e che invece dovrà vincere. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK lunedì 6 ottobre 2008 - ore 23:26 LA CACCIA 4/A PARTE C Una delle doti fondamentali del cacciatore deve essere la pazienza. Il vero cacciatore deve riuscire a supporre che la preda non gli caschi addossocome una pera matura. Al contrario le ricerche devono essere metodiche, minuziose, condotte quasi con attenzione maniacale. L’adrenalina deve essere sempre pompata, mai però in dosi eccessive, né tantomeno con il pericolo che si verifichino dei pericolosi cali di tensione. Lo so che è strano il fatto che io entri in molti bar senza bere nulla, ma non servirebbe a nulla bere se non a diminuire il mio livello di concentrazione. P Anche la strategia perfetta può avere delle crepe, e solo su questo che può contare una preda. Le trappole dei cacciatori sono quasi sempre all’apparenza perfette, alla resa dei conti però lo sono molto meno. E su questo che deve puntare la preda per sfuggire. L’unico vantaggio che io ho su di lui è quello di conoscere già l’ambiente nel quale ci si deve muovere. Mimetizzarsi, senza arroganza, ma neanche paura. Essere in guardia, rendendosi conto che un uomo incrociato di striscio per strada, potrebbe essere il proprio carnefice. Ci vogliono nervi saldi, per vivere in una situazione del genere, ed io ce li ho. l bar, come tutti gli altri, si trova nella zona più periferica della città. Il cacciatore entra dentro, accompagnato dai soliti sguardi lugubremente indifferenti. Un paio di occhi spenti cercano di inquadrarlo. Lui scarta quegli occhi. Non vi è stato il minimo guizzo in loro. Le prede hanno sempre un guizzo. Tutti lentamente lo squadrano. Adesso che è entrato percepisce come la puzza di tabacco si sia fatta insistente. E’ il bar dove sembra si sia dato appuntamento il più gran numero di sconfitti sulla faccia della terra. Eppure nei loro gesti, vi è sicumera, arroganza. Tutti, nessuno escluso, sembrano non avere alcuna intenzione di guardare in faccia la realtà. C Chissà ma il mio istinto di cacciatore mi dice che la mia preda è qui vicino. Lo sento, so già che tra poco in modo del tutto causale incrocerò i suoi occhi, ed allora giudicherò se è arrivato il suo momento, se è il caso di prolungare la sua agonia, oppure se è invece opportuno sferrare il colpo definitivo. Eppure l’ambiente esterno è a lui più congeniale. E’ qui perché sa di essere irriconoscibile. Eppure lo troverò. Gli aiuti che gli altri mi potevano dare sono finiti. Adesso sono veramente da solo. Eccola qui la schiuma della terra. Mezze cartucce che scommettono per tutta la vita sui cavalli sbagliati. Allibratori che vendono informazioni dell’altro ieri. Mezze seghe che spacciano spendendo in bevute quello che guadagnano. Eccola la schiuma della terra, eccolo l’ambiente dove si nasconde la mia preda. La Preda si aggira con sguardo apparentemente spento fra la folla. Eppure anche stamattina è in guardia. E proprio stamattina la sua mania sono le auto. Teme che un’auto lo segua a lungo e poi qualcuno, dall’interno dell’abitacolo, lo faccia secco. Sa che la cosa è altamente improbabile, di solito i cacciatori girano da soli, ed il fatto che qualcuno possa spararlo da un’auto in corsa suppone una perizia balistica ed un sangue freddo che è molto difficile esibire in una città, per giunta in piena mattinata. Eppure guarda le auto, le segue con lo sguardo. Poi arriva all’insegna: quel simbolo di perdizione mediocre, metodica, quella follia abulica degli altri avventori, lo rassicurano. Entra, solo quando è vicino al bancone nota l’auto. P Quell’auto là fuori. E’ tutta la mattinata che non faccio altro che guardare le auto che passano. Sto diventando un po’ tonto. La latitanza evidentemente mi sta facendo male. Eppure quell’auto. Uscire adesso però non avrebbe senso. Anche se l’auto è vuota, ma non è detto che sia proprio quella. E’ un’auto vicina ad un bar, e con questo? Non dimostra niente, questo. Ma purtroppo quando salvare la pelle è questione di attimi, non puoi attendere che tutto venga dimostrato. Eppure, quell’auto non dimostra nulla. Addirittura colui che l’ha parcheggiata potrebbe anche non esser nel bar. E se in questo bar vi è qualcuno che vuole farmi la pelle, non vi è nulla di più idiota che correre via. Quindi calma e gesso. Tranquillo, ti stai solo giocando la pelle. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK venerdì 3 ottobre 2008 - ore 21:57 LA CACCIA 3/A PARTE Il cacciatore come tutti quanti i cacciatori, quando entra all’interno dell’ambiente nel quale vive la sua preda, percepisce quasi la sensazione che in questo ambiente vi sia ostilità nei suoi confronti. La sensazione è del tutto illogica, poiché a volte basta una coincidenza, nell’eterno caos dell’esistenza, per consentire alla preda di sfuggire oppure al cacciatore di ultimare la sua caccia senza problemi, eppure ogni volta per il cacciatore la sensazione è appunto questa. Di malcelata ostilità nei suoi confronti. C Ogni gesto deve essere razionalizzato nel mondo più utile quando si è a caccia.L’ambiente mi sembra già ostile, con queste strade piene di disperazione, odio verso i diversi, gli altri. Ed io, e Loro lo percepiscono epidermicamente, sono diverso rispetto a loro. Il bar dove lo hanno visto l’ultima volta sarà l’ultimo luogo nel quale dovrò cercarlo. E’ chiaro che come tutte le prede, percepirà il mio arrivo e quindi gli ambienti che ha frequentato fino a questo momento saranno gli ultimi nei quali cercherà scampo. L’ambiente appare come qualcosa di inanimato, eppure questi muri, questi palazzi sono intrisi della disperazione e della paura di coloro che ci hanno vissuto fino ad ora. L’aria incomincia a diventare più pungente è venuto il momento di dare avvio alle danze. Come preannunciato dal Cacciatore la preda percepisce istantaneamente un cambiamento di atmosfera nell’aria. L’aria della mattina si fa più frizzante. La sua prima tentazione è quella di andare nel mercato ed inserirsi nel flusso delle gente. Ma riflette che proprio la confusione potrebbe essere la sua migliore alleata in caso di inseguimento, ma non però quando non si conosce ancora la situazione del carnefice. P Temo stia arrivando. Sento, in qualche modo che la mia situazione sta subendo un cambiamento. Sta arrivando. Le tessere del suo mosaico, forse si stanno ricomponendo. La giornata è soleggiata, eppure l’aria frizzante non è solo frutto della giornata invernale, vi è qualcosa di più profondo, che sento e che non mi da pace. Sta arrivando, è più vicino di quanto lo sia mai stato. Il mio istinto da preda fino a questo momento non mi ha mai tradito. La distanza fra i loro destini si sta lentamente azzerando. Il Cacciatore sa già dove trovare la preda, le informazioni che sono in suo possesso sono indubbiamente molto accurate. Sa già nella grande città dove cercare la sua Preda. Questa invece, prudente per necessità, e più debole per natura, non può spostarsi dal luogo nel quale si è nascosta nellultimo periodo. C I bar della periferia sono tutti uguali, e questo naturalmente non è un vantaggio per me. Bisogna battere la zona in modo sistematico, senza tregua e senza respiro. La Preda ha un sesto senso, sa che il cacciatore si avvicina e nel mio caso questa cosa è anche migliore poiché la mia pressione lo costringerà a fare un passo falso. P Sento il pericolo avvicinarsi, ma come tutte le prede del mondo più il pericolo è vicino più i miei gesti si fanno attenti, cauti, quasi impercettibili. La gente, le stesse persone che qualche giorno mi sembravano inoffensive, ora invece diventano improvvisamente temibili. Tutti gli sguardi sembrano bucarmi. La mia pelle diventa improvvisamente come vittima di migliaia di aghi che la pungono. Il pericolo si avvicina ed io purtroppo non posso fare nulla per riuscire a sconfiggerlo definitivamente. Posso solo sperare di schivarlo. Il cacciatore ha già visitato molti bar. In tutti vi è la stessa atmosfera, spenta, diffidente. Le voci, gli sguardi sono chiusi, vacui. Eppure ogni tanto si odono dei repentini scoppi di energia. Alcuni avventori si ribellano al nulla che li circonda. Il Cacciatore, per quanto ha cercato, con una accorta opera di mimetizzazione di sembrare il più vicino alla fauna locale, si sente continuamente osservato. Ma lui sa già che solo una preda particolarmente improvvida, oserebbe sfidare con lo sguardo un Cacciatore. Si tratta invece nel suo caso di balordi che lo seguono con lo sguardo mentre entra ed esce dai bar. Le lancette si spostano velocemente, il nervosismo aumenta. COMMENTA (0 commenti presenti) - PERMALINK > > > MESSAGGI PRECEDENTI |
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